lunedì 26 luglio 2021

Tronti: la sconfitta ed il lascito intellettuale

 


Tronti è stato, per certi versi, l’operaista di maggior caratura intellettuale, insieme a Panzieri ed  alle sue intuizioni metodologiche sulla con-ricerca di classe. Lontano dai deliri di Cacciari, ruppe con l’orientamento confuso e inconsistente di Negri proprio sul piano del luogo in cui condurre la lotta politica: non in orizzontale e dal basso, nell’iper-Urano dell’operaio sociale negriano, cioè sul campo di una presunta autonomia sociale dalla politica, che andò a sbattere nel ’77, ma in verticale e verso l’alto, con l’idea dell’autonomia del politico.

L’idea cioè che la politica condotta nelle istituzioni dello Stato ha un ciclo di durata diversa da quello del capitale, e può, anzi, condizionare quest’ultimo, rallentandolo o accelerandolo con la sua opera di mediazione, necessaria per salvare il capitalismo da sé stesso.

Così la politica sceglierà un maggiore intervento dello Stato in economia, costruendo sistemi capitalistici misti, quando una crisi di domanda o un crinale di innovazione tecnologica radicale minacciano gli assetti produttivi; per altri versi, quando si aprono nuove opportunità di mercato, la politica accelererà la naturale tendenza privatizzatrice del capitale, con interventi liberisti. Questi sono solo due esempi: un altro è insito, ad esempio, nella mediazione politica rispetto alle regole del mercato del lavoro o alle politiche dei redditi, o rispetto alle regole di comportamento dei mercati finanziari ed al relativo sistema di controllo, che in diversi contesti storici rallenta o accelera le tendenze economiche del capitalismo, prevenendone l’insorgere di contraddizioni che la sola funzione economica non può risolvere, oppure accelerandone lo sviluppo.

Per il Tronti che negli anni settanta elabora il concetto di autonomia del politico, il capitalismo è sull’orlo di produrre un enorme cambiamento di struttura, che sarà guidato da incisive riforme politiche, ed occorre, quindi, che la classe operaia anticipi queste riforme prendendo il controllo politico dello Stato, in una logica schmittiana di amico/nemico. In effetti è così: gli anni ottanta segnano una svolta profonda del capitalismo, accompagnata da altrettanto profonde innovazioni politiche: la fine del fordismo, con l’emergere di modelli produttivi non gerarchici e collaborativi e il frazionamento della fabbrica verticalmente integrata in lunghe filiere di PMI; l’emergere di un ceto medio indifferenziato che rivendica uno spazio culturale, economico e di posizionamento produttivo autonomo, e per molti versi antagonista, a quello tradizionalmente occupato dal proletariato. Accanto a questo, i grandi cambiamenti politici: il declino della socialdemocrazia e del marxismo rivoluzionario, l’emergere del liberismo politico con la sua idea di individualizzazione e privatizzazione della società, la crisi del sindacato e dei modelli concertativi.

Per questo Tronti tornerà nell’alveo del PCI, lasciando i suoi vecchi compagni operaisti baloccarsi con costruzioni teoriche astratte e desideri insoddisfatti. Ma Tronti, purtroppo, non è stato capace di sopravvivere intellettualmente alla sconfitta del suo pensiero. La politicizzazione della classe operaia altro non era, infatti, che una forma di riformismo. Certamente una via alta al riformismo, ma questo era. E, dopo aver prodotto la sconfitta del compromesso storico, questa via alta al riformismo è degenerata in una stradina stretta e fangosa.

Questo è avvenuto proprio perché la classe operaia è stata sconfitta sul piano economico: frammentata dall’outsourcing, in perdita di coscienza di classe nei nuovi modelli produttivi toyotisti, affiancata da figure sociali emergenti non cooperative, precarizzata dalle riforme del mercato del lavoro, la classe è sconfitta sul piano economico, e quindi su quello politico non riesce più a produrre una idea di mondo originale, in grado di superare la crisi della socialdemocrazia e del socialismo reale, finendo per acquisire i modelli liberisti altrui nel tentativo di renderli meno crudeli o più “sociali”. Da qui nascono i tentativi, sempre più edulcorati, di tenere in vita un progressismo sempre più scialbo, fino ai veri e propri tradimenti perpetrati dal Pd e dallo stesso Tronti, che votano il  Jobs Act.

In altri termini, l’anti-economicismo del pensiero trontiano si rivolge contro lo stesso Tronti: la sconfitta sul piano economico impedisce alla classe operaia di conquistare quello politico. Il meccanismo gira alla rovescia rispetto a come pensava lui: va dall’economia alla politica, non viceversa. La strada della sconfitta e del convento si apre inesorabilmente.

Cosa rimane del pensiero trontiano? Rimane indubbiamente il fascino dell’analisi della relazione reciproca e stretta che esiste fra economia e politica, e che vediamo all’opera oggi, con il Governo Draghi, che agisce esattamente come grande mediatore in grado di rettificare e raddrizzare gli eccessi contraddittori prodotti da una rapidissima fase di evoluzione del capitalismo, coinvolto in un enorme ciclo di distruzione creativa schumpeteriana. Questo ci insegna che la politica non è affatto morta sotto i colpi della globalizzazione e dell’oligarchizzazione delle multinazionali e dei grandi operatori finanziari. Essa, semplicemente, si adatta a tale fase del capitalismo e, sotto la spinta della Ue o di altri grandi accordi economici o commerciali internazionali, si globalizza. Essa non è morta e non può semplicemente considerarsi l’ancella di trasformazioni nei modi di produzione. Essa vive in mezzo a noi. Sta a noi capire come utilizzarla, senza però pretendere che essa possa autonomizzarsi dall’economia ma, anzi, sapendo vivere nella complessità dell’intreccio reciproco di queste due dimensioni, entrambe essenziali.