lunedì 9 novembre 2020

Una analisi del voto statunitense

 


Cercherò di mettere in fila le analisi del voto statunitense in larga misura già fatte, tentando di supportarle con i dati e, spero, con sufficiente sintesi. Iniziamo dalla partecipazione al voto, straordinariamente elevata, tanto che Biden risulta essere il recordman dei voti presi, ed il soccombente Trump, pur perdendo, ha preso otto milioni di voti in più rispetto alla sua vittoria del 2016 (questo elemento, tra l’altro, contribuisce a rendere fragile la narrazione trumpiana del “broglio elettorale”).

Sicuramente nell’altissima partecipazione ha influito il grande allargamento della possibilità di voto per posta e del voto anticipato per persona (possibile anche di sabato) scelto come misura di profilassi anticovid. Almeno sei Stati - tra cui Texas, Colorado, Washington, Oregon, Hawaii e Montana - hanno registrato più voti nelle votazioni anticipate e per posta rispetto al totale del voto espresso nelle elezioni del 2016. Altri, tra cui Florida, Georgia e North Carolina, si sono avvicinati al totale del 2016. Va rilevato infatti che molti osservatori attribuiscono il tradizionalmente basso indice di partecipazione al voto a fattori piuttosto banali, come ad esempio il fatto che si voti in un giorno feriale come il martedì, per cui molti elettori, specie i più poveri e precari che lavorano ad ora o a giornata, non possono permettersi di fare la fila ai seggi, perdendo il giorno di lavoro. 

 Fila ai seggi elettorali USA



 

 

 

 

E’ meno probabile, invece, che l’altissima partecipazione sia stata stimolata da alcuni dei temi programmatici sui quali i democratici puntavano per riprendersi la Casa Bianca, in una campagna elettorale fatta di insulti e di pochissimi spunti programmatici. Detto onestamente, la vittoria di Biden non può essere considerata “di misura”. Questa illusione ottica proviene dalle prime ore dello spoglio, nelle quali gli Stati più rapidi nel determinare la vittoria (o perché poco popolati, come nel caso del Mid West, o perché largamente dominati da uno dei due contendenti) sembravano dare una maggioranza a Trump. In realtà, a spoglio concluso, dobbiamo evidenziare che Biden, con le più che probabili vittorie in Arizona ed in Georgia, arriverà a 306 grandi elettori, ben 36 in più del minimo necessario per vincere, un margine leggermente superiore a quello che Trump conquistò nel 2016, portando a casa 26 Stati ed un vantaggio sull’avversario, nel voto popolare totale, di oltre 4 milioni di suffragi.

 Risultati elettorali nel 2016 (sopra) e nel 2020 (sotto)





 

 

 

 

 

 Evidentemente, la pessima gestione dell’epidemia di Covid da parte di Trump, imperniata sull’egoismo sociale di chi non voleva chiudere il business e ricoperta da una patina demagogica che ha fatto largo uso di ogni pessimo stereotipo negazionista, una strategia pagata soprattutto dagli strati popolari che hanno maggiori difficoltà di accesso alla sanità, ha pesato in modo rilevante sui risultati finali. Basti pensare che il rapporto fra contagiati e popolazione (287 ogni 10.000 abitanti) è quasi il doppio del dato italiano (149 ogni 10.000) ed anche il rapporto fra morti e popolazione (7,5 ogni 10.000) è peggiore di quello italiano (6,8) e la curva è ancora stabilmente nel braccio esponenziale. Questa catastrofe, affrontata in modo troppo leggero, ha sicuramente pesato sul voto finale.

Tuttavia, questa vittoria non è minimamente nelle proporzioni immaginate dalla retorica del “landslide” con cui i Democratici pensavano di poter trionfare, sondaggi alla mano (ed i sondaggi rivelano nuovamente la loro fragilità predittiva). Evidentemente, l’ipotizzato fattore di coinvolgimento che il movimento “Black Life Matters” si è rivelato, tutt’al più, un elemento di consolidamento del perimetro del voto già orientato verso i Dem, incentivando i simpatizzanti di quel partito ad andare a votare, senza attrarre voti aggiuntivi dal perimetro esterno di quell’area politica. E questo perché, fondamentalmente, l’obiettivo di quel movimento è un obiettivo falso. Come anche cercavo di spiegare in un altro articolo (https://www.blogger.com/blog/post/edit/7596973223154772791/2987783415820434843 ) l’oggetto reale delle violenze poliziesche, al netto forse di qualche sceriffo di contea di qualche Stato del Dixieland o di qualche suprematista che si è arruolato in polizia, non è primariamente razziale, è soprattutto di classe: i corpi di polizia degli USA sono violenti soprattutto con i poveri e gli emarginati, siano essi neri, bianchi, rossi o verdi. Poliziotti neri randellano come tonni arrestati neri come se niente fosse. Questo per vari motivi, alcuni dei quali molto prosaici: se sei povero ed emarginato, non potrai permetterti un avvocato che ti difenda dalle violenze poliziesche. Altre sono ideologiche: nella patria del protestantesimo più ortodosso, se sei povero ed emarginato hai meno diritti di chi è ricco e famoso, non sei eletto dal Signore, sei cattivo, meriti il randello ed il taser. Che poi la stragrande maggioranza delle vittime di violenze poliziesche sia afroamericana dipende essenzialmente dal fatto che i poveri e gli emarginati sono afroamericani in una percentuale spropositata di casi, e che, come evidenzia la ben nota teoria del “labelling”, se sei un membro di una minoranza etnica verrai considerato, agli occhi del poliziotto che ti ferma per un controllo, potenzialmente più pericoloso di un bianco con cravatta e valigetta 24 ore.

Evidentemente, queste considerazioni sono note anche alla piccola (ed, in misura crescente, anche medio/alta) borghesia afroamericana e latina che, di fronte a richieste irragionevoli di definanziamento dei corpi di polizia portate avanti dai Black Life Matters, in contesti urbani dove la criminalità è endemica, alla fine darà poco credito a presunte suggestioni “razziste” e voterà per il GOP. Guardiamo i dati di una inchiesta di tipo “nowcast” effettuata da AP Votecast[1]. Tale indagine, piuttosto affidabile, ci dice che l’8% dell’elettorato afroamericano, una quota più o meno coincidente con la parte di afroamericani che sono ascesi a condizioni sociali borghesi, ha votato per Trump. Tale percentuale sale al 35% per i latinos, per effetto del voto di comunità, come quella cubana della Florida o quella portoricana, quest'ultima spesso radicata nel piccolo commercio o nei servizi alla persona, tendenzialmente vicine ai Repubblicani, che controbilanciano il voto dei chicanos, chiaramente incazzati per i discorsi sul muro lungo il Rio Bravo.

Rimangono però dei fatti difficilmente contestabili. Che l’altro 80% degli elettori afroamericani, sempre secondo la rilevazione AP votecast, ha votato per Biden. Che il 53% di chi guadagna meno di 50.000 dollari all’anno ha votato per Biden. E questo spiega perché il voto operaio in Stati cruciali della Rust Belt che nel 2016 avevano determinato la vittoria di Trump, come Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, lo stesso Michigan che, prima dell’arrivo di Trump, ha vissuto il drammatico default della città di Detroit, che l’ha trasformata in un enorme ghetto distopico, è passato a Biden. Cfr. il link seguente per le tabelle complete: https://www.npr.org/2020/11/03/929478378/understanding-the-2020-electorate-ap-votecast-survey?t=1604737387776

 Il motivo è che Trump ha fondamentalmente deluso le aspettative di riscossa della manifattura statunitense in declino. La crescita occupazionale sotto Trump si è concentrata negli Stati dell’Ovest, che in alcuni casi sono la nuova frontiera dell’industria hi-tech, generando quindi posti di lavoro ad alto livello di competenze digitali e creatività tendenzialmente filodemocratici ed in alcuni Stati del Sud (Texas, Florida, Alabama) che da sempre sono fortini repubblicani. Gli Stati della Rust Belt hanno continuato a restare indietro: mentre la crescita occupazionale nel Texas ed in California ha superato il 6%, nel Michigan, Wisconsin ed Ohio essa è stata del 2%, meno della metà della media nazionale del 4,5%. 

Andamento della creazione di lavoro durante il mandato di Trump


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Fonte: QCEW-Reuters

Inoltre, e ciò è anche più determinante, i 4 anni di Trump non hanno riequilibrato a livello territoriale le diseguaglianze del territorio, peggiorando le distanze a carico dell’area della Rust Belt. In base all’indice “distressed communities index”, elaborato da AIG in base ad una sintesi di indicatori di povertà, disagio sociale ed educativo, mercato del lavoro e valori immobiliari, il nucleo del crescente disagio è proprio concentrato negli Stati centrali della Rust Belt, oltre che nel Mid West e nel nord est dove i Democratici fanno man bassa. 

 Variazioni del distress index fra 2000 e 2018


 Fonte: AIG

Evidentemente il fallimento di certe promesse di rilancio si paga. Chi, anche da noi, si è illuso che Trump potesse, da destra, riequilibrare le grandi diseguaglianze sociali del Paese dovrà necessariamente ricredersi. Trump ha rappresentato soltanto una diversa versione, più becera ed urlata, del liberismo delle classi dirigenti degli USA, acquisendo un temporaneo consenso fra i ceti sociali più fragili solo in virtù della demagogia.

Resta da capire cosa farà Biden della sua vittoria. Credo molto poco. Il Senato è restato solidamente in mani Repubblicane, il che, almeno nei primi due anni, creerà problemi soprattutto in politica interna e nella politica economica (meno in politica estera, dove il Presidente può sfruttare gli Executive Agreement per bypassare il Congresso), anche se Biden potrebbe usare la sua esperienza e le sue relazioni con i senatori per cercare di ovviare alla sua posizione di minoranza, soprattutto ora che segmenti non piccoli del Partito Repubblicano avranno il problema di sbarazzarsi dei residui del trumpismo. Ma sono soprattutto l’età ed il carattere poco propenso all’avventurismo di Biden a far pensare che ben poco verrà fatto in termini attivi, mentre il grosso del lavoro sarà concentrato sullo smantellamento di quanto realizzato dal suo predecessore rispetto ai temi migratori, sulla difesa dei diritti civili e dell’Obamacare, nonché su un approccio radicalmente diverso all’epidemia di Covid, basato sul primato della salute pubblica rispetto al business. Le prospettate concessioni sindacali e il salario minimo, fatte per acquisire i voti di Sanders, difficilmente saranno realizzate.

In politica estera, dove il nostro potrebbe avere maggiori margini di manovra, è probabile che l’asse dell’alleanza in funzione antisciita (ed antipalestinese) messo in atto da Trump insieme al suo compare Netanyhau e a qualche monarchia araba sarà parzialmente spostato in direzione della riapertura di un dialogo, comunque necessariamente competitivo, con l’Iran. E’ altresì probabile che la crescente tensione con la Cina verrà affrontata con armi più sofisticate rispetto al protezionismo commerciale di Trump (che non ha prodotto benefici per le imprese esportatrici USA, fortemente legate ai Dem) cercando una via più politico/diplomatica di costruzione di un fronte multilaterale di Stati ed agendo sui temi del rispetto dei diritti umani e della democrazia. Il resto non cambierà di niente.Per noi europei, la prospettiva è quella di un rafforzamento dei meccanismi della Ue, peraltro mai seriamente sfidati da Trump.

E’ peraltro probabile che, fra due anni, Biden “abdicherà”, avendo raggiunto gli 80 anni, a favore della Harris, che sempre più appare ed agisce come il Presidente “in pectore”.

E’ così da sempre negli imperi: al loro cuore, tutto cambia affinché niente di sostanziale cambi.

 



[1] Tale indagine si basa su questionari sottoposti a campioni di elettori, i cui risultati vengono aggiustati mediante gli esiti di exit polls, combinando i due metodi di analisi su un campione numericamente consistente e statisticamente rappresentativo.

giovedì 22 ottobre 2020

L'economia del debito


 


La crisi del Covid, con la pesante recessione che ha colpito tutto il mondo (Cina esclusa) insieme alle rilevanti politiche anticicliche messe in campo dai vari governi, ha scavato più in profondità in una tendenza di lungo periodo in direzione di un aggravamento della posizione debitoria, pubblica e privata, delle economie nazionali. In base alle stime dell’Istituto di Finanza Mondiale, il debito complessivo ha raggiunto, nel 2019, alla vigilia della pandemia, il 322% del Pil mondiale, con una proiezione al 342% per il 2020.  

Fra 2007 e la stima al 2021-2022 derivante dagli effetti della pandemia, tutte le componenti di debito risulteranno cresciute, con una marcata tendenza all’accelerazione di quello privato nei Paesi emergenti (circa 50 punti di Pil in più) e di quello pubblico nelle economie mature (40 punti di Pil aggiuntivi, con un record di crescita in Paesi come la Spagna, la Grecia, la Gran Bretagna, il Giappone ed il Portogallo, ma anche l’Italia e gli USA). L’area-euro, nel suo insieme, associa un incremento del peso del debito pubblico in linea con quella delle economie mature ad un incremento di quello privato di poco meno di 20 punti di Pil aggiuntivo. La Cina alimenta la sua crescita straordinaria con un incremento molto rilevante del debito privato, finanziato anche dal sistema dello shadow banking.

Soltanto pochissimi Paesi, come Israele, l’Ungheria, l’India e la solita Germania riescono a mantenere un accettabile equilibrio nelle dinamiche di crescita del debito totale.

Variazioni nel rapporto fra debito e Pil con riferimento al debito pubblico (asse verticale) ed a quello privato (orizzontale)

 


Fonte: IIF

Gli ingredienti sul piatto sono apparecchiati per favorire una nuova crisi finanziaria globale. Potrebbe partire dai Paesi in via di sviluppo, alle prese con livelli di debito esterno molto alti ed un enorme indebitamento privato. Nei giorni scorsi, il Fmi e la Banca Mondiale hanno deciso di prorogare fino a giugno 2021 la moratoria dei pagamenti dei debiti dei Paesi più poveri, una moratoria, però, che non include il pagamento degli interessi e che, soprattutto, viene sabotata dai finanziatori privati, oramai sempre più rilevanti nella composizione del debito di tali Paesi.

Nonostante un fabbisogno di finanziamento per i Paesi emergenti stimato in circa 2.500 miliardi di dollari, a causa delle resistenze messe in atto dall’Amministrazione statunitense, il Fmi non ha potuto utilizzare l’emissione di nuovi DSP e prestiti per più di 90 miliardi. I finanziatori privati dei Paesi beneficiari della moratoria sul debito hanno ufficialmente rifiutato di partecipare all’iniziativa, provocando, come conseguenza, il rifiuto di partecipare persino di alcuni dei Paesi potenzialmente beneficiari, spaventati dall’idea di non poter più accedere ai mercati finanziari privati.

Una serie di fallimenti a catena di Paesi emergenti, con quello argentino, già in atto, che potrebbe aprirne la strada, oltre che produrre effetti sociali disastrosi su tali Paesi, avrebbe ripercussioni globali sui mercati finanziari, sotto forma di andamento erratico dei tassi di interesse, difficoltà o fallimenti di rilevanti investitori privati, crisi bancarie, con le ovvie conseguenze sulla liquidità globale, che è in larga misura prodotta dalle banche.

Se non attraverso i fallimenti sovrani dei Paesi emergenti, la crisi potrebbe assumere i contorni di un crack dei mercati finanziari. Secondo l’Ocse, a partire dal 2008 le società non finanziarie globali hanno emesso 1.800 miliardi di obbligazioni ogni anno, ad un ritmo doppio rispetto a quello degli anni che hanno preceduto la grande depressione del 2008. Nella prima metà del 2020, la crescita ha toccato il livello record di 2.000 miliardi, probabilmente come effetto del tentativo di procurarsi liquidità a fronte del calo delle vendite legato alla crisi pandemica. Secondo l’Unctad, il settore privato non finanziario ha raggiunto un indebitamento globale pari a 75.000 miliardi, in crescita dai 45.000 del 2008.

La qualità di tale debito è, purtroppo, problematica: si stima che appena il 30% di esso abbia un rating pari ad “A”. Come nel 2008, l’anello debole sembra essere il mercato obbligazionario statunitense: sfruttando il Qe ed una serie di incentivi fiscali, le grandi corporation statunitensi utilizzano la tecnica del riacquisto di azioni, essenzialmente, al fine di aumentare il reddito dei manager, aumentando di conseguenza l’indebitamento aziendale necessario per tali operazioni. D’altro canto, il lungo periodo di tassi di interesse molto bassi ha favorito un crescente indebitamento delle famiglie, che la crisi del mercato del lavoro legata al Covid rischia di rendere irredimibile.

D’altra parte, il debito delle società finanziarie delle economie emergenti, cresciuto da 380 miliardi nel 2007 a 3.200 miliardi nel 2017, e rappresentato, per due terzi, dalla Cina, rischia di innescare, se accompagnato da significative svalutazioni dei tassi di cambio rispetto all’euro, fallimenti aziendali e bancari a catena, con effetti globali, simili a quelli della crisi asiatica del 1997-98. Lo shadow banking cinese, pratica molto diffusa in tale Paese e di fatto non soggetta a vigilanza prudenziale, alimenta un mercato di circa 8.000 miliardi di dollari, secondo stime riportate dal Financial Times. Lo stesso quotidiano afferma che detta pratica sostiene circa il 40% del valore dei prestiti erogati nel mercato interno cinese. Tale sistema produce costantemente fattori di instabilità: dalla pratica del cosiddetto “peer to peer” lending, in cui le shadow bank operavano da intermediari di prestiti fra privati, favorendo l’accesso al credito di soggetti non bancabili e vere e proprie truffe, con le piattaforme on line di intermediazione che scomparivano con i soldi degli sprovveduti che vi avevano fatto ricorso, alla pratica di investire in obbligazioni emesse dai Governi regionali e municipali, che diventano così ostaggi di clausole-capestro. Senza contare la propensione degli stessi governi provinciali a dotarsi di società finanziarie pubbliche che operano anche off-shore, su investimenti molto rischiosi che potrebbero compromettere la tenuta dei bilanci pubblici.

Di fronte a tale situazione, servirebbe un nuovo sistema monetario e creditizio regolato su scala globale, una specie di nuova Bretton Woods, che redistribuisca il debito in modo da evitare default asimmetrici, che regoli la liquidità in funzione delle esigenze dell’economia reale e che regolamenti i mercati finanziari per rimetterli al servizio della produzione e dei consumi, e non di una lotteria autoreferenziale. Sapendo che oramai dovremo coabitare per sempre con livelli di debito diffusi su scala globale e sostanzialmente irredimibili, perché in uno scenario globale di deflazione l’idea di tornare alla cara e vecchia austerità è semplicemente assurda.

Siamo entrati, peraltro già da almeno un ventennio, nell’era dell’economia del debito, che per sua natura, man mano che si espande, diventa sempre più incompatibile con il funzionamento di mercati privati liberalizzati che abbiamo conosciuto sinora. In questa era, le vecchie certezze liberiste, basate sul controllo dei saldi di bilancio, benché ancora tenacemente seguite dall’ortodossia economica,  sempre più senso e diverranno strumenti inutili. conviveremo con debiti, pubblici e privati, molto elevati, non rimborsabili o riducibili significativamente ma controllabili, in termini di potenziali effetti negativi, soltanto con il ritorno ad una crescita economica sostanziale ed attenta alle compatibilità ambientali, che lo sviluppo industriale ad alto impatto sull'ecosistema non è più sostenibile.

D'altro canto, o si troverà un meccanismo di regolazione pubblica dei mercati finanziari a livello nazionale e globale, oppure, fra crisi economiche, epidemie (e gli esperti ci dicono che il Covid non sarà l’ultima, stante il livello di degrado dell’ambiente) e crisi ambientali torneremo all’età della pietra.