mercoledì 17 agosto 2022

Una analisi delle prospettive politiche della destra

 




E' evidente che andiamo in direzione di una robustissima vittoria elettorale della destra, favorita anche da una legge elettorale incomprensibile. 

E' sostenibile l'idea che la destra riesca a durare per tutta la legislatura, anche in presenza di una vittoria amplissima? Il programma elettorale è chiaramente insostenibile. Ho fatto quattro conti. In base ai dati del Dipartimento Finanze, la versione minimale della flat tax (solo per partite IVA fino a 100.000 euro di reddito e solo per soggetti Irpef che vedano crescere i loro redditi per la parte incrementale) costa circa 6,5-7 miliardi. Il superamento della Fornero, anche nella versione più "soft" della quota 100 introdotta da Salvini, costa 3 miliardi all'anno (quota 41 ne costa circa 4). Un aumento anche assolutamente minimo (20 euro al mese) delle pensioni sociali e minime costa 1 miliardo. Con la riduzione dell'IVA sull'energia viaggiamo sui 3 miliardi all'anno. Un dimezzamento dell'IVA sui soli prodotti alimentari di prima necessità (quelli soggetti alle aliquote del 4% e del 10%) costa circa 3 miliardi. Il cuneo fiscale, anche nella versione minimale proposta dal governo Draghi, con effetti quasi impercepibili, costa 3,2 miliardi.

Siamo già attorno ai 20 miliardi di promesse elettorali. E poi ci sono gli aiuti per le famiglie, per i divorziati, per la natalità...Arriviamo facilmente ai 25 miliardi. E poi c'è la promessa di portare la flat tax, a regime, per tutti, una cosa che costerebbe attorno ai 20 miliardi all'anno, anche con l'aliquota più alta proposta da Berlusconi. E arriveremmo a circa 37-38 miliardi di maggior spesa annua strutturale. E ancora, la proposta elettorale della destra sembra riproporre una qualche forma di bonus per l'edilizia...

E' inutile andare a Bruxelles a dire che la flat tax innesca maggiore crescita economica e riduce l'evasione, o che la riduzione dell'aliquota IVA produce maggiori consumi. Da questo orecchio non ci sentono (anche perché, dalla reaganomics in poi, le curve di Laffer funzionano malissimo). E' inutile pensare di recuperare risorse dall'abolizione del reddito di cittadinanza: la misura costa 8 miliardi all'anno. Basta appena a coprire la flat tax nella sua versione "mini".

Entro l'inverno, è probabile che ci sarà la bozza di riforma del Patto di Stabilità, che con l'incrinamento del rapporto strategico Francia-Italia impostato da Draghi rischia di essere una proposta piuttosto severa, che concederà al massimo qualche investimento strutturale extra deficit e ed un allentamento della regola del pareggio strutturale, introducendo tetti alla spesa corrente.

E' molto probabile, quindi, che il 60-70% delle promesse elettorali della destra sia semplicemente irrealizzabile perché non passerebbe il vaglio della Commissione Europea. I primi problemi con la Ue potrebbero arrivare già ad aprile, se nel nuovo DEF il nuovo Governo anticipasse questa roba qui. Arriverebbero "raccomandazioni" al ribasso durissime.

E poi c'è la promessa di "rivedere" il Pnrr, per togliere tassisti e balneari dalle riforme strutturali concordate con la Ue. Una revisione che ha zero spazi di negoziato. Le liberalizzazioni sono condizione sine qua non per l'erogazione delle rate del Pnrr e la Commissione considera il documento chiuso ed il negoziato finito.

Il capitolo di contrasto alle migrazioni è un altro specchietto per le allodole. La Libia è un Paese pericolosissimo in guerra civile, pensare di mettere hotspot a gestione europea, sostituendo i lager gestiti dai libici, è pura propaganda. Peraltro, le legislazioni di tutti i Paesi dell'Africa del Nord proibiscono di creare sul loro territorio aree a sovranità extraterritoriale gestite da stranieri. Il blocco navale può funzionare, ma se svolto soltanto dalla nostra Marina e Guardia Costiera è costosissimo, richiedendo quindi la collaborazione di altri Stati europei. Ma come dimostra l'esperienza di Frontex, si possono fermare le imbarcazioni soltanto nelle acque territoriali del Paese di partenza, che ovviamente sono gestite dalla Guardia costiera libica, corrotta e poco efficiente. Le imbarcazioni intercettate in acque internazionali, o ancora paggio nelle nostre acque territoriali, non si possono semplicemente prendere e riportare indietro. C'è una legislazione internazionale che impone di portarle nel porto più sicuro. Cioè o da noi o a Malta, ma a meno di non invadere militarmente La Valletta, i maltesi ci sentono poco da questo orecchio, ed i rimpatri sono costosissimi (un rimpatrio di massa di tutti i clandestini presenti in Italia costerebbe circa 3 miliardi) e non fattibili per ostracismo dei Paesi di origine, con i quali occorrerebbe fare ulteriori accordi economici molto onerosi per "ammorbidirli". Quanto poi a una revisione solidale di Dublino per redistribuire gli arrivi con gli altri Stati membri, possiamo anche dimenticarcelo. Con la politica dei porti chiusi di Salvini prima o poi ci scapperà il morto. E allora sì che il governo cadrà. E la pressione migratoria dall'Africa, sotto la spinta dei cambiamenti climatici, della accelerazione demografica e della povertà, crescerà inevitabilmente nei prossimi anni: le previsioni Istat parlano di circa 250-300.000 arrivi all'anno, a fronte dei 150.000 medi del periodo pre pandemico.

Una politica meramente repressiva, come quella della destra, sarà sempre più difficile da esercitare. Secondo l’IFs, entro il 2035 gli africani in povertà saranno 80 milioni in più rispetto a quelli attuali, a causa degli effetti di lungo periodo dell’epidemia di Covid sui tassi di crescita e sulle diseguaglianze di accesso ai servizi sanitari di base. Il 50% di essi avrà meno di 26 anni, quindi sarà in età da emigrazione. 118 milioni di africani saranno inoltre colpiti, entro il 2035, dagli effetti del cambiamento climatico, sotto forma di mancanza di acqua, desertificazione delle terre coltivabili, alluvioni, caldo estremo. E’ del tutto impensabile una politica di blocco che non sia seguita da interventi di sostegno allo sviluppo agricolo, economico, educativo, di institutional building,, infrastrutturale, a volta anche di pacificazione bellica, dei Paesi della fascia sub-sahariana, interventi che la nostra diplomazia può negoziare con i Paesi di partenza dei flussi in cambio di una politica di maggiore contenimento e disincentivo, materiale e culturale, all’emigrazione (anche utilizzando le reti della Chiesa ivi presenti). Interventi che, mirati a 5-6 Paesi principali di partenza e/o transito (Libia, Tunisia, Nigeria, Marocco, Bangladesh e Filippine per quanto riguarda l’Asia, considerando che il grosso dell’immigrazione, proveniente dall’Europa dell’Est, è più facilmente integrabile nella nostra società), potrebbero costare meno di un imponente sistema di blocco, repressione e rimpatrio.

Quanto alla riforma costituzionale, è molto improbabile che la destra abbia i numeri per farla da sola, poiché le proiezioni di voto parlano di un 61-62% di seggi, per cui dovrebbe convincere Calenda e Renzi, che modificherebbero in modo sostanziale i cardini stessi del progetto (essendosi peraltro dichiarati contrari al presidenzialismo), oppure affidarsi all'alea, molto rischioso, del referendum confermativo, che ha dimostrato quanto poco gli italiani apprezzino cambi profondi della Carta.

In breve: nel giro di un paio di anni al massimo, alla seconda legge di bilancio lontana dalle promesse elettorali, la destra rivelerà la sua incapacità di realizzare il suo programma, sarà commissariata di fatto da una nuova austerità, i suoi elettori saranno profondamente delusi, le scadenze per le varie tornate di voto amministrativo diverranno vie crucis, la Lega e i FdI inizieranno a farsi concorrenza ferocemente per scaricarsi a vicenda le responsabilità della mancata attuazione del programma, creando tensioni sempre meno gestibili dentro la maggioranza, e Berlusconi, incassato ciò che gli interessa (la nomina a Presidente del Senato e/o ruolo istituzionale equipollente ed una riforma restrittiva della giustizia che gli chiuda i processi residui) penserà a smarcarsi dal tandem Salvini-Meloni per evitare di condividerne la fine e collocarsi sul suo asse preferito di moderatismo. Seguito quasi certamente da Toti e Lupi, che da soli con la destra più estrema e senza la garanzia di Berlusconi hanno notevoli incompatibilità.

A quel punto, anche se FdI e Lega, insieme, dovessero ancora conservare una maggioranza parlamentare di misura, essi sarebbero di fatto commissariati dall’Europa e in caduta libera di consensi, con un esecutivo molto fragile e sottoposto ai diktat di singoli parlamentari, di fatto ingestibile. La fine sarebbe prossima, e con essa l’avvento di un nuovo governo tecnico sarebbe pressoché certo. Evidentemente, il perno di tale nuovo governo sarebbe il Pd, che si è infatti preparato la coalizione (o ha cercato di farlo, nel tentativo fallito di imbarcare Calenda) per farsi trovare pronto ad un nuovo esecutivo tecnico, cui persino FdI, con la svolta moderata, atlantista, europeista e “antifascista” che la Meloni sta dando al suo partito, potrebbe partecipare, rendendo meno amaro il fallimento del suo tentativo politico.  

martedì 12 luglio 2022

L'Argentina in un tunnel senza fine

 


L'Argentina è di nuovo nell'inferno. Migliaia di persone ieri hanno manifestato contro l'accordo con il Fmi per la ristrutturazione di un maxi prestito di 440 miliardi di dollari concesso, ad un tasso usurario del 7% (in un mondo in cui i tassi erano negativi), al precedente governo liberista di Macri.

Il ministro dell'economia Guzman, che ha firmato l'accordo di ristrutturazione a marzo, fedelissimo dell'attuale presidente Fernandez, un peronista moderato e centrista, si è dimesso, lasciando il posto ad una sodale della vicepresidente Cristina Fernandez. Con la vittoria elettorale peronista di fine 2019, il nuovo governo ha ereditato una economia in recessione da due anni anche per colpa della siccità del 2018, un disavanzo primario di bilancio del 2,2% del Pil ed un tasso di inflazione del 53%. Un quadro di destabilizzazione, aggravato dal fatto che, per sostenere il bilancio pubblico, il precedente governo Macri aveva contratto un maxi-debito di 66 miliardi di dollari posto, con la scusa di voler rassicurare gli investitori stranieri, sotto legislazione statunitense, quindi immediatamente a rischio di pronuncia di default sovrano da parte di qualsiasi tribunale Usa.
È stato necessario quindi rinegoziare immediatamente tale debito nei confronti dei creditori internazionali. La rinegoziazione ha avuto successo, comportando il riscadenzamento delle rate, il taglio del 50% degli interessi ed un haircut dell'1,9% sul valore del capitale.
Ma in conseguenza di ciò i mercati hanno perso fiducia nel Paese ed hanno disinvestito massicciamente, producendo una caduta del tasso di cambio del peso del 50% rispetto al dollaro (sul mercato nero, il cosiddetto "blue dollar", dove avvengono le transazioni maggiori) e la fuoriuscita dell'Argentina dai mercati finanziari, con la necessità di monetizzare il debito tramite emissione di moneta fino al 7,4% del Pil.

Andamento svalutativo del peso rispetto al dollaro sul mercato parallelo

Accelerazione della creazione di massa monetaria per finanziare il Tesoro


Tasso di inflazione in Argentina


Tale inondazione di moneta ed il crollo del tasso di cambio hanno continuato ad alimentare l'inflazione, nonostante il controllo statale dei prezzi dei beni primari. Il tasso di inflazione è attualmente al 48%.
In un Paese fra i più colpiti al mondo dal Covid, messo in ginocchio, nonostante le sue potenziali risorse petrolifere (sottovalorizzate dalla lunga fase di privatizzazione) dall'aumento dei prezzi dell'energia, le stime per il 2022 scontano un forte rallentamento della crescita (il 3-4% a fronte del 10,3% del 2021) ed un ulteriore aumento del rapporto debito/Pil fino al 90%, con un disavanzo primario al 2,5% del Pil che evidenzia il disordine della gestione del bilancio. L'inflazione da costi è schizzata al 66%, mentre i tetti sui prezzi dei beni primari hanno disincentivato la produzione agroalimentare ed energetica, producendo vere e proprie penurie di beni e di elettricità e fenomeni di accaparramento e speculazione sulle merci.

Disavanzo primario in % del PIL


In queste condizioni, evidentemente, era necessario rinegoziare anche l'accordo con il Fmi, divenuto rapidamente non più rimborsabile.
Tale accordo prevede, a fronte di un riscadenzamento delle rate di un debito impagabile e del calo al 3% del suo servizio, un pesantissimo taglio della spesa pubblica, che deve condurre, nel giro di un anno, il disavanzo primario di bilancio dal 2,5% del Pil all'1,9%, fino ad azzerarlo nel 2024.
Il problema è che il 70% del bilancio federale argentino è assorbito da pensioni e sussidi sociali, in un Paese in cui il 38% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Comprimere le spese per sussidi, come voleva fare Guzman su indicazione del Fmi (anche se, a onor del vero, la proposta di tagli era modulata in base agli scaglioni di reddito) può rischiare di gettare nell'indigenza la metà della popolazione e oltre.

Composizione % del bilancio federale argentino per voce di spesa


In una lotta politica interna al peronismo, in vista delle elezioni del 2023, la Kirchner, contrapposta a Fernandez, ha per settimane chiesto pubblicamente, ed infine ottenuto, la testa di Guzman, additato a nemico del popolo.
La nuova ministra, di fede kirchnerista, però, un'ora dopo essere stata nominata, si è attestata esattamente sulla stessa linea del suo predecessore: garanzia del rispetto dell'accordo sottoscritto con il Fmi, presentazione di un primo pacchetto di tagli di spesa concentrato su stipendi ed incarichi pubblici, previsione di aumento dei tassi di interesse ufficiali per raffreddare l'inflazione, fine della monetizzazione del debito.
Evidentemente, la sostituzione ai vertici del Ministero è solo il frutto di una lotta politica fra l'anima conservatrice e quella radicale del peronismo, in vista delle elezioni del 2023, in cui la Kirchner sta progressivamente demolendo il suo avversario interno, il presidente Fernandez.
Altrettanto evidentemente, e questa è la lezione più triste, un Paese nel caos finanziario e senza una base produttiva sufficientemente sviluppata e diversificata non ha alternative al default ed alla ristrutturazione economica e sociale, checche' ne dicano i teorici della monetizzazione dei debiti, della Banca centrale prestatrice di ultima istanza, del controllo statale dei prezzi o del ripudio del debito.
Una sinistra popolare che si trova a governare una situazione simile ha, purtroppo, una sola strada: una redistribuzione sociale dei sacrifici che sia la più equa possibile,. Ad esempio:
- facendo pagare di più chi ha più risorse,
- razionalizzando la selva dei sussidi in modo da mantenere in piedi quelli selettivamente più efficaci nel rispondere al disagio sociale reale, eliminando quelli inefficaci e/o poco equi e riorientando parte di questi alla creazione di occupazione piuttosto che alla sola assistenza,
- migliorando l'efficienza della spesa, riducendo quella socialmente regressiva (ad esempio la Difesa o i consumi intermedi della Pa) e riorientando parte dei risparmi a quella progressiva (sanita', scuola)
- potenziando la capacità di raccolta delle imposte, con una lotta ferocissima e repressiva al lavoro nero (molto diffuso in Argentina),
- tenendo d'occhio le proiezioni di cassa prima della competenza nel decidere le spese pluriennali,
- riducendo la spesa per interessi sul debito pubblico costruendosi una reputazione di affidabilità sui mercati finanziari,
- spostando il carico fiscale dal lavoro al patrimonio, anche con controlli più severi sui movimenti di capitale.
L'unica strada, in sostanza, è quella di stabilizzare l'economia ed i conti pubblici nel modo più equo possibile, senza contrabbandare locas pasiones e sogni da descamisado. Alterum non datur.
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lunedì 13 giugno 2022

Qualche lezione da trarre dalla sinistra francese (o anche da Lisbona?)

 



Va premesso che l’Italia non è la Francia, da noi la protesta di piazza è culturalmente meno frequente e si vede prevalentemente per rivendicazioni ideologicamente affini alla destra, come quelle verificatesi contro la supposta “dittatura sanitaria” all’epoca del Covid, che non c’è una emigrazione di seconda generazione, con diritto di voto, così ampia come in Francia, che la componente giovanile della popolazione non è così importante (l’età media della popolazione francese è di 41 anni, in Italia supera i 46) e che in Francia ci sono spazi, di sovranità nazionale e di bilancio pubblico, per mantenere uno Stato sociale molto generoso, da noi pressoché estinto, alimentando una possibile rivendicazione di espansione della spesa pubblica sociale che da noi è più difficile.

Va anche premesso che la sinistra riformista francese (cioè il Psf) non ha mai realizzato una operazione di trasformismo politico come quella del Pd, che ha spostato i termini della piattaforma programmatica della sinistra italiana verso assetti tipici del liberismo economico, prosciugandone la capacità di rimanere aderente ai suoi ceti sociali di riferimento.

Infine, la Francia rurale profonda, quella delle aree interne, è tradizionalmente, storicamente, innervata di istanze socialiste e anarcoidi, a differenza della dorsale montana e rurale italiana. Nelle aree montane e collinari del Sud, della Linguadoca, dei Pirenei, aree rurali povere e in degrado demografico, Mélenchon conquista più voti che non nelle città industriali in declino del nord est.

Tutte queste premesse, ovviamente, sono necessarie, perché contribuiscono a spiegare il fenomeno-Mélenchon, che da noi non c’è. Come certifica l’analisi della composizione elettorale degli Insoumis fatta dall’istituto Jean Jaurès, per Mélenchon votano in massa immigrati (soprattutto islamici) di seconda o terza generazione e giovani. Due beni che in Italia scarseggiano.

Detto questo, Mélenchon vince per delle caratteristiche per così dire innovative de suo movimento, che possono così riassumersi:

-          Un forte ancoraggio alla tradizione di sinistra della lotta di classe, senza però un identitarismo legato a schemi, simboli o linguaggi vissuti dall’elettorato, a torto o a ragione, come obsoleti. Il linguaggio politico è scevro da richiami al marxismo ortodosso o a terminologie del secolo passato. La stessa lotta di classe viene proposta in termini di “eguaglianza”, “protezione dei più deboli”, ecc.;

-          Il pieno sdoganamento del populismo: il programma viene costruito attraverso una sorta di “Parlamento della società” in cui esponenti del terzo settore, dell’associazionismo politico, del movimentismo, portano i loro contributi in forma orizzontale, mentre il leader opera la sintesi, ricercando quei significanti che l’offerta politica della sinistra lascia scoperti. Per fare ciò, strizza l’occhio all’ampio spettro del ribellismo sociale (un po' come il grillismo della prima ora), anche a movimenti innervati e/o partecipati dalla destra, come i gilets jaunes, a istanze sovraniste ed anti-Nato, fino ai movimenti per la casa (altra grande differenza con l’Italia, in Francia solo il 58% della popolazione è proprietaria di casa, a fronte del 73% italiano – il tema dell’accesso alla casa è quindi molto sentito) oscillando dalla Nouvelle Droite di de Benoist fino alla sinistra radicale tradizionale;

-          La centralità programmatica delle tematiche ambientali, redistributive, pacifiste, democratiche, femministe ed antirazziste, in una narrazione che poggia sull’anticapitalismo e l’antiliberismo, che però strizza l’occhio anche a temi di interesse del ceto medio impoverito e persino del c.d. “ceto medio istruito”, che tradizionalmente vota per il Psf o anche per Macron (controllo dei prezzi dell’energia, animalismo, ma anche diritto all’eutanasia, laicismo moderato che rispetta i diritti religiosi degli immigrati, soprattutto islamici, ma anche potenziamento della sicurezza pubblica con aumento degli effettivi di polizia, creazione di una polizia di prossimità, di una polizia specializzata nei crimini su donne e minori). Infine, Mélenchon non rinuncia, come fa certa sinistra, a stimolare il lato patriottico dei francesi, con una retorica nazionale non dissimile da quella della destra repubblicana;

-          Il ruolo centrale del leader, che può fare leva su una coerenza e credibilità assoluta (ciò che manca agli oscillanti leaderini della sinistra italiana);

-          In misura molto rilevante, la lontananza senza compromessi dal riformismo liberista del Ps o del macronismo, senza accordi politici ed elettorali, senza “campi larghi”, alla ricerca di un posizionamento politico autonomo fra il sovranismo di destra e il liberismo del resto dello spettro politico francese.

Tutto ciò consente a Mélenchon, sempre secondo le analisi dell’istituto Jean Jaurès, di catturare un consenso trasversale alla società, non solo radicato nelle classi sociali di riferimento tradizionale della sinistra. Se il 27% degli operai vota per lui, altrettanto viene fatto dal 22% dei commercianti e artigiani e dal 21% dei quadri e delle professioni intellettuali (cfr. https://www.jean-jaures.org/publication/larchipel-electoral-melenchoniste/ ).

E’ necessario, ovviamente, vedere come tale piattaforma interclassista ed orizzontale possa resistere alla prova del governo, o comunque di un accordo politico di qualche tipo con il macronismo. Spesso tali costruzioni reggono meglio la fase della protesta che quella del governo. Però sembra chiaro che un a-identitarismo che non scade nel negazionismo delle proprie origini, rivestendole di una simbologia ed una dialettica moderne, connotato da contenuti interclassisti, basato su una struttura populista e partecipativa, con una leadership non compromessa, coerente e credibile, è senz’altro molto efficace nella fase della conquista del potere.

E poi? E poi, nella fase in cui il potere è conquistato e si deve governare, sarebbe utile guardare a Lisbona, specie per un Paese ad elevato debito pubblico come l’Italia che, comunque, deve mettere il controllo dei parametri di finanza pubblica fra le sue priorità. E qui il riferimento non è più a costruzioni precarie e isolate nel massimalismo come il Bloque de Esquerda, ma all’intelligente riformismo di Costa, che ha saputo coniugare una austerità i cui costi sono stati ripartiti in misura equa, gravando sui ceti più ricchi in misura senz’altro maggiore che in Italia, con misure progressiste, come l’aumento dei salari minimi, delle case popolari, degli investimenti sanitari, l’introduzione dell’orario legale di lavoro a 35 ore, il ritorno alle assunzioni nella P.A., ecc. ma questo è un altro capitolo. Questo richiede un assetto partitico forte ed una guida condivisa e collettiva. Una selezione politica delle classi dirigenti. Un radicamento sociale robusto e di lunga durata.  

domenica 8 maggio 2022

I conti sulle reali perdite dell'esercito russo e le opzioni militari e politiche di Putin



In base alle fonti dell'ISW e del Ministero della Difesa britannico, la Russia avrebbe immesso nella cosiddetta operazione militare speciale fra i 10.000 ed i 12.000 mezzi di vario genere di cui circa 1.700 carri armati. 

Le stime più o meno indipendenti sulle perdite di equipaggiamento russo, come quelle derivanti da Oryx, opportunamente attualizzate, segnalano quasi 2.000 veicoli blindati, dei quali circa 630 carri armati, distrutti o catturati dagli ucraini, cui occorre aggiungere la perdita di 103 camion da trasporto truppe e materiali, 107 pezzi di artiglieria campale o da traino, 62 lanciarazzi multipli, 58 sistemi missilistici terra-terra mobili e circa 200 altri veicoli di supporto. All'incirca, 2.500 mezzi sono andati persi, ovvero il 22-23% della forza totale (37% nel caso dei carri armati). 

Con un calcolo così, il profano potrebbe dire che l'esercito russo ha spazi infiniti per continuare la guerra. Intanto perché la sua forza di invasione attuale ha ancora a disposizione il 77-78% dei mezzi e il 63% dei carri armati. E poi perché le riserve russe in retrovia sono enormi. Sulla base della stima di Forces.net, la Russia potrebbe ancora schierare 1.200-1.300 carri armati aggiuntivi, quasi 4.000 altri mezzi blindati di supporto alla fanteria, altrettanti pezzi di artiglieria, semoventi, trainati o campali. Tutti equipaggiamenti attualmente in riserva e non ancora utilizzati in Ucraina. 

Tuttavia, non è questo il calcolo corretto da fare. Un sistema d'arma non ha senso se non è inserito dentro una unità, all'interno cioè di una organizzazione militare. Da questo punto di vista, l'unità organizzativa di base delle forze d'assalto russe è il battaglione tattico da combattimento, il BTG, una sorta di divisione "in miniatura", che include fanteria motorizzata, forze corazzate, artiglieria, forze missilistiche, contraerea e reparti di supporto, in grado, virtualmente, di operare in autonomia (così non è stato, e questo spiega gran parte del fallimento militare russo). Si stima che l'esercito russo disponga di 168 BTG, e ne abbia impegnati in Ucraina  il massimo possibile, stanti le capacità logistiche della Russia, ovvero 100 (i migliori, che hanno già esperienza di combattimento, tratti dalle Armate Combinate più prestigiose e beneficiarie dei principali ammodernamenti).

Una stima dell'Esercito statunitense evidenzia che vi è una soglia critica, in termini di perdite di equipaggiamento, oltre la quale un BTG diventa inoperativo: un manipolo di soldati e equipaggiamenti residui che, però, avendo perso una frazione rilevante del proprio armamento, non è più in grado di operare in modo coeso come BTG. Tale soglia si aggira attorno al 30%. Poiché le cifre sopra indicate (23% circa di mezzi persi, 37% di perdite fra le forze corazzate) sono delle medie, è ovvio che vi sia un certo numero di BTG non più in grado di operare. Quanti sono? Difficile saperlo. Gli ucraini dichiarano che 60 BTG, ovvero il 60% della forza, non sono più in grado di operare. Ma si tratta evidentemente di cifre gonfiate dalla propaganda.

Poiché un BTG è composto da circa 800 uomini, e le stime migliori parlano di circa 15.000 russi morti e altri 50.000 feriti o prigionieri, e poiché tali perdite non sono tutte concentrate nei BTG (hanno perso uomini anche le forze speciali, la fanteria di Marina, la Guardia nazionale, il personale logistico e di supporto) è possibile stimare che i BTG non più in grado di operare siano una quarantina, ovvero il 40% della forza totale schierata dai russi. 

Quindi, in termini di effettiva capacità di combattimento, le forze di invasione russe potrebbero aver perso il 40% del proprio potenziale nel giro di due mesi e mezzo di guerra. Con un ritmo simile, anche volendo sostituire i BTG persi con i 68 ancora in riserva, con altri otto-nove mesi di guerra Putin avrebbe bruciato tutte le sue forze. Anche perché un BTG degradato al punto da aver superato la famosa soglia del 30% di equipaggiamenti distrutti deve essere riattrezzato con nuovi uomini e mezzi, o fuso con altri BTG degradati. In entrambi i casi, è necessario un periodo di addestramento di numerosi mesi, indispensabile per creare la coesione e l'affiatamento interno all'unità e ricostruirne la catena di comando. I pochi giorni concessi da Putin ai BTG ritirati dal fronte di Kiev e dal nord dell'Ucraina, presumibilmente gravemente degradati, non sono sufficienti, ed infatti l'avanzata russa  nel Donbass, in questa seconda fase della guerra, è pressoché insignificante. 

Ed il rischio per la Russia è che, a partire da giugno-luglio, gli ucraini, opportunamente riarmati dalla Nato, passino ad una offensiva generale, i cui prodromi si vedono già sul fronte di Kharkhiv, dove l'offensiva ucraina ha respinto le forze russe fuori dalla gittata dell'artiglieria (cioè oltre i 20 chilometri dalla città) e rischia persino di mettere a repentaglio la linea di approvvigionamento principale dei russi, che da Belgorod arriva ad Izyum, attraversando l'oblast di Kharkhiv. 

A questo punto, lo Stato Maggiore russo ha due sole opzioni:

a) ridurre le perdite al minimo, passando da una posizione offensiva ad una difensiva, scavando trincee, minando il terreno, stendendo le linee spinate elettrificate, interrando obici e carri armati, per tenere la porzione di territorio già conquistata, magari provando ad ampliarla ancora, se possibile, con una offensiva di altri due o tre mesi;

b) continuare nella guerra offensiva, ma a questo punto diviene fondamentale dichiarare formalmente la guerra all'Ucraina, in modo da poter passare alla mobilitazione generale, per poter mobilitare una forza umana di quasi 2 milioni di riservisti, oltre agli ingenti armamenti in riserva (obsoleti tecnologicamente, ma funzionanti, almeno in teoria) creando e rigenerando in continuo nuovi BTG o BTG degradati, mantenendo quindi in Ucraina la forza attuale (che, come detto, è il massimo possibile che la logistica russa può consentire) magari sperando, nel medio termine, di ricevere nuovi e più moderni sistemi d'arma dalla Cina, con cui Mosca ha appena stipulato un trattato di cooperazione militare. 

Resta però un fatto indiscutibile: con l'opzione b), Putin deve rinunciare alla retorica dell'operazione militare speciale e passare alla guerra totale. Cioè ammettere davanti al suo popolo che l'intervento militare è fallito, e che occorre passare ad una scala di conflitto più ampia. E' probabile che il popolo russo, la Russia profonda, lo segua ancora, ma con la riserva mentale con cui si segue un comandante che ha già un fallimento alle spalle. 



sabato 23 aprile 2022

Il DEF delle meraviglie

 



Il Governo incassa, come prevedibile, l’approvazione di un Def 2022 basato su ipotesi macroeconomiche, e quindi previsioni tendenziali e programmatiche, piuttosto fuori dalla realtà. In un documento che sembra una favola per bimbi, si stima un andamento della crescita tendenziale (cioè a politiche invariate[1]) pari al 2,9% nel 2022, al 2,3% nel 2023 ed all’1,8% nel 2024, con il Pil 2025 che dovrebbe poi attestarsi su quella che, con la metodologia dell’output gap, è considerata la crescita potenziale dell’economia italiana, ovvero l’1,4%, nel 2025 8con ciò ammettendo implicitamente che la spesa del Pnrr non produrrà alcun “salto” strutturale della crescita italiana verso livelli più alti, ma solo la difesa della crescita possibile attuale).

Mentre il crollo della produzione industriale nel primo trimestre ci avvia sulla strada di una imminente recessione tecnica, il Fmi inizia già a correggere il tiro delle previsioni governative: il Pil italiano del 2022 non crescerà oltre il 2,3%, ovvero 0,6 punti in meno rispetto alla stima del Mef, e la crescita sarà dell’1,7% nel 2023, anche in questo caso 0,6 punti sotto la stima del Governo. Il tutto in uno scenario in cui la guerra in Ucraina si fermi nei prossimi mesi facendo calare significativamente i prezzi dell’energia, non vi siano recrudescenza pandemiche e le politiche monetarie restino su un sentiero moderatamente espansivo dal lato dei tassi di interesse. Cioè se si verificherà uno scenario surreale. Diversamente, le stime saranno necessariamente ancora più basse.

Evidentemente, con le cifre di quadro macroeconomico sbagliate, il dato tendenziale del disavanzo rispetto al Pil esposto dal Def è privo di fondamento: il governo prevede una crescita che non ci sarà, in grado di far scendere il disavanzo tendenziale dal 5,1% del Pil nel 2022 al 2,5% nel 2025, pur conservando un “tesoretto” pari a mezzo punto di Pil da destinare a misure espansive nel corso di quest’anno.

Molto più affidabilmente, per effetti legati alla minore crescita rispetto alla previsione e per i conseguenti effetti indotti della minor crescita sui conti pubblici, ci troveremo, nel 2022, con un deficit/Pil (tendenziale) attorno al 6% del Pil (comunque in discesa dal 7,2% del 2021) ed un debito/Pil (tendenziale) del 148-149% del Pil, rispetto al 150,8% del 2021.

Se poi nel 2023, insieme all’abbandono da parte della Bce del programma Pepp a sostegno del servizio del debito, dovesse essere ripristinato il Patto di Stabilità “as it is” (ma non c’è troppo da preoccuparsi: persino i falchi olandesi stanno cedendo ad una ipotesi di rinvio per tutto il 2023 e la Yellen, proprio ieri, in cambio dell’aiuto italiano al massacro ucraino, ha detto che dal punto di vista suo e del vecchio zio Joe il Patto di Stabilità va rivisto per rendere più flessibili le possibilità di fare investimenti) l’Italia andrebbe dritta al default.

Anche perché lo scenario di debito pubblico da mancanza di gas stimato dal Def, qualora Putin si seccasse delle nostre continue donazioni di armi agli ucraini, farebbe schizzare il debito pubblico al 152,6% del Pil nel 2023 (più affidabilmente il 153-154% considerando i sopra rammentati errori nelle previsioni del Pil), cioè un livello analogo a quello dell’anno della pandemia. E’ chiaro che i mercati finanziari trarrebbero le loro conseguenze da un livello di debito/Pil che non scende nemmeno con il rimbalzo del ciclo del 2021/2022.

Ma come detto, non preoccupiamoci troppo. A costo di dolorose riforme strutturali, lo stellone si salverà nuovamente. Vediamo invece gli obiettivi di policy, cioè la componente programmatica del Def. Il “tesoretto” per il 2022, guadagnato grazie ad una crescita di fine 2021 superiore alle attese, e pari a mezzo punto di Pil, dovrebbe essere destinato ad interventi urgenti (ed a impatto zero sul bilancio, poiché derivanti dall’extracrescita del 2021) per il sostegno a famiglie ed imprese alle prese con il caro-energia. Nel primo semestre, sono stati adottati interventi per 14,7 a sostegno delle imprese energivore e del settore dell’autotrasporto. Si aggiungono ulteriori interventi in favore di specifiche categorie (contributi a fondo perduto e sostegno della liquidità delle imprese), quelli per coprire parte dei costi di Regioni ed enti locali e quelli per il settore della sanità (nel complesso, per ulteriori 4,1 miliardi nel 2022). Il tutto basterebbe a coprire, come ammette lo stesso Governo, solo un quarto della maggiore bolletta energetica di imprese e famiglie, con il che, evidentemente, si rileva che senza uno scostamento di bilancio per ulteriori 45-50 miliardi, la sportiva partecipazione al disastro ucraino costerà migliaia di imprese in fallimento ed un ulteriore aumento del trend della povertà. A fronte di ciò, si prevede un modesto intervento urgente (da attuarsi ad aprile) pari a mezzo punto di Pil, ovvero 9,4 miliardi, poi scesi ad 8 nel recentissimo dl appena approvato, lontanissimi cioè dal fabbisogno reale dell’economia, per il sostegno alle bollette elettriche ed al settore energivoro, il rifinanziamento delle garanzie alle imprese ed alcune misure di carattere sanitario.

Quello che invece esiste nelle ipotesi programmatiche del Def è quanto segue:

-         Un rallentamento della crescita nominale della spesa pubblica di parte corrente a partire dal 2022, che si attesterà a +3%, a fronte del +5,1% del 2021, il che in termini reali, considerando un deflatore programmatico del 3%, significa una crescita nulla della spesa corrente per il 2022 ed una riduzione (cioè un nuovo ciclo di austerity) di circa 20 miliardi a partire dal 2023, a fronte di aumenti di spesa in conto capitale, per investimenti fissi lordi, per circa 10 miliardi reali nel solo 2022 (al netto dell’inflazione) e di ulteriori 15-20 miliardi circa nel 2023, anche grazie al Pnrr;

-     Una pressione fiscale sostanzialmente immutata al di sopra del 43% del Pil, nonostante la riforma fiscale (ancora in discussione parlamentare, peraltro), che a regime avrebbe un effetto limitato, di circa 0,4 punti di Pil, su tale parametro, che rimane ancora fra i più alti del mondo occidentale;

-         Spese welfaristiche strutturali in riduzione rispetto al Pil, anche se ovviamente in aumento in termini di valori assoluti: la spesa sanitaria passerebbe, entro il 2025, dal 6,5-7% del Pil degli anni pre-Covid al 6,2%, con un aumento annuale del suo valore assoluto reale di circa 1,1 punti (dando ovviamente per buone le trionfalistiche previsioni sulla crescita del Pil formulate dal Governo). Parimenti, la spesa per istruzione passerebbe dal 4% del Pil nel 2020 al 3,5% al 2025, con un incremento di spesa reale dello 0,7% all’anno. La spesa previdenziale, infine, passerebbe dal 17% del Pil al 2020 al 16,1% nel 2025, con un incremento di spesa reale di 1,3 punti all’anno (come effetto, da un lato, di maggiori pensionamenti anticipati legati alle code di “quota 100” e “quota 102” e dall’altro di una crescita delle indicizzazioni delle pensioni vigenti). Naturalmente, è appena il caso di precisare che, se anche le spese sociali, dell'istruzione e sanitarie crescono in valore assoluto, la loro riduzione in termini di incidenza sul Pil segnala scelte redistributive della nuova ricchezza creata di tipo regressivo;

-      Grazie al cielo, i proventi da privatizzazione sono considerati pari a zero nel triennio, quindi si spera che il Governo non intenda procedere nelle sue intenzioni di privatizzare pezzi di industria militare come Oto Melara.  

Su tutto questo, si è abbattuta una mozione di maggioranza, in sede di approvazione parlamentare del Def, che dovrebbe impegnare il governo ad un eventuale scostamento di bilancio ulteriore nel 2022, utilizzando “gli spazi derivanti dalla manovra (che per gli errori nelle previsioni troppo ottimistiche del Pil non ci saranno, ndr) per nuove iniziative espansive disponendo ulteriori interventi per contenere l’aumento dei prezzi dell’energia nonchè mediante la revisione del sistema dei prezzi di riferimento e dei carburanti, assicurando la necessaria liquidità alle imprese mediante la concessione di garanzie”. Tale risoluzione prevede anche alcuni interventi specifici (la proroga del superbonus alle villette, l’ampliamento del bonus sociale, la prosecuzione degli esoneri contributivi per donne e giovani neoassunti.

E’ naturalmente del tutto futile dire che tale mozione di maggioranza, essendo impegnativa solo sotto il profilo politico e morale, non verrà implementata dal Governo, che era contrario, anche perché, per l’appunto, non ci sono margini finanziari, per cui resterà l’impianto di un Def francamente anche difficile da interpretare, perché basato su un quadro macroeconomico ottimistico e farlocco, che però dal 2023, a prescindere da qualsiasi dibattito sul Patto di Stabilità, reintrodurrà forme di austerità sulla spesa corrente e di riduzione del debito, anche se, per fortuna, ed almeno in termini previsionali, la spesa in istruzione e sanità continuerà a crescere in valore assoluto (la riduzione dell’incidenza sul Pil si applica su un Pil di dimensioni maggiori), insieme agli investimenti fissi lordi, alimentati dal Pnrr.

Va infatti evidenziato che le linee-guida della Commissione Europea per il 2023, che sono state scritte a prescindere da quello che sarà il destino del Patto di Stabilità, e che valgono anche nell’ipotesi, più che probabile, di un suo ulteriore congelamento, stabiliscono che occorre:

i)      assicurare il coordinamento a livello europeo e realizzare un mix coerente di politiche tale da rispettare le esigenze di sostenibilità e quelle di stabilizzazione

ii)    garantire la sostenibilità del debito pubblico attraverso un aggiustamento di bilancio graduale, attento alla qualità della finanza pubblica ed alla crescita economica;

iii)  promuovere gli investimenti e la crescita sostenibile, dando priorità alla transizione verde e digitale.

 

In particolare, gli stati membri ad alto debito, come l’Italia, dovranno ridurre lo stesso, realizzando un aggiustamento di bilancio già a partire dal 2023 (anche se non viene dato un target quantitativo, ma saranno comunque formulate raccomandazioni in termini di contenimento della spesa pubblica ordinaria). Come dire…un Patto di Stabilità senza il Patto di Stabilità, con il beneficio di una previsione di riduzione del debito di tipo qualitativo e senza (ancora) l'infernale meccanismo del ritmo di riduzione di un ventesimo all'anno prestabilito dal Six Pack! Di conseguenza, il Def non può che ricalcare tale tendenza.



[1] In questa nota, per semplicità, gli scenari “a legislazione vigente” ed a “politiche invariate” sono usati come sinonimi, perché gli scostamenti fra i due sono molto limitati (sono nulli nel 2022 e pari a 0,1 punti di Pil sul lato delle entrate ed a 0,3 punti di Pil su quello delle spese per il 2023).


sabato 16 aprile 2022

Qualche esercizio di previsione di possibili scenari.

 

E’ sempre, ovviamente, difficile fare previsioni, ma qualche elemento sugli assetti socio-economici futuri sembra emergere per possibili riflessioni. Ovviamente tutto parte dall’esito prevedibile del conflitto in atto.

L'esito del conflitto russo-ucraino è oramai concentrato sul versante delle aree in mano ucraina del Donbass. Il suo risultato è veramente appeso ad un filo e molto dipende da chi dei due fra Ucraina e Russia riesce a riorganizzarsi per primo: oltre agli insostituibili sistemi portatili antiaerei ed anticarro, l'Ucraina ha bisogno di armi pesanti e mobilità, quindi Acv (già pervenuti dall’Australia, mentre gli Usa ne hanno promesso altri), carri armati, artiglieria di lunga gittata (gli USA dovrebbero inviare alcuni Howitzer), lanciarazzi, munizioni loitering, come il centinaio di droni-kamikaze Switchblade già istradati, che forse diverranno 300, e sistemi di difesa aerea e costiera di lungo raggio, insieme ad un kit di nuovi radar di sorveglianza e guida delle armi; in prospettiva avrà necessariamente bisogno di cacciabombardieri, quindi dei Mig 29 dei Paesi ex Patto di Varsavia inizialmente proposti e poi non forniti, e di elicotteri da trasporto e da attacco (gli USA hanno già promesso di fornire i Mi-17). Tutto questo richiede tempo, perché i donatori devono decidere di agire, raccogliere le armi necessarie, sostituirle con altre e inviarle, e i riceventi devono integrarle nel loro dispositivo di difesa. E poi gli ucraini devono ulteriormente potenziare le posizioni sulla già fortificatissima linea Izyum-Sloviansk, su Rubizhne (a protezione della città capoluogo, ovvero Severodonetsk), sull'area di Kherson-Mykolaiv e di Zhaporizhia-Dnipro-Kyyvi Riv, nonché nel saliente di Popasna. È in queste aree che si deciderà la guerra, dando ormai Mariupol per persa. Questo implica spostare truppe da altri luoghi e amalgamarle in modo coerente con quelle già presenti, ed anche questo richiede tempo e capacità organizzativa.

La Russia, dal canto suo, ha bisogno di tempo per riorganizzare e preparare una nuova forza: secondo una stima del Pentagono riportata dal Guardian, su 128 battaglioni tattici da combattimento di cui dispone l’Armata russa, circa 37-38 sono stati decimati e sono inutilizzabili. Le stime indipendenti, come quelle condotte da Oryx, parlano di perdite molto gravi: almeno 45.000 militari morti, dispersi o feriti in modo grave, fra i quali almeno 8 alti ufficiali del Comando supremo, 2.500 veicoli blindati o pezzi di artiglieria, di cui almeno 480 carri armati, distrutti, circa 20 aerei, 30 droni e altri 35 elicotteri abbattuti, 4 navi perse, fra le quali anche l’incrociatore Moskva, nave ammiraglia della Flotta del Mar Nero, due terzi delle scorte di missili terra-terra ad alta precisione Iskander. Una ecatombe, che l’industria militare russa, già rallentata dalle difficoltà del bilancio dello Stato, impiegherà molto tempo per coprire.

Occorre ricostruire nuove unità di combattimento fondendo unità logorate ed elementi nuovi venuti per sostituire le perdite, ed addestrarle a operare congiuntamente, il che richiede tempo. Anche le unità integre e fresche appena giunte, soprattutto dall'estremo oriente o dalle aree di peace keeping, vanno addestrate perché non hanno esperienza di combattimento. Le unità esperte sono già state buttate in guerra ed hanno subito perdite tremende. Si parla di battaglioni ricostituiti con appena 300 unità, delle 800 standard. Fra forze già operanti nell’area del Donbass e del sud e rinforzi pervenuti, si parla di circa 10-20.000 uomini, una forza ampiamente insufficiente a raggiungere obiettivi ambiziosi, quali la conquista dell’intero Donbass e di Odessa. Tra l’altro molte di queste unità sono logorate dai combattimenti.  Le stesse truppe russe in Transnistria sono composte da 2.000 uomini con armamento leggero, quindi non costituiscono una minaccia reale. E’ ovvio che sarà necessario altro tempo per ammassare e preparare nuove risorse.

Inoltre bisogna riorganizzare tutta la catena di comando, amalgamando unità che provengono da distretti diversi e sono state poste agli ordini del nuovo comandante generale sul campo. Bisogna organizzare meticolosamente la logistica, anche ricostruendo infrastrutture danneggiate, onde evitare la figura di merda della precedente offensiva. E risolvere i problemi di coordinamento fra esercito ed aeronautica.

Chi dei due arriva per primo a risolvere le sue questioni avrà un vantaggio decisivo. Quindi il fattore tempo è fondamentale, insieme a quello della potenza di fuoco che si può mettere insieme e della mobilità (sarà una offensiva di movimento, almeno in una prima fase, in cui i russi tenteranno, una volta consolidata la conquista di Mariupol, di risalire da nord verso Zhaporizhia e di scendere da sud verso Severodonetsk, per chiudere in una sacca le potenti difese ucraine, che avranno bisogno di mobilità per riposizionarsi).

Secondo valutazioni specialistiche, quali quelle dell’IFW, dopo un primo avanzamento russo, o gli ucraini riusciranno nuovamente ad impantanare l'esercito di Mosca, oppure, se dovessero essere travolti, riusciranno ad organizzare una resistenza molto tenace ed efficace. Già nelle aree meridionali conquistate dai russi, ed in particolare su Kherson, accanto alla protesta civile si stanno muovendo gruppi di resistenza armati che colpiscono le code dei convogli russi, producendo danni.  

In entrambi i casi, i russi saranno costretti a restare impegnati sul terreno per molto tempo, per anni, o in una guerra di trincea logorante, o in una guerra di bassa intensità contro i partigiani ucraini. Non è un caso che i russi stiano richiamando i riservisti anziani, che hanno perso le loro abilità militari e che quindi richiedono tempi lunghi di preparazione prima di essere usati. Sanno che i tempi saranno lunghi.

La situazione attuale sul campo nel Donbass, in preparazioen di una guerra di posizione molto lunga?

Fonte: ISW

Ciò implicherà uno stallo della situazione a tempo indefinito, con una situazione dell'Ucraina che non si stabilizzerà, allontanando anche i tempi per la ricostruzione. I Paesi occidentali, nell'arco di 10 anni, non prima, cesseranno di acquistare materie prime energetiche russe. La previsione della Commissione Europea di liberarsi entro il 2022 dei due terzi delle forniture russe tramite il piano Repower Eu, riducendo di un grado il riscaldamento, aumentando l’autoproduzione e la generazione di energia rinnovabile (che però arriverà soltanto al 15%del totale entro il 2022) e diversificando le fonti di approvvigionamento delle energie fossili, è irrealistica. Si tratta di liberarsi di 155 miliardi di metri cubi di gas, il 45% delle forniture provenienti da Paesi extracomunitari nel 2021. Di fatto, nel 2022 andrà a scadenza un contratto europeo di fornitura con la Russia per soli 15 miliardi di mc, mentre i contratti consistenti scadranno solo a partire dal 2030 (40 miliardi di metri cubi per il 2030, il resto negli anni successivi). Le previsioni più ottimistiche vertono su una riduzione di 75-80 miliardi di metri cubi nel 2022, rispetto ai 102 miliardi necessari per rispettare la previsione di taglio dei due terzi delle forniture dalla Russia. E non tengono conto della fame di energia asiatica, cinese in primis, che ridurrà la capacità di diversificare le forniture. Quindi probabilmente i reali effetti del piano Repower Eu per il 2022 saranno anche più bassi.

 La Russia avrà quindi tutto il tempo per reinvestire i proventi della vendita di gas che continueranno ad affluire, seppur in misura ridotta, per girare a sud est il suo sistema di infrastrutture energetiche, oggi orientato verso l’occidente, e per attirare investitori cinesi nelle joint venture abbandonate dalle imprese occidentali, facendo ripartire crescita ed occupazione. Il rublo, come imposto dalla Russia, sarà usato in luogo del dollaro e dell’euro come valuta di scambio per le residue importazioni energetiche occidentali (ancora molto cospicue, seppur in riduzione, per i prossimi 10 anni, come si è detto) evitandone lo sprofondamento, che produrrebbe una inflazione catastrofica ed un tracollo del sistema dei pagamenti interni. Il debito pubblico russo sarà sostenuto da investimenti cinesi. Già a fine 2021, la Cina detiene il 6% del debito pubblico russo (fonte: Ocpi) ed è il sesto creditore della Federazione (e peraltro il default sovrano russo, con un debito totale, pubblico e privato, inferiore al 40% del Pil, è una ipotesi inesistente, la Federazione è stata dichiarata in default solo per motivi tecnici, perché per via delle sanzioni le sue banche non riescono ad operare sui mercati valutari per procurarsi la valuta estera necessaria per pagare i bond acquistati da soggetti stranieri). Il 14% delle riserve ufficiali della Banca centrale russa in valuta estera è al sicuro in Cina, sfuggendo alle sanzioni.

In ultima analisi, la Federazione Russa integrerà sempre più la sua economia con la Cina, anche se in una posizione di relativa debolezza, perché fornirà, oltretutto senza più poter diversificare i suoi sbocchi, a causa della progressiva chiusura  dei mercati europei e degli USA, commodities energetiche ed alimentari a basso prezzo in cambio di tecnologie avanzate e beni di consumo essenziali a prezzo più alto, e perché le sue aziende saranno sempre più dipendenti dalle joint venture con imprese cinesi per poter realizzare grandi programmi di investimento.

La Cina emergerà come il nuovo centro di un polo antiamericano ed anti occidentale in cui Russia ed alleati (Bielorussia, Kazakhstan, Repubbliche-fantoccio filorusse) e, per altri motivi, Iran, Corea del Nord, Siria, forse Pakistan (oggetto di un colpo di Stato i cui mandanti non sono chiari, ma che sembra essere filo-USA) India e Paesi africani su cui Pechino ha investito (come l'Angola) diverranno un blocco nel quale il potere cinese sarà prevalente, forse conteso solo dall'India.

L'Occidente affronterà una fase molto dura di declino: avrà crescenti problemi a penetrare sui mercati dell'altro blocco, che hanno tassi di crescita molto più alti, dovrà rinunciare all'idea della globalizzazione liberale e ristrutturare ed accorciare, in una logica di autosufficienza, le sue filiere, con grossi investimenti e costi rilevanti. Dovrà subire una fase lunghissima di costi energetici alti, perché se elimini dal mercato il primo produttore di energia, per una semplice legge di domanda ed offerta, i prezzi restano alti anche se ti rivolgi ad altri produttori. I grafici relativi alle previsioni di prezzo del gas, basate sul mercato dei futures, scontano infatti il mantenimento di un livello molto alto dei prezzi anche ne 2023.

L’Europa dovrà anche sostenere costi militari crescenti, per fare fronte ad un mondo dove le tensioni sono più alte. I Paesi dell’Unione Europea, sommati insieme, hanno già oggi la seconda più alta spesa militare del mondo, dopo gli USA, più del triplo della spesa militare russa, per intenderci. Tale spesa, che si assesta all’1,5% del Pil europeo, è sostenuta per quasi la metà da Francia e Germania, con l’Italia in terza posizione. Essa verrà rapidamente portata al 2% ed i Paesi già al 2% faranno ulteriori sforzi finanziari, incrementandosi cioè di circa 212 miliardi immediatamente, arrivando a cica 440 miliardi annui. E siamo solo all’inizio. Questo incremento di risorse, inevitabilmente, creerà tensioni di bilancio, se la crescita non ripartirà, e come detto prima i prezzi dell’energia molto alti costituiranno un impedimento.

Spese militari per Stato nel 2020

Fonte: Corriere della Sera

Nelle aree di attrito fra i due blocchi le frizioni saranno continue e genereranno conflitti costanti. Parlo di aree come il Caucaso, Taiwan, i Paesi che affacciano sulla via della Seta, come quelli attorno al golfo di Malacca (non a caso gli Usa si stanno riposizionando nello scenario del Pacifico e dell'Oceano Indiano) percepiti dalla Cina come una sorta di “nodo scorsoio” alle sue ambizioni di espansione commerciale, e del resto basta vedere da dove passa la via della Seta terrestre e marittima, per capire che, sul versante terrestre, le relazioni con la Russia e con Repubbliche ex sovietiche con forti legami con la Russia, come il Kazakhstan, l’Uzbekistan e la Bielorussia, siano fondamentali, così come lo sono quelle con Paesi come il Pakistan e l’Iran, che offrono una seconda via di passaggio terrestre per le merci cinesi istradate in Occidente. Sul versante marittimo, Taiwan, il Vietnam, l’Indonesia, la Malesia, la Somalia, l’Eritrea e l’Egitto diventano Paesi assolutamente fondamentali da controllare per la Cina, perché le garantiscono il passaggio navale.

Via della seta cinese, terrestre e marittima

Fonte: Inside Over

Ma parlo anche delle repubbliche post sovietiche dell'Asia Centrale ad elevata offerta di materie prime energetiche, i Paesi africani in cui la Cina e la Russia stanno cercando di scalzare il neocolonialismo occidentale (ivi compresa la Libia, ma anche Paesi petroliferi come l’Angola o la Guinea Equatoriale, fortemente penetrati dalla Cina). 

Ed occorre ricordare la contesa internazionale sull'Artico, ricco di materie prime preziosissime liberate dai ghiacci dal cambiamento climatico, ed il cui status non è ancora definito fra i vari Paesi che ambiscono ad una fetta delle ricchezze e delle nuove rotte marittime che si apriranno a nord: Paesi europei, Russia ma anche Giappone e Usa. in particolare, le acque artiche rivendicate dalla Russia intercettano analoghe ambizioni canadesi, statunitensi, norvegesi e danesi, mentre la contesa fra Russia e Giappone per le isole Curili, la cui posizione è militarmente strategica. Evidentemente, le ricchezze minerarie (petrolio, che potrebbe rappresentare il 13% delle riserve mondiali gas, che potrebbe costituire il 30% di dette riserve, terre rare, che potrebbero intaccare la posizione dominante della Cina, che oggi ne controlla il 90%) e le possibilità di aprire nuove rotte marittime commerciali che superino i costi del passaggio da Suez (un elemento di particolare interesse per la Cina) faranno dell'Artico, nei prossimi anni, un vero e proprio terreno di guerra. 

Fonte: Business Insider


Sarà un mondo più povero, più violento, un mondo di tensioni e guerre localizzate costanti, dove un conflitto diretto fra i blocchi, almeno inizialmente di tipo convenzionale, non è da escludere, e quindi dove tutti dovranno armarsi e dove il concetto di frontiera, ed anche il nazionalismo, risorgeranno dalla nebbia della storia, e riprenderanno il ruolo che gli compete.


domenica 13 marzo 2022

Gli obiettivi presumibili di Putin. Cosa potrebbe fare (utilmente) l'Occidente

 


Molti si chiedono quali siano i veri obiettivi di Putin e cosa dovrebbe fare l'Occidente per rispondere. La risposta a tali domande va fatta partendo dall'esame della natura del regime russo nella particolare fase storica in cui si trova il Paese.

Il putinismo è una forma, adattata al contesto russo ed alla modernità, di fascismo, di cui condivide, oltre ovviamente all’assolutismo, tratti di corporativismo (il principale sindacato russo, il Fnpr, è di fatto succube del governo e legato al partito di potere, Russia Unita ed il ruolo principale di Putin e dei siloviki della sua cerchia di potere è quello di mediare fra gli interessi dei vari oligarchi, che rappresentano i centri del potere economico del Paese, e fra questi e il mondo del lavoro) di nazionalismo aggressivo, di tradizionalismo sociale e clericalismo, nonché la classica concezione in cui gli apparati dello Stato sono sovraordinati rispetto agli interessi individuali. Poi si differenzia dal fascismo tradizionale perché camuffa la natura autocratica dello Stato dietro parvenze di democrazia multipartitica, pluralismo ed un formale riconoscimento dei diritti civili e politici, tanto che si è coniato, per definirlo, il termine “democratura”.

Come in ogni forma di fascismo, il regime russo si fonda su un rapporto mistico fra il leader e la massa. Tale rapporto crea un consenso popolare attorno al leader, rendendolo autonomo dal sistema di potere retrostante, ed è quindi fondamentale per evitare che il Capo venga assorbito e distrutto dagli interessi economici rapaci degli oligarchi e le brame di potere del Deep State dei siloviki. Il rapporto mistico fra leader e massa richiede una narrazione, in grado di creare catene equivalenziali fra significanti rimasti non soddisfatti, come direbbe Laclau.

La narrazione putiniana è fondamentalmente basata, oltre che sul tradizionalismo spirituale e sociale slavo, supportato dal rapporto strettissimo con la Chiesa ortodossa, sul nazionalismo militaristico. Lo stesso simbolo di Russia Unita riproduce un orso, simbolo della Russia ma anche del suo imperialismo. In questo Putin raccoglie le insoddisfazioni e le umiliazioni della Russia post sovietica, ridotta all’impotenza militare, smembrata territorialmente, con le sue comunità russofone disperse, e spesso minacciate di sparizione, nelle tante nuove Repubbliche create dalla disintegrazione dell’Urss, impoverita dalle terapie liberiste shock degli anni novanta.

Il nazionalismo militarista russo ha padri e nonni, e una idea di fondo, che si chiama euroasiatismo. Tale movimento intellettuale, nato a fine ottocento con Leont’ev e Trubeckoj, enfatizza la natura prevalentemente asiatica della Russia, evidenziandone la tendenza all’autocrazia ed allo spiritualismo anti-positivista, generata da radici che affondano nei popoli delle steppe e, da ultimo, nell’influenza del dominio mongolo, nonché nella cultura bizantina. Lev Gubilev riprende questi temi, elaborandoli ulteriormente, nella sua teoria dell’etnogenesi, una teoria che non soltanto giustifica esplicitamente le aggressioni militari come frutto della “passionarietà” delle etnie emergenti e giovani guidate da un capo carismatico e non democratico, ma che rielabora l’origine della Russia come una sorta di “super ethnos” nato dalla fusione di elementi slavi, turchi e mongoli.

Le idee di Gubilev confluiscono, infine, nel neo-euroasiatismo, il cui esponente principale è un bizzarro nuovo Rasputin, un filosofo molto, molto addentro i circoli di potere legati a Putin, spesso utilizzato dai circoli militari russi per basare la propria dottrina strategica, e le cui teorie lo stesso Putin spesso cita, ovvero Alexander Dugin. Sebbene i rapporti fra Putin e Dugin siano a corrente alternata e non di rado polemici, non vi è dubbio che il filosofo euroasiatico faccia parte della cerchia di potere più interna del putinismo, dai suoi contributi all’Accademia Militare di Mosca ai suoi editoriali su Izvestija, fino al suo supporto a Putin nei momenti critici (supporto che lo ha condotto a definire malati di mente gli oppositori politici del Presidente).

L’elaborazione teorica di Dugin è profondamente ostile ai valori culturali dell’Occidente, tacciati di materialismo, laicismo, progressismo ed individualismo e richiama la necessità della formazione di un blocco euroasiatico in grado di contrastare il dominio geopolitico e culturale statunitense. Tale blocco sarebbe basato sui valori tradizionali di comunitarismo, spiritualismo, familismo, lealtà al leader carismatico che conformano l’area storica dei popoli nomadi centroasiatici.

Più pragmaticamente, i confini geografici di questa Nuova Russia, Novorossja, vengono indicati in modo molto chiaro da Dugin: Ucraina, con priorità per la Crimea ed il Donbass (non a caso le prime aree conquistate o rese indipendenti dall’intervento di Putin nel 2014), Bielorussia, con la quale è sul tavolo un progetto concreto di unificazione nazionale, che presumibilmente diverrà operativo quando Lukashenko riterrà di volersi ritirare, Georgia ed Armenia, Kazakhstan. Ad un dipresso, tranne la Georgia e l’Ucraina (riluttanti a stringere i rapporti con la Russia e quindi particolarmente “curate” da Putin in questi anni, la prima subendo la secessione dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, la seconda con i fatti cui assistiamo) si tratta dello stesso perimetro della Unione Economica Eurasiatica, che comprende Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Armenia e Kirghizistan.

Per avere una idea della possibile estensione dell'Eurasia immaginata dal nazionalismo russo



Se tale integrazione dovesse realizzarsi, Mosca tornerebbe ad un perimetro non lontano da quello della ex Urss, diventando il primo fornitore mondiale di gas naturale e petrolio, integrando le riserve kirghize e kazake (attualmente la Russia è il secondo produttore mondiale di gas naturale e petrolio dopo gli USA e l’Arabia Saudita), nonché di uranio (attualmente il primo produttore mondiale è il Kazakhstan, la Russia è sesta e l’Ucraina nona) e di grano. Non solo: ma come si vede dalla mappa degli oleodotti e gasdotti, il controllo del Caucaso tramite la Georgia e l’Armenia produrrebbe pressioni importanti sull’Azerbaijan, ventitreesimo produttore mondiale di petrolio e sul Turkmenistan, decimo produttore mondiale di gas naturale, costretti ad utilizzare, per le forniture all’Europa, oleodotti e gasdotti che passerebbero per il territorio della Nuova Russia, e quindi di allinearsi alle direttive energetiche di Mosca, rafforzandone la posizione di potere. 

La rete di gasdotti ed oleodotti caucasica: il suo controllo totale da parte russa presuppone l'integrazione con Georgia ed Armenia

La proiezione marittima russa sul Mar Nero ed il Mar Caspio sarebbe di entità tale da annichilire le tentazioni neo ottomane della Turchia di Erdogan sui Paesi musulmani e di stirpe turca dell’ex spazio sovietico. Ad ovest, la Russia panslava tornerebbe ad essere il riferimento di tutto il mondo slavo, con ovvie ripercussioni sugli equilibri nei Balcani, determinati sino ad oggi dalla Nato. L’integrazione della Transnistria, che sembra essere la prosecuzione evidente dell’invasione in atto dell’Ucraina meridionale, porrebbe pressione sull’intera Europa sud orientale e carpatica, diventando la zona militare-cuscinetto fra fianco meridionale della Nato e Russia.

In definitiva, il progetto euroasiatico, quand’anche non dovesse sfociare nell’annessione territoriale diretta di Ucraina, Bielorussia, Armenia e Georgia, ma nella loro riduzione a condizioni di protettorati della Russia (magari anche mutilati di parti di territorio strategiche, come ad esempio la costa ucraina), forse più coerente con le mutate condizioni storiche, proietterebbe la Nuova Russia direttamente su un livello di capacità competitive pari a quelle degli USA, riducendo al contempo in modo sensibile le ambizioni di potenza regionale della Turchia. Trasformerebbe l’Unione Europea in un insieme di mendicanti di risorse energetiche, in modo ancor più marcato di quanto non sia oggi. Perché la verità è che la sbandierata Transizione Energetica, al netto dell’energia nucleare, che però richiede l’uranio, su cui la Russia avrebbe comunque una posizione di semi-monopolio mondiale integrando Kazakhstan ed Ucraina, non sarà in grado, per i prossimi decenni, di sostituire in misura significativa l’energia da fonti fossili: tali fonti costituiscono ancora l’80% del consumo energetico mondiale, e secondo uno studio di fonte Ocse/Iea esse rappresenteranno ancora il 76% dei consumi nel 2030[1].

La domanda delle domande è però la seguente: possiamo noi occidentali fermare questo progetto eurasiatico di stampo imperialistico, aiutando l’Ucraina di Zelensky ad impantanare l’esercito federale russo in una guerra di logoramento di lungo periodo, attendendo che il deterioramento dell’economia russa, favorito dalle pesanti sanzioni economiche, induca una rivolta, da dentro e da fuori l’apparato di potere di Mosca, tale da estromettere Putin e generare un “regime change” a noi favorevole? L’obiettivo dichiarato degli Usa, della Gran Bretagna e dei guerrafondai nostrani alla Letta è proprio questo.

Al momento in cui si scrive questo articolo, la situazione militare russa sul terreno ucraino appare, in effetti, piuttosto difficile: l’improvvisazione di intelligence e di pianificazione strategica (costata la testa all’intero Stato Maggiore dell’esercito ed all’ufficio 5 dell’Fsb, quello che si occupa dell’Ucraina), i limiti della logistica, persino inaspettati ritardi tecnologici (in particolare nella guerra elettronica) insieme alla resistenza più che tenace degli ucraini stanno facendo progressivamente perdere ai russi la capacità di iniziativa militare, generando perdite molto consistenti a fronte di avanzamenti territoriali piuttosto limitati. Anche il refillment delle forze sul terreno con nuovi effettivi appare problematico, sia perché rischia di aggravare il pesante congestionamento logistico, sia perché dovrebbe affidarsi essenzialmente a coscritti o a truppe di scarsa qualità e modesta capacità di combattimento, atteso che i migliori reparti russi sono già presenti in Ucraina ed hanno anche subito perdite significative (come i circa 800 Speznatz che hanno cercato invano di presidiare l’aeroporto di Hostomel o i Marines più volte respinti nei primi giorni della battaglia per Berdyansk e Mariupol). La Russia è arrivata al punto di dover reclutare mercenari siriani o della Wagner per sostituire le proprie perdite, non potendo contare sui propri coscritti. L’uccisione di un numero significativo di ufficiali superiori esperti, pressoché insostituibili per esperienza e capacità di comando, mostra le carenze del sistema russo di comando e controllo, che costringe i generali a seguire le truppe in prima linea. L’Aviazione è pressoché inutilizzabile nel supporto tattico delle truppe a terra, perché vulnerabile ai sistemi antiaerei di cui gli ucraini si sono dotati grazie alla Nato. I modernissimi razzi anticarro portatili Javelot, anch’essi di costruzione Nato, mettono in luce le carenze dei sistemi di corazzatura reattiva dei tank di Mosca.

Sul versante economico, il downgrade a livello spazzatura del debito pubblico russo, l’impossibilità di utilizzare gran parte delle risorse in valuta estera congelate in piazze bancarie occidentali, la caduta libera della quotazione del rublo stanno congiurando per un rapido default tecnico, che impedirebbe al governo russo di utilizzare i mercati finanziari per sostenere il suo sforzo bellico, mentre l’embargo sull’esportazione di prodotti primari (come i farmaci) o di componenti ad alta tecnologia, se rispettato, dovrebbe mettere in crisi sia la popolazione sia l’industria militare. La svalutazione del rublo insieme alla prevedibile fiammata inflazionistica potrebbero produrre addirittura forme di ritorno al mercato nero ed al baratto di stampo veterosovietico. Il risparmio privato dovrebbe crollare rapidamente, contribuendo ad un ulteriore impoverimento del Paese. L’abbandono di molte grandi aziende occidentali genererà un incremento importante della disoccupazione.

Ma tutto questo servirà a fermare il progetto russo? Quand’anche Putin fosse defenestrato e, come appare sempre più possibile, l’offensiva militare in Ucraina impantanata, il progetto eurasiatico russo non potrà che continuare, con nuovi uomini e nuovi strumenti. Perché non è altro che il destino stesso di quel Paese. Per molti versi la Russia è condannata ad inseguire quel progetto. Perché una volta liberatasi da Putin e dal putinismo rimarrebbe sotto il controllo degli oligarchi (magari newcomers che pasteggeranno sulla rovina dei precedenti) e degli apparati di sicurezza e militari, che comandano il Paese sin dai tempi dell’Urss, e che sono transitati pressoché intatti nella nuova Russia postcomunista. Perché non esiste una borghesia nazionale in grado di sostituirsi agli oligarchi: la Russia non ha conosciuto la rivoluzione industriale occidentale, essendosi industrializzata nella fase dello stalinismo; non ha interiorizzato gli ideali di razionalità e positivismo dell’Illuminismo, finiti nei sottosuoli spiritualistici di Dostoevskij. Perché il cuore profondo della Russia interna e rurale non ha sperimentato la modernità se non tramite il socialismo, conservandone però un ricordo controverso perché le ha rubato le terre per collettivizzarle ed ha bruciato le icone religiose. Questa Russia profonda, fatta di contadini, è ancora culturalmente vicina alle condizioni del tardo zarismo, avversa la modernità e, insieme ad una classe operaia fatta in primis da minatori, tende a credere nella terra come elemento fondamentale su cui ruota la vita. Perché una economia mineraria ed agricola ha bisogno di terra, di spazi fisici, per poter crescere, non di asset finanziari e reti virtuali, come i post-capitalismi smaterializzati dell’Occidente. E gli spazi fisici, la terra, si conquistano ancora oggi con le guerre, come facevano gli antichi popoli di nomadi e guerrieri delle steppe. Perché un’altra Russia profonda, fatta di pensionati dei grandi dormitori urbani di epoca sovietica e di chi al socialismo ha creduto o ne è stato protetto, non accetta di essere compressa entro confini che non riconosce: quando Putin dice che Ucraina e Bielorussia sono fatte della stessa carne e sangue della Russia, sa di trovare orecchie che approvano. Sa di essersi impoverita per colpa delle sanzioni economiche occidentali. Non potrà che odiare l’Occidente per la sua umiliazione ed il suo impoverimento. La stessa geopolitica, che è soggetta a forze centrifughe esattamente come i corpi fisici, non può che indurre il solido sasso russo a penetrare nei molli corpi di molte Repubbliche ex sovietiche che, diciamolo pure, dalla loro indipendenza ad oggi non hanno trovato nemmeno un senso da dare alla loro sovranità ed una strada autonoma di sviluppo.

Allora qui il problema per l’Occidente, come sempre, non è quello di perseguire l’isolamento e la domesticazione dell’Orso russo, come fatto nel 1991 con Eltsin. Ogni tentativo produrrà un nuovo Putin. Il problema fondamentale dell’Occidente è quello di spogliarsi del suo arrogante senso di superiorità culturale e morale, per capire che la Russia funziona su coordinate differenti, sulle quali occorre sintonizzarsi. Non per frenare un progetto che, nel lungo periodo, non può probabilmente essere frenato, ma per negoziare, con questo progetto, un futuro comune migliore. Dove l’aggettivo “migliore” non è necessariamente legato, come ritiene la cultura europea, all’indipendenza di qualche “stan”, ma piuttosto alla pacifica convivenza di un mondo necessariamente multipolare, dove chi comanda riesce a trovare un modus vivendi accettabile sia per i propri pari che per i propri controllati. Vale di più un negoziato onesto sul modo in cui la Russia conta di gestire la sua influenza su Ucraina e Bielorussia, che ingannare quei popoli con rivoluzioni colorate eterodirette e promesse di occidentalizzazione che, peraltro, portano solo a saltare da un padrone all’altro. Probabilmente questo approccio negoziale può anche ammorbidire le basi socio-culturali del fascismo russo e del suo nazionalismo più esasperato, inducendo una mutazione più liberale della sua società.

E’ d’altra parte poco comprensibile il motivo per il quale, di fronte alla minacciata monopolizzazione delle fonti fossili da parte del progetto espansionistico russo, l’Occidente non reagisca, semplicemente, riammettendo nel consesso commerciale mondiale l’Iran (quinto produttore mondiale di petrolio e terzo di gas), esattamente come fece Obama, con un negoziato, e pacificando (in questo caso anche con un ragionevole uso della forza) la Libia, potenzialmente nono produttore mondiale di greggio. Senza contare le potenzialità estrattive presenti negli stessi Paesi occidentali, non sfruttate per motivi di costo (è più conveniente importare). La sola Italia estrae appena il 3% delle sue riserve petrolifere accertate: qualora utilizzate in pieno, garantirebbero la totale autosufficienza energetica del Paese, ad importazioni zero, per 25 anni. Discorso analogo per il gas: appena 20 anni fa, l’Italia estraeva dai suoi giacimenti 7 volte più gas di oggi.

In conclusione, meno pruriti bellici e più investimenti.

 



[1] Fonte: Ocse/Iea, World Energy Outlook 2020