venerdì 6 settembre 2019

In morte di Robert Gabriel Mugabe: la traiettoria discendente del socialismo africano




“Sono tuttora l'Hitler contemporaneo. Questo Hitler ha solo un obiettivo: giustizia per il suo popolo, sovranità per il suo popolo, riconoscimento dell'indipendenza del suo popolo, e il diritto alle sue risorse. Se questo significa essere un Hitler, allora permettetemi d'essere un Hitler decuplicato”.

Premessa
E’ morto, oggi, a 95 anni, Robert Gabriel Mugabe, protagonista della guerra di indipendenza della ex Rhodesia dalla metropoli britannica, e successivamente della “bush war” contro il governo bianco di Ian Smith. Fondatore, nel ferro, nel fuoco e nel sangue, dello Zimbabwe moderno, e suo leader assoluto ed incontrastato dal 1980 al 2017, quando, dopo il colpo di Stato orchestrato dal “coccodrillo” Emmerson Mnangagwa, ha negoziato un pensionamento dorato.
Mugabe era, di fatto, l’ultimo esponente di quel socialismo africano forgiato nel fuoco delle guerre di liberazione nazionale degli anni Cinquanta e Sessanta, grazie ai kalashnikov sovietici ed agli istruttori militari cubani e nordcoreani. Ha conosciuto tutti: Nkrumah, di cui è stato allievo ed ardente sostenitore del panafricanismo, Menghistu, cui ha dato asilo politico dopo la defenestrazione, Machel, leader del Frelimo mozambicano, Agostinho Neto, leader angolano, e Kenneth Kaunda, il prete socialista che diverrà il leader dello Zambia.
La sua figura è di particolare importanza, perché costituisce un esempio fulgido di quel complesso fenomeno politico denominato come “socialismo africano”. Un movimento di difficile definizione unitaria, perché ha messo insieme istanze marxiste terzomondiste classiche come per Sankara, la rivendicazione culturale ed antropologica della “négritude” di Césaire e Senghor, l’internazionalismo panafricano di Nkrumah, richiami di comunismo agrario e primitivo, come nel caso di Nyerere. Possiamo identificare alcuni elementi di fondo: il nazionalismo, spesso intrecciato in un rapporto difficile con il tribalismo, il richiamo quasi mistico alla tradizione culturale ed etno-religiosa africana pre-coloniale, il tentativo di dirigismo economico e sociale, non di rado sfociato nell’autoritarismo, la priorità per l’autonomia economica come rimedio all’imperialismo postcoloniale.
Mugabe è stato tutto questo. Figura complessa e controversa, da un lato ferocemente sanguinario e autoritario, dall’altro sognatore di utopie sociali, amante del lusso e corrotto fino alla cleptocrazia, ed al tempo stesso predicatore sociale, molto influenzato nelle sue scelte politiche dalle donne della sua vita (la madre e le due mogli) ha rappresentato una figura per così dire paradigmatica di leader postcoloniale africano; come quasi tutti tali leader, infatti, proviene da origini umili (figlio di un povero falegname che abbandonò la famiglia, cresciuto da una madre possessiva) ma è stato in grado di studiare e crearsi una formazione culturale nettamente superiore alla media dei suoi connazionali (in questo caso grazie all’educazione impartita dai missionari gesuiti). Ha una formazione ideologica perlopiù opportunistica, la sua adesione al marxismo gli serve soprattutto per fare alleanze con altre forze di liberazione nazionale africane, e spesso smentirà nei fatti tale adesione di principio. Fortemente tribalizzato, come tutti i leader africani, spingerà il suo partito, lo ZANU, verso basi etniche, ovvero reclutando militanti nell’ambito del suo stesso gruppo etnico, gli shona. Nel 1982, scatenerà una guerra civile contro il suo ex alleato nella bush war, Nkomo, appartenente all’etnia rivale degli ndebele. Durante l’operazione Gukhurahundi, massacrerà circa 20.000 civili ndebele, costringendo alla fuga altre migliaia, in una sorta di pulizia etnica.
Egocentrico, presuntuoso (si narra che rifiutò un invito in Jugoslavia perché Tito non lo andò a prendere in aeroporto) eccessivamente sicuro di sé e con un lato crudele evidente, Mugabe passerà la prima parte della sua vita a combattere contro i colonizzatori britannici, per l’indipendenza, e contro la minoranza bianca della Rhodesia, attuatrice di una forma molto moderata di apartheid, per ottenere il potere assoluto per sé ed il suo clan. Megalomane, trasformerà la sua passione giovanile per il panafricanismo di Nkrumah in un delirante progetto di trasformazione dello Zimbabwe, uscito stremato dalla guerra civile, in una mini potenza regionale, innescando una corsa agli armamenti e lanciandosi in una disastrosa avventura militare nella Repubblica Democratica del Congo, nel corso della guerra civile di tale Paese. 

Le contraddizioni 

Bush war: un membro delle forze speciali rhodesiane accanto ad un giovane nero massacrato barbaramente


Il suo lato di socialista si manifesta, ad esempio, tramite un esteso programma di alfabetizzazione delle popolazioni rurali, che abbatte il tasso di analfabetismo al 10%, un vero record in Africa, e tramite una politica di riappropriazione delle tradizioni storiche e culturali dello Zimbabwe precoloniale e di alimentazione dell’orgoglio nazionale, nonché con il progetto di nazionalizzare la nuova ricchezza nazionale, ovvero le miniere di diamanti, annunciato nel 2016, e che probabilmente è la causa della sua rimozione dal potere, ad opera della Cina, che sfrutta le concessioni.
Tuttavia, il suo lato selvaggio porta alla completa distruzione del modello rhodesiano, che fino alla presa del potere da parte di Mugabe, e cioè fintanto che è stato governato dalla minoranza bianca, aveva una economia industriale molto sviluppata, una completa autosufficienza alimentare e servizi pubblici ed infrastrutture più simili all’Europa che all’Africa. La Rhodesia governata dal nazionalista bianco Ian Smith aveva una forma di apartheid per certi versi “illuminata” e, almeno inizialmente, diversa da quella sudafricana. A differenza del Sudafrica, che non considerava gli indigeni come cittadini, e riservava loro la segregazione in “homelands”, cioè in Stati fantoccio, negando loro il diritto al voto, nel Parlamento rhodesiano vi era una quota garantita, seppur minoritaria, di seggi a favore delle popolazioni indigene e dei capi tribù. Era inoltre previsto che il numero di tali seggi crescesse proporzionalmente al gettito fiscale che i neri apportavano allo Stato, fino ad un massimo di posti in Parlamento uguale a quello detenuto dai bianchi. I neri, quindi, avevano diritto al voto, anche se le misere condizioni economiche e culturali spesso ne impedivano l’esercizio concreto, e le tribù avevano un diritto di tribuna nell’Assemblea legislativa. Lo stesso inglese parlato dai bianchi rhodesiani era pieno di espressioni shona o ndebele, a testimonianza di una certa integrazione.
Smith era infatti convinto che l’integrazione della maggioranza nera dentro i gruppi dirigenti del Paese andasse fatta, ma in forma lenta, progressiva e selettiva, perché al momento essi non erano in grado di gestire un Paese moderno, quasi europeo, come era la Rhodesia degli anni Sessanta e Settanta. Alle elite tribali ed alle popolazioni autoctone mancava, infatti, una sufficiente comprensione dei meccanismi di funzionamento del capitalismo, un modo di produzione molto diverso da quello, comunitario, autogestito e tendenzialmente collettivistico, praticato dalle tribù. L’interlocuzione, inoltre, sempre secondo Smith, andava fatta selezionando attentamente la controparte, scegliendo cioè i leader neri più moderati ed evitando di dare riconoscimento agli estremisti ed ai violenti.
Tale approccio prudente e negoziale, evidentemente, cozzava completamente con la sete assoluta ed insaziabile di potere di Mugabe, e con la sua indole sanguinaria. Riuscendo a farsi garante degli interessi occidentali e cinesi nell’industria mineraria del Paese, e grazie alla caduta del salazarismo in Portogallo, che era il principale alleato del governo di Smith, Mugabe riesce progressivamente ad isolare la Rhodesia dal contesto internazionale, mentre conduce una guerra civile senza tregua, fatta di attacchi cruenti ed a sorpresa contro i proprietari terrieri bianchi e le loro famiglie da parte di piccoli gruppi di tagliagole dello Zanu. Tali gruppi partivano da basi situate nel vicino Mozambico, con il cui governo socialista, nato dopo la decolonizzazione portoghese, Mugabe aveva stretto rapporti di alleanza. Nel 1978 il governo bianco rhodesiano, messo in ginocchio dal costo economico ed umano della guerra, dalla continua emigrazione di cittadini bianchi  verso il Sudafrica e dalle sanzioni economiche internazionali per il suo presunto razzismo (in realtà, come detto, il punto era che Stati Uniti e Gran Bretagna, oramai, puntavano su Mugabe come futuro leader, da tenere buono in vista del rinnovo delle concessioni minerarie) fece un accordo di pace con il leader nero moderato Abel Muzorewa, a condizioni molto favorevoli per gli africani (che avrebbero potuto accedere all’80% dei seggi parlamentari ed alla possibilità di formare un Governo nero già dalle elezioni fissate nei mesi successivi). In base a tale accordo, per la prima volta nella loro storia, i neri poterono eleggere un loro Primo Ministro, ovvero lo stesso Muzorewa.
A questo punto, non c’era più bisogno di continuare nella ostilità. Ma Mugabe, che era considerato un criminale per via delle uccisioni dei contadini bianchi e delle loro famiglie (spesso anche di bambini innocenti) era stato escluso dalla partecipazione al voto. A quel punto, indignato, Mugabe rigettò l’accordo, costringendo i suoi alleati internazionali ad andargli dietro. Tale rifiuto costò la prosecuzione della guerra civile per altri mesi, e quindi altre centinaia di morti da ambo le parti, fino a quando Smith e Murozewa, che si erano sempre rifiutati di parlare con Mugabe, considerandolo un pazzo sanguinario, accettarono di includere anche il partito ZANU alle elezioni del 1980. Sulla base di una campagna elettorale violenta, fatta di intimidazioni e di omicidi politici, del richiamo all’unità etnica della componente shona e di brogli elettorali attestati dalle organizzazioni internazionali indipendenti, Mugabe riporta la vittoria e inizia la sua lunghissima dittatura, che durerà 37 anni. La guerra civile sarà costata 30.000 morti. L’economia nazionale, un tempo florida, è in ginocchio, sia perché la componente più istruita e produttiva, ovvero i bianchi, è in fuga al ritmo di 1.000 persone al mese, sia per l’abbandono dei campi, del bestiame e delle coltivazioni nelle regioni più colpite dalle violenze, che, infine, per le sanzioni economiche internazionali. 

Bush war: famiglia di famers bianchi massacrata barbaramente dalle milizie di Mugabe



Quelli che: basta la sovranità per stampare banconote e tutto è a posto. L'iperinflazione

“Se non ci sono soldi per finanziare il progetto, ebbene stamperemo ulteriore carta moneta”
E’ sulla gestione economica del Paese che però Mugabe diventa un caso di studio, da insegnare a coloro che pensano che, inondando di liquidità l’economia e quindi con la piena sovranità monetaria, si risolvano tutti i problemi. 

Banconota dello Zimbabwe



A dire il vero, Mugabe inizia la sua gestione economica del Paese in modo molto prudente, addirittura cercando di tendere la mano alla minoranza bianca detentrice delle attività produttive nazionali, con un approccio di pacificazione nazionale, per la verità molto di facciata, perché il nuovo regime monopartitico tollera le violenze su agricoltori e piccoli imprenditori anglosassoni e commercianti indiani e bengalesi perpetrate da militanti dello ZANU (ed ovviamente ciò non scoraggerà affatto il flusso di emigrazione di imprenditori e lavoratori ad alta qualificazione di pelle bianca, che proseguirà senza sosta anche negli anni successivi alla guerra civile). Ma già dalle prime fasi, si materializzano alcuni dei timori di Ian Smith circa l’impreparazione degli indigeni nel gestire il Paese. Con una base di potere di tipo etnico-tribale, Mugabe è portato a replicare su scala nazionale i tradizionali meccanismi di regalia che servono per cementare le relazioni interne ai clan. Ma ciò che funziona dentro una tribù tradizionale, portato a livello generale in un intero Paese con una economia capitalistica, va a costituire l’avvio di una enorme spirale corruttiva e nepotistica che finirà per sottrarre ogni tipo di ricchezza allo sviluppo, costruendo una ricchezza immane per pochissimi affiliati alla cerchia di potere. D’altra parte, l’export minerario, che è la principale fonte di valuta estera, va ad ingrassare profitti di multinazionali che non reinvestono sul territorio, mentre la quota destinata allo Stato nelle imprese minerarie miste viene intascata da clientes di Mugabe e dagli apparati di sicurezza, spesso i veri soci occulti degli investitori stranieri.
Ma è a partire dalla fine degli anni Novanta che il circuito economico nazionale inizia ad impazzire. Come già accennato, il regime si lancia in un programma di espansione della spesa militare e sostiene costi enormi per finanziare la fallimentare spedizione in Congo. In una logica di autonomia nazionale, Mugabe non si fa finanziare tali spese da prestiti, ma stampando moneta. La situazione peggiora quando, per motivi demagogici, nel 2000 lancia un programma di esproprio delle residue proprietà terriere in mano ai bianchi per riassegnarle al popolo africano, al grido di “la terra torni ai suoi veri proprietari”. L’esito è disastroso. Le grandi aziende espropriate agli agricoltori bianchi, altamente tecnicizzate e produttive, vengono frazionate in piccoli lotti, nei quali è impossibile applicare la stessa intensità di mezzi tecnici, abbattendo la resa media dei terreni. A peggiorare la situazione, i nuovi assegnatari non sono contadini esperti, ma parassiti di regime e amici degli amici, assolutamente inetti ed incompetenti. Il risultato è che il Paese, fino ad allora perfettamente autosufficiente sotto il profilo alimentare, vede crollare la sua bilancia commerciale agricola. Le coltivazioni di caffè e di frutta, che contribuivano al 40% del valore delle esportazioni, vengono sostituite con agricoltura tradizionale di sussistenza, oppure con l’inutilizzo del terreno.
L’inondazione di liquidità nell’economia per finanziare, senza ricorso al debito, le crescenti spese per i progetti faraonici del regime si va a combinare con il tracollo del saldo di bilancia commerciale, dovuto alla scomparsa dell’export agricolo ed alla esigenza di importare tutto: di conseguenza, il tasso di cambio della valuta nazionale precipita: in un mese e mezzo, fra ottobre e novembre 2008, il dollaro dello Zimbabwe passa da un cambio di 1 a 2 con l’euro, ad uno di 1 a 90.000. ovviamente, l’inflazione importata esplode, combinandosi con l’inflazione da domanda interna generata dall’incremento della spesa pubblica,  annullando il valore della moneta nazionale. Un impiegato pubblico arriva a guadagnare qualcosa come 10 miliardi di dollari dello Zimbabwe al giorno, che, però, al tasso di cambio del mercato valgono meno di un dollaro statunitense e non bastano nemmeno per comprare un etto di pane. Il tasso di inflazione arriva al 231.000.000% nel 2008. Si stampano banconote da 10.000 miliardi.
Il Governo di Mugabe risponde stupidamente, credendo di poter fermare la spirale con i provvedimenti amministrativi. Vengono imposti prezzi fissi per i generi di prima necessità, con la conseguenza che nessun commerciante vuole più venderli, in una situazione in cui tutti gli altri prezzi salgono a ritmi allucinanti. Si sviluppa un florido mercato nero dove le merci vengono barattate fra loro senza più l’intermediazione monetaria, oppure vendute solo a quei pochi fortunati che detengono valuta estera. L’intera filiera alimentare, cui sono stati applicati i prezzi fissi, fallisce, aumentando a dismisura la disoccupazione e la migrazione di disperati dalle campagne alle baraccopoli di Harare, che perde ogni residua sembianza di città occidentale per diventare una orribile e miserrima megalopoli africana.  Si moltiplicano gli episodi di accaparramento di merci per finalità speculative e di vendita sottobanco, a prezzi milioni di volte superiori a quelli fissati dal Governo. L’introduzione di sistemi di indicizzazione dei salari di alcune categorie di cui il Governo ha bisogno per mantenere l’ordine (poliziotti, militari, magistrati, dipendenti pubblici) non fa altro che perpetuare l’espansione incontrollata di liquidità nel sistema, senza peraltro che le categorie interessate percepiscano alcun vantaggio, stante la rapidissima erosione degli incrementi salariali determinata dall’iperinflazione. Il prezzo di un bene può raddoppiare nell’arco della stessa giornata.
Nel 2009, nel tentativo di bloccare il mercato nero, attraverso il quale circolano nell’ombra le valute estere di cui il Governo ha disperatamente bisogno, viene legalizzato il corso di alcune valute straniere, come il rand sudafricano ed il dollaro statunitense, in sostituzione della valuta nazionale, che ormai non vale più niente. Ma il problema, come dire, è a monte. L’economia dello Zimbabwe esporta troppo poco, il turismo non decolla per via della pessima reputazione del Paese e del caos sociale, e lo scellerato progetto legislativo, anch’esso determinato da cecità ideologica e volontà di favorire i propri vassalli, di trasferire forzosamente le aziende a capitale straniero agli indigeni, determina l’azzeramento degli investimenti esteri in ingresso. Semplicemente, lo Zimbabwe non ha sufficiente quantità di valuta estera in ingresso tale da poter alimentare il circuito commerciale interno e da pagare i suoi creditori internazionali (nel frattempo, infatti, il debito pubblico passa dal 20% al 75% del Pil, ed è quasi tutto detenuto da soggetti non residenti). Si manifestano in maniera drammatica i fenomeni di scomparsa dei beni di prima necessità dagli scaffali dei negozi, perché non c’è valuta estera per poterli importare. Solo i pochi fortunati che hanno parenti emigrati che gli spediscono valuta estera eludendo i controlli amministrativi del Governo riescono a procurarsi sul mercato nero i pochi grammi di farina di manioca necessari per sopravvivere. 

Bilancio

Mentre il Governo annaspa accusando gli USA e l’ONU per le sanzioni economiche, Cina ed alcuni Stati africani amici concedono dei prestiti vitali per tenere in piedi la baracca, prestiti che, però, spariscono in buona misura nelle maglie della corruzione, e non riescono a far ripartire gli investimenti. C’è chi stima che il tasso di disoccupazione reale, al di là delle cifre farlocche del Governo, superi il 90%. Il 72% della popolazione vive sotto la linea di povertà assoluta. I creditori internazionali rimasti ristrutturano volontariamente i propri crediti perché il Governo non ha la valuta per pagarli, e quella locale, reintrodotta nel 2019, non ha ovviamente alcun appeal. 
Di fatto, lo Zimbabwe non è in condizione di vero e proprio default, con il suo rapporto debito pubblico/Pil che noi italiani invidieremmo, ma la scelta di monetizzarlo, ed il conseguente crollo del valore reale della moneta, implica che nessuno, se non per motivi meramente politici e di stabilizzazione del Paese, sia disposto a fornire credito aggiuntivo al Governo di Harare. Il che viene ad essere una situazione di default di fatto. Appena è stata reintrodotta la valuta nazionale, nel 2019, l’inflazione ha avuto un balzo in avanti del 176%.
L’apparato di potere e di corruzione si è semplicemente autoriprodotto, cacciando via Mugabe e sostituendolo con il “coccodrillo”, il suo vicepresidente: si stima che con le somme presenti su conti bancari esteri ed appartenenti a membri del clan di Mugabe, si potrebbe azzerare il debito pubblico nazionale. La ricchezza mineraria fluisce via senza lasciare niente sul territorio. Servizi ed infrastrutture sono al tracollo, fuori dalla città le zone rurali sono in piena emergenza alimentare, anche per fenomeni di crescente siccità indotti dal cambiamento climatico: si stima che quasi due milioni e mezzo di persone, specie nelle campagne, stiano per morire di fame.  In città, l’energia elettrica manca per 18 ore al giorno.
I metodi politici non sono cambiati: in occasione delle elezioni del 2019, che hanno consacrato la vittoria del delfino Mnangagwa dopo il golpe del 2017, si sono riscontrate numerose violenze di strada, con una risposta repressiva da parte dell’Esercito e della polizia che ha lasciato a terra decine di morti e ha generato centinaia di arresti arbitrari. Sono stati segnalati i consueti casi di brogli elettorali.
Con Mugabe, si chiude la saga della liberazione nazionale dei Paesi africani e quella del socialismo africano, e nel peggiore dei modi. Quello che, sotto i bianchi di origine anglosassone, era un gioiello economico, è diventato uno dei Paesi più disperati del mondo. Il sogno di Mugabe di indipendenza, sovranità nera e potere indigeno, un sogno inseguito con un misto di autoritarismo sanguinario, corruzione e nepotismo tribale, dirigismo incompetente, ma anche con una notevole carica di utopia, si è schiantato contro le leggi dell’economia e della politica internazionale.

Con Gheddafi



sabato 31 agosto 2019

Certezza della pena, funzione rieducativa e recidiva: alcune riflessioni

Concerto di Johnny Cash nel carcere di massima sicurezza di Saint Quentin, febbraio 1969


Da anni, ogni progetto di riforma della giustizia, annunciato o prodotto, viene accompagnato dalla retorica della “certezza della pena”. E’ una retorica avvincente, per certi versi, perché fa presa su un Paese che ha, insieme, una sfiducia radicata nelle istituzioni (quindi anche nella giustizia) e dall’altro è innervato da un giustizialismo forcaiolo, riflesso di una rabbia sociale e di un sentimento di insicurezza diffusi.
Ma chiediamoci che cosa significhi l’espressione “certezza della pena”: nell’accezione comune, quella dell’uomo della strada, essa significa una sorta di automatismo fra commissione di un reato e espiazione carceraria dello stesso. Addirittura, la volontà di anticipare la carcerazione rispetto alla stessa condanna, cancellando l’ovvio concetto di civiltà giuridica per il quale chiunque è innocente fino a prova contraria. La giustizia, spettacolarizzata dai media, è divenuta uno sfogatoio di rabbie latenti: la sofferenza indotta dalla punizione (giusta o ingiusta) crea un palcoscenico nella quale, in parte, autoconsolarsi (c’è chi sta peggio di me, io almeno non sto al fresco) ed in parte proiettare sul reo le proprie frustrazioni personali.
Anche fuori da tale visione completamente distorta, il concetto di “certezza della pena” implica una idea di automatismo, per il quale ad ogni evento debba, necessariamente, corrispondere una determinata pena, una volta che la rilevanza penale dell’evento sia stata accertata giudiziariamente. Tale idea di automatismo confligge, però, con il naturale ed ovvio buon senso. Esso implica che le Procure e le Forze dell’Ordine siano sempre, indifferentemente, in grado di trovare e consegnare ai Tribunali gli autori effettivi dei reati, che il giudice agisca come un automa, applicando in automatico una previsione normativa penale perfetta, tale, cioè, da non essere suscettibile di alcuna interpretazione o di alcun adattamento alla situazione concreta per la quale si sta agendo, e che le circostanze attenuanti o aggravanti, perlomeno di tipo generico, non siano mai applicate.
Nel «Contratto per il cambiamento» firmato da Lega e M5S per il governo giallo-verde, emerge esattamente tale interpretazione della “certezza della pena” declinata dal principio di automatismo fra reato e carcere e dalla severità estrema della concezione penale. Tale proposta, infatti, punta su “più carcere per tutti”, inteso sia come quantità di galera da far scontare a chi commette reati sia come quantità di prigioni da costruire per ospitare una popolazione di detenuti destinata ad aumentare per la preannunciata eliminazione di misure alternative e di benefici di ogni genere. Carcere chiuso, insomma, anzi chiusissimo. Per garantire “più sicurezza per tutti”.

Qualche elemento di Costituzione e di teoria della pena

Evidentemente, tale approccio confligge con l’ordinario buon senso, che evidenzia come il diritto sia per sua natura incerto, e richieda quindi, caso per caso, una interpretazione del giudice basata, oltre che su criteri tecnico-professionali e sulla giurisprudenza, anche sul suo libero convincimento in relazione all’area grigia non interpretabile secondo criteri tecnici a priori, ma soltanto in base ad una opinione che si forma sul caso concreto che viene giudicato.
Ma tale approccio confligge anche con la natura della pena prevista dalla nostra Costituzione. L’articolo 27, infatti, recita “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La Costituzione si inserisce, con una scelta precisa, in un dibattito sulla natura della pena che dura sin da Beccaria. In estrema sintesi, l’approccio giuridico anglosassone si concentra sulla natura espiativa della pena, che ha una valenza triplice: essa deve, in tale concezione, servire da deterrente a chi voglia commettere un reato, e quindi essere sufficientemente severa da scoraggiare chi volesse intraprendere una azione criminosa, ed al contempo deve servire da “contrappasso”, da compensazione morale per il male arrecato alla società da parte di chi delinque, ed in questo senso trovano ospitalità istituti penali tipicamente anglosassoni, come il lavoro forzato, inteso in termini di compensazione economica ad un danno economico arrecato alla società, oppure la pena di morte, come parallelo di un omicidio commesso. Infine, la pena deve “togliere di mezzo” individui ritenuti inadatti ad una vita sociale ordinata per la gravità dei reati commessi, o con la morte oppure con l’ergastolo effettivo, quello in cui effettivamente non si esce più dal carcere. Tale concezione della pena è definibile come “retributiva”, per la parte in cui intende “compensare” con la pena il danno sociale arrecato, ed in parte come “funzionalistica”, nella misura in cui intende eliminare dalla vita sociale individui considerati pericolosi ed irredimibili.
Già Beccaria si discosta da tale approccio, ritenendo la pena come un deterrente sociale alla commissione del reato e, in una logica marginalista, prevedendo la fissazione della stessa esattamente al punto di congiunzione fra il beneficio ottenibile tramite la commissione di un reato e il costo da pagare in caso di condanna. In questo approccio, Beccaria rigetta quindi le pene puramente espiative, cioè eccessivamente severe rispetto alla gravità del fatto commesso, ivi compresa la valutazione di totale inadeguatezza dell’individuo rispetto alla società che ne giustificherebbe la “sparizione” (egli infatti è avverso alla pena di morte) ma al contempo rigetta ogni finalità rieducativa della pena. Ciò perché egli ragiona in termini puramente razionali e non etici: il criterio etico di inadeguatezza sociale non ha fondamenti razionali, e non può quindi essere assunto a criterio-guida di pene tendenti ad eliminare per sempre il reo dal consesso sociale. La pena ha quindi, nella costruzione teorica di Beccaria, una funzione essenzialmente deterrente: eliminando il beneficio del reato con una sanzione di entità almeno pari allo stesso, scoraggia l’individuo che vorrebbe delinquere. E’ evidente come tale approccio sconti l’assunzione di razionalità degli agenti sociali tipica dell’intera impalcatura neoclassica e utilitaristica/marginalista. Il crimine dipende soltanto da una valutazione razionale fra costi e benefici effettuata dal potenziale delinquente, non da aspetti socio-psicologici o culturali, o dall’interazione di cause bio-psico-sociali, come un filone moderno di criminologia statunitense ritiene.
Con il progressivo (anche se momentaneo) affermarsi della componente meramente sociologica della criminologia, emerge invece la possibilità di pensare alla pena come occasione di redenzione e reinserimento sociale attivo del reo. La condizione criminale non è più vista come una mera condizione fisiologica dell’individuo, come nelle teorie lombrosiane, che giustificano l’idea di una impossibile redenzione dell’individuo, che va meramente messo in condizione di non nuocere più alla società, né come una scelta razionale, che calibra la pena al punto di intersezione con l’utilità marginale dell’azione criminale. Emerge l’idea che l’ambiente socio-educativo in cui cresce l’individuo è alla radice del comportamento criminale, per cui la pena può, in qualche modo, “rieducare” il reo, fornendogli i valori di rispetto della legge e delle regole della collettività che le condizioni socio-educative in cui è cresciuto non gli hanno consegnato. La dottrina marxista fornisce un quadro in cui, se da un lato la criminalità comune è condannata fermamente come sottoprodotto del capitalismo, essa è però considerata come una conseguenza delle condizioni sociali di sfruttamento dell’uomo sull’uomo tipiche dello sfruttamento capitalistico. Altri filoni non marxisti, come la teoria delle sottoculture di Cohen, adottata per spiegare forme specifiche di devianza, come quella giovanile, insistono comunque anch’esse sulle condizioni sociali, abitative, educative e di opportunità lavorativa e di ascesa sociale in un contesto sociale molto competitivo come quello statunitense.
Detta corrente di pensiero evolve fino ad assumere una forma teoricamente completa negli anni Sessanta, tramite la teoria del “labelling” (etichettatura). Secondo tale teoria, il livello di allarme sociale dei diversi reati è influenzato dalle classi dominanti della società in modo da reprimere in misura più forte i ceti sociali più deboli e disagiati, che più frequentemente li commettono. La reazione sociale a queste specifiche categorie di reato (che includono, tipicamente, la microcriminalità urbana, il piccolo spaccio di stupefacenti, i piccoli reati contro il patrimonio, il vandalismo, ecc.) condurrebbe alla conseguenza negativa di “etichettare” in modo negativo e permanente chi li commette, generalmente un membro delle classi sociali disagiate o delle minoranze, producendo, sia all’interno del sistema carcerario che all’esterno, nella società, forme di autopercezione negativa di sé e una reputazione che ostacola qualsiasi tentativo di inserimento sano dentro il tessuto lavorativo. Al contempo, l’etichettatura induce gli etichettati a formare una “sottocultura”, come direbbe Cohen, frequentandosi fra di loro e quindi autoalimentando nuovi propositi criminali.
In sostanza, secondo la labelling theory, come esposta nella sua versione più completa da Howard Becker nel suo libro “Outsiders” del 1973, sostiene che è la società a “criminalizzare” gli individui, come forma di lotta di classe, producendo forme di ghettizzazione, sia carceraria che sociale, che paradossalmente portano alla recidiva ed alla cronicizzazione delle carriere criminali. In questo filone, si sviluppa una classe di teorie chiamate “convicting theories”, che criticano il sistema carcerario per la sua assoluta carenza di attenzione alle tecniche ed alle modalità di rieducazione sociale e psicologica dei rei, ed anzi, nelle condizioni tipiche del sovraffollamento degli istituti penitenziari, mostrano come il contatto fra piccoli criminali e delinquenti di professione porti ad un aumento della probabilità di recidiva dei primi.
In questo contesto teorico, dunque, la nostra Costituzione si pone nell’obiettivo, tipico della criminologia sociologica di sinistra, della funzione rieducativa della pena. Un obiettivo peraltro molto combattuto a livello di interpretazione della norma costituzionale, soprattutto da parte delle componenti democristiane di destra che parteciparono ai lavori della Costituente: “i primi anni cinquanta hanno rappresentato un periodo caratterizzato da alti indici di criminalità, che ha sicuramente costituito il terreno fertile per interpretazioni dottrinali  tese  a  comprimere  la  portata  innovativa  del  principio  rieducativo.  Come sempre avviene in periodi di forte allarme sociale, anche in questi anni tendono a prevalere preoccupazioni di tipo  generalpreventivo,  cui  si  accompagna  la mortificazione delle teorie di prevenzione speciale e  un pericoloso ritorno a teorie retributive  per  lo  più  orientate  in  senso  religioso,  derivanti  dall'affermarsi  nel dopoguerra dell'egemonia culturale cattolica (…) La  posizione  più  significativa,  anche  perché  non  è  semplice  riproposizione  del passato, ma è spesso indirizzata verso nuovi fronti, è quella di Bettiol. Egli, in una serie continua di saggi, nell'arco di un quarantennio, ribadendo la finalità retributiva della pena, ha preso di mira  sia  la  prevenzione  speciale  che  quella  generale, accusando entrambe di fare dell'uomo un oggetto pieghevole alle finalità del gruppo, della società, dello Stato53. Ma la sua analisi più attenta si è rivolta al «mito della rieducazione» dal momento che, proprio questa idea rieducativa e risocializzatrice, vulnererebbe l'uomo nella sua libertà interiore e sarebbe in agguato per soffocarne l'individualità in nome della prepotenza politica e del totalitarismo” (Zanirato, 2013). Tale impostazione ha finito per guidare diverse sentenze della Corte Costituzionale, tese a ridurre il contenuto rieducativo della pena ed a affiancarlo alla funzione “retributiva” della stessa.

Funzione rieducativa della pena e tasso di recidiva

Ma rispetto al contenuto ancora “rieducativo” della pena, che comunque rimane nella nostra Costituzione, cosa possiamo affermare? Il tasso di recidiva in Italia non è significativamente diverso da quello del resto dei Paesi occidentali: esso è del 68% per i detenuti negli istituti penitenziari, a fronte del 66% circa negli USA. Tuttavia, esso crolla al 19% per chi è sottoposto a misure alternative alla carcerazione, come ad esempio i domiciliari, ed è assistito dai servizi sociali (Leonardi, 2007). E qui misuriamo già in modo chiaro il fallimento del modello penitenziario italiano, affetto da sovraffollamento (le nostre carceri hanno più di 54.000 detenuti a fronte di appena 49.700 posti disponibili), scarsa capacità di separare i piccoli criminali da quelli cronici e professionali (il 46% dei detenuti italiani sconta pene inferiori ai 5 anni, quindi è un piccolo criminale, spesso occasionale) modeste risorse assegnate per percorsi di formazione culturale, civica e lavorativa (soltanto il 4,6% dei detenuti segue corsi professionali, solo il 30% ha un lavoro in carcere).
Anche i tentativi di sminuire l’enorme differenza statistica fra la recidiva in carcere e quella per le misure alternative allo stesso, tramite la considerazione che i detenuti nelle carceri tradizionali sono generalmente reclusi per reati più gravi (e quindi indicativi di una “professionalizzazione” o cronicizzazione del comportamento criminale) rispetto a chi è ai domiciliari o in carceri “sperimentali”, vengono meno alla luce del lavoro empirico di ricerca.
Come riferisce Donatella Stasio, “Daniele Terlizzese (dirigente di Banca d’Italia e direttore dell’Istituto Einaudi per l’Economia e la Finanzia, Eief) e Giovanni Mastrobuoni (Università di Essex), dal 2012 al 2014 hanno misurato gli effetti sulla recidiva di un carcere “aperto” – Bollate a Milano – dove il rapporto tra il dentro e il fuori è continuo e dove le attività di studio, lavoro, formazione preparano i detenuti alle misure alternative e poi alla libertà. (…) I risultati della ricerca sono infatti estremamente significativi, e incontestabili, sul fronte della recidiva: «La sostituzione di un anno in un carcere “chiuso e duro” con un anno in un carcere “aperto e umano” riduce la recidiva di 6-10 punti percentuali (tra il 15 e il 25% della recidiva media dei detenuti sfollati a Bollate)» spiega Terlizzese, aggiungendo che «l’effetto è maggiore per i detenuti con più bassi livelli di istruzione e per detenuti alla loro prima esperienza carceraria». Particolarmente interessante è il maggior effetto sui detenuti sfollati, i quali, non essendo passati per il processo di “selezione” con cui vengono invece scelti gli ospiti di Bollate, sono molto più simili al detenuto medio delle carceri italiane. Il che rafforza la “validità esterna” di questa ricerca (e demolisce l’argomento secondo cui la maggior recidiva per chi è in carceri chiuse tradizionali dipende dalla maggior gravità del comportamento criminale, indice di maggiore professionalizzazione e cronicizzazione ab origine, NdA). Più in generale, lo studio dimostra quanto sia determinante – ai fini della recidiva – scontare la pena in condizioni che non umilino i detenuti ma li responsabilizzino, lasciando loro spazi di autodeterminazione”.
D’altra parte, la maggior parte degli studi empirici condotti dimostra come la tipologia di relazioni intrattenute in carcere incida direttamente sulla recidiva, rendendo di fatto l’esperienza carceraria una sorta di “scuola criminale”, anziché una occasione per redimersi. Persino l’amministrazione di destra di Bush, nel 2004, ha approvato una legge (il c.d. “Second Chance Act”) mirata ad abbattere i tassi di recidiva soprattutto fornendo opportunità lavorative, già a partire dal carcere, e di reperimento di un alloggio e di cure mediche idonee dopo la scarcerazione. La valutazione dell’impatto d itale misura è controversa, ad esempio D’Amico-
A partire dal 2008, 36 Stati americani hanno sperimentato un calo drastico dei tassi di incarcerazione. 33 di questi, a partire dal 2007, hanno introdotto misure di espiazione alternativa al carcere per i reati di basso impatto sociale, sperimentando un forte calo del tasso di recidiva.
Per il nostro Paese, il Rapporto 2019 di Antigone sottolinea come “delle 44.287 misure (alternative alla detenzione carceraria – detenzione domiciliare, semilibertà, messa in prova, liberazione condizionale, NdA)  in esecuzione nel primo semestre del 2018 ne sono state revocate in tutto 1.509, il 3,4%. E di queste solo 201, lo 0,5%, per la commissione di nuovi reati”. Ciò sostanzialmente conferma i bassi tassi di recidività di chi gode di misure alternative al carcere.

Conclusione

In conclusione, lungi dall’accogliere proposte draconiane e apocalittiche sulla “certezza della pena”, sul ritorno di concezioni retributive e funzionalistiche della pena, in contrasto con il nostro dettato costituzionale, noi sappiamo, oggi, che le misure riabilitative riducono la recidiva, quindi migliorano la qualità della vita delle nostre comunità, abbattendo la criminalità, e contribuiscono a ridurre il costo economico del mantenimento di un gran numero di detenuti in carceri sovraffollate e fatiscenti.
Sappiamo anche, in barba ai profeti della “certezza della pena” intesa come automatismo fra reato e carcere, che la misura più efficace per ridurre la recidiva è l’assegnazione di pene alternative alla detenzione, come ad esempio i domiciliari, i lavori di pubblica utilità, la messa in prova, o la condizionale. Noi siamo già un Paese forcaiolo: appena il 44,8% dei rei è condannato a misure alternative al carcere, a fronte del 71,7% in Germania, del 70,3% in Francia, del 63,7% in Gran Bretagna, o del 52,1% in Spagna. Non abbiamo quindi bisogno di maggiore severità per sovraffollare ulteriormente carceri inadatte a costruire percorsi di reinserimento socio-lavorativo dei detenuti, al contrario abbiamo bisogno di rispettare il dettato costituzionale.