martedì 12 luglio 2022

L'Argentina in un tunnel senza fine

 


L'Argentina è di nuovo nell'inferno. Migliaia di persone ieri hanno manifestato contro l'accordo con il Fmi per la ristrutturazione di un maxi prestito di 440 miliardi di dollari concesso, ad un tasso usurario del 7% (in un mondo in cui i tassi erano negativi), al precedente governo liberista di Macri.

Il ministro dell'economia Guzman, che ha firmato l'accordo di ristrutturazione a marzo, fedelissimo dell'attuale presidente Fernandez, un peronista moderato e centrista, si è dimesso, lasciando il posto ad una sodale della vicepresidente Cristina Fernandez. Con la vittoria elettorale peronista di fine 2019, il nuovo governo ha ereditato una economia in recessione da due anni anche per colpa della siccità del 2018, un disavanzo primario di bilancio del 2,2% del Pil ed un tasso di inflazione del 53%. Un quadro di destabilizzazione, aggravato dal fatto che, per sostenere il bilancio pubblico, il precedente governo Macri aveva contratto un maxi-debito di 66 miliardi di dollari posto, con la scusa di voler rassicurare gli investitori stranieri, sotto legislazione statunitense, quindi immediatamente a rischio di pronuncia di default sovrano da parte di qualsiasi tribunale Usa.
È stato necessario quindi rinegoziare immediatamente tale debito nei confronti dei creditori internazionali. La rinegoziazione ha avuto successo, comportando il riscadenzamento delle rate, il taglio del 50% degli interessi ed un haircut dell'1,9% sul valore del capitale.
Ma in conseguenza di ciò i mercati hanno perso fiducia nel Paese ed hanno disinvestito massicciamente, producendo una caduta del tasso di cambio del peso del 50% rispetto al dollaro (sul mercato nero, il cosiddetto "blue dollar", dove avvengono le transazioni maggiori) e la fuoriuscita dell'Argentina dai mercati finanziari, con la necessità di monetizzare il debito tramite emissione di moneta fino al 7,4% del Pil.

Andamento svalutativo del peso rispetto al dollaro sul mercato parallelo

Accelerazione della creazione di massa monetaria per finanziare il Tesoro


Tasso di inflazione in Argentina


Tale inondazione di moneta ed il crollo del tasso di cambio hanno continuato ad alimentare l'inflazione, nonostante il controllo statale dei prezzi dei beni primari. Il tasso di inflazione è attualmente al 48%.
In un Paese fra i più colpiti al mondo dal Covid, messo in ginocchio, nonostante le sue potenziali risorse petrolifere (sottovalorizzate dalla lunga fase di privatizzazione) dall'aumento dei prezzi dell'energia, le stime per il 2022 scontano un forte rallentamento della crescita (il 3-4% a fronte del 10,3% del 2021) ed un ulteriore aumento del rapporto debito/Pil fino al 90%, con un disavanzo primario al 2,5% del Pil che evidenzia il disordine della gestione del bilancio. L'inflazione da costi è schizzata al 66%, mentre i tetti sui prezzi dei beni primari hanno disincentivato la produzione agroalimentare ed energetica, producendo vere e proprie penurie di beni e di elettricità e fenomeni di accaparramento e speculazione sulle merci.

Disavanzo primario in % del PIL


In queste condizioni, evidentemente, era necessario rinegoziare anche l'accordo con il Fmi, divenuto rapidamente non più rimborsabile.
Tale accordo prevede, a fronte di un riscadenzamento delle rate di un debito impagabile e del calo al 3% del suo servizio, un pesantissimo taglio della spesa pubblica, che deve condurre, nel giro di un anno, il disavanzo primario di bilancio dal 2,5% del Pil all'1,9%, fino ad azzerarlo nel 2024.
Il problema è che il 70% del bilancio federale argentino è assorbito da pensioni e sussidi sociali, in un Paese in cui il 38% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Comprimere le spese per sussidi, come voleva fare Guzman su indicazione del Fmi (anche se, a onor del vero, la proposta di tagli era modulata in base agli scaglioni di reddito) può rischiare di gettare nell'indigenza la metà della popolazione e oltre.

Composizione % del bilancio federale argentino per voce di spesa


In una lotta politica interna al peronismo, in vista delle elezioni del 2023, la Kirchner, contrapposta a Fernandez, ha per settimane chiesto pubblicamente, ed infine ottenuto, la testa di Guzman, additato a nemico del popolo.
La nuova ministra, di fede kirchnerista, però, un'ora dopo essere stata nominata, si è attestata esattamente sulla stessa linea del suo predecessore: garanzia del rispetto dell'accordo sottoscritto con il Fmi, presentazione di un primo pacchetto di tagli di spesa concentrato su stipendi ed incarichi pubblici, previsione di aumento dei tassi di interesse ufficiali per raffreddare l'inflazione, fine della monetizzazione del debito.
Evidentemente, la sostituzione ai vertici del Ministero è solo il frutto di una lotta politica fra l'anima conservatrice e quella radicale del peronismo, in vista delle elezioni del 2023, in cui la Kirchner sta progressivamente demolendo il suo avversario interno, il presidente Fernandez.
Altrettanto evidentemente, e questa è la lezione più triste, un Paese nel caos finanziario e senza una base produttiva sufficientemente sviluppata e diversificata non ha alternative al default ed alla ristrutturazione economica e sociale, checche' ne dicano i teorici della monetizzazione dei debiti, della Banca centrale prestatrice di ultima istanza, del controllo statale dei prezzi o del ripudio del debito.
Una sinistra popolare che si trova a governare una situazione simile ha, purtroppo, una sola strada: una redistribuzione sociale dei sacrifici che sia la più equa possibile,. Ad esempio:
- facendo pagare di più chi ha più risorse,
- razionalizzando la selva dei sussidi in modo da mantenere in piedi quelli selettivamente più efficaci nel rispondere al disagio sociale reale, eliminando quelli inefficaci e/o poco equi e riorientando parte di questi alla creazione di occupazione piuttosto che alla sola assistenza,
- migliorando l'efficienza della spesa, riducendo quella socialmente regressiva (ad esempio la Difesa o i consumi intermedi della Pa) e riorientando parte dei risparmi a quella progressiva (sanita', scuola)
- potenziando la capacità di raccolta delle imposte, con una lotta ferocissima e repressiva al lavoro nero (molto diffuso in Argentina),
- tenendo d'occhio le proiezioni di cassa prima della competenza nel decidere le spese pluriennali,
- riducendo la spesa per interessi sul debito pubblico costruendosi una reputazione di affidabilità sui mercati finanziari,
- spostando il carico fiscale dal lavoro al patrimonio, anche con controlli più severi sui movimenti di capitale.
L'unica strada, in sostanza, è quella di stabilizzare l'economia ed i conti pubblici nel modo più equo possibile, senza contrabbandare locas pasiones e sogni da descamisado. Alterum non datur.
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