giovedì 30 gennaio 2020

Due parole sulla Brexit e l'Italia



Vorrei dire due parole sulla euforia da Brexit che promana dalle reti sociali. La Gran Bretagna non faceva parte dell'euro, non subiva, quindi, il corredo di vincoli alle politiche fiscali e spossessamento di sovranità che ne deriva. Su molte materie, aveva diritto di opting out. Insomma, era già un Paese in buona misura esterno alla Ue.

 L'uscita definitiva è ovviamente, oltre che il riflesso del timore degli effetti della globalizzazione dei ceti popolari, anche un buon affare per il capitalismo britannico ed è per questo che i conservatori hanno cavalcato l'onda: consente loro di risparmiare circa 8 miliardi all'anno di contributo netto al bilancio Ue e di impostare una politica fiscale e bancaria di vantaggio, in grado di attrarre investimenti e capitali finanziari dall'Europa continentale, diventando un mix fra Svizzera e Isole Cayman.

Noi invece, noialtri, checché ne dica Farage, stiamo dentro una moneta unica. Abbiamo un debito pubblico, per il 35% circa, detenuto da soggetti non residenti. Un sistema bancario non lontano dal collasso e una economia strutturalmente a bassa crescita per bassa produttività totale dei fattori ed una pressione fiscale galattica.

Vorrei capire bene, in queste condizioni, dove usciremmo, e verso dove andremmo uscendo. La scelta di uscire della Gran Bretagna ha una valenza strategica, e quindi è premiata dai mercati. Essi sanno bene che essa non prelude a nessun protezionismo ed a nessun rimpatrio degli immigrati, perché ad una economia altamente finanziarizzata e terziarizzata, che non ha più una rilevante industria interna da difendere, e che quel poco di produzione industriale lo deve multinazionali straniere, non conviene fare protezionismo, né conviene aizzare troppo le volontà indipendentistiche scozzesi o le nostalgie guerrigliere nordirlandesi con in accordo di separazione traumatica dalla Ue.

Nel caso italiano, una uscita non avrebbe alcuna valenza strategica, sarebbe il prodotto dell'insostenibilità delle politiche necessarie per restare nell'euro, quindi non una scelta ma una costrizione. I mercati, evidentemente, non premierebbero tale evento, come per Londra, l'aumento del rollover risk conseguente ad un calo del rating del debito sovrano lo renderebbe non più vendibile e sarebbe necessario assorbire il risparmio interno per rinnovare un debito pubblico fuori mercato, mente una crescita economica bassa per fattori strutturali non riuscirebbe a superare il tasso di interesse sul debito pubblico in crescita esplosiva e, ovviamente, la fiscal fatigue per ottenere avanzi primari crescenti sarebbe insostenibile (cfr. il commento del paper di Debrun, Ostry, Willems e Wyplosz sulle condizioni di sostenibilità del debito pubblico nell'articolo "Sostenibilità del debito pubblico e caso dell'Italia", presente su questo blog). Il crollo delle quotazioni dei titoli pubblici porterebbe le banche italiane al collasso finale, innescando una crisi di sistema. Un default sovrano associato ad una crisi bancaria, che renderebbe ben miseri gli eventuali guadagni di competitività di prezzo derivanti dalla reintroduzione di una lira svalutata (che peraltro avrebbe effetti negativi sui costi delle materie prime importate, che contro-bilancerebbero gli effetti positivi della svalutazione sull'export).

Con questo non sto ovviamente difendendo l'euro, né dicendo che non bisogna uscirne. Sto dicendo che non è minimamente pensabile una uscita unilaterale come quella britannica, che, per i motivi sopraddetti, mentre a loro conviene, per noi sarebbe un disastro.

Sarebbe invece necessario introdurre nel dibattito europeo il tema di una fuoriuscita concordata, ordinata e collettiva, ad esempio tornando ad un sistema di cambi semirigidi come il vecchio Sme, corretto con misure che ne evitino il principale difetto, ovvero la vulnerabilità ad attacchi speculativi sui tassi di cambio, ad esempio prevedendo riallineamenti semo automatici delle parità centrali quando un set di indicatori macroeconomici (tasso di inflazione, deficit/Pil, importo delle riserve valutarie della Banca Centrale, ecc.) ne segnalino la non sostenibilità. Un sistema di cambi semirigidi consentirebbe di scaricare in parte i differenziali interni di competitività di costo sul tasso di cambio, invece che sui salari, evitando di scavezzare ulteriormente la domanda interna.

Tale dibattito potrebbe far leva sulla stessa Germania, che sta iniziando a sperimentare sulla propria pelle, con una incombente recessione, gli effetti del gioco "fotti il compare" che ha per lunghi anni giocato ai danni dei propri partner, e che adesso si manifestano anche sulla sua domanda domestica, depressa dall'austerita' necessaria per sostenere esportazioni che non hanno più sbocchi, fra neoprotezionismo USA, rallentamento cinese e demolizione della domanda interna degli altri Paesi Ue. I tedeschi sono duri come i lecci, ma il miglior modo per addestrare un testone è quello di fargli provare dolore per le sue scelte inadeguate. Capiranno anche loro, ma in quel momento sarà necessario avere una strategia di uscita comune da poter imporre. Nel frattempo, sarebbe necessario lavorare ai fianchi il sistema, recuperando quanto più spazio fiscale possibile, ad esempio escludendo gli investimenti dal calcolo del deficit e recuperando spazi di politica industriale settoriale, allentando il divieto di aiuti di Stato. Ma ovviamente occorrerebbe avere una classe dirigente degna di questo nome. Il caso italiano è quello dei una selezione avversa nella quale la regola di affidarsi al vincolo esterno per disciplinare un Paese allo sbando dopo Tangentopoli del 1992 ha prodotto un ceto politico di inetti esterofili ed una borghesia del Nord più integrata con il circuito industriale tedesco che con il resto dell'economia nazionale.

Nel frattempo, nell'immediato, le conseguenze di una Brexit unilaterale che non ci possiamo permettere di imitare saranno di due tipi: dovremo coprire con soldi nostri i mancati contributi britannici al bilancio comune e dovremo subire la concorrenza fiscale della perfida Albione, con conseguente fuga di capitali. Non sono cose di cui, personalmente, mi rallegro e per le quali mi sento di condividere l'entusiasmo dei brexiter alla matriciana nostrani.

Un vecchio bollettino meteo inglese, ripreso dal Times negli anni Trenta, recitava "nebbia fitta sulla Manica: continente isolato". Mi sembra che renda bene l'idea.

domenica 26 gennaio 2020

Alcuni spunti di riflessione sul voto




Per i cultori della materia, ci sarà più tempo per una analisi su matrici territoriali e sociali. Alcune cose sono però evidenti:

- Salvini ha perso e anche male. In Emilia-Romagna Bonaccini ha succhiato circa due punti percentuali al centro destra con il voto disgiunto, tutto voto di destra moderata e forzista che si trovava a disagio con gli estremismi verbali del capitano, ed apprezzava la buona gestione amministrativa di questi anni; un altro punto di voto disgiunto è arrivato dal M5s (differenza voto di lista - voto al candidato) ma Bonaccini avrebbe vinto anche senza il voto disgiunto. Di fatto, la Borgonzoni è avanti solo in provincia di Piacenza, che però è proiettata sulla Lombardia, in alcune zone della Romagna, dove è più forte il radicamento leghista ed in montagna, ponendo un tema di riequilibrio territoriale. Ma il cuore emiliano, la rete di città medie e piccole di pianura, ha retto;

- non è mai corretto fare paragoni fra elezioni diverse, ma la Lega perde voti rispetto alle europee, non è più il primo partito in Emilia-Romagna, la sua candidata arranca a sette punti e passa dal vincitore e persino nella trionfale cavalcata calabrese deve cedere lo scettro di partito leader a Forza Italia. La sconfitta di Salvini non avrebbe potuto essere più rotonda. Ci accorgiamo che la Lega è stata in partita solo mediaticamente sui social. Perde persino nella simbolica Bibbiano. La politica è fatta di simboli, e simbolicamente Salvini si rivela un condottiero sconfitto. Di fronte alla crescita continua del partito della Meloni, che in Calabria ha gli stessi voti della Lega, e a tendenze dell'elettorato forzista a guardare altrove, che potranno essere capitalizzate dal partitino centrista di Renzi o da Calenda, la parabola di Salvini come condottiero di una destra unitaria si avvia al declino. L'uomo appare modesto politicamente ed intellettualmente, l'errore del Mojito agostano produce ancora effetti, l'aura comunicativa da vincitore si appanna. Tempo un anno e sarà marginale;

- le Sardine hanno fatto effetto, mobilitando un voto di sinistra deluso con un messaggio tutto in negativo, giocando sulla paura di un inesistente fascismo. Mentre non credo che i pesci ed i loro leader abbiano un futuro, essendo nati da una operazione in vitro di establishment, va riconosciuto che, in un Paese allo sbando, giocare sulle paure fa vincere sempre. Così come Salvini è cresciuto alimentando paure, le sardine hanno offerto una illusoria tranquillizzazione dalle paure di risorgente fascismo di una parte di elettorato, generalmente di età avanzata, rimasto prigioniero di schemi obsoleti e dalle paure, stavolta concrete, di emarginazione socio-economica e politica di segmenti giovanili sfruttati. 

- Conte non canti vittoria. Paradossalmente, il suo governo è più fragile. Le forze centrifughe che stanno distruggendo il M5s si accelereranno, Renzi è sempre più vicino a mandare a gambe all'aria l'esecutivo. Ma non ci saranno elezioni anticipate, ci sarà un nuovo governo, forse a guida Draghi, forse Franceschini. Lo ha chiarito Mattarella. Niente voto prima del referendum, e poi arriveremo a ridosso della nuova legge di bilancio, e non si fanno le elezioni a ridosso della legge di bilancio. Salvini si consumerà all'opposizione. Il potere logora chi non lo ha, diceva Andreotti;

- i 5Stelle sono scomparsi dalla geografia politica. Zingaretti, con brutale franchezza, ha detto loro che oramai siamo in uno scenario bipolare, quindi possono solo sciogliersi progressivamente dentro il Pd, o gravitargli attorno come partito satellite, senza più autonomia, come Leu;

- dal punto di vista di una ricostruzione a sinistra, è interessante capire dove siano fuggiti i voti del M5s rispetto alle europee. In Emilia-Romagna sono andati al Pd, a sostituire parzialmente il voto operaio in fuga verso la Lega, in Calabria sono andati al civico Tansi, permettendogli di fare un buon risultato. Anche in Umbria si sono verificati alcuni flussi dal M5s al candidato civico, accompagnati da ben più rilevanti flussi verso la Lega. Se ne ricava che l'elettorato pentastellato è caratterizzato da fluidità assoluta. La teoria di uno zoccolo duro di elettori del M5s si è rivelata errata. L'elettore-tipo del M5s non ha radicamento perché è a-ideologico e fluttua, guidato da una domanda manichea di onestà (ed al Sud anche di assistenzialismo) e da una radicata propensione maggioritaria: dove il candidato di maggioranza non è toccato da scandali, l'elettore pentastellato vi si dirige. Ecco perché il voto a Bonaccini e non alla Santelli (legata a Berlusconi). Questo tipo di elettorato, privo di riferimenti ideologici, mobile, moralista, maggioritarista, difficilmente può essere rieducato ad una causa di sinistra o socialista.  

venerdì 10 gennaio 2020

Craxi e la sinistra del futuro


Ultime considerazioni su Craxi, poi la faccio finita, anche perché non ha senso riaprire la diatriba degli sconfitti nel 2020. Il craxismo ha attraversato tre fasi, non sempre strettamente successive temporalmente, essenzialmente interrelate. La fase del Midas, quella dell'Ergife e quella di Hammamet.

Nella prima fase, che è quella che va salvata di questa esperienza storica, vi fu una intuizione straordinaria di ciò che avrebbe dovuto fare una sinistra nell'epoca del postfordismo, della liquefazione verso il centro delle classi otto-novecentesche, dell'avvio di fenomeni sempre più rapidi di globalizzazione, di indebolimento ed entrata in crisi, geopolitica ma soprattutto ideale, del mito e del modello del socialismo reale di oltre cortina dopo il 68.
Questa intuizione si può così grossolanamente riassumere:

A) la sostituzione di Marx con Proudhon, sostituzione che intendeva guardare ad una nuova composizione di classe della sinistra: con i nuovi modelli di organizzazione del lavoro toyotisti e di lean organisation e l'esplosione della grande fabbrica verticalmente integrata tramite l'outsourcing e i distretti, con la marcia dei 40.000, mal compresa dai sindacati, incapaci di aggiornare il loro schema di lettura, la classe operaia inizia la sua frammentazione e acquisisce elementi sovrastrutturali piccolo borghesi, entrando nel ceto medio. Lo stesso ceto medio inizia a rivendicare la sua centralità nella lotta per i diritti, rifiutando una sinistra dogmatica che continua a trattarlo come appendice del padronato. L'idea proudhoniana della centralità, nella dinamica sociale, del piccolo produttore alleato con il lavoratore, consente di andare oltre la rigida interpretazione del marxismo della sinistra di allora, prefigurando l'esigenza di un blocco sociale fra lavoratori e piccoli borghesi, che anticipa in modo lucidissimo l'emersione di nuove classi sfruttate della new economy, a metà strada fra proletariato e piccola borghesia, e prefigura ciò che sta avvenendo oggi, ovvero una ribellione contro la globalizzazione condotta dai ceti medi impoveriti, non dalla classe operaia tradizionale;

B) questa alleanza deve essere basata su un patto fra bisogno e merito, per dirla martellianamente. Occorre assecondare il desiderio di ascesa sociale dei ceti medi affluenti con il rafforzamento delle reti protettive per chi non gliela fa. Solo così si può restare protagonisti in una società nuova, dove persino a sinistra il libertarismo post sessantottino ha seminato il germe dell'individualismo e del desiderio di felicità personale, oltre la massificazione della sinistra tradizionale, e dove si sviluppano nuove povertà, che richiedono nuove forme di welfare, nello stridore fra ideologia lavorista della società tradizionale e progresso tecnico, che è labour saving;

C) in un mondo globale, serve una politica estera di nicchia, che crei un vantaggio distintivo non rimuovibile. Rimanendo dentro lo schema atlantico, l'Italia deve sapersi qualificare come ago della bilancia nel micro scacchiere mediterraneo. Da lì deriva il lavoro per farsi autorizzare la costruzione di una portaerei, che i trattati post bellici proibivano alla nostra Marina, perché una piccola potenza mediterranea necessita di un minimo di proiezione aeronavale. Da lì derivano l'amicizia con Ben Ali in Tunisia, l'intesa cordiale con Gheddafi in Libia, sottraendo al neocolonialismo francese in Nord Africa posizioni importanti. Al tempo stesso, lo Stato deve mantenere una presenza forte nell'industria, garantendo la sopravvivenza delle Ppss e usando la leva della spesa pubblica in deficit per alimentare la crescita. L'economia deve essere ancillare alla politica, anche al prezzo di meccanismi di corruzione, e non viceversa, e ciò richiede uno Stato forte, anche opprimente.

Dopodiché è vero che il Craxi della fase bonapartista rovino' tale disegno, in buona parte con le sue mani, in parte per le pressioni dei suoi alleati di governo, Dc in testa, e delle fameliche bramosie dei suoi sodali, generate dalla demolizione del partito, trasformato in comitato di affari, in parte a causa di un Pci e di un sindacato che si arroccarono su posizioni difensive e su letture miopi delle dinamiche sociali di quegli anni, anziché accettare la sfida della modernizzazione proposta da Craxi, dando avvio al proprio declino.

Però oggi, oggi che la globalizzazione è in crisi, il neoliberismo non ha più soluzioni da offrire, i ceti medi impoveriti, segmenti di classe operaia legati alle imprese a mercato domestico, e pezzi di sottoproletariato urbano danno vita ad ingenti fenomeni di protesta, ecco che le tre grandi intuizioni di Craxi (blocco sociale fra mondo del lavoro e piccola impresa a mercato interno, alleanza fra merito e bisogno, rafforzamento di nicchia dello Stato in proiezione esterna e dentro l'economia nazionale) diventano le tre leggi auree attraverso le quali la sinistra potrebbe ricostruire il suo radicamento sociale nel nuovo mondo in cui ci troviamo.

Il resto lasciamolo alle polemiche storiche, accademiche e da barrino del ponce. O ai perdenti con il loro fegato in mano.

sabato 4 gennaio 2020

Immigrazione: i cinque miti sfatati dai dati empirici



Uno spaccato interessante del comportamento familiare e riproduttivo della popolazione immigrata deriva dal rapporto Istat “Vita e percorsi di integrazione degli immigrati in Italia”. Tale rapporto indaga diversi aspetti, delle vita familiare e lavorativa degli immigrati, e costituisce quindi un buon punto di partenza per una analisi di tale popolazione. Una analisi attenta di questi dati serve per sfatare alcuni miti, diciamo così buonisti, sull'immigrazione nel nostro Paese. Vediamo quali miti vengono rimessi in discussione.

1° Mito. Gli immigrati servono per contrastare l'invecchiamento demografico. L'età media degli immigrati è nettamente più giovane di quella degli italiani: 34 anni a fronte dei 43 medi del nostro Paese. Tuttavia, negli anni, come effetto dei ricongiungimenti familiari, del calo della fecondità delle donne immigrate e della storia anagrafica degli immigrati di più vecchio arrivo, la piramide delle età tende a mostrare profili sempre meno divergenti rispetto a quello degli italiani.




Un motivo fondamentale risiede nella convergenza dei comportamenti riproduttivi: con l'unica eccezione delle donne nigeriane ed ucraine, i tassi di fecondità delle donne immigrate scendono notevolmente nel tempo, allontanandosi dai valori dei Paesi di origine ed avvicinandosi a quelli medi delle donne italiane. Il tasso di fecondità delle straniere residente in Italia passa da 2,79 a 1,95 fra 2005 e 2015, avvicinandosi all'1,26 delle italiane. Ciò deriva anche da una età in cui gli immigrati presenti da noi si sposano che è più avanzata rispetto alla media dei Paesi di origine. Gli immigrati, in altri termini, quando arrivano da noi, acquisiscono alcune nostre abitudini: si sposano più tardi e fanno meno figli. La numerosità media delle famiglie, quindi, è analoga al dato italiano, che è di 2,5 componenti. Si va dagli 1,8 componenti degli ucraini, ai 3,6 dei macedoni. 


Ed in ogni caso tale numerosità è sistematicamente inferiore a quella delle famiglie del Paese di origine. Ciò comporterà, inevitabilmente, un invecchiamento della popolazione immigrata che, anziché “pagarci le pensioni”, le chiederà, pesando sulla previdenza sociale e sulla sanità.

2° Mito. L'immigrazione deriva da tragedie e persecuzioni nei paesi di origine, e aiuta la nostra economia. L'immigrazione è sempre meno selettiva: fra 2007 e 2016, i permessi di soggiorno per motivi di lavoro passano dal 56,1% ad appena il 5,7%, mentre esplodono quelli legati a richiesti di asilo e motivi umanitari (dal 3,7% al 34,3%) e per motivi di ricongiungimento familiare (dal 32,3% al 45,1%). L'immigrazione, quindi, è sempre meno legata ad effettive esigenze lavorative della nostra economia e sempre più “subita” dal nostro Paese, costituita da persone che non necessariamente hanno le professionalità che ipoteticamente ci servirebbero. Fra i Paesi con gli arrivi più rilevanti per motivi di asilo ed umanitario, spiccano realtà, come il Ghana o il Pakistan, nelle quali non sono presenti guerre civili o regimi antidemocratici (al netto delle consuete scaramucce nel Kashmir nel caso del Pakistan). Vi è, di fatto, un disallineamento rilevante fra la crescente mole di richieste di asilo e di permessi per motivi umanitari e le reali motivazioni dei migranti: come riporta l'Istat, “le quattro motivazioni prevalenti che interessano l’85 per cento degli immigrati sono: i motivi affettivi e familiari che comprendono il ricongiungimento familiare (22,7 per cento), la volontà di migliorare la qualità della propria vita o della famiglia (22,1 per cento), la mancanza o la difficoltà di trovare un lavoro nel Paese di origine (20,8 per cento) e il desiderio di guadagnare di più (20,3 per cento). I problemi familiari, lo studio, le guerre e i conflitti sono motivazioni presenti, ma riguardano un numero decisamente inferiore di persone”. 




La discrepanza fra aumento dei permessi di soggiorno per asilo e motivi umanitari, e le reali motivazioni degli immigrati, dimostra plasticamente il fallimento delle politiche di accoglienza italiane: si accolgono con strumenti impropri, tipici di situazioni di discriminazione etnica, religiosa o politica, persone che non soffrono di tali discriminazioni, e sono a tutti gli effetti migranti economici. Tali persone sfruttano un canale di ottenimento del permesso di soggiorno, come la richiesta di asilo, che è più facilmente concedibile rispetto a quello per motivi lavorativi, pur essendo venute da noi per motivi di lavoro e reddito, non avendo quindi maturato un diritto automatico ad essere accolti, come quello legato agli aspetti umanitari.
Il grosso di chi ha scelto l'Italia come Paese di arrivo dentro Schengen lo ha fatto per motivi di ricongiungimento con familiari, fidanzati o parenti (quasi il 40%) e ciò evidenzia la natura “pull” del modello migratorio nel nostro Paese: in molte comunità di stranieri, partono per primi i “pionieri” che, una volta assestati nel Paese di destinazione, chiamano a sé gli altri familiari o membri del clan. Ciò deriva da una storia migratoria iniziata, nel nostro Paese, negli anni Ottanta, con le prime comunità di filippini e di africani, venuti da noi per fare, effettivamente, lavori che in quella fase storica gli italiani stavano abbandonando: badanti e personale di servizio nelle case, braccianti agricoli, operai dequalificati nelle costruzioni. Le condizioni di benessere dell'Italia di quegli anni consentivano di poter assorbire tale modello migratorio, ma i suoi effetti, in termini di ricongiungimenti, si verificano, tipicamente “a scoppio ritardato”, perché vengono dopo la fase di consolidamento dei pionieri, e stanno maturando proprio in questi anni, che sono caratterizzati da grandi difficoltà economiche e sociali. Da qui derivano particolari difficoltà di integrazione.


3° mito: l'immigrazione coinvolge i più disperati. Il 66% degli immigrati possedeva informazioni sull'Italia prima di entrarvi. Generalmente, chi si informa non appartiene agli strati sociali più deprivati, ha tempo, risorse, istruzione e predisposizione mentale per acquisire informazioni, quindi appartiene a strati sociali meno sfavoriti. 
Inoltre, il 75,3% di chi è venuto da noi ha reperito per proprio conto le risorse economiche necessarie per il viaggio e, spesso, specie per chi viene da Paesi subsahariani e deve attraversare territori molto estesi prima di imbarcarsi, tale costo non è indifferente (si parla di tariffe dai 3.000 ai 5.000 euro a persona da corrispondere ai trafficanti delle migrazioni). Come ammette l'Istat, “Questi dati confermano le ipotesi sul capitale sociale ed economico, mediamente abbastanza elevato, degli immigrati residenti in Italia”.
I matrimoni misti fra stranieri ed italiani sono un numero ancora molto piccolo rispetto ai matrimoni totali (il 12,4% di questi ultimi, nello specifico) e sono quasi interamente dominati dalle donne dell'Europa dell'Est che sposano cittadini italiani, cioè dalla componente culturalmente più affine agli italiani. Poiché i matrimoni misti sono generalmente considerati un indicatore di assimilazione (al netto di quelli celebrati per motivi opportunistici, ad esempio per l'ottenimento del permesso di soggiorno a tempo indeterminato) la scarsa rilevanza di tale fenomeno, e la sua concentrazione nella componente migratoria culturalmente più affine agli italiani, è una chiara manifestazione del fallimento di ogni politica di integrazione, soprattutto con la quota musulmana, o di altre religioni non cristiane, dell'immigrazione.

4° mito: gli italiani sono razzisti nei confronti degli immigrati. Se gli italiani sono razzisti, sicuramente gli immigrati non se ne accorgono. Il 69% di chi è arrivato pensa di rimanere da noi per sempre, senza tornare al Paese di origine o andare in altri Paesi europei (evidentemente da noi si vive bene). Solo il 5% di chi è arrivato in Italia sceglierebbe, se potesse tornare indietro, di non venire da noi. Dentro questo 5%, quelli che non sceglierebbero nuovamente l'Italia per motivi di discriminazioni o perché si sentono soli o non accettati o perché la gente è considerata poco cordiale o accogliente sono solo il 13,4%. Il grosso che non sceglierebbe più di venire in Italia lo imputa al costo della vita.



5° mito: i lavoratori stranieri sono segregati in occupazioni di livello infimo, che “gli italiani non vogliono più fare”. Premesso che, quando si emigra, molto difficilmente si mantiene lo status socio-professionale che si aveva in Patria, e ciò rappresenta una verità eterna dell'emigrazione, i dati mostrano che su 100 stranieri che, come primo lavoro, hanno ricoperto posizioni non qualificate, il 10% ascende, successivamente, ad un livello di operaio qualificato, il 22% ad operaio specializzato, l'11% a posizioni di vendita o servizi, impiegatizie e tecniche, o a posizioni di dirigenti o professionisti, cioè al ceto medio. Il tutto in un mercato del lavoro, come quello italiano, nel quale l'ascensore sociale è bloccato da decenni.
Il mistero è presto svelato: mentre gli italiani vivono in una società individualistica e atomizzata, senza alcuna assistenza da parte della politica e dei sindacati, oramai tutti votati al neoliberismo, gli stranieri si difendono grazie al mantenimento di reti di comunità: il 40% degli stranieri ha potuto cambiare lavoro rispetto a quello iniziale, migliorandolo, grazie all'aiuto di parenti o appartenenti allo stesso gruppo etnico.




sabato 21 dicembre 2019

Perchè in Francia si protesta e in Italia ci sono le sardine? Alcuni spunti di una riflessione possibile




Perché in Francia un intero popolo protesta da settimane in forma radicale e da noi è sorto un movimento filo-sistemico e narcotico come quello delle Sardine? Perché da loro ci sono i gilets jaunes e da noi no? Credo valga la pena di interrogarsi a fondo su tale dilemma, evitando posizioni facilone, del tipo “quanto sono ganzi i francesi e quanto siamo bischeri noi”.
Senza voler avere la pretesa di una spiegazione esaustiva, propongo alcuni spunti di possibile riflessione. Fondamentalmente, la Francia è diversa dall'Italia, per ragioni strutturali e sovrastrutturali. Dal primo punto di vista, va considerato che è un Paese più giovane: l'età media dei francesi è attorno ai 40 anni, la nostra sui 45. Una popolazione più giovane si ribella più facilmente perché coltiva una speranza di miglioramento, una più anziana si rifugia nella paura e nella rabbia livida, perché ha esaurito il tempo della speranza. I primi si ribellano scendendo in piazza, i secondi votando per partiti che coltivano le paure.
Un altro motivo strutturale risiede nelle caratteristiche delle diseguaglianze sociali dei due Paesi. Se è vero che la diseguaglianza distributiva francese è quantitativamente meno grave di quella italiana (i rispettivi valori dell'indice del Gini applicato al reddito disponibile sono di 28,5 per la Francia e di 33,4 per l'Italia) grazie ad una più diffusiva presenza dello stato sociale, è anche vero che le caratteristiche della diseguaglianza sociale sono, in Francia, particolarmente odiose, con una élite autoreplicantesi tramite la partecipazione ad accademie di eccellenza, come l'ENA o la Sorbona, ed il disagio sociale fisicamente allontanato dai centri delle città, e rinchiuso in banlieues, che più che quartieri popolari assumono una fisionomia di città satelliti, veri e propri ghetti urbani nei quali anche uscire fisicamente è difficile. La condizione urbana italiana è meno “escludente”, anche se, ovviamente, segue la stessa tendenza: in città come Roma, borgate in degrado si affiancano a quartieri residenziali, il quartiere olimpico di case popolari è stretto fra Parioli e Collina Fleming, la Magliana è fisicamente vicina a zone residenziali dell'Eur, e così via. Inoltre, l'amplissima diffusione di economia nera e sommersa, nel nostro Paese, garantisce redditi addizionali invisibili dal punto di vista statistico, e funge, seppur illegalmente, da ammortizzatore sociale.
Fuori dalle città, la differenza del tenore di vita urbano con quello di sistemi agricoli obsoleti, e totalmente mantenuti da un PAC concepita appositamente per il comparto primario francese e di pochi altri Paesi nordici, è evidente. Un sistema agricolo non competitivo come quello francese – a differenza delle aree agricole ad alta competitività di prodotto del Centro-Nord italiano, non a caso serbatoi di voti per la destra leghista - sopravvive a stento (il fenomeno dei suicidi di agricoltori è endemico) grazie alle quote della PAC e a politiche pseudoprotezionistiche, ed è proprio la protesta contadina guidata da figure come José Bové ad aver dato nascita, a fine anni Novanta, all'onda lunga delle contestazioni di piazza francesi. Al dramma delle campagne, si aggiunge quello dei sistemi industriali in declino, come il Nord Est carbonifero del Pas-De-Calais o l'Alsazia o, ancora, il declino delle zone di itticoltura della Bretagna (in Francia fu anche lanciato un gradevolissimo film comico, qualche anno fa, su un benestante e raffinato dirigente pubblico che, dalla sua solare Marsiglia, fu costretto a spostarsi nel grigio Nord in declino).
Sotto il profilo sovrastrutturale, ed in particolare sotto l'aspetto culturale, va preso in considerazione che, come per la storia individuale di ciascuno di noi, anche per gli Stati la storia pregressa, le origini dell'assetto istituzionale esistente, assumono una funzione di miti fondativi, sono le basi dalle quali un popolo tende a non discostarsi mai. La Repubblica francese è nata da una Rivoluzione, sebbene borghese (ma combattuta in piazza dai sanculotti) ed il mito rivoluzionario è fortissimo nella coscienza nazionale, viene riportato nell'inno nazionale, viene santificato nell'educazione scolastica. I francesi hanno la rivoluzione nel sangue, vengono tirati su con l'idea, idea sistemica, repubblicana, che ad uno stato di cose insoddisfacente ci si ribella in piazza. Non solo: ma essendo stata una Rivoluzione di popolo, che ha messo insieme il borghese con il contadino e l'operaio, ha creato un mito unificante dello Stato. Un patriottismo unico, nato da una rivoluzione sociale, per il quale sentirsi comandare a bacchetta da Berlino o Bruxelles è inaccettabile.
Noi italiani, poverini, abbiamo fondato la nostra Repubblica non sugli ideali mazziniani, ben presto dimenticati da una borghesia nazionale tetragona ed ottusa, ma su una guerra civile fra fascisti ed antifascisti che ha abbattuto una monarchia ridicola di montanari ignoranti, non grande come quella francese. Una guerra civile non è una Rivoluzione: divide anziché unire sotto i valori rivoluzionari che diventano di sistema. Una guerra civile che, quindi, anziché produrre un effetto unificante del nostro popolo dentro il riconoscimento di valori nazionali comuni, come avvenuto in Francia, ha prodotto una frattura insanabile. Il sardinismo è soltanto l'ultima manifestazione di un ottuso ed antistorico antifascismo in assenza di fascismo, che altro non è che il sintomo esteriore di una frattura insanabile interna al nostro popolo.
Questo ha avuto effetti politici enormi: in assenza di un riconoscimento mutuo, come avvenuto nel sistema politico francese, la sinistra italiana si è svuotata di contenuti, degradando, via via, verso uno stanco e inattuale mito del partigiano, e, per sfuggire ad un popolo che non sentiva “suo”, si è prima rifugiata nel moralismo berlingueriano, e poi nell'europeismo acritico, visto come cura per un popolo sostanzialmente odiato e disprezzato. La destra italiana, specularmente, anziché seguire le traiettorie di quella francese, che con il poujadismo ha sperimentato per la prima volta una unione di intenti, in ambito democratico, fra proletariato e piccola borghesia, e che con il lepenismo è rimasta fermamente dentro un solco repubblicano, ha assunto tatti difensivistici di fronte all'egemonia culturale dell'antifascismo, divenendo micro-corporativa, territoriale, biecamente e stupidamente anticomunista in assenza di comunismo. Anziché proporre una via nazionale, come il lepenismo, ha proposto una via individuale al godimento, nel berlusconismo, e nel salvinismo che vi si approssima.
La presenza pervasiva della Chiesa in Italia ha fatto il resto, imponendo una dottrina sociale in cui la protesta deve lasciare il posto alla composizione mediata, e per certi versi trasformistica, degli interessi sociali divergenti. Ciò ha inquinato i pozzi della sinistra dopo gli anni Ottanta, quando ne è iniziato il declino elettorale e di consenso, e la tentazione, che ha dato vita all'ulivismo ed al Pd, è stata quella di incorporare il cattolicesimo sociale e dossettiano non su un piano di sussidiarietà e di dialogo, ma di pari dignità rispetto alle cultura socialdemocratica preesistente. La babele dei linguaggi politici della sinistra, derivante da una fusione malriuscita nel Pd, come dice D'Alema, ha generato mostri come il renzismo, una forma bizzarra di populismo centrista che predica l'innovazione non come prospettiva, ma come rottamazione e distruzione del pregresso, in cui sfogare, ovviamente in modo sterile, le energie sociali contestatarie: anziché contestare il sistema, si contestano le Caste politiche precedenti, che assumono il ruolo di agnelli sacrificali. Due birbanti sociali come Casaleggio e Grillo hanno avuto la stessa intuizione, costruendo un movimento falsamente ribelle, che ha contribuito ad assorbire e poi annullare la protesta sociale.
Last but not least, la differenza enorme nel sindacalismo. Il sindacalismo francese è, geneticamente, sin dalla Charte d'Amiens, autonomo dalla politica, e la cinghia di trasmissione fra i sindacati confederali - soprattutto la CGT - e la politica, è stata meno forte e più episodica rispetto all'Italia. Mentre CGIL, CISL e UIL erano impegnate freneticamente a trovare spazi di concertazione politica e di copertura partitica, perdendo di vista la purezza dei loro obiettivi primari di difesa del lavoro, il sindacalismo francese ha avuto meno paura di scendere in piazza, anche contro governi teoricamente “amici” o prossimi, ed ha accettato meno compromessi sulla difesa del lavoro in vista della partecipazione alla concertazione generale del Paese. Ciò spiega perché la CGIL abbia fatto una quindicina di minuti di sciopero contro il Jobs Act e la CGT sia presente da settimane nelle piazze francesi, al cuore di proteste violente ed interminabili.
D'altro canto, la Francia è il Paese europeo con la più bassa adesione ai sindacati, molto meno che in Italia, mentre il sindacalismo di base è più pervasivo. Ciò, da un lato, indebolisce il sindacato, ma dall'altro, in presenza di tutte le condizioni strutturali e sovrastrutturali sopra ricordate, allarga gli spazi per la nascita di movimenti spontanei come i gilets jaunes. Il sindacalismo francese, in altri termini, vive dentro il paradosso fra una maggiore autonomia di movimento nel difendere le ragioni di lavoratori e pensionati, e minori spazi sociali di radicamento. Entrambi i corni di questo paradosso lo spingono ad assumere posizioni più radicali di quelle del sindacalismo italiano.
In conclusione, non pretendo di aver spiegato tutto, o di aver dato un quadro sufficiente, ma credo fortemente che le differenze che ho cercato di tratteggiare siano sufficienti a spiegare perché, in Italia, non nascerà niente di sia pur lontanamente simile a ciò che agita le strade della Francia.



sabato 7 dicembre 2019

Spunti per un possibile socialismo patriottico (che non andrebbe chiamato così)


La sinistra a guida piddina (il resto sono frange legate ad alleanze subalterne con il Pd o irrilevanti in termini di consenso) ha largamente fallito nel tentativo di gestire il Paese, e ne sta amministrando un lento ma inesorabile declino, non riuscendo a proporre una ricetta che gli restituisca prospettiva. Gli italiani scivolano lungo un declivio di disperazione, rassegnazione e rabbia. Un mix molto pericoloso. Il tentativo di rivoluzione giacobina del M5s sta implodendo per incompetenza, moralismo giacobino e governismo ad ogni costo, lasciando senza prospettive elettorali il rilevante consenso raccolto nella sua fase ascendente.
Gli strati popolari, perlopiù provenienti da sinistra, che ora appoggiano la Lega, saranno delusi dall'impostazione liberista che prevale in quel partito, e che sarà rafforzata dalla sua ascesa al governo nei prossimi mesi (perché un conto è abbaiare sovranisticamente all'opposizione, altro conto è stare al governo e gestire un Paese sul bordo del crollo e senza peso in politica estera). Il centrodestra a guida leghista proporrà poco più che un lafferismo fiscale coperto con una riduzione della spesa sociale, oltretutto compresso da vincoli europei che non vorrà, se non a parole, piegare, associato ad un contrasto all'immigrazione mediatico ed incapace di proporre rimedi strutturali, oltre l'infinita lotta nave Ong per nave Ong ed un securitarismo inefficace (è noto che i Paesi più securitari sono anche quelli a maggior incidenza di criminalità violenta). Il tutto condito da un autonomismo regionale strumentale alla perenne rivolta fiscale dei ceti produttivi del Nord, non ad una valorizzazione e responsabilizzazione dei territori. Non potrà fare altro perché questo è ciò che gli chiede la sua base di consenso storica, il suo nucleo vitale, che rimane ancorato ai territori lombardo-veneti, e questo gli consentiranno di fare i vincoli esistenti.
Tutto ciò non farà che allargare le diseguaglianze, ed i ceti popolari delusi non torneranno a votare per una sinistra geneticamente modificata, non avranno lo sfogatoio del M5s, che implodera', non voteranno per qualche proposta di Italexit, che istintivamente temono, ma rifluiranno verso un astensionismo rabbioso e pronto a farsi reclutare in qualche avventurismo sovversivo ed autoritario. Già oggi, ci dice il Censis, la maggior parte degli italiani vorrebbe un “uomo forte”.
Per evitare tale epilogo, servirebbe una proposta programmatica fortemente patriottica, mirata ad una regolazione civile ma rigorosa dell'immigrazione, euro-critica senza esagerazioni da Italexit della serie ci-stampiamo-i-soldi-da-soli-e-ci-autoripaghiamo-il-debito (e per favore posate il fiasco e ricordatevi di Weimar). Meglio pensare ad una battaglia di riconquista di margini di politica fiscale per fare deficit e a margini di politica industriale, sui quali occorre un piano di riconversione produttiva del Paese di medio periodo, basato anche sulle ppss. Tale proposta dovrebbe avere una impronta statalista e keynesiana, basata su un programma di investimenti pubblici nella scuola, nella ricerca, nelle infrastrutture e nella difesa del territorio, ed essere fortemente redistributiva nell'approccio sociale e nel recupero di una politica dei redditi. Si preveda un tasso di crescita dei salari legato alla crescita del Pil, come proponeva, ad esempio, la Uil.
Una simile proposta dovrebbe partire da un presupposto di fondo, ovvero quello che, anche strutturando opportune alleanze euromediterranee con altri Paesi, l'Asse franco-tedesco vada allentato, evidentemente non spezzato, perché ciò è impossibile, ma condotto a fare mediazioni. In primo luogo, nelle politiche industriali, dove il concetto di aiuto di Stato, tipico di una dottrina ordoliberista che pervade i Trattati, va allentato. Di fronte al declino industriale, occorre tornare a poter fare politiche industriali di settore. Inoltre, occorrono maggiori margini di politica fiscale, attraverso margini di maggiore condivisione del rischio, o, se ciò non sarà concesso, la disobbedienza ai Trattati, esattamente come fa la Germania, che viola sistematicamente le regole impunemente. Certo, il nostro peso e la nostra credibilità sui mercati finanziari sono ben diversi, ma sappiamo anche che a nessuno conviene il default sovrano di una economia così grande, con potenzialità sistemiche disastrose.
Detta proposta dovrebbe evitare come la peste ogni richiamo identitario. Niente socialismo, comunismo, socialdemocrazia nel nome e nel simbolo. Niente frasi di Marx, nemmeno di Groucho. L'identitarismo non attrae, se non i pochi nostalgici, ed è un ostacolo in termini di libertà di movimento. Chi si sente parte di quella storia la custodisca nel segreto del proprio cuore. Tale formazione non dovrebbe aver paura di fare specifiche battaglie con la destra, se sono coerenti con la sua proposta programmatica. Dovrebbe essere chiara sui suoi riferimenti sociali, non fare partigianerie fuori tempo massimo rispetto alla collocazione nell'arco partitico, rispetto alla quale dovrebbe muoversi con autonomia e spregiudicatezza, in base ai temi.
Dovrebbe avere una organizzazione radicata nei territori ma al tempo stesso snella, fatta di pochi referenti settoriali a supporto di un coordinatore eletto da una assemblea di rappresentanti dei territori, una leadership comunicativa e fortemente rappresentativa della linea politica, niente cazzate su guida collettiva o collegiale, molta attenzione a gestire la discussione interna senza dare la solita impressione di spaccature interne molto forti, tipica del tafazzismo di sinistra. La comunicazione è fondamentale, al leader serve anche quella empatia nel connettersi ai sentimenti popolari che spesso manca a chi viene da una formazione politica di sinistra. Evidentemente, nessun soggetto che abbia avuto qualsivoglia ruolo decisionale, di militanza o di elaborazione politica ed intellettuale nella sinistra attuale dovrebbe essere imbarcato.
Nessun settarismo né feticismo, l'intellettuale è al servizio del partito, non un idolo da venerare e sbandierare come in trofeo. Il lavoro intellettuale deve servire a dare profondità a quello politico, non confondersi con esso. Nessuno snobismo, si sta fisicamente nei luoghi della sofferenza sociale, si va nei quartieri difficili, si va fra gli operai che temono per il loro lavoro, ci si prendono gli schiaffoni se serve, ma ci si va portando soluzioni, non dicendo che non si hanno. Si tengono i rapporti con le frange combattive del sindacato, anche quelle di base, senza andare dai confederali solo perché sono confederali, ma ci si tiene aperto un canale di dialogo con tutto il mondo del lavoro, confederali compresi.
Si guarda ad un blocco sociale che integri il sottoproletariato urbano, il proletariato industriale meno rappresentato, racchiuso nei circuiti della subfornitura e della monocommittenza, i nuovi lavori ad alto tasso di sfruttamento, dai rider al precariato cognitivo alle finte partite Iva, senza offrire stupide stabilizzazioni a chi non le vuole, ma modelli fiscali e di welfare su misura delle esigenze di queste figure, ivi compreso un salario minimo di dignità per chi è fuori dalla contrattazione collettiva, la piccola borghesia a mercato interno, anche il salumiere.
Si difende la famiglia, cari miei, perché la famiglia non è quel luogo pruriginoso di vizi borghesi e di depravazioni conformiste che la sinistra immagina, è l'ultimo baluardo di una società che vuole difendere le sue radici e la sua solidarietà, prima che la distopia libertaria dei sinistri cultori di un relativismo grottesco spazzi via tutto. E allora si difende la prima casa, nessuno la può pignorare, e si torna a costruire nuove case popolari, per dare una casa a tutti. Si difendono i bambini dagli orchi travestiti da operatori sociali. Si afferma la centralità anche spirituale della famiglia. Si difende la natalità, si dà piena attuazione alla legge sull'aborto, anche laddove prevede interventi di prevenzione. Si opti per un modello che non uccida il nascituro, che gli consenta di nascere ed essere adottato con opportuni incentivi.
Si difendono i rifugiati veri e si offrono percorsi di cittadinanza ai minori abbandonati già residenti da noi, si fanno entrare immigrati dotati di quella professionalità e rettitudine civile e lavorativa che siano utili per la nostra economia, e si combatte ogni forma di sfruttamento lavoristico nei loro confronti, inquadrandoli nei CCNL e nel sistema delle tutele legali: il caporalato e lo sfruttamento degli immigrati preludono allo stesso trattamento che sarà fatto ai lavoratori italiani. Ma si chiudono le frontiere a chi non ha diritto, salvo piccoli flussi aventi professionalità rare e pregiate. Si attuano politiche di respingimento e di rimpatrio rigorose, veloci, massive, umane per quanto possibile. Chi resta da noi va assimilato, l'obiettivo è quello di farne un italiano nel giro di una generazione. Niente multiculturalismo patchwork. Ti accogliamo, sei tu che ti devi adeguare a noi.

Si difendono le caratteristiche garantiste, democratiche, volte al recupero sociale e rispettose della persona e della sua libertà del nostro ordinamento giuridico, senza tentazioni forcaiole, senza giustizialismo. Si garantisca vera indipendenza alla magistratura, proibendone le correnti interne e prevedendo la decadenza in caso di candidatura politica, si ragioni su un divisione delle carriere funzionale a un maggior garantismo, non ad ipotesi punitive. E, mi sia consentito, qualcosa andrebbe fatto, in termini di riforma, sulla giustizia minorile, caratterizzata da un procedimento privo di contraddittorio e di equilibrio fra diritti della difesa e dell'accusa, affidata, in sede di istruttoria dei casi, a servizi sociali sprofessionalizzati o formati su teorie psicosociali e pedagogiche sbagliate, affetta da molteplici conflitti di interesse. 



domenica 24 novembre 2019

Lettera aperta alle sardine


Ho ricevuto su un mio post anti-sardine una critica da parte di uno degli organizzatori dei diversi eventi sardinistici che si stanno sviluppando. Presenta il profilo tipico di molti giovani attuali, costretti a dividersi fra un pluralità di lavori precari per sopravvivere, evidentemente a stento.
Non conoscendo la persona, non ho motivo di mettere in dubbio quanto afferma, e sicuramente fra quanti riempiono le piazze con questi simboli ce ne sono molti come lui, sarebbe assurdo affermare che le migliaia di partecipanti alle piazze sardiniste siano tutti iscritti al Pd, come è altrettanto assurdo tacciare di fascisti tutti i partecipanti ai comizi di Salvini. E' quindi necessario cercare di trarre spunto da tale critica per ragionare un po' di più.
Mentre fuori dal nostro Paese, anche se generalmente con risultati fallimentari, la sinistra si è interrogata, o ha finto di farlo, sui legami fra globalizzazione, diritti economici negati e non difesi e derive populiste di destra, da noi tale riflessione non è pervenuta. Quando persino i liberisti più avveduti, come Calenda o Cottarelli, iniziano ad avanzare timori sugli eccessi raggiunti da una adesione acritica al liberismo attuale, il pensiero non va oltre quanto proposto da Barca a Bologna, oltretutto in condizioni di isolamento rispetto alla dirigenza del Pd: un blando riconoscimento dei danni sociali dell'apertura eccessiva dei movimenti di capitali e della concentrazione delle conoscenze e dei saperi su una minoranza oligarchica, con il conseguente abbattimento di ogni mobilità sociale. Blandi riconoscimenti di errori a fronte dei quali Barca propone rimedi modestissimi, e per certi versi inadeguati, perché ancora nel solco liberista: campioni imprenditoriali europei nell'high tech (una cosa alla quale riflettevo a metà anni Novanta, quando tutti, me compreso, eravamo in fase di ubriacatura europeista), salario minimo (che nella versione piddina altro non è che il rinvio ai CCNL), qualche controllo in più da parte degli Ispettorati del Lavoro per verificare la regolarità contributiva delle imprese, rafforzamento delle competenze dei governi nazionali in materia di promozione e selezione degli investimenti e ridisegno delle vocazioni produttive delle aree di crisi (si tratta di un modesto upgrading delle competenze tecniche dello Stato-arbitro esterno al mercato, cosa ben diversa da un penetrante ruolo interventista dello Stato in economia).
Persino questa blanda critica, e questa curetta modesta, che non rimette in discussione i fattori strutturali che hanno causato la sconfitta definitiva del lavoro rispetto al capitale, riescono a penetrare nel corpo del Pd, non solo nei suoi dirigenti, ma anche nei suoi militanti. I motivi di un degrado culturale e politico della sinistra italiana così drammaticamente grave, anche oltre il declino subito in tutto l'Occidente sviluppato, sono molteplici e non è questa la sede per approfondirli. Evidentemente, e l'inconsistenza politica e culturale del movimento delle sardine lo dimostra, una narrazione perversa è penetrata sin nei gangli più profondi di ciò che resta della sua militanza storica, che ancora persiste dentro il Pd, legata ad una obsoleta connessione sentimentale ad una storia che non esiste più, la cui agonia è iniziata con la Bolognina del 1989 ed il cui epilogo si consuma al Lingotto.
La narrazione è la seguente: il conflitto sociale non è desiderabile, perché ci riporta alle tragedie del Novecento, facendo risorgere comunismo e fascismo, ed è superabile con la retorica del merito: è sufficiente liberare la società da ogni vincolo etico e morale, quindi massimizzare le libertà civili, affinché il merito e la responsabilità individuale facciano la differenza. Se sei un laureato precario che fa tre lavori per sopravvivere, se sei un cinquantenne disoccupato, se non arrivi alla fine del mese pur lavorando, se sei un piccolo imprenditore affogato nel debito, beh, è colpa tua. In un mondo teorico completamente libero da qualsiasi vincolo e dove vige un principio di libertà individuale assoluta, avresti potuto gestire meglio le tue finanze, avresti potuto fare quel corso di formazione professionale che ti avrebbe aperto più porte, avresti potuto farti venire una idea imprenditoriale vincente e fartela finanziare con il fondo di microcredito della tua regione, avresti potuto emigrare in Germania, brutto pelandrone che sogna di radicarsi con una casa ed una famiglia dove c'è la tua identità personale e culturale, non hai capito che nel corso di Economia Politica I ti hanno spiegato che i fattori produttivi sono mobili e, in uno spazio omogeneo e a-identitario, vanno dove c'è domanda di lavoro?
Se protesti contro questo destino, sei automaticamente un fascista ed un populista di destra. Perché, sempre dentro questa visione del mondo, se, anziché utilizzare la tua libertà personale per cercarti una strada di miglioramento della tua condizione, osi protestare con l'unica protesta che è stata lasciata ai ceti popolari (strada sbagliatissima, come spiegherò a breve), precipiti dentro l'autocommiserazione e la rabbia contro gli altri, sei un “jerk”, come il thatcherismo sprezzantemente chiamava i falliti del suo modello senza società, e sei pericoloso, e vai represso (perché il “Manifesto” è pieno di frasi esplicitamente minacciose, al di là della melassa dei buoni sentimenti che lo pervade) perché con la tua rabbia disturbi il godimento delle libertà di chi è riuscito a farne qualcosa di utile per sé, e sei pericoloso, perché osi ripristinare una visione della società dove non c'è libertà assoluta, dove c'è uno Stato non solo arbitro, ma anche giocatore, che pone vincoli all'individuo nel nome di un bene superiore. Un concetto di rapporto fra libertà individuali e Stato che univa sia il comunismo che il fascismo. Tutt'al più, certo, se ti consideri di “sinistra” puoi sentire un dovere morale nel fare volontariato, sostituendoti ad un ruolo che dovrebbe essere perseguito istituzionalmente da uno Stato degno di questo nome, e non svuotato delle sue competenze, o al massimo proporre qualche rete di protezione minimale per chi non ce la fa, ma questa è solo una delle tante versioni del liberismo, si chiama socio-liberismo. Ed avremmo tutti, me compreso, dovuto far attenzione, perché questa visione era già il cardine del Manifesto ulivista prodiano del 1995.
Ebbene, ribadisco, questa narrazione perversa di cui è intriso il “Manifesto” delle sardine è borghese, è accucciata ai poteri forti, fa presa su chi, dentro questo mondo liberato da ogni vincolo e quindi ridotto a sanguinosa arena per la sopravvivenza, ce l'ha fatta e, purtroppo, come dimostra la critica di cui parlavo all'inizio, fa presa anche su chi ne esce con le ossa rotte, ma viene nutrito di speranze che il futuro sarà migliore a prescindere e catturato dal branco ittico. Le speranze, specie quando sono ben sostenute da un apparato di propaganda e da una ideologia rivenduta nei suoi aspetti superficiali più piacevoli, sono un carburante quando si ha 23 anni, le ho avute anche io. Alle soglie dei 50 anni, sono solo nostalgia e presa d'atto razionale. E' inutile dire al precario che si dà da fare fra le sardine che già Brecht ci ammoniva sul fatto che, spesso, alla testa dei cortei si colloca il nemico. D'altra parte, il Pd non starebbe al 20% se dovesse basarsi solo sul voto delle categorie sociali che usufruiscono delle sue politiche.
E, ribadisco, questa narrazione, di cui gronda il “Manifesto” delle sardine, è più psicoanalitica che politica, è anti-politica, perché sostituisce la politica, che è analisi delle condizioni oggettive delle masse, con una raccolta di sentimenti, illusioni, suggestioni, rêveries, buoni propositi natalizi. Diventa politica nel momento in cui viene chiaramente organizzata da ambienti prossimi al Pd, come strumento di campagna elettorale per un voto regionale strategico per l'agone della lotta di potere in corso. Perché nessuno è fesso, lo spontaneismo delle masse non raggiunge i risultati ottenuti dalle sardine, in termini di mobilitazione e visibilità mediatica, senza una regia occulta seria e strutturata.
Ed allora sarebbe il caso di esprimere un contro-Manifesto, se volete, il Manifesto delle balene. Le balene sono animali longevi e lenti, non hanno il giovanile guizzo colorato delle sardine. Sono piene di ferite e quando vanno a morire si separano dal loro branco e muoiono sole. Il Manifesto delle balene direbbe questo: che la libertà non esiste. Non esiste. E' una costruzione illusoria. Nemmeno nello stato di natura siamo liberi, perché siamo accompagnati da un'ombra sin dal primo vagito: l'ombra della morte, che ci spinge verso una vita non libera, ma soltanto fatta di reattività contro la morte. Ed è questo il motivo per il quale, noi, esattamente come le termiti o le formiche, costruiamo società complesse: sono strutture di sopravvivenza, modi di procrastinare l'incontro con la morte, o per collettivizzare la paura o, per meglio dire, per spostare quote di paura da un gruppo più forte verso altri gruppi più deboli, attraverso la lotta per la conquista delle risorse economiche che, come è ovvio, prolungano la vita a chi le ha, accorciandola a chi ne è privo. La società colloca le sue strutture, quindi, sulla paura e sul conflitto, non sull'armonia e l'amore universale.
Se la società è lotta dentro uno spazio di costrizioni e non di presunte libertà, la lotta non si esorcizza, come cerca capziosamente di suggerire il “Manifesto” sardinista, con la predicazione di una impossibile libertà universale (che è soltanto danno apportato ad altri) e di amore dentro una società distopica di armonia assoluta. La lotta si deve riconoscere, anche nella sua cattiveria e crudeltà, ed occorre orientarla dentro canali democratici e di confronto civile, altrimenti, se tali canali sono negati ed addirittura umiliati, perché “non abbiamo bisogno di essere liberati da niente”, come affermano gli autori del “Manifesto” (forse loro no, ma milioni di deprivati di questo Paese invece sì) essa, esattamente come l'Ombra personale quando viene negata, sorgerà in forme molto più aggressive.
Se è vero che il populismo leghista non è affatto la soluzione, ma parte, rilevante, del problema, e devo fare l'ennesima autocritica del mio percorso personale, costellato solo da errori e mai da soluzioni (attenzione, ho parlato del populismo leghista-salvinista, che del populismo vero ha soltanto la mistica del leader, non del populismo tout court, se è vero che, a mero titolo di esempio, dal peronismo è nata la figura di Kirchner) esso non si combatte con il pesce azzurro. Quello, al più, serve a controllare il colesterolo. Non si combatte pretendendo che sia stato Salvini a creare delle paure inesistenti nel corpo sociale. Si tratta di una madornale ed imperdonabile mistificazione. Salvini non ha creato paure, ha raccolto paure preesistenti e le ha amplificate. Ha scavato nelle fondamenta della società, che non sono di amore, ma di terrore. Non si combatte appellandosi alla generosità, perché la generosità serve solo per mondarci l'anima, in attesa che essa voli via.

Il populismo delle origini era di sinistra

La destra si combatte parlando alla paura, alla rabbia ed anche all'egoismo. Come facevano gli antichi socialisti e comunisti. Parlando di lavoro, di Stato assistenziale e non vessatorio, di protezione dagli aspetti più predatori della globalizzazione, di politica dei redditi, di identità nazionale, sì, cari miei, l'identità nazionale è una risposta al disperato bisogno di radici della condizione umana, che è quella di un fuscello esposto ai venti. Non lo volete chiamare socialismo? Detestate il rossobrunismo? Bene, allora chiamatelo sarchiapone, e come diavolo volete voi. Ma è di questo che dovete parlare. Ed è questo che manca completamente nel vostro “Manifesto” ittico. Che, in assenza di ciò, lo ribadisco, è per me soltanto una confabulazione intimistica e scollegata dalla realtà.
Con affetto verso i tanti pesci che sono vittime di questo Paese modellato da una sinistra deviante e da una destra pessima. Ma nessun affetto per chi ha organizzato questo movimento per finalità elettorali, per chi spera di trarne vantaggi personali di visibilità, per chi non vuole capire, perché non voler capire l'evidenza corrisponde ad esserne complice, oltre che vittima.