giovedì 2 agosto 2018

La strage di Bologna richiede ancora una verità


Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25, Stazione Centrale. Nella sala d’aspetto di seconda classe, affollatissima, quindi proprio con l’intento di fare il maggior numero possibile di vittime, detonano 23 chili di esplosivo, un mix letale di tritolo, compound B di tipo militare in dotazione alla NATO e nitroglicerina ad uso edilizio. Un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, causa la morte di 85 persone ed il ferimento, spesso gravissimo, di altre 200. Da quel momento la storia del Paese e di ogni italiano è stata diversa. Ognuno ha il suo modo di raccontare quella tragedia. Avevo solo 9 anni, e quel giorno ero a Livorno in vacanze con mio padre, ma ricordo quel giorno ed i successivi come fosse ieri: la locandina del Tirreno davanti all’edicola, con l’enorme foto dell’ala ovest della stazione sventrata, i telegiornali, le parole addolorate e stupite della gente in strada, mio padre che telefonava ad un suo amico a Bologna per saperne di più, e non riusciva a prendere la linea perché era intasata, le lacrime di Pertini.
Un lunghissimo e complesso procedimento giudiziario, funestato da ogni tipo di depistaggio, ha raggiunto una verità processuale che lascia molti dubbi e molte zone d’ombra. La verità processuale attribuisce all’eversione di estrema destra, nello specifico ai NAR, la responsabilità dell’atto, sia in termini organizzativi che esecutivi, nel quadro della strategia della tensione.
Tale responsabilità, sempre negata con decisione dai condannati, anche dopo aver definitivamente scontato la pena ed ammesso di essere colpevoli per altri crimini, appare oggi estremamente dubbia. Gli avvocati difensori, assolutamente certi dell’innocenza dei loro assistiti, anche a decenni di distanza, evidenziano le lacune di tale tesi processuale: il fatto che la pista nera sia stata suggerita immediatamente e frettolosamente, sin dai primi giorni e senza elementi di indagine solidi, da parte di Cossiga (allora Presidente del Consiglio, che 11 anni dopo avrebbe poi cambiato versione, parlando di una pista mediorientale) attraverso i rapporti del SISMI comandato dal generale Santovito, iscritto alla P2. SISMI che agì comprovatamente in modo depistante, con telefonate di finta rivendicazione dei NAR, come quella fatta da una sede fiorentina dei servizi, e con la collocazione di una valigia piena di armi e di esplosivo analogo a quello di Bologna sul treno Taranto-Milano, accompagnata da un rapporto fasullo redatto dal vicecapo del SISMI, generale Musumeci, al fine di accreditare l’idea di una strategia di terrorismo internazionale, che usava l’eversione neofascista come manovalanza per le azioni in Italia. L’azione del SISMI mirata a mettere i magistrati sulla pista di estrema destra, peraltro, non avrebbe alcun senso, se veramente la responsabilità fosse dei neofascisti, perché saremmo in un caso di “impistaggio”, invece che di depistaggio.
Altri elementi che escludono la pista neofascista sono costituiti dalle smentite giunte da esponenti dei NAR nei giorni immediatamente successivi all’attentato (che interesse ha una organizzazione terroristica a fare un attentato e poi negarne la paternità?). Senza omettere le lacune evidenti delle testimonianze di Izzo (condannato per il delitto del Circeo, che non di rado ha rilasciato dichiarazioni poi ritenute non credibili) e della Furiozzi, giovane militante dei NAR, che indicarono Luigi Ciavardini, militante milanese dei NAR, come presunto autore materiale dell’attentato. Secondo tali testimonianze, a Bologna sarebbero stati due militanti di Terza posizione (De Angelis e Taddeini) a deporre la bomba insieme a Ciavardini. Senonché De Angelis e Taddeini risultarono avere un alibi di ferro per il giorno dell’attentato, ed uscirono dall’inchiesta, mentre la testimonianza di Izzo, ritenuta inattendibile per i due militanti di TP, fu incomprensibilmente ritenuta attendibile per Ciavardini. E non si tenne nemmeno conto del fatto che i rapporti politici fra NAR e Terza Posizione erano oramai gravemente compromessi da tempo, tanto da rendere implausibile una loro collaborazione (il 9 settembre 1980, un mese dopo l’attentato di Bologna, il leader siciliano di Terza Posizione, Francesco Mangiameli, venne ucciso da un commando dei NAR composto anche da Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, poi ritenuti, nel processo, i mandanti dell’attentato di Bologna). La testimonianza della Furiozzi, poi, era “de relato de relato”, ed in genere, processualmente, una simile dichiarazione vale poco.
La testimonianza che invece incastrò Fioravanti e la Mambro era di tale Massimo Sparti, neofascista di Ordine Nuovo, che sostenne che due giorni dopo l’attentato, Fioravanti e la Mambro lo vennero a cercare per avere documenti falsi, ed il primo gli avrebbe confessato di essere andato nel giorno dell’attentato alla stazione di Bologna vestito con un “abito tirolese”, in cuoio e con il cappello con la piuma. Ora, la sola idea che chi vuol fare un attentato si presenti sul luogo con un vestito così bizzarro che dà sicuramente nell’occhio, dovrebbe far propendere per l’ipotesi di una bugia. Senza contare che, secondo Sparti, la Mambro, che lui non conosceva di persona, si sarebbe presentata con i capelli tinti, ma nessuna traccia di tintura fu rinvenuta sui suoi capelli quando venne arrestata, e che nessun testimone oculare vide un tizio vestito da tirolese vicino alla stazione. In punto di morte, qualche anno dopo, Sparti confessò di aver mentito per incastrare i due NAR, ma la sua ritrattazione non venne presa in considerazione. Tra l’altro, dopo le sue dichiarazioni contro i NAR, Sparti venne scarcerato per motivi di salute: un tumore che, però, miracolosamente retrocesse dopo la scarcerazione.
Infine, l’impianto accusatorio si basa anche su un pizzino scritto dal terrorista veneziano Carlo Maria Maggi, riscoperto ad anni di distanza negli atti di un altro processo, nel quale i magistrati hanno voluto leggere come l’ordine di fornire i detonatori per l’esplosione a Gilberto Cavallini (altro NAR). Il pizzino diceva questo: “I D. del Tsn possiamo farli avere agli amici di G.C. a parziale piccolo indennizzo di quello che hanno perso”. Difficile dare una interpretazione non fantasiosa ad un simile testo, così criptico.
Soprattutto, non regge la motivazione. Perché i NAR avrebbero dovuto organizzare un simile attentato? Per ritorsione contro i processi politici che i loro membri arrestati subivano? Ma la storia del modus operandi di tali gruppi (vedi l’omicidio del giudice Occorsio perpetrato dal Concutelli, e quello del giudice Amato condotto proprio dai NAR) è diversa: la ritorsione si fa direttamente contro giudici ed esponenti delle Forze dell’Ordine, per inviare un messaggio diretto al sistema giudiziario. Per mostrare la loro forza nel momento in cui la rete iniziava a stringersi contro di loro? Ma allora, nelle ore immediatamente successive, i NAR avrebbero dovuto rivendicare l’attentato, non dichiararsi estranei. Si ricordi che furono tirati in ballo da Cossiga e dai servizi, e risposero negando ogni responsabilità. Perché manovrati nell’ambito della strategia della tensione, come pensarono i magistrati? Il senatore Giovanni Pellegrino, che ha presieduto la Commissione stragi, non ne è convinto, e chi scrive è d’accordo con lui. Dirà infatti Pellegrino che “la strategia della tensione ha un senso nell’Italia del 1969 (…) non ha alcun senso nel 1980, quando siamo nell’Italia del Preambolo, del riflusso e del post fordismo, con Sandro Pertini al Quirinale” (e il movimento sindacale in declino, come avrebbe dimostrato la marcia dei 40.000, l’epilogo della parentesi del compromesso storico fra Dc e Pci, la fine del movimento del ’77, sostanzialmente sconfitto, e l’avvio della fase di declino delle Br, dopo l’epilogo del sequestro Moro, che ne segnò l’errore strategico esiziale, nda). Anche Cipriani dirà “quella di Bologna fu una strage anomala, perché avvenne in una situazione politica ampiamente stabilizzata, tale da tranquillizzare gli alleati del nostro Paese”.
Quello che invece sembra più verosimile è che l’area eversiva di estrema destra sapesse in anticipo dell’attentato, il che non significa, ovviamente, che l’avesse organizzato, ma solo che, probabilmente, i contatti che il terrorismo nero italiano intratteneva con i servizi segreti deviati o con altri gruppi terroristici stranieri potrebbero aver agevolato la conoscenza di tale notizia. Il 10 luglio 1980, il detenuto neofascista Luigi Vettore Presilio dichiarò, in presenza del giudice, che ai primi di agosto sarebbe successo un evento straordinario. Poco tempo dopo, Presilio sarà accoltellato nel penitenziario in cui scontava la pena. La redattrice della rivista clandestina di destra Quex, Mara Cogolli, si allontanò da Bologna il 2 Agosto, poche ore prima dell’attentato, presumibilmente avvertita da Massimiliano Fachini, esponente di Ordine Nuovo, sulla strage imminente. Francesco Mangiameli, pochi giorni prima della strage, riferì al colonnello Amos Spiazzi del SISDE la notizia che per i primi di agosto vi sarebbe stato un enorme attentato. Un mese dopo la strage di Bologna, come detto, Mangiameli sarà ucciso dai NAR.
Ma allora chi fu? Molto probabilmente, non lo sapremo mai. E le ipotesi sono moltissime. Due, però, sembrano più attendibili: la pista mediorientale e quella libica. L’analisi dell’archivio Mitrokhin sembra accreditare la pista mediorientale, ovvero, alternativamente, la possibilità di un attentato commesso dai palestinesi del Fplp o dai loro alleati del movimento terroristico di Carlos, per ritorsione contro delle violazioni, da parte italiana, del cosiddetto “lodo Moro” (un accordo segreto in cui l’Italia concedeva libertà di movimento sul suo territorio ai terroristi palestinesi e scambio di armi, in cambio di una garanzia che non sarebbero stati fatti attentati nel nostro Paese). In effetti, il giorno della strage, i terroristi tedeschi Kramm e Frohlich, del gruppo di Carlos, erano inspiegabilmente presenti a Bologna. D’altra parte, con la vicenda del sequestro dei missili di Ortona e con l’arresto del capo dell’Fplp nel nostro Paese, Abu Saleh, l’Italia avrebbe violato il lodo Moro, attirandosi una ritorsione palestinese. Le successive attività di depistaggio sarebbero quindi servite per coprire l’esistenza di tale accordo segreto. Il terrorista Carlos fornisce un’altra versione, meno attendibile, della pista mediorientale: una ritorsione di CIA e Mossad per l’amicizia fra Italia e Arafat, che si sostanziava anche in scambi di armi. La pista mediorientale, però, a mio parere, è inficiata dall’endorsement tardivo offerto da Cossiga a tale ipotesi, in una intervista al Corriere del 2008. Cossiga ha sempre partecipato attivamente al depistaggio su Bologna, per cui non si capisce perché, nel 2008, avrebbe dovuto all’improvviso dire la verità. Peraltro, l’ipotesi cossighiana di una detonazione casuale dell’esplosivo non è realistica, stante la natura del materiale utilizzato per la strage.
Un’ipotesi molto interessante e realistica, a mio parere, è quella libica, e si intreccia con i fatti di Ustica. Tale ipotesi è stata citata da Spadolini nel 1983, ma poi è stata forse troppo frettolosamente abbandonata, e meritoriamente ripresa dall’ex magistrato Rosario Priore. Il 27 giugno 1980 viene abbattuto il Dc 9 dell’Itavia su Ustica, nel più che probabile quadro di una battaglia aerea segreta fra Aviazione francese e statunitense e caccia libici di scorta all’aereo personale di Gheddafi. In un tentativo di uccidere il leader libico, caccia statunitensi e francesi assistiti dai radar dell’Aeronautica italiana tentarono di intercettare l’aereo di Gheddafi, ne seguì una battaglia aerea con i Mig libici della scorta (un testimone poi riferì di aver trovato i resti di uno dei Mig abbattuti nel mezzo della Calabria). Forse per un errore, un missile colpì ed affondò il Dc 9, che per caso si trovava a volare in quella zona. Peraltro, ed è una coincidenza molto strana, il Dc 9 era partito proprio da Bologna, la città della successiva strage.
Le relazioni fra Italia e Libia erano molto tese in quella fase, per via delle rivendicazioni libiche sulle acque internazionali del golfo della Sirte, in cui operavano anche pescherecci italiani, e per via della protezione italiana offerta a Malta, che subiva la crescente minaccia di un attacco libico, e forse di una invasione da parte di Gheddafi. Proprio nel giorno dell’attentato, coincidenza molto significativa, l’Italia sottoscriveva l’accordo di Valletta, mirato a offrire protezioni ai maltesi da possibili attacchi libici. Nell’agosto 1979, un anno prima della strage, Gheddafi dichiarò, in un comizio a Tripoli, che “l’Italia conoscerà fra poco il significato della parola terrore”. Tale pista si basa anche sulle dichiarazioni di Zamberletti, allora sottosegretario al Ministero degli Esteri, che riferì, poco tempo rima dell’attentato, di aver ricevuto dalla delegazione libica in Italia una esplicita dichiarazione di ostilità per la scelta di proteggere Malta, e per lo schieramento di missili a Comiso. Altra coincidenza strana: il terrorista tedesco Kramm, del gruppo di Carlos, che il giorno dell’attentato era a Bologna, lavorò fino al 1983 come collaboratore dei servizi segreti libici. I servizi segreti della Jamahiriya utilizzano, come esplosivo, il Semtex, però è accertato che, nel 1978/1979, ricevettero anche una partita di Compound B, l’esplosivo usato a Bologna.
Anche in questo caso, il depistaggio sarebbe stato attivato per coprire le successive politiche di riavvicinamento fra Italia e Libia, caldeggiate dall’ENI e da Andreotti. Lo stesso generale Santovito, il coordinatore del depistaggio operato dal SISMI, a detta di Zamberletti, lo ammonì a non proseguire su una linea di protezione dell’integrità territoriale di Malta, per non provocare Gheddafi. Troppi interessi economici, dal petrolio alla partecipazione di Gheddafi al capitale della Fiat, spingevano pezzi della nostra borghesia, anche iscritti alla P2, ad insabbiare eventuali responsabilità libiche nell’attentato di Bologna.

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