giovedì 22 ottobre 2020

L'economia del debito


 


La crisi del Covid, con la pesante recessione che ha colpito tutto il mondo (Cina esclusa) insieme alle rilevanti politiche anticicliche messe in campo dai vari governi, ha scavato più in profondità in una tendenza di lungo periodo in direzione di un aggravamento della posizione debitoria, pubblica e privata, delle economie nazionali. In base alle stime dell’Istituto di Finanza Mondiale, il debito complessivo ha raggiunto, nel 2019, alla vigilia della pandemia, il 322% del Pil mondiale, con una proiezione al 342% per il 2020.  

Fra 2007 e la stima al 2021-2022 derivante dagli effetti della pandemia, tutte le componenti di debito risulteranno cresciute, con una marcata tendenza all’accelerazione di quello privato nei Paesi emergenti (circa 50 punti di Pil in più) e di quello pubblico nelle economie mature (40 punti di Pil aggiuntivi, con un record di crescita in Paesi come la Spagna, la Grecia, la Gran Bretagna, il Giappone ed il Portogallo, ma anche l’Italia e gli USA). L’area-euro, nel suo insieme, associa un incremento del peso del debito pubblico in linea con quella delle economie mature ad un incremento di quello privato di poco meno di 20 punti di Pil aggiuntivo. La Cina alimenta la sua crescita straordinaria con un incremento molto rilevante del debito privato, finanziato anche dal sistema dello shadow banking.

Soltanto pochissimi Paesi, come Israele, l’Ungheria, l’India e la solita Germania riescono a mantenere un accettabile equilibrio nelle dinamiche di crescita del debito totale.

Variazioni nel rapporto fra debito e Pil con riferimento al debito pubblico (asse verticale) ed a quello privato (orizzontale)

 


Fonte: IIF

Gli ingredienti sul piatto sono apparecchiati per favorire una nuova crisi finanziaria globale. Potrebbe partire dai Paesi in via di sviluppo, alle prese con livelli di debito esterno molto alti ed un enorme indebitamento privato. Nei giorni scorsi, il Fmi e la Banca Mondiale hanno deciso di prorogare fino a giugno 2021 la moratoria dei pagamenti dei debiti dei Paesi più poveri, una moratoria, però, che non include il pagamento degli interessi e che, soprattutto, viene sabotata dai finanziatori privati, oramai sempre più rilevanti nella composizione del debito di tali Paesi.

Nonostante un fabbisogno di finanziamento per i Paesi emergenti stimato in circa 2.500 miliardi di dollari, a causa delle resistenze messe in atto dall’Amministrazione statunitense, il Fmi non ha potuto utilizzare l’emissione di nuovi DSP e prestiti per più di 90 miliardi. I finanziatori privati dei Paesi beneficiari della moratoria sul debito hanno ufficialmente rifiutato di partecipare all’iniziativa, provocando, come conseguenza, il rifiuto di partecipare persino di alcuni dei Paesi potenzialmente beneficiari, spaventati dall’idea di non poter più accedere ai mercati finanziari privati.

Una serie di fallimenti a catena di Paesi emergenti, con quello argentino, già in atto, che potrebbe aprirne la strada, oltre che produrre effetti sociali disastrosi su tali Paesi, avrebbe ripercussioni globali sui mercati finanziari, sotto forma di andamento erratico dei tassi di interesse, difficoltà o fallimenti di rilevanti investitori privati, crisi bancarie, con le ovvie conseguenze sulla liquidità globale, che è in larga misura prodotta dalle banche.

Se non attraverso i fallimenti sovrani dei Paesi emergenti, la crisi potrebbe assumere i contorni di un crack dei mercati finanziari. Secondo l’Ocse, a partire dal 2008 le società non finanziarie globali hanno emesso 1.800 miliardi di obbligazioni ogni anno, ad un ritmo doppio rispetto a quello degli anni che hanno preceduto la grande depressione del 2008. Nella prima metà del 2020, la crescita ha toccato il livello record di 2.000 miliardi, probabilmente come effetto del tentativo di procurarsi liquidità a fronte del calo delle vendite legato alla crisi pandemica. Secondo l’Unctad, il settore privato non finanziario ha raggiunto un indebitamento globale pari a 75.000 miliardi, in crescita dai 45.000 del 2008.

La qualità di tale debito è, purtroppo, problematica: si stima che appena il 30% di esso abbia un rating pari ad “A”. Come nel 2008, l’anello debole sembra essere il mercato obbligazionario statunitense: sfruttando il Qe ed una serie di incentivi fiscali, le grandi corporation statunitensi utilizzano la tecnica del riacquisto di azioni, essenzialmente, al fine di aumentare il reddito dei manager, aumentando di conseguenza l’indebitamento aziendale necessario per tali operazioni. D’altro canto, il lungo periodo di tassi di interesse molto bassi ha favorito un crescente indebitamento delle famiglie, che la crisi del mercato del lavoro legata al Covid rischia di rendere irredimibile.

D’altra parte, il debito delle società finanziarie delle economie emergenti, cresciuto da 380 miliardi nel 2007 a 3.200 miliardi nel 2017, e rappresentato, per due terzi, dalla Cina, rischia di innescare, se accompagnato da significative svalutazioni dei tassi di cambio rispetto all’euro, fallimenti aziendali e bancari a catena, con effetti globali, simili a quelli della crisi asiatica del 1997-98. Lo shadow banking cinese, pratica molto diffusa in tale Paese e di fatto non soggetta a vigilanza prudenziale, alimenta un mercato di circa 8.000 miliardi di dollari, secondo stime riportate dal Financial Times. Lo stesso quotidiano afferma che detta pratica sostiene circa il 40% del valore dei prestiti erogati nel mercato interno cinese. Tale sistema produce costantemente fattori di instabilità: dalla pratica del cosiddetto “peer to peer” lending, in cui le shadow bank operavano da intermediari di prestiti fra privati, favorendo l’accesso al credito di soggetti non bancabili e vere e proprie truffe, con le piattaforme on line di intermediazione che scomparivano con i soldi degli sprovveduti che vi avevano fatto ricorso, alla pratica di investire in obbligazioni emesse dai Governi regionali e municipali, che diventano così ostaggi di clausole-capestro. Senza contare la propensione degli stessi governi provinciali a dotarsi di società finanziarie pubbliche che operano anche off-shore, su investimenti molto rischiosi che potrebbero compromettere la tenuta dei bilanci pubblici.

Di fronte a tale situazione, servirebbe un nuovo sistema monetario e creditizio regolato su scala globale, una specie di nuova Bretton Woods, che redistribuisca il debito in modo da evitare default asimmetrici, che regoli la liquidità in funzione delle esigenze dell’economia reale e che regolamenti i mercati finanziari per rimetterli al servizio della produzione e dei consumi, e non di una lotteria autoreferenziale. Sapendo che oramai dovremo coabitare per sempre con livelli di debito diffusi su scala globale e sostanzialmente irredimibili, perché in uno scenario globale di deflazione l’idea di tornare alla cara e vecchia austerità è semplicemente assurda.

Siamo entrati, peraltro già da almeno un ventennio, nell’era dell’economia del debito, che per sua natura, man mano che si espande, diventa sempre più incompatibile con il funzionamento di mercati privati liberalizzati che abbiamo conosciuto sinora. In questa era, le vecchie certezze liberiste, basate sul controllo dei saldi di bilancio, benché ancora tenacemente seguite dall’ortodossia economica,  sempre più senso e diverranno strumenti inutili. conviveremo con debiti, pubblici e privati, molto elevati, non rimborsabili o riducibili significativamente ma controllabili, in termini di potenziali effetti negativi, soltanto con il ritorno ad una crescita economica sostanziale ed attenta alle compatibilità ambientali, che lo sviluppo industriale ad alto impatto sull'ecosistema non è più sostenibile.

D'altro canto, o si troverà un meccanismo di regolazione pubblica dei mercati finanziari a livello nazionale e globale, oppure, fra crisi economiche, epidemie (e gli esperti ci dicono che il Covid non sarà l’ultima, stante il livello di degrado dell’ambiente) e crisi ambientali torneremo all’età della pietra.

lunedì 21 settembre 2020

Una prima analisi del voto: verso la necessità crescente di un populismo progressista

 


Sarò corto e provvisorio, come disse il nano del circo con contratto precario. Solo alcune impressioni, in attesa di disporre di dati più analitici:
  • iniziamo dal referendum. Non cadiamo in squallide recriminazioni. Il popolo sovrano si è espresso con una percentuale di voti che non dà adito a discussioni. 17 milioni di italiani, un numero enorme, superiore a quello degli elettorati di riferimento di Pd, M5s, Bonino e sinistra di governo messi insieme (come da voto ottenuto alle Europee del 2019,in cui questo aggregato è arrivato a 12,5 milioni) hanno deciso per il Si. Evidentemente milioni di elettori di destra, nonostante la possibilità offerta loro di mettere in qualche difficoltà il Governo, o comunque di non rinforzarlo ulteriormente, si sono uniti al concerto dell’antipolitica. A spiegare ciò, in piccola parte, vi è l’atteggiamento ambiguo di Salvini, ma anche della Meloni. Costoro hanno fatto un ragionamento molto semplice: essendo parte costituente dell’antipolitica urlata, di fatto il Si gli fa comodo, sia tatticamente (quando nel 2023 si andrà al voto il raggiungimento di una amplissima maggioranza sarà favorito dalla riduzione dei parlamentari) sia culturalmente, perché prepara la strada ad un Paese presidenzialista e preda di un Uomo Forte, come loro preferiscono.
     
  • Dentro una percentuale di Si così alta non vi è soltanto l’evidente asimmetria mediatica ed organizzativa che il Si ha potuto mettere in campo, e nemmeno soltanto l’irrazionale paura di elettori Pd/M5s di perdere il Governo. Dirò di più: non vi è soltanto la voglia di dare “un segnale” ad istituzioni percepite come inefficienti e corrotte (questo era d’altra parte uno dei refrain dei sostenitori del Si). Vi è qualcosa di più subdolo e pericoloso. Vi è una voglia di Uomo Forte, di superamento delle mediazioni della politica, forse di autoritarismo. Purtroppo non è vero quello che affermava la compianta Rossanda, ovvero che nell’uomo alberga la passione per la libertà. Nelle fasi di impoverimento e di incertezza, la libertà cede il posto alla richiesta di sicurezza, e la richiesta di sicurezza viene meglio intercettata da una forma di governo meno democratica. Nel Paese si agita una voglia di ordine e decisionismo. Come affermava Orban, siamo entrati nell’era delle democrature, cioè di dittature occultate dietro sembianze di democrazia e “benedette” dal voto popolare, in un rapporto fra Sovrano e sudditi sempre meno intermediato dai corpi intermedi. Sarà interessante analizzare il dettaglio del voto referendario, ma, con una percentuale simile, temo che riscontreremo ampia omogeneità fra classi sociali, fasce di età, istruzione, ecc. La voglia di ordine e disciplina pervade trasversalmente il Paese. Nessuno, neanche a sinistra, ha analizzato il salto di qualità della presidenza di Conte: non più un mero tecnico sostenuto dall’intero arco politico per brevi periodi emergenziali, ma un premier senza riferimento politico che può, a seconda dell’aria che tira, governare con Salvini o con Zingaretti, una sorta di “manager” della politica che, fuori da qualsiasi legittimazione elettorale o selezione partitica, agisce “on demand” rispetto alla parte che gli paga lo stipendio, esattamente come un qualsiasi manager che oggi lavora per una azienda, domani, se gli conviene, per la concorrenza. Tale deriva rappresenta, probabilmente, la versione italiana della democratura prossima ventura: un uomo solo al comando, senza riferimenti partitici certi, che catalizza su di sé il potere, saltando a botte di Dpcm, Dl reiterati e fiduce il Parlamento, ridotto a Dieta consultiva in formato ridotto, uomo rafforzato dalla sfiducia costruttiva che si vuole introdurre, che salva soltanto l’aspetto peggiore del parlamentarismo, ovvero il trasformismo patologico della nostra politica.
     
  • Il Pd, partito anfibio e camaleontico per eccellenza, ha fiutato l’aria che tira e gran parte del suo apparato si è schierato per il Sì, da Zingaretti a Franceschini fino ai penosi ex sinistri come Bersani o Fassina che mendicano il rientro, in un modo strumentale alla realizzazione di un imminente più ampio sconvolgimento della Costituzione. Non c’è bisogno di essere indovini: Zingaretti e Delrio lo hanno annunciato urbi et orbi. Con questo clima, si può facilmente far passare una riforma in senso presidenzialista (nel senso del premierato, più specificamente) della Costituzione, per avere finalmente l’Uomo Forte.

     
  • Da un punto di vista meramente elettorale, dal voto regionale escono chiaramente vincitori e sconfitti. Salvando Toscana e Puglia, dopo aver salvato l’Emilia-Romagna, ed incassando il bis in Campania, il Pd è il chiaro vincitore. Si assesta su una percentuale di voto compresa, a seconda dei territori, fra il 15% ed il 35%, con una media nazionale del 20% circa. E’ questa la sua reale base elettorale strutturale, che nonostante tutto riesce a difendere. Mentre chi esce dalla galassia del Pd, come Renzi, si ritrova a dover asciugare risultati umilianti. Nel suo feudo regionale, il rignanese non raggiunge nemmeno il 5%! 
     
  • Viceversa, i grandi sconfitti sono i pentastellati. Nonostante il fatto che la vittoria del Si darà loro una possibilità, puramente propagandistica, di rivendicare una vittoria non loro (nella quale, come detto all’inizio, hanno contribuito anche milioni di voti di destra) e quindi darà qualche mese di sopravvivenza a Di Maio e soci, la cruda realtà del voto dice che al Centro Nord non raggiungono nemmeno il 10% (con risultati umilianti, fino al 3%, in Veneto) e che al Sud, soltanto in virtù di un voto clientelare comprato con il Rdc, arrivano ad un magro 11-15%. Alle comunali, non arrivano mai al ballottaggio, tranne a Matera. Il M5s è in sparizione, con questi numeri non può reggere come partito di potere e di nomenklatura, una scissione di Di Battista non è nemmeno improbabile, e comunque gli apparatchik che Di Maio e soci hanno piazzato nel Deep State faranno presto ad eclissarsi, con questi risultati elettorali. La vittoria referendaria non tira la volata ai risultati elettorali, oramai non sembra esserci più nulla da fare per evitare il declino. 
     
  • Restando a sinistra, il voto finisce di maciullare definitivamente i rimasugli della sinistra radicale. Che stia dentro le liste dei candidati Pd o che si presenti autonomamente, oramai raccoglie risultati miserrimi. Gruppi dirigenti screditati, sradicamento anche fisico dai luoghi della sofferenza sociale, incapacità di proporre qualcosa di utile sui grandi temi che interessano gli italiani, dal lavoro all’immigrazione all’euro fino alla sicurezza nonché un identitarismo obsoleto si combinano con la tendenza maggioritaria intrinseca al voto degli ultimi anni, che premia il voto utile. Sinistra delenda est, lo svuotamento è arrivato al fondo del barile. Persino i gruppi sui quali la sinistra radicale aveva cercato di costruire la sua sopravvivenza, le micro-minoranze Lgbt, i ceti medi istruiti/globalizzati e la militanza nostalgica si sono distaccati, trovano tranquillamente rappresentanza nel Pd o nel M5s, oppure si allontanano nell’astensionismo. E’ finita, una lunga e gloriosa storia è finita e va detto. 
     
  • Infine, nella Lega viene a maturazione il declino di Salvini: l’abbandono ridicolo del Governo nell’agosto del 2019 era stato motivato con la promessa di tornare subito al voto, che non si è avverata, poi co nquella di una conquista lenta delle piazzeforti avversarie, anch’essa tradita dalle sconfitte in Emilia-Romagna e in Toscana. L’esperimento di destra nazionale di Salvini si arena dimostrando tutta la sua debolezza intrinseca: esso non era il frutto di una strategia organizzata, quanto piuttosto della capacità affabulatoria del Grande Banalizzatore, che adesso ha perso smalto e fascino. Si prepara una Notte dei Lunghi Coltelli nella quale Zaia, forte del suo consenso personale (la sua lista civica ha sfiorato il 50% in Veneto) inevitabilmente sfiderà Salvini su un modello di Lega più territoriale, più nordista, più federalista, più simile a quello delle origini. 

     
  • E a sinistra resta pendente la questione del Che Fare: di fronte al clima del Paese, credo sia assurdo ed irrealistico continuare a vagheggiare progetti di ricostruzione di partiti-massa. Nella sudamericanizzazione politica che l’Italia sta subendo, occorre pensare in modo sudamericano. Immaginare un populismo fortemente progressista e con evidenti tratti socialisti, che però rinunci ai simboli identitari del passato e rinnovi anche il suo linguaggio, che guardi non solo alle periferie, ma anche a segmenti ipersfruttati della new economy e a fasce di piccola borghesia a rischio estinzione per la globalizzazione dei mercati e la oligopolizzazione di interi settori economici. Qualcosa che abbia diverse sfaccettature, che si tenga insieme dentro un discorso generale di contrasto all’impoverimento e di interesse nazionale, che valorizzi più la partecipazione che la rappresentanza, secondo l’esprit du temps, qualcosa di simile al Frente Amplio uruguayano o al peronismo di sinistra argentino. Costruito attorno ad un leader carismatico che è ancora da trovare. 
     
     

lunedì 14 settembre 2020

Un confronto fra economisti sulla gestione del debito pubblico prodotto dalla crisi del Covid

 


 Al presente link https://www.project-syndicate.org/bigpicture/the-debt-pandemic?barrier=accesspaylog, vengono esposte in forma rapidamente comprensibile le diverse opinioni dei principali filoni teorici dell'economia in merito al trattamento dell'extra debito pubblico generato dalla recessione del Covid. 

Si parte dall'opinione della Modern Monetary Theory che, come noto, considera il deficit primario del bilancio dello Stato come la precondizione per trasferire risparmio ai privati e quindi ridurre l'esigenza di ricorrere ai prestiti bancari, producendo un calo dei tassi di interesse che, per la loro correlazione interna, genererebbe anche una discesa del servizio del debito. Stephanie Kelton ci dice, quindi, che il problema non è quello di tornare verso l'avanzo di bilancio, ma di regolare la quantità di disavanzo che si produce sulla base della quantità e qualità dello stock potenziale di risorse reali disponibili nell'economia: lavoratori con le loro competenze, macchinari e stabilimenti, grado di innovazione tecnologica di prodotto e processo, risorse naturali. Solo quando la spesa pubblica supera tale stock di risorse disponibili, che di fatto definisce il tasso di crescita potenziale di una economia, allora si genera iperinflazione da domanda e deficit pubblico (quindi debito pubblico) eccessivo. Fino a quando si aumenta la spesa entro il tasso di crescita potenziale, si fa solo del bene perché si trasferiscono risorse di consumo ed investimento al settore privato e si tengono bassi i tassi di interesse, evitando l'effetto snowball del debito. La susseguente crescita economica si incaricherà di ridurre il debito pubblico. 


 

Le cose, però, non sono così facili secondo l'opinione di Raghuram Rajan, dell'Università di Chicago. Il debito prodotto oggi (si stima che le misure finanziarie di sostegno alla domanda aggregata messe in campo dai vari Governi durante la crisi del Covid ammontino al 20% del Pil mondiale) si scaricherà sulle future generazioni. In passato, ciò non costituiva un problema, perché si sapeva che le future generazioni sarebbero state più ricche di quelle attuali, quindi avrebbero facilmente sostenuto l'extra debito. Ma l'invecchiamento della popolazione, l'ivestimento pubblico insufficiente nel settore dell'educazione e della formazione e la minaccia del cambiamento climatico globale pongono seri limiti alla dinamica della produttività futura, conducendo ad un mondo presumibilmente meno dinamico, in termini di crescita, rispetto al passato. La conseguenza è che la spesa pubblica di sostegno alla fuoriuscita dalla crisi da Covid deve essere estremamente selettiva, per non trasferire debito inutile a future generazioni impossibilitate a ripagarlo, e mirare a proteggere i lavoratori, ma non ogni tipo di attività produttiva. Mentre i lavoratori che hanno perso la loro occupazione e le loro famiglie dovrebbero essere, secondo Rajan, aiutati a mantenere uno standard di vita decoroso ed a riconvertirsi professionalmente fino a quando l'economia non riparta ed il settore dell'educazione andrebbe fortemente sostenuto con spesa pubblica perché riduce il gap di produttività delle future generazioni, non tutte le attività produttive andrebbero sussidiate: le  attività ed i settori decotti (come le linee aeree, esemplifica Rajan, forse pensando ad alitalia) o già prima della crisi in eccesso di offerta non vanno sussidiati per farli sopravvivere, perché è più economico pagare l'indennità di disoccupazione ai loro lavoratori; analogamente, non vanno sussidiate le attività che hanno molta domanda e che, in caso di chiusura, possono essere facilmente rimpiazzate con nuove start-up. I sussidi alle imprese vanno limitati alle sole attività non facilmente rimpiazzabili (ad esempio perché ubicate in territori depressi) e che hanno un elevato valore agigunto economico (sono componenti essenziali di filiere vitali per l'industria nazionale) o sociale. E generalmente non vanno sussidiate le grandi imprese, che possono più facilmente trovare credito privato o ristrutturare la propria attività. 

 


 

 Anne Krueger sposta l'attenzione sulla gestione del debito pubblico post-crisi. I Governi, sostiene, potrebbero essere tentati di imporre un tetto massimo ai tassi di interesse, al fine di ridurre il servizio del debito, esattamente come fece il Tesoro statunitense nella fase della Financial Repression dell'immediato dopoguerra. Anche perché potrebbe generarsi nei mercati finanziari l'aspettativa autorelizzantesi di un aumento dei tassi di interesse, per cui nessuno sarebbe disposto ad accettare il rollover del debito sovrano agli attuali, modesti, tassi. Tuttavia, tale strategia funziona se il tetto massimo ai tassi di interesse è ad un livello inferiore al tasso di inflazione, per cui il debito subisce una erosione inflazionistica maggiore rispetto alla sua rivalutazione tramite i tassi di interesse che vi si applicano. Ma nel contesto attuale di deflazione tale strategia è minata alla radice. E comunque esercita un effetto di spiazzamento dall'investimento privato, rischioso, a favore dei titoli pubblici, sicuri, riducendo la crescita. Al fine di gestire il debito post-Covid, sono a suo parere più efficaci misure fiscali targettizzate, ovvero l'introduzione di nuove tasse su attività che si intendono disincentivare: una nuova carbon tax, o una tassa sulla plastica, o sui movimenti finanziari puramente speculativi. 

 


 

Todd Buccholz, ex consulente di Bush per la politica economica, suggerisce, insieme, guarda un pò, a George Soros, di emettere dei bond pubblici perpetui, o con scadenze lunghissime, a 50 o anche 100 anni, a tassi di interesse fissi e simbolici (attorno allo 0,5%), che andrebbero a sostituire le scadenze più brevi ed onerose per il bilancio pubblico, al fine di "congelare" nel tempo un tasso di interesse molto basso e quindi in grado di mantenere il debito pubblico in condizioni di sostenibilità, a prescindere dai cambiamenti nello scenario inflazionistico e dei mercati finanziari nei prossimi 50 o 100 anni. Ciò consentirebbe anche di evitare una eccessiva monetizzazione dei debiti pubblici, che potrebbe condurre ad aspettative inflazionistiche, inducendo quindi gli operatori finanziari ad accettare nuovi titoli del debito pubblico soltanto a condizione che i tassi di interesse siano crescenti, producendo uno scenario di default. I bond perpetui sarebbero facilmente accettati da piccol irisparmiatori e fondi di investimento non speculativi, perché visti come una riserva di valore piccola ma assolutamente sicura ed inattaccabile, e soprattutto perpetua, quindi trasmissibile anche agli eredi, come una casa.  Tale soluzione,a giudizio di Soros, potrebbe essere più accettabile di quella dei coronabonds perpetui anche per la Germania ed i cosiddetti "Paesi frugali" dell'area euro, perché un bond perpetuo, o con scadenze talmente lunghe da essere considerato tale, non potrebbe essere classificato come debito da rimborsare, proprio perché non sarebbe rimborsato mai, ma piuttosto, più accettabilmente, come una sorta di rendita perpetua. Quindi non ci sarebbe una mutualizzazione del debito pubblico. Il ricavato delle aste di questi titoli perpetui, sempre secondo Soros, dovrebbe essere per la maggior parte destinato ai Paesi del Mediterraneo del Sud, quelli più colpiti dagli effetti del Covid e più in ritardo in termini di competitività. 



Lascio al lettore la scelta fra le varie opzioni. Personalmente, io preferisco questa ultima opzione, e in passato mi ero permesso anche di suggerire una veicolazione di una parte del risparmio privato oggi fermo sui conti correnti o in attività speculative verso un bond a basso rendimento come questo. Anche se non trascuro le suggestioni della Kelton, nella misura in cui ci dice che il problema non va visto in termini di saldi contabili del disavanzo da riequilibrare con politiche procicliche, ma di capacità di attivare tassi di crescita in grado di riassorbire il debito.


domenica 23 agosto 2020

Il Mali: l'ultima frontiera del colonialismo occidentale

 

Introduzione e contesto

 

Di tutta l’Africa, il Mali è uno dei Paesi più interessanti, forse insieme a Sudan ed Angola, per altri motivi, ed è un Paese-chiave nello scenario globale da almeno 10 anni a questa parte. Tale Paese è ancora immerso nella guerra civile innescata nel 2012 dall’indipendentismo tuareg, presto inquinata e parzialmente scavalcata da una ondata islamista radicale, attiva nel nord e nel centro, animata in parte da Daesh e in parte da altri gruppi salafiti, quali ma’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), Al-Qaeda nel Magreb islamico (AQIM), il potente movimento Ansar al-Dine (AAD), che oltre ad un connotato religioso ha anche un tratto etnico, essendo rappresentativo dell’etnia Fulani, e il Macina Liberation Front. Di fatto, il Mali rappresenta la frontiera meridionale della lotta dell’Occidente contro il dilagare dell’islamismo radicale in Africa, che, ove vincente, avrebbe conseguenze geopolitiche catastrofiche, stante l’enorme numero delle masse africane, oltretutto popoli giovani ed irresistibilmente attratti dalla migrazione verso i nostri Paesi. In tal senso, peraltro, il territorio del Mali è area di transito di grandi flussi di migranti provenienti dall’Africa occidentale. La sua perdita sarebbe catastrofica per l’Europa.

Resosi indipendente senza un grosso movimento di guerriglia nel 1960, nell’ambito di una decolonizzazione pacifica pilotata dalla Francia, dopo un breve periodo di socialismo africano ad economia pianificata e di forti relazioni con l’Urss, interrotto nel 1968 dal colpo di Stato militare dell’allora tenente Moussa Traoré, il Mali è da allora stabilmente nella sfera di influenza dell’ex metropoli, ovvero della Francia, persino da quando, con l’ennesimo colpo di Stato del 1991, è stata introdotta la democrazia con il multipartitismo. I vari leader “democraticamente eletti”, al netto di fenomeni endemici di corruzione e truffa elettorale, da Alpha Konaré (per la verità l’unico un po' più autonomo) fino a Ibrahim Boubacar Keita, sono stati, a diversi gradi, cloni costruiti in laboratorio dalla Francia tramite le proprie università e la propria diplomazia. Il controllo francese è talmente capillare che persino il campionato di calcio e la relativa nazionale sono in larga parte gestiti da dirigenti ed allenatori della ex metropoli. Il francese è la lingua ufficiale.

Con il 56% di popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno, è il settantesimo Stato più povero del mondo. E’ praticamente privo di settore industriale, ad eccezione delle miniere d’oro, sfruttate da compagnie canadesi, australiane e cinesi con concessioni di favore pagate corrompendo politici e funzionari locali, e delle fabbriche di tessitura del cotone della CMDT, di cui il Mali è uno dei principali esportatori mondiali. La CMDT è in mano allo Stato e da lungo tempo oggetto di famelici desideri di privatizzazione portati avanti dal FMI, grande creditore del Paese, cui si oppongono, per primi, i contadini, che riescono a vendere all’impresa statale a prezzi più alti di quelli che spunterebbero con un privato. L’impossibilità di privatizzare CMDT ha fatto sì che i dirigenti politici maliani, fedeli al FMI ed alla Francia, abbiano scientemente fatto fallire l’impresa, facendole venire meno i fondi pubblici di sussidio, che servivano per pagare ai contadini prezzi più alti di quelli medi del mercato. Il resto dell’economia è fatto di agricoltura e di allevamento di sussistenza, con la produzione e la distribuzione organizzata su base tribale e di un poverissimo tessuto di microcommercio, servizi alla persona ed artigianato nei centri urbani. Il turismo, che vive di escursioni nel deserto, della Parigi-Dakar, della città di Timbouctou e delle suggestive iscrizioni rupestri dei Dogon, è in completa rovina a causa della guerra.

Il Mali usa il franco CFA, che di fatto impedisce uno sviluppo economico autonomo tramite la fissazione di un tasso di cambio fisso con l’euro, garantita dalla Francia, in modo tale da impedire una svalutazione in grado di favorire le esportazioni, mantenendo di converso molto alto il prezzo delle importazioni. Con la riforma prevista da Macron, che dovrebbe sostituire il franco CFA con una nuova moneta comune all’area (chiamata “eco”) la Banca Centrale comune ai Paesi dell’Africa occidentale, la CEDEO, non avrà più l’obbligo di versare la metà delle sue riserve valutarie estere al Tesoro francese, un obbligo che da tempo faceva strillare al neo-colonialismo, ma in compenso, esattamente come avvenuto con Maastricht, i Paesi che aderiranno a tale nuove moneta, fra i quali il Mali, dovranno sottoporsi a pesantissimi programmi di riaggiustamento macroeconomico, mirati ad azzerare l’inflazione, portare il deficit di bilancio al 4% del PIL, far crescere il gettito fiscale del 10% ogni anno, dotarsi di riserve di valuta in grado di coprire almeno tre annualità di importazioni (strangolando il piccolo commercio di questi Paesi che, fuori dai circuiti ufficiali, vive di scambi in valuta estera, essenzialmente euro e dollari). La nuova valuta continuerà inoltre ad essere fissata in modo rigido rispetto all’euro, continuando così a bloccare le esportazioni e rivalutare le importazioni, ma creando un meccanismo monetario e macroeconomico stabile in grado di attrarre capitali esterni, proseguendo nel neocolonialismo per la via degli IDE.

 

Il mosaico etnico e sociale

 

Geograficamente ed antropologicamente, il Mali è diviso in tre macro-regioni: il nord, desertico e semi-disabitato, popolato da tribù semi-nomadi di Tuareg e da Mauri (e dagli ex schiavi neri dei Tuareg, affrancati e riuniti nell’etnia Bella) il centro, appartenente alla fascia del Sahel, coperto da steppa e paludi, abitato essenzialmente da popolazioni di etnia Fulani e dai misteriosi Dogon, le cui iscrizioni rupestri e conoscenze astronomiche hanno fatto pensare per un certo periodo che fossero entrati in contatto con civiltà aliene ed il sud, la zona più urbanizzata e ricca dal punto di vista agricolo, dominata dalla savana e dalla foresta, abitata dai Bambara, l’etnia dominante, che rappresenta poco meno di un terzo della popolazione totale del Paese, strettamente imparentata con i Mandingo e da altri gruppi etnici minori quali i Bozo, che vivono essenzialmente di pesca lungo il fiume Niger e sono gravemente minacciati dal suo inquinamento. I grandi spazi aridi e disabitati, l’assenza di sistemi di trasporto aventi un minimo di efficienza e la debolezza enorme del tessuto produttivo e delle istituzioni politiche, persino rispetto agli altri Stati africani, hanno sinora  impedito il fenomeno di macrocefalismo urbano: la capitale, Bamako, collocata nella fascia tropicale del Sud, non arriva a 3 milioni di abitanti ed assorbe appena il 13% della popolazione totale. Tuttavia, sta crescendo a ritmi molto rapidi (circa il 5% annuo) attraendo popolazioni in fuga dalla guerra civile, e si sta trasformando nella classica capitale africana sovrappopolata, con crescenti problemi abitativi, igienico-sanitari (in particolare rispetto all’accesso all’acqua potabile), ambientali, sociali e di concentrazione di bidonville miserrime.

Questo Paese così diversificato e composito sotto il profilo etnico, geografico, tenuto insieme perlopiù da una singolare unità religiosa (il 95% della popolazione è di fede musulmana sunnita) derivante dal suo passato imperiale pre-coloniale, non ha sviluppato istituzioni politiche e sociali solide e radicate, apparendo molto fragile anche rispetto ai suoi vicini africani. La democrazia molto recente (solo a partire dal 1991) non ha creato organizzazioni partitiche o sindacali durature. I partiti politici hanno spesso natura movimentista ed opportunistica, formandosi su base etnica per specifiche battaglie, per poi dissolversi o fondersi con altri. L’Islam di tipo sunnita, privo quindi di un clero organizzato gerarchicamente, e l’assenza di una famiglia dinastica riconosciuta non hanno consentito alla religione di farsi fattore di agglomerazione, benché singoli imam possano essere di volta in volta molto popolari e seguiti.

In tale magma, l’Esercito rappresenta, quindi, l’unica organizzazione sociale minimamente strutturata e ordinata gerarchicamente, benché anch’essa molto fragile: poco professionalizzato ed ampiamente sottopagato, spesso composto da una geometria variabile di bande armate di base etnica che, in base ai diversi accordi politici o alle congiunture del momento, entrano o escono (disastrosa la scelta di far entrare nell’esercito, dopo il 2013, bande di ex ribelli tuareg, che alla ripresa del conflitto hanno disertato o addirittura sabotato le operazioni militari governative contro il nazionalismo tuareg), gravemente carente di equipaggiamento (non esistono carri armati, gli ultimi T-54 di fabbricazione sovietica sono oramai rotti da anni, la forza corazzata è garantita da pochi carri leggeri sovietici degli anni cinquanta e da autoblindo, l’artiglieria da pochissimi mortai da campo e lanciarazzi cinesi degli anni sessanta, la difesa aerea è affidata a tre aerei da attacco al suolo subsonici Embraer Tucano di costruzione brasiliana e a quattro vecchissimi elicotteri d’assalto Mi-24 di origine sovietica).

Inoltre, fatto ancora più grave, la catena di comando è totalmente anarchica: i dittatori o presidenti di turno favoriscono ora l’una, ora l’altra forza militare (ve ne sono tre: l’Esercito vero e proprio, la Gendarmeria Nazionale, con compiti di polizia militare ma anche giudiziaria, analogamente ai nostri carabinieri, e la Guardia Nazionale, una specie di corpo di pretoriani a difesa del presidente di turno, spesso avvicendata su base etnica e nepotistica), le singole unità vengono create, fuse, soppresse o dislocate in modo capriccioso e caotico, le carriere sono basate su fattori politici ed etnici, la corruzione è dilagante, con il risultato che le truppe più impegnate in prima linea finiscono spesso per trovarsi senza stipendio o senza gli incentivi economici promessi per il loro impiego, finendo per divenire fonti di possibili colpi di Stato da “frustrazione”. I continui cambiamenti di assetto dei reparti impediscono la nascita di qualsiasi spirito di corpo, così come il ricambio continuo ai vertici ostacola la definizione di una dottrina militare coerente.

 

La maturazione del colpo di Stato

 Forze francesi nel Mali

In questo grandissimo casino, nei mesi scorsi è venuto maturando un movimento di crescente insofferenza popolare verso il presidente Ibrahim Boubakar Keita (soprannominato IBK). Questo prodotto del colonialismo francese, oramai vecchio e malato, incapace di difendere l’economia nazionale dalle pretese dei programmi di riforma del FMI, dal debito estero soffocante, dal taglio delle già deboli spese previdenziali ed assistenziali, ivi compresi i sussidi alimentari, alimentata dalle spese militari e dall’esigenza di tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 4% imposta dalla partecipazione alla moneta unica africana, si teneva in piedi da anni grazie, da un lato, a brogli elettorali ed alla diffusa corruzione (la corte costituzionale, dopo l’esito delle elezioni legislative che davano la maggioranza agli oppositori di IBK, ha arbitrariamente ridefinito l’esito di un centinaio di collegi elettorali, in modo da creare una maggioranza artificiosa) e dall’altro alla pesante cooperazione militare francese e degli altri Paesi dell’area controllati dalla Francia. Tramite l’operazione Barkhane, la Francia tiene stabilmente nel Mali oltre 1.000 uomini dei suoi migliori reparti (paracadutisti, fanteria navale e Legione Straniera) insieme a circa 400 uomini della Repubblica Ceca, dell’Estonia, della Danimarca e della Gran Bretagna, appoggiati dall’Aviazione (6 Mirage, 10 aerei da trasporto ed una ventina di elicotteri d’assalto), con centinaia di blindati pesanti e veicoli da trasporto corazzati. Inoltre, la missione di peace keeping sotto egida ONU, che agisce in parallelo e di fatto cooperando con le forze francesi nel garantire protezione al governo dagli attacchi provenienti da nord, è costituita da quasi 13.000 militari e 1.700 poliziotti.

Nonostante ciò, fra 2019 e 2020 le forze governative del Mali subiscono, per la loro fragilità già sopra descritta, numerose sconfitte. La linea difensiva più a nord, composta dai tre forti di Anderamboukane, Indelimane e Labbezanga viene abbandonata, a seguito di centinaia di perdite dovute agli attacchi jihadisti. Nei primi mesi del 2020, circa 90 militari governativi muoiono a seguito di continui attentati. Al-Qaida riesce persino a sequestrare Soumaila Cissé, il leader dell’opposizione parlamentare.

Ad aggravare la situazione, accanto al conflitto religioso nel nord, a fine 2019 esplode un conflitto etnico sanguinoso nel centro, fra i Fulani ed i Dogon, supportati dai Bambara. Quasi 400 civili perdono la vita nel 2019, ed altri 600 nei primi sei mesi del 2020, in stragi comunitarie legate all’accesso all’acqua ed ai terreni di pascolo.

L’insoddisfazione popolare per ciò che viene avvertito come un crollo verticale dello Stato si fa sentire a marzo, complice l’ulteriore aggravamento delle condizioni economiche della popolazione dovuto al coronavirus, le cui cifre sul numero di contagi e di morti sono del tutto incerte: i principali gruppi di opposizione, civici e religiosi, formano un movimento unitario, il M5-RFP. L’imam Mahmoud Dicko, figura molto ascoltata e rispettata nel Paese, importante uomo di mediazione fra il governo e le forze jihadiste, un tempo alleato di IBK, ne chiede le dimissioni. Il 10 luglio esplode una manifestazione popolare in tutto il Paese. Le forze di sicurezza lealiste rispondono, il bilancio è di oltre 11 morti, centinaia di feriti e di arresti politici. IBK, spalleggiato da Macron, cerca di resistere offrendo un governo di unità nazionale, le dimissioni del figlio dalla carica di presidente della Commissione parlamentare sulla Difesa e la dissoluzione della corte costituzionale responsabile della truffa elettorale del 2018, ma oramai il dado è tratto.

L’Esercito, infatti, sta covando troppe frustrazioni. I soldati al fronte sono demoralizzati: gli attacchi jihadisti li ammazzano come mosche, molti non ricevono l’incentivo economico specifico per i combattenti. IBK compie l’errore fatale di rimuovere dal ruolo di comandante della forza di sicurezza presidenziale il tenente colonnello Ibrahim Traoré, molto rispettato nello Stato maggiore. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Il 18 agosto un gruppo di ufficiali di livello intermedio attacca Kati, la principale base militare del Paese, a 15 chilometri dalla capitale, requisisce armi, veicoli e blindati e da lì muove verso Bamako, senza incontrare alcuna resistenza, fra ali di folla gioiosa. In un colpo di Stato totalmente incruento e manifestamente perfettamente organizzato in anticipo, il presidente IBK ed il Primo Ministro Boubou Cissé, ex economista della Banca Mondiale ed altra creatura francese e del FMI, vengono arrestati presso le loro residenze private (con la scusa ufficiale di garantirne la sicurezza), portati alla base militare di Kati e da lì costretti a dare le dimissioni in diretta televisiva.

Si forma immediatamente una giunta militare evidentemente anch’essa preparata in largo anticipo, autodenominatasi “comité de salut populaire”, che assume i pieni poteri. Il ruolo di presidente viene dato al tenente colonnello Assimi Goita. I colonnelli Camara, Koné e Diaw, insieme al portavoce, il tenente colonnello Ismail Wagué, vicecomandante dell’Aeronautica, compongono la Giunta. Nessun comandante militare si dissocia dal golpe. Il movimento M5-RPF fornisce immediato sostegno all’azione, pur chiedendo di aprire un processo di dialogo nazionale con i golpisti. Scene di giubilo attraversano il Paese.

 

Cosa può succedere

 La giunta militare: al centro, il portavoce



Speculare su cosa succederà a questo punto è molto difficile. La rottura degli equilibri sanciti dal 2013 con l’ascesa al potere di IBK è stata quasi immediatamente interpretata come una intrusione di forze esterne nella governance, ai danni della tradizionale capacità di controllo da parte della Francia. Indubbiamente, il governo appena rimosso era fortemente legato alla ex metropoli, così come fa sospettare il fatto che uno dei componenti della Giunta, il colonnello Camara, il comandante della base di Kati, sia partito a giugno in Russia per un periodo di addestramento. Qualche commentatore ha voluto vedere dietro al golpe la manina della Turchia, che avrebbe interesse ad indebolire la Francia di Macron, schieratasi contro Erdogan nel Mediterraneo.  D’altra parte, la Francia ha immediatamente stimolato una risoluzione ostile al golpe da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed ha essa stessa condannato l’azione della giunta.  

Tuttavia, altre voci, raccolte da Africa Report, spesso molto affidabile nell’analisi dei fatti africani, lasciano pensare ad atre possibilità. Queste voci fanno trapelare che l’eminenza grigia dietro il golpe sia il generale Cheick Dembélé, uomo fortemente legato alla Francia: formatosi all’Accademia militare francese di Saint Cyr e poi nell’Accademia militare tedesca di Monaco, è stato direttore di una scuola di peacekeeping di Bamako finanziata dall’ONU ed ha lavorato con l’Unione Africana, oltre che svolgere funzioni di carattere politico-amministrativo (è stato direttore degli acquisti di armamenti del Ministero della Difesa). Quest’uomo non ha motivi per essere ostile alla Francia o all’Occidente, benché sia un oppositore di IBK (ha recentemente sposato la figlia della leader femminile del movimento 5S, la Kidiatou Sow, ex governatrice del distretto di Bamako, femminista poco incline all’islamismo ed anch’essa formatasi in Francia).

La stessa Giunta militare appena formatasi, evidentemente in base ad un piano di preparazione ben studiato e non frutto di fattori immediati di risentimento antifrancese, sta adottando un approccio molto cauto e diplomatico: il portavoce ha immediatamente annunciato che il ruolo della giunta è meramente transitorio, l’obiettivo essendo quello di tornare alla democrazia in “un tempo ragionevole” (non ha specificato però quanto) tramite un processo di transizione che sarà gestito da un presidente ad interim civile e non militare, da identificarsi in modo concertativo tramite l’apertura di un dialogo con tutte le forze politiche e sociali. Durante l’intervista concessa, il portavoce (peraltro famoso nel suo Paese per aver sfasciato completamente l’ultimo Mig 21 ancora volante in un incidente) ha peraltro sottolineato il ruolo di servizio assunto dalle Forze Armate, in un contesto in cui l’esautorazione del governo era desiderata dal popolo ed ha auspicato che non vengano prese misure di sanzione, perché esse colpirebbero il popolo del Mali.

Altro elemento significativo è che, dopo un colloquio con la nuova giunta militare, l’imam Dicko, quello che si era impegnato in un equivoco (e poco gradito da Parigi) processo di mediazione fra governo e jihadisti, ha dichiarato di volersi ritirare dalla politica. Le dichiarazioni venate di prudente antifrancesismo, cui era solito abbandonarsi salvo poi correggersi, erano una costante di tale religioso, ed erano evidentemente poco apprezzate all’Eliseo.

La sensazione di chi scrive è quella di un golpe pilotato da Parigi, con il quale Macron si è liberato di un alleato oramai scomodo ed inutile, sgradito alla popolazione ed evidentemente incapace di tenere le redini del governo, al tempo stesso sbarazzandosi anche di figure ambigue di cui IBK si era circondato (come per l’appunto Dicko) oppure di un golpe subito, ma per l’attivazione di forze interne, non esogene, cui Parigi ha dato un sostanziale lasciapassare per non mettersi contro l’opinione pubblica maliana (facendo buon viso a cattivo gioco, e sperando che i militari si allineino all’Eliseo). Vedremo cosa succederà, ma è altamente improbabile che, in un Paese in cui la forza militare francese tuttora presente ed operativa può spazzare via i fragili golpisti locali in un secondo, Parigi abbia veramente lasciato passare un regime change ad esso ostile senza reagire, se non al mero livello diplomatico. Per il momento le paventate sanzioni economiche non sono ancora scattate. Ed i golpisti mostrano il loro volto più democratico, sorridente e dialogante (almeno negli intenti ed in prospettiva), evidentemente rivolgendosi anche alla comunità internazionale che sentono di non dover agitare troppo.

 

 

giovedì 18 giugno 2020

La meridionalizzazione di una città del Centro-Nord

 


Il lungo, e per certi versi dimenticato, dibattito sulla questione meridionale si è intrecciato, negli anni, in misura più o meno pretestuosa, con quello di una questione settentrionale. Le due questioni hanno convissuto l’una con l’altra, in modo sostanzialmente occulto negli anni del boom economico (nel senso che in quegli anni le esigenze di sviluppo del Settentrione hanno largamente prevalso su quelle del Sud), per poi esplodere quando, già dalla fine degli anni Novanta, la crescita economica italiana è rallentata.
La questione settentrionale, una volta esplosa, ha dimostrato elementi di problematicità diversi da quelli del Mezzogiorno. Come afferma Castronovo, la questione settentrionale (cui si possono assimilare numerose situazioni di aree ad elevata industrializzazione del Centro Italia) si manifesta “ allorché, da un lato, si affievolì al Nord un trend economico espansivo su scala territoriale globale e, dall'altro, la classe politica locale cominciò a perdere quota in sede nazionale e non seppe formulare proposte adeguate di sviluppo e modernizzazione (…) oggi è venuta imponendosi alla ribalta una questione settentrionale che covava da tempo e che è divenuta man mano più acuta. E ciò sia per l'incapacità culturale, da parte della classe politica, di comprendere i mutamenti avvenuti nella fisionomia sociale delle comunità locali; sia per il crescente malessere di tante imprese costrette a competere nel mercato globale senza un adeguato retroterra di strutture logistiche, di trasporti e comunicazioni, di nuove fonti energetiche, di investimenti in capitale umano e in alta tecnologia”.
Di conseguenza, a differenza della questione meridionale, che è legata alle inerzie tipiche del sottosviluppo, quella settentrionale è legata ad una serie di freni posti sulla strada di un ulteriore sviluppo, necessario per tenere il passo con le aree più dinamiche del Centro e del Nord Europa. E’ la sensazione di “perdere terreno” rispetto ai primi, fra i quali si è appartenuti, che crea una crisi di identità.
Gran parte della questione settentrionale e dei suoi erronei rimedi, come il federalismo asimmetrico, nascono da questo problema, per così dire, di identità: la percezione, in larga parte giustificata, di non essere più gli stessi, di non avere più la forza economica e la competitività di un tempo, che costringe il Nord, un tempo orgogliosamente (ed anche, per molti versi, egoisticamente) auto-percepentesi come “altro” rispetto al Mezzogiorno, a specchiarsi in fenomeni di degrado tipici del ritardo di sviluppo, fino ad allora confinati nei territori a sud del Tevere: diffusione della criminalità organizzata di stampo mafioso, degrado abitativo ed urbano, deindustrializzazione di grandi complessi produttivi, disoccupazione intellettuale, fuga di cervelli.
La crisi, prima ancora che produttiva, diventa culturale, identitaria: perso il modello che ha consentito anni di crescita e benessere, molte aree del Nord vagano fra ribellismo rabbioso e cieco, angoscia da insicurezza, difficoltà a gestire una povertà dalla quale si credeva di essere usciti. E, come tutte le crisi culturali e di identità, si accompagna a fenomeni di devianza sociale, che sono gli amplificatori di una difficoltà a restituire senso al proprio modello di vita da parte di intere comunità improvvisamente impoverite.
A puro titolo di esempio, nel grafico riportato in fondo al presente articolo, per alcuni indicatori socio-economici di fonte Istat, ho calcolato la distanza assoluta fra i valori riferiti ad una città del Centro Nord un tempo fiorente, poi connotata da una lunga fase di declino industriale, urbano ed occupazionale, come Livorno, e i valori riferiti al Mezzogiorno, rispetto all’ultimo dato disponibile (“dato recente”) ed allo stesso indicatore preso nel valore di dieci anni prima (“baseline”). Come è possibile vedere, Livorno non si è affatto avvicinata al Mezzogiorno, negli ultimi dieci anni, rispetto alle variabili legate alla competitività economica e produttiva: rispetto agli indici di internazionalizzazione, infrastrutturazione, qualità del capitale umano, innovazione e di tenore di vita medio la distanza favorevole a Livorno rispetto al Mezzogiorno si è, in genere, ampliata.
Di converso, Livorno si è avvicinata ai dati medi del Mezzogiorno rispetto ad indicatori tipici della devianza sociale, ad esempio in quelli criminali: il tasso totale di delittuosità e l’indice di microcriminalità urbana (quest’ultimo più legato a fenomeni di disagio sociale metropolitano e di disgregazione dell’identità socio-lavorativa personale che si esprimono in piccoli reati individuali e non organizzati) hanno valori che assimilano sempre più Livorno ad aree urbane tipicamente meridionali. Inoltre, vale la pena di evidenziare come il tasso di suicidi diviene, negli anni, più alto a Livorno che non nella media meridionale.
Si tratta di fenomeni di devianza legati allo sbriciolamento di un modello in cui una comunità si riconosceva in passato, senza un modello alternativo. Significativo è anche che un indice di sperequazione distributiva dei redditi, come la percentuale di detentori di un reddito imponibile inferiore ai 10.000 euro annui, tenda ad avvicinarsi al dato meridionale: l’aumento delle sperequazioni distributive è la strada maestra per generare un incremento di segmenti sociali collocati fuori dal perimetro dell’inclusione sociale, condotti quindi a non riconoscere più il modello che precedentemente li tutelava ed a cadere in fenomeni di devianza da de-identificazione. L’impoverimento diseguale, che colpisce in misura più netta i segmenti sociali più fragili, si traduce in crisi di identità e di appartenenza, e tali crisi generano devianza sociale.
Il problema non è tanto e meccanicisticamente riferibile ai dati di mercato del lavoro: in termini di valori assoluti di occupati e disoccupati, il mercato del lavoro livornese non ha subito tracolli tali da portarlo verso le condizioni destrutturate del mercato del lavoro delle aree del Sud Italia: in un arco decennale, le distanze con il Mezzogiorno in termini di tassi di disoccupazione e di occupazione giovanile restano immutati, in termini di tasso di occupazione totale il vantaggio di Livorno tende addirittura a crescere.
Il problema è nella “meridionalizzazione” dei sistemi pubblici di redistribuzione, ed in particolare del welfare, che insieme all’abbassamento dei salari, contribuiscono ad ampliare le diseguaglianze distributive pur in presenza di un incremento dei tassi di occupazione e delle occasioni di lavoro. Come è possibile vedere, il vantaggio della provincia di Livorno rispetto al Mezzogiorno, in termini di quota di Comuni che offrono servizi socio-assistenziali contro la povertà, il disagio ed a vantaggio dei senza tetto, tende a dimezzarsi in pochi anni. La crisi abitativa, conseguente al declino delle politiche di edilizia popolare, continua a conservare per Livorno un inquietante svantaggio rispetto al Sud.
Concludendo: il cuore della questione settentrionale è il frutto di una crisi di identità legata all’esaurimento di un modello che offriva benessere ed inclusione. Tale sperequazione produce una difficoltà a ricostruire un modello collettivo in cui rispecchiarsi, che meridionalizza le aree di crisi del Centro Nord in termini di devianza sociale ed individuale. Un vecchio modello muore sotto i colpi della globalizzazione, dell’austerità, dell’assenza di progettualità, e non ce n’è uno nuovo dentro il quale sentirsi cittadini inclusi.


Distanze fra i valori socio economici di Livorno (provincia e, dove disponibile, Comune) e Mezzogiorno nel dato più recente e nel baseline riferito a dieci anni prima


giovedì 4 giugno 2020

Le lezioni per l'Italia della crisi argentina

La crisi argentina può insegnare diverse cose anche a noi italiani in questa fase storica. Nel 2001, in corrispondenza con un elemento congiunturale che fa da propellente (la rivalutazione del dollaro e la svalutazione del real brasiliano) l'Argentina entra in una pesantissima crisi. 
LA DISCESA ALL’INFERNO
Viene al pettine il nodo della c.d. "ley de convertibilidad", voluta dall'allora Ministro dell'Economia del governo Menem, Cavallo, che fissa un tasso di cambio rigido di 1 a 1 fra peso e dollaro. L'Argentina non fa parte, come noi, di un'area valutaria comune, ma la rigidità del tasso di cambio con il dollaro sortisce alcuni effetti tipici della partecipazione, in funzione subordinata, ad un'area valutaria comune. In particolare, pone dei vincoli rigidissimi alla politica monetaria e fiscale, di fatto "espropriando" il governo argentino dalla gestione delle leve di politica economia, esattamente come l'euro ci espropria. Nel caso argentino, quando il dollaro rivaluta, occorre fare una politica fiscale restrittiva e deflazionistica, per scoraggiare le importazioni, oltre che una politica monetaria di contrazione della massa monetaria in circolazione, di aumento dei tassi di interesse e di vendita delle riserve valutarie in dollari della Banca centrale per difendere il cambio del peso. Anche nel nostro caso, l'appartenenza all'euro impone politiche di bilancio restrittive mirate a convergere verso i parametri di finanza pubblica del Paese leader, al fine di evitare tensioni inflazionistiche asimmetriche o crisi di fiducia dei mercati nella sostenibilità dell'euro che, in fasi di crisi come quella attuale, costringono i leader a indesiderati bailout dei Paesi più fragili finanziariamente. Esattamente come il governo argentino del tempo, ci troviamo intrappolati in un "chicken game" in cui dobbiamo andare di un millimetro più in là, in direzione di una austerità distruttiva, rispetto alla Germania. Ad aumentare la somiglianza con la nostra situazione di dipendenza da una valuta estera, di fatto l'economia argentina del tempo è "dollarizzata": il grosso delle transazioni commerciali si fa in dollari, non in pesos. 
 Risparmiatori in attesa di prelevare con il corralito
A crisi conclamata, i fragilissimi governi peronisti di transizione (Duhalde, poi Rodriguez Saa e di nuovo Duhalde) fanno alcune cose: sequestrano il risparmio privato bancario tramite i corralitos, per evitare il tracollo delle banche di fronte alla corsa a svuotare i conti correnti, varano una moneta a circolazione interna (il patacon) per mantenere liquida l'economia, ma non si tocca il vincolo esterno, ovvero il cambio rigido 1 a 1 con il dollaro. La risposta dell’economia è disastrosa: per impossibilità di riaggiustare il cambio in maniera realistica e per sfiducia crescente dei mercati, che disinvestono sfruttando la possibilità ancora aperta di far defluire i capitali dal Paese, nel solo anno 2002, il Pil crolla dell’11%, tornando sui livelli del 1992, registrati dieci anni prima. Il tutto mentre l’inflazione, lungi dal calare, accelera disastrosamente. 
Un patacon
 
A quel punto, in una situazione oramai drammatica, Duhalde, assistito dal nuovo Ministro dell’Economia Lavagna, fa due cose: abolisce la legge di convertibilità, lasciando che il peso si svaluti liberamente, dichiara il default sovrano su circa il 70% del debito pubblico e vara una durissima legge di ri-pesificazione dell’economia: l’uso del dollaro viene proibito, i depositi bancari in dollari vengono forzosamente ridenominati in pesos, le inefficaci valute parallele come il patacon abolite. In pratica, con tali manovre il Paese riconquista la piena sovranità monetaria ed economica, al doloroso prezzo di un enorme prelievo di risparmio privato, destinato a ripagare il debito pubblico: con la ripesificazione che si accompagna alla svalutazione del 70% del peso rispetto al dollaro, circa un terzo del valore nominale dei depositi bancari viene spazzato via, case, terreni, esercizi commerciali e capannoni industriali vengono venduti per un tozzo di pane, la classe media argentina viene risucchiata nel gorgo della crisi. 
LA RINASCITA
Sembra la catastrofe, ed invece è l’inizio della risalita verso la luce. L’eliminazione del vincolo esterno con il ripristino della piena sovranità monetaria apre strade fino a quel momento impensabili. Nel successivo ciclo politico, il neo presidente Nestor Kirchner ha l’intelligenza di confermare il Ministro Lavagna. Un Paese in default ma indipendente inizia a nazionalizzare le aziende strategiche nazionali, anni prima privatizzate da Menem e finite in rovina. Nel 2005, viene rinegoziato il debito estero, con il 76% della sua quota capitale che viene sottoposto ad un haircut del 25-35% ed un prolungamento delle scadenze. Con le riserve della Banca centrale, nel 2006 viene liquidato il debito con il Fmi, che aveva un forte potere di condizionamento politico. Vengono posti rigidi paletti all’uscita di capitali. Con la riguadagnata libertà geopolitica, il Paese negozia con la Cina un vantaggioso accordo commerciale di fornitura pluriennale di soia transgenica, che riporta in attivo la sua bilancia commerciale. Vengono investite gigantesche somme in programmi di contrasto alla povertà, di potenziamento dell’educazione e della ricerca. La crescita torna su ritmi dell’8% medio annuo. Il debito pubblico scende al 50% del Pil nonostante un massiccio aumento della spesa pubblica. Nel 2008, la Banca Mondiale classifica l’Argentina, per la prima volta, fra i Paesi ad alto reddito pro capite. 
Certo, poi con la successiva presidenza di Cristina Fernandez tali progressi sono stati in parte compromessi, in parte per l’ostilità della grande finanza internazionale supportata dagli USA e dalla borghesia reazionaria interna, ma anche e soprattutto per errori evitabili: la rotta delle principali aziende nazionalizzate dovuta ai criteri di nomina nepotistici dei vertici, la dilagante corruzione della cerchia interna alla presidenta, insieme a pulsioni autoritarie ed eversive, che ha alienato i favori popolari ed ha messo il Paese in mano ad incapaci, il furore ideologico che ha portato ad un vicolo cieco (ad un certo momento, con i creditori internazionali andava fatto un negoziato più flessibile, il che avrebbe permesso di allentare i vincoli alla fuoriuscita dei capitali ed i controlli valutari forsennati, che si erano tradotti in un crollo delle importazioni di beni di primaria necessità, non prodotti internamente, la svalutazione del peso andava in qualche modo contenuta entro limiti ragionevoli, impedendo di importare nuova inflazione). Ma il peso principale del nuovo default è, tuttavia, sulle spalle di Macrì, che con il ripristino di politiche neoliberiste ha riportato il Paese agli anni bui. 
LEZIONI UTILI ALL’ITALIA
In conclusione, quali lezioni possiamo imparare da questa storia, utili per l’Italia? Secondo me le seguenti:
a) le valute parallele, a circolazione interna, fiscali o altro, servono a ben poco se si è in costanza di un vincolo esterno, nemmeno in una situazione, come quella argentina, di carenza effettiva di liquidità, figuriamoci per una situazione in cui la liquidità è potenzialmente enorme, come quella italiana. E’ il vincolo esterno a guidare le politiche economiche, non la valuta parallela. Se poi il vincolo esterno viene rimosso, con ritorno ad una politica monetaria sovrana, allora la valuta parallela diviene ancor più inutile. Nell’insieme, è un trucco inutile;
b) il risparmio non è del tutto una variabile neutrale, di risulta rispetto agli investimenti (come pensa la teoria classica). Se si va in default, esso viene, in qualche modo, ciucciato via, anche solo per via della susseguente svalutazione della moneta, in caso di moneta sovrana, oppure viene usato per pagare un pezzo del conto del debito pubblico, come nel caso greco. Di conseguenza, nel pre-default il risparmio può essere utilizzato per varie finalità che alleviano il default (o, nel caso dell’ingente risparmio italiano, potrebbero anche evitare il default): nel caso argentino, è stato usato, sostanzialmente, per salvare le banche dal crollo e poi usato come garanzia per facilitare il ritorno sul mercato del debito e pagarne una quota (il debito con il Fmi è stato pagato con le riserve in dollari della Banca centrale, a loro volta prelevate dai risparmi). Prima di farselo puppare via dal default, è utile utilizzarlo per ammortizzare la caduta;
c) non esistono pasti gratis. La rimozione del vincolo esterno, per un certo periodo, fa tanto ma tanto male. Fa cadere il saggio di investimento, produce fuga di capitali solo parzialmente frenabile con i controlli amministrativi (che, peraltro, se troppo stringenti portano ad una forma di autarchia decrescista, come avvenuto con la Fernandez), genera una recessione profonda, anche se temporanea. Per questo, è molto meglio rimuovere tale vincolo in una situazione di crescita, non certo farlo quando si è già in recessione, ampliandone l’effetto;
d) non esistono pasti gratis seconda puntata. Non si può, così, ripudiare il debito estero ad mentula canis, senza essere vittime di ritorsioni atroci. Il ripudio inevitabile del debito in una prima fase va poi ammorbidito nella fase successiva, possibilmente cercando di passare per accordi con istituzioni internazionali, come il club di Parigi, che in cambio di una qualche condizionalità sull’economia interna, garantiscono il percorso di ristrutturazione senza vendette sanguinose da parte dei mercati. Il furore ideologico non serve. Serve presentarsi al tavolo del negoziato per la ristrutturazione del debito forti della rimozione del vincolo esterno e del ritorno alla crescita economica, per guadagnare punti nel negoziato;
e) senza uscita dal vincolo esterno nulla salus. Il vincolo esterno, e non scempiaggini sulla produttività totale dei fattori o le riforme strutturali, è l’unico responsabile della mancata crescita. Persino una economia sgarrupata come quella argentina ha rivisto prospettive di crescita, insieme ad un miglioramento dell’equità sociale, nel momento in cui è uscita dal vincolo esterno. Figuriamoci cosa potremmo fare noi italiani;
f) la legge aurea della riduzione del debito non è l’avanzo primario o lo spread: è la crescita. E questa, come detto sopra, dipende dall’assenza di vincoli esterni;
g) i controlli dei flussi di capitale servono per un periodo limitato, legato soltanto alla fase più acuta della crisi. Prolungarli produce un incremento del costo del capitale tale da scoraggiare gli investimenti. Come si vede dal grafico sottoriportato, che illustra il differenziale fra il costo di un bond in dollari al NYSE (celeste chiaro) ed il costo del medesimo bond nella Borsa di Buenos Aires (blu scuro), tale costo è favorevole all'Argentina solo in una fase iniziale, grazie ai controlli sui capitali, che producono un costo extra di disintermediazione dal Paese che effettua i controlli ma, a lungo andare, la situazione si rovescia. 
Prezzo di una obbligazione in dollari al NYSE (celeste chiaro) e della medesima obbligazione alla Borsa di Buenos Aires (blu scuro)

Fonte: Kiguel e Levy Yeyati (2009)

martedì 2 giugno 2020

L'omicidio Floyd: alla radice del declino del sogno americano





Quello che sta succedendo negli USA rischia di non essere l’ennesimo episodio della lunghissima serie di sommosse legate a motivi razziali ed al comportamento illegale dei vari corpi di polizia o più generalmente al malessere sociale di un Paese fortemente diseguale (soltanto dal 2000 in poi se ne contano quasi 50). Certo, i motivi restano sempre gli stessi di quelli dell’uccisione di Michael Brown o di Eric Garner o di tanti altri. Per la rappresentazione mediatica, che ha bisogno di messaggi semplici ed immediati, si liquida tutto con il richiamo al razzismo. La questione è più complessa e, come cercherò di spiegare, passa per il tramite di un meccanismo perverso fatto di ghettizzazione-costruzione di sottoculture criminali come reazione alla polverizzazione dei legami sociali-etichettamento negativo di intere comunità-militarizzazione dei corpi di polizia-politicizzazione della magistratura. Si tratta dell’inesauribile spargimento di sangue imposto da una società fondata sulla segregazione urbana, lavorativa ed educativa, che impone alle sue minoranze una molto maggiore difficoltà nel raggiungere l’obiettivo ideologico fondante del suo patto sociale originario: ovvero l’assenza di tutele barattata in cambio della massima libertà formale di essere ciò che si sogna di essere.

L’American dream si ferma alle soglie dei ghetti urbani, rigorosamente costituiti su base etnica, dove la disperazione si trasforma in violenza continua, dove la mancanza delle capacitazioni educative di base rende impossibile essere ciò che si sogna, le droghe sono il sostegno per spegnere coscienze troppo dolorose da poter essere sopportate quotidianamente e la criminalità, facilitata dalla libertà di circolazione delle armi, diventa la via fin troppo facile per costruirsi occasioni di riscatto che le vie legali non offrono, o, come nel caso delle gang urbane, che si scelgono un loro logo ed un proprio territorio esclusivo, anche un fattore di identificazione “tribale”, di socializzazione primaria, come risposta esistenziale rispetto ad una società ipercompetitiva, che spezza ogni legame sociale, in nome di un individuo molecolare che deve affrontare in solitudine le sue responsabilità personali. Creando una subcultura fatta addirittura di un proprio linguaggio, di proprie regole, di propri meccanismi di selezione sociale, impermeabile alle influenze esterne e quindi potenzialmente autoriproducentesi nel tempo, in ultima analisi non più recuperabile alla vita civile, come osservava Cohen nella sua analisi delle gang giovanili degli anni cinquanta. 

Mappa dei livelli di segregazione urbana nelle aree metropolitane USA: Minneapolis è fra le aree ad alta segregazione



Questa situazione di segregazione fisica, sociale e reddituale, che evolve verso la segregazione culturale, come evidenzia la criminologia basata su fattori ambientali, stimola il comportamento violento, anche di tipo irrazionale, cioè non legato necessariamente ad un calcolo rischio/beneficio nella scelta di assumere un comportamento deviante. L’identificazione fra violenza e gruppi sociali e razziali ben precisi, addirittura delimitati fisicamente dal quartiere in cui vivono, per i ben noti meccanismi studiati dalla teoria dell’etichettamento di Becker, producono una assimilazione “ex ante”, a livello collettivo, fra appartenenza ad un determinato gruppo etnico, ad una determinata classe di reddito o ad una determinata residenza e probabilità di esperire comportamenti criminali e violenti. La stigmatizzazione sociale “ex ante”, a sua volta, produce effetti deleteri nell’autorappresentazione dell’individuo, indotto a “convincersi” di essere un criminale potenziale solo perché nero o povero. Tali fenomeni sono alimentati anche da una distorsione dell’informazione criminologica disponibile: per effetto dell’etichettamento, le forze dell’ordine sono indotte a sottoporre a controlli più frequenti ed approfonditi soltanto quelle categorie sociali o etniche che sono etichettate come più propense al crimine, aumentando in modo artificioso il tasso di criminalità di tali categorie (che cresce solo per i maggiori controlli ed indagini cui sono sottoposte rispetto ad altri strati etno-sociali) e rafforzando l’etichettamento negativo cui sono soggette. 

In questo circolo perverso, le forze dell’ordine ed il sistema giudiziario si autoconvincono, a loro volta, che essere nero o povero aumenta la probabilità di essere violenti, magari di essere strutturalmente renitenti all’arresto. Tale convinzione si salda con gli interessi concreti dei produttori di armi da fuoco, generando una militarizzazione dei corpi di polizia, che, per effetto di un addestramento para-militare e di un reclutamento che si indirizza proprio verso ex militari, tendono a diventare gruppi chiusi, legati da una disciplina e da una mistica della violenza dovuta, dell’onore e della solidarietà interna tipicamente militare, impermeabile a qualsiasi rapporto di dialogo con la cittadinanza. Il sistema giudiziario, composto perlopiù da procuratori eletti dalla cittadinanza, quindi in cerca di consenso facile, copre e favorisce la militarizzazione dei corpi di polizia, perché essa genera un falso sentimento di sicurezza, che ripaga in termini di voti. Poliziotti inadeguati, più volte sanzionati per comportamento violento, proprio come l’agente Chauvin, più volte sottoposto a provvedimenti disciplinari interni, vengono tenuti in servizio e coperti, fino a quando non scoppia la tragedia. L’assenza di rappresentanza politica dei gruppi più fragili ed esposti all’etichettamento, in un sistema elettorale basato sul finanziamento privato, quindi intimamente oligarchico, impedisce di spezzare questo circuito perverso tramite la mediazione ed il dialogo politico. 

Alla fine, la spirale fra segregazione, etichettamento, militarizzazione dei corpi di polizia accompagnata da insufficiente sanzione giudiziaria porta a un comportamento autoreferenziale da parte dei tutori dell'ordine: come è possibile vedere nel grafico sottoriportato, mentre i tassi di violenza poliziesca tendono, per le varie aree urbane degli USA, a disporsi lungo una relazione lineare, quindi ad essere correlati fra loro, essi appaiono indipendenti rispetto ai tassi di criminalità violenta. Corpi di polizia autoreferenziali e protetti tendono a comportarsi violentemente in qualsiasi situazione, anche quando i tassi di crimine violento non sono tali da giustificare tali atteggiamenti. 

I tassi di violenza delle polizie degli USA sono indipendenti dai tassi di criminalità violenta



Questa è la situazione strutturale, da sempre. Essa genera frustrazione ed episodiche esplosioni di rabbia, sedate tramite la Guardia Nazionale e qualche generica e disattesa promessa di intervenire per cambiare il sistema. Ma su questa situazione, in questo momento storico preciso, si innestano fattori specifici, non sperimentati prima: si innesta il coronavirus, con i suoi oltre 100.000 morti, misure di isolamento e quarantena mai sperimentate e assolutamente incomprensibili per la mentalità dell’uomo della strada, nutrito da una cultura di assoluta assenza di ingerenza dello Stato, i suoi 40 milioni di disoccupati, lasciati privi di qualsiasi meccanismo di sostegno sociale. Lo stesso Floyd era incappato in questo meccanismo micidiale, e, senza alcun aiuto pubblico, stava cercando di sopravvivere con una piccola truffa di denaro contraffatto. 

Quello che sta succedendo negli USA mina alla base ogni residua credibilità dell’American dream, quel residuo di sogno americano con il quale Trump era arrivato al potere, promettendo di rifare “America great again”. Da un lato, le Autorità pubbliche sono costrette a penetrare nella vita privata dei loro cittadini, imponendo limiti, vincoli, proibizioni, assolutamente incomprensibili ai più. Nessuno oggi dice che la sommossa per l’uccisione del povero Floyd è stata preceduta da grandi manifestazioni anti-lockdown. Dall’altro, spiattella davanti agli americani l’inadeguatezza della promessa trumpiana di riscatto di quel sogno, con una caduta dell’economia che non si registrava dai tempi della Grande Depressione. Le esitazioni iniziali, che hanno favorito la diffusione del virus, lo scaricabarile del lockdown sui governatori degli Stati, la minimizzazione della tragedia, la persistente unwillingness di adottare rimedi straordinari di tipo keynesiano per riportare al lavoro le decine di milioni di disoccupati, e poi, comunque, la necessità di adottare provvedimenti sanitari restrittivi, avversati dai più. 

Trump sta cercando di scaricare le responsabilità della sommossa su Antifa, una rete di tipo libertario ed anarchico, ma a nessuno sfugge la ben più pericolosa presenza degli estremisti di destre, in particolare i cosiddetti “boogaloo bois”, una rete destrutturata, gestita perlopiù on line, di fanatici della libertà di uso delle armi, che predicano lo scontro frontale con le Autorità e l’avvio di una seconda guerra civile. Tali gruppi, che solo parzialmente si intersecano con i suprematisti bianchi (e che, anzi, spesso non hanno nemmeno una matrice razzista, come nel caso dei Three-percenters, uno dei tanti gruppi di questa galassia) e che si autoidentificano con una bizzarra uniforme in cui spicca una sgargiante camicia hawaiana, sono stati visti e fotografati nei luoghi delle sommosse, dove probabilmente hanno lavorato per istigare la violenza. Trump li protegge e considera parte di quella visione distorta dell’America tipica della sua destra più reazionaria: il 2 maggio, quando un gruppo di “boogaloos” armati, in segno di protesta contro il lockdown, ha sequestrato il municipio di Lansing, in Michigan, il presidente ha suggerito di non prendere misure repressive contro di essi, parlando di “brave persone, che vogliono soltanto riavere indietro le loro vite”. Si tratta dello stesso Presidente che oggi svia l’attenzione parlando di sommosse promosse dagli Antifa e che tratta i governatori da “idioti” se non prendono misure dure contro i manifestanti. 

Un membro dei boogaloo boys ritratto durante le sommosse di questi giorni

Dal sito social dei Virginia Knights, uno dei gruppi affiliati ai boogaloos, l'invito a detenere armi contro i poliziotti e, indirettamente, a partecipare alle sommosse


Ora, tale atteggiamento, oltre che risultare, in pratica, inefficace nel frenare le sommosse, lancia un messaggio pericoloso: ci sono proteste e proteste. Quelle che difendono un libertarismo in ultima analisi responsabile delle diseguaglianze socio-etniche sono legittime. Quelle che da tali diseguaglianze promanano quasi fisiologicamente sono invece da reprimere. Evidentemente, la politica dei due pesi e delle due misure serve solo per tutelare il lato più malsano e pericoloso dell’American way, quello che ha portato gli USA alla drammatica crisi sociale che vivono, oramai, dagli anni Novanta, e che ne hanno determinato la progressiva decadenza. Non aiuterà certo a rifare “America great again”. 

Trump giustifica l'aggressione dei boogaloos in un municipio del Michigan contro il lockdown


Che tali contraddizioni esplodano proprio a Minneapolis, città che ha oscuri ricordi di bigotteria, di esperimenti di eugenetica e di gruppi antisemiti come la Silver Legion, è solo un elemento che aggiunge sconcerto al quadro complessivo.