sabato 20 luglio 2019

Thomas N'Kono, l'orgoglio del calcio africano



Gli inizi: il Camerun postcoloniale

“Voglio essere ricordato come un grande portiere ed una brava persona”. Questa è la storia di un campione e di un grande uomo, le cui gesta calcistiche hanno ispirato una generazione di portieri e di tifosi.

Dizangué, paesone della provincia costiera camerunese del Littoral, costruito dai tedeschi per ubicarci le fabbriche di caucciù. Vecchi palazzi nel severo stile coloniale protestante che rovinano nel sole e nell'umidità, baracche di lamiera dei lavoratori degli stabilimenti e dei contadini, una stradona di terra battuta che nella stagione delle piogge diventa fango che taglia la giungla e collega il villaggio con il resto del Paese. Sono anni agitati per la neo indipendente ex colonia francese: i francesi, formalmente, hanno decolonizzato, ma mantengono tutti i posti di potere, con i loro attachés d'affaires, che guidano i Ministeri. L'esercito nazionale è completamente in mani francesi, persino il capo di Stato Maggiore è francese, la moneta è il franco CFA, legato al franco francese da accordi di cambio e di emissione molto rigidi, la Francia mantiene una importante presenza militare in loco, specie nelle aree più importanti dal punto di vista minerario ed agricolo. Il capo dello Stato, Ahmadou Ahidjo, è una creatura dei francesi e favorisce sistematicamente la sua etnia, i Peul, di religione musulmana, governando con mano pesantissima un Paese inquieto, soggetto al secessionismo delle regioni del nord, anglofone, che confluiranno nella Nigeria. I Bantu del Litorale, il raggruppamento etnico cui appartiene il piccolo Thomas, che appoggiano il partito di opposizione UPC, danno vita a proteste violente ed episodi di terrorismo, debordanti spesso in atti di brigantaggio e regolamenti di conti fra clan, duramente repressi dall'Esercito franco-camerunese, con metodi da legge marziale ed omicidi dei leader del partito orchestrati dai servizi segreti francesi.

Strada di Dizangué



In questo clima di povertà e violenza, in un'estate della fine degli anni cinquanta, un piccolissimo ragazzino, grosso suppergiù come una nutria, se ne sta abbarbicato sulle spalle dal fratello maggiore come un ragnetto. Lo stanno portando a vedere la partita di calcio nella città più grande dei paraggi, Douala, 38 chilometri a piedi, il fratello Martin acconsente a trasportarlo sulle spalle per non farlo impolverare o sporcare di fango, a seconda della stagione, per obbedire alla mamma, che non vuole che il piccolo si stanchi troppo. Vanno a vedere giocare lo zio Botagne, idolo locale. Lo stesso Martin gioca a calcio, ed in un Paese in cui il confine fra partitelle di strada e club non esiste, perché non esistono le scuole-calcio, e quindi i ragazzi di strada più promettenti si ritrovano direttamente a giocare nei club, il piccolo Thomas gioca ala destra. E' veloce, guizzante ed ha piedi buoni. Ma un giorno si infortunano tutti i ragazzini che devono fare i portieri, e viene messo lui in porta, con la sua calzamaglia nera lunga, che diverrà il suo marchio di fabbrica, e che indossa, ancora una volta, per far piacere alla mamma: i campi in erba non esistono, si gioca sulla terra battuta, e quando si scivola a terra è facile sbucciarsi. Da lì la calzamaglia protettiva. In quel giorno passano di lì degli osservatori del Canon Yaoundé, il club della capitale, guardano giocare in mezzo alla strada quel ragazzino dinoccolato, con riflessi da gatto e quella strana calzamaglia. Vanno direttamente dal padre e lo tesserano. A soli 17 anni Thomas esordisce nella massima serie calcistica del suo Paese.

L'incontro con Beara e gli esordi in Nazionale

Nel Paese disastrato non esistono programmi di allenamento veri e propri, nemmeno per i professionisti: i ragazzi del club vivono insieme in una sorta di collegio, si allenano solo dalle 4 alle 5 di mattina, perché poi il caldo diventa eccessivo e non si può più lavorare. Le calzature di pessima qualità lasciano enormi vesciche sui piedi. Gli allenatori sono quasi tutti francesi, esprimono quindi una scuola calcistica che in quegli anni è di cattiva qualità, e per giunta nella maggior parte dei casi sono dilettanti. Il concetto di dieta non esiste, i ragazzi mangiano quantità faraoniche di agnello arrosto e gelato, offerto loro dai dirigenti del club, tutti quanti prossimi della cerchia del dittatore.

Ma qualcosa sta per cambiare per Thomas, ancora una volta un colpo di fortuna che aiuta il talentuoso. Nei primi anni Settanta, il dittatore Ahidjo cerca di allentare i vincoli soffocanti che lo legano alla Francia, promuovendo accordi commerciali con i non allineati, in primis la ex Jugoslavia. Il padrone del Paese è anche consapevole del ruolo sociale e di consenso politico del calcio, e investe per portare, nell'ambito di questi accordi commerciali, allenatori e dirigenti calcistici europei, in grado di innalzare la qualità del calcio nazionale.

Arriva così in Camerun, nel 1973, uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, soprannominato “Uomo di gomma”, considerato dal grande Jascin addirittura più forte di lui: il croato Vladimir Beara ,45 anni, designato commissario tecnico della nazionale del Camerun. Genio sregolato ed avventuriero, come solo uno slavo sa essere, Beara è stato, nella sua pazzia creativa, un innovatore del ruolo: ad esempio, faceva battere i calci di punizione senza barriera, per non farsi limitare la visuale del pallone. Questo genio folle, dall'alto della sua esperienza infinita, capisce che Thomas ha qualità fisiche straordinarie per diventare un campione, riflessi felini, ma è grezzo tatticamente. E' come un diamante che deve essere ancora sbozzato e affinato. Per farlo migliorare, lo mette davanti ad un muro, sul quale son ostati tracciati, con il gesso, quattro quadranti. Thomas deve tirare il pallone con la massima forza verso uno dei quadranti, e poi bloccare il rimbalzo. Un giochino da ragazzini, semplice, da cortile. Ma che ripetuto all'infinito allena i riflessi (la palla non rimbalzerà mai per due volte nello stesso modo), conferisce una presa d'acciaio alla mano e rafforza il braccio, in fase di rilancio del pallone.

E poi Beara porta un'altra cosa sconosciuta: l'impegno sul lavoro, tipico del professionista. Il calcio in Camerun è completamente disorganizzato, persino il club di Thomas, il Canon, che insieme all'altro club rivale della capitale (il Tonnerre) è l'élite del calcio del Paese, che può giocare in uno stadio degno di questo nome (lo “Stade Omnisportif”) e non in un campo di miglio leggermente spianato, non riesce ad organizzare allenamenti regolari. I ragazzi, spesso, non riescono nemmeno a raggiungere il campo in tempo per allenarsi, il concetto di preparazione atletica è sconosciuto, gli avventurieri francesi che lavorano nel calcio nazionale si ritrovano di fronte bistecconi super muscolosi che non sembrano aver bisogno di allenarsi fisicamente, e quindi pensano soltanto ad affinare le doti tecniche e tattiche, invero generalmente grezze. Invece il croato è un fanatico della preparazione fisica, ed in nazionale il giovane Thomas si ritrova ad affrontare carichi di lavoro fisico assolutamente mai sperimentati nella sua squadra di club. Un giorno è talmente stanco, dopo uno degli allenamenti di Beara, che si mette d'accordo con il portiere di riserva della nazionale: nessuno dei due si presenterà alla seduta di allenamento. Quando non vede arrivare i suoi due portieri, Beara si incazza come un ustascià. Li fa chiamare a casa, ma non rispondono. E non ci pensa due volte: chiama i dirigenti della Federcalcio locale e li espelle entrambi dalla nazionale. Non importa che il terzo portiere sia un ragazzotto acerbo di scarso talento. La disciplina prima di tutto. Thomas capisce di aver sbagliato: va a chiedere scusa a Beara, viene reintegrato in nazionale. Non salterà mai più un allenamento in vita sua.

Vladimir Beara


Ed il lavoro paga: con il suo Canon vince cinque volte il campionato nazionale in otto anni. Per ben due volte vince la coppa dei Campioni d'Africa: nel 1978, contro l'Hafia, della Guinea: Thomas in porta chiude a zero entrambe le partite di finale. Prenderà appena 3 gol in 8 partite. Due anni dopo bissa, contro gli zairoti del Bilima. Fra i due successi, conquista anche una coppa delle Coppe africana e nel 1979 viene nominato miglior giocatore africano. Il Camerun è oramai una realtà emergente del calcio africano, grazie ad una generazione d'oro, cui appartengono, oltre a Thomas, anche Roger Milla, forse il più forte attaccante africano di tutti i tempi, Jean Onguéné, un centravanti con percentuali realizzative impressionanti, Théofile Abega, gigantesco centrocampista di fatica, Ibrahim Aoudou, difensore centrale spaventoso per prestanza fisica, e Joseph-Antoine Bell, altro portiere fantastico, che tecnicamente non ha niente da invidiare a Thomas, ma finisce in panchina perché è un contestatore politico, non gli piace il regime del suo Paese.

Lo stadio di Yaoundè, dove giocano il Canon e la Nazionale



I Mondiali di Spagna del 1982

Questa Nazionale fenomenale conquista per la prima volta nella sua storia il biglietto di accesso ad una fase finale di un campionato del mondo, con N'Kono e Bell ad alternarsi in porta, eliminando il Malawi, lo Zimbabwe, lo Zaire e, in finale, il favoritissimo Marocco: impressionante lo score dei due portieri – in otto partite solo cinque gol subiti. E' la seconda volta che l'Africa subsahariana arriva alla fase finale di un campionato del mondo, in un calcio africano sinora dominato dalle squadre maghrebine, tatticamente più organizzate e vicine al calcio europeo.

L'occasione, per la politica camerunese, è troppo ghiotta: il serbo Branko Zutic, che ha rilevato Beara ed è in massima parte l'architetto di questa splendida squadra, vero esperto di calcio africano (ex Ct della Nigeria) viene sostituito a soli tre mesi dall'inizio della fase finale dei mondiali. Tecnico della nazionale, adesso, è il francese Jean Vincent. Ex ala di ottimo livello, allenatore dalla chiara vocazione offensiva, pluripremiato nel campionato francese, dove con il Nantes ha vinto due campionati, una coppa di Francia ed è arrivato alle semifinali di coppa Uefa, viene scelto dal nuovo padrone in pectore del Paese, il quarantottenne Paul Biya, uomo di fiducia dei francesi formatosi a Sciences Po a Parigi, che, dopo un lunghissimo cursus honoris, si sta preparando a giubilare il vecchio dittatore Ahidjo, oramai considerato dai francesi troppo vecchio per tenere in mano un Paese attraversato da una forte crisi economica e sociale e da tensioni multietniche. Ovviamente, i francesi vogliono comandare qualsiasi aspetto della vita del Paese, anche il calcio, nel momento in cui la nazionale arriva per la prima volta ad un mondiale.

Il girone del Camerun è di ferro: l'Italia testa di serie, la Polonia di Buncol, Lato, Boniek e Smolarek, il Perù di Barbadillo, Uribe, Quiroga, La Rosa e Cubillas. Il Camerun sembra giocare il ruolo della vittima sacrificale, anche per le modalità quantomeno bizzarre con cui si prepara: mangiate pantagrueliche di agnello fra giocatori sorridenti e rilassati, come se fossero in gita premio, allenamenti ridotti e bella vita in ritiro. Il 15 giugno del 1982, il Camerun scende in campo a La Coruna contro la forte nazionale del Perù, che quattro anni prima era arrivata ai quarti di finale dei mondiali. E succede l'impensabile: nel catino di caldo insostenibile del pomeriggio spagnolo, i giocatori peruviani, probabilmente abituati a giocare in quota ad un clima più fresco, si squagliano, mentre i camerunesi, con l'agnello arrosto nello stomaco, ma abituati a giocare nel caldo estremo, corrono il doppio. Sono anche ben organizzati tatticamente: coprono bene gli spazi, si aiutano, non si scoprono mai in fase offensiva, tengono le posizioni in modo razionale, sanno fare pressing. E' una squadra matura: la presunzione europea e sudamericana non si è degnata di studiarli preventivamente, considerandoli una squadra materasso. Ma non è così. Il forte Perù viene bloccato sullo 0-0, grazie anche a determinanti parate di N'Kono. La sua tranquillità infastidisce gli avversari: su un forte tiro di Barbadillo, ferma il pallone con una mano, se lo fa passare dietro la schiena e, come un giocoliere, lo recupera con l'altra mano.

Il bis del pareggio arriva, quattro giorni dopo, anche contro la Polonia. Ad un certo momento del match, Thomas esce dall'area, palla al piede, dribblando avversari come fossero birilli, fra le urla disperate di Vincent, che lo implora di tornare in porta.

Ed altri quattro giorni dopo, a Vigo, la sfida è contro l'Italia, che è in condizioni difficili: in pratica, con la Polonia già qualificata alla fase successiva, l'incontro è una eliminatoria diretta fra gli azzurri, cui basta un pareggio per essere qualificati, ed il Camerun, che deve vincere. L'incontro è molto teso, i camerunesi lo affrontano con la testa troppo leggera, storditi dai due pareggi ottimi ottenuti in precedenza, e dalla richiesta di un aumento del premio, che il governo ha però negato. E succede, così, che al sessantunesimo minuto, proprio Thomas fa un errore imperdonabile. Arretrando dopo una uscita, perde l'equilibrio e cade. Ciccio Graziani non se lo fa ripetere due volte, ed insacca a porta vuota. Appena un minuto dopo, M'Bida sigla il goal del pareggio, ma nei restanti trenta minuti i camerunesi non spingono, non cercano di vincerla contro un avversario spaventatissimo. La sensazione netta è che i Leoni africani avrebbero potuto vincere, eliminando gli italiani, ma che si siano risparmiati. Sui nostri giornali compare l'ipotesi, mai dimostrata, di una pastetta, un pagamento in nero fatto agli atleti del Camerun per far passare all'Italia il girone.

Il goal di Graziani


Sta di fatto che il Camerun viene eliminato al primo turno, ma esce trionfante, imbattuto in tre partite. L'8 agosto, come tributo al suo eccellente mondiale, il tecnico brasiliano Tele Santana lo inserisce nella squadra della selezione mondiale che, per una partita amichevole a New York, affronta la selezione europea.

L'ottimo mondiale disputato (al netto del brutto errore con Graziani) vale a N'Kono la seconda nomination come miglior giocatore africano e la possibilità di restare in Spagna: pochi giorni dopo la fine dei mondiali, viene infatti ingaggiato dall'Espanyol, la seconda squadra di Barcellona. Giocherà per nove anni a Barcellona, e diverrà il calciatore africano con il maggior numero di presenze nella Liga (241 partite). Nel 1988 sfiorerà la vittoria della coppa Uefa, quando gli spagnoli persero la finale contro il Bayer Leverkusen.

Con la maglia dell'Espanyol











La Coppa d'Africa e il secondo Mondiale

Nel frattempo, nel 1984 arriva la vittoria in coppa d'Africa con la sua nazionale, eliminando i padroni di casa della Costa d'Avorio, l'Algeria di Madjer ai calci di rigore e battendo in finale la Nigeria, altra realtà calcistica africana in crescita, per 3-1. Nel 1988, stavolta in Marocco, il Camerun bisserà il successo, sconfiggendo in finale nuovamente la Nigeria, per 1-0, dopo aver eliminato con identico punteggio i padroni di casa. Ma nel 1988, per decisione del tecnico francese Claude Le Roy, un vero e proprio guru del calcio africano, che ha allenato praticamente ovunque nel continente nero, a difendere la porta dei Leoni non ci sarà N'Kono, ma il suo eterno rivale Bell, che si è messo in luce con una ottima prestazione nel torneo olimpico a Los Angeles nel 1984. Ne1 1985, la nazionale del Camerun viene eliminata dalle qualificazioni ai mondiali da una pessima sconfitta per 4-1 contro lo Zambia, che costa la panchina al c.t. serbo Ognjanovic, un gran conoscitore di calcio camerunese, avendo allenato anche l'Under 21.

Adesso alla guida della nazionale vi è un russo, Valerij Nepomniacij. Si tratta di un tipo strano, con poca esperienza come tecnico titolare, perlopiù spesa in alcuni club della Repubblica Sovietica del Turkmenistan, quindi alla periferia più insignificante del calcio dell'Urss. E' soprattutto un maestro di calcio per giovani, più che un allenatore di squadre senior. Gira per l'Africa facendo l'insegnante di calcio per giovanissimi grazie a programmi sportivi finanziati dall'Urss. Anche quando arriva in Camerun, inizialmente il suo compito è quello di allenare una squadra giovanile, ma la partenza di Le Roy nel 1988 gli apre la strada per essere nominato c.t. della nazionale maggiore. Non spiccica una parola di francese, ed agli allenamenti comunica con i giocatori tramite un interprete piuttosto zoppicante.

Però decide di riportare in nazionale Thomas, oramai 33-enne, dopo la sua esclusione operata dai due tecnici precedenti, anche se non più come portiere titolare, ma come riserva di Bell. La nuova nazionale camerunese che affronta le eliminatorie per i mondiali italiani del 1990 è notevolmente rinnovata, rispetto a quella eroica del 1982: sono entrati giocatori come Omam Biyik, Makanaky, Tataw, Massing. I reduci dell'impresa del 1982 sono solo quattro: Milla, oramai trentottenne, Kundé, Bell e, appunto, Thomas, nuovamente reclutato.

Nepomniacij, come tutti i tecnici sovietici della sua generazione, ha imparato il modulo di gioco del mitico “Colonnello” Lobanovski: abbandonato il difensivismo catenacciaro visto nel 1982, la nuova nazionale del Camerun mette in luce un gioco veloce, aggressivo, basato sulla zona totale e sul calcio totale olandese. Nel ritiro premondiali, succede qualcosa di incredibile: il portiere titolare Bell, che ha difeso la porta del Camerun nella fase eliminatoria, litiga frequentemente con il regime, per le sue prese di posizione contro la mancanza di libertà e le discriminazioni etniche, in particolare contro i gruppi Bamileke della parte occidentale del Paese. Il nuovo Presidente Biyia, infatti, dopo una prima fase di apertura e liberalizzazione, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta ha svoltato verso una politica di tipo repressivo ed etnocentrico, mirata a rafforzare il potere nei gangli dello Stato del suo gruppo etnico di appartenenza, i Beti-Bulu. Tale politica, condotta anche con lo svuotamento di villaggi abitati da clan tribali avversari, dispersi nel resto del Paese, e quindi smembrati nella loro unità, produce una ondata di proteste e tensioni interne, di cui Bell, figlio di un capovillaggio, si fa portavoce (tra l'altro, a fine carriera, Bell sarà nominato capovillaggio dalla sua tribù). La classica goccia che fa traboccare il vaso è quando Bell si intesta una protesta per chiedere il pagamento degli stipendi arretrati ai giocatori della Nazionale. Arriva direttamente l'ordine da Yaoundé: Bell deve essere estromesso dalla rosa. N'Kono, che partiva come riserva, ha quindi la possibilità di giocare il suo secondo mondiale da protagonista, a 35 anni.

Il girone del Camerun, come anche nel 1982, è proibitivo: include l'Argentina di Maradona campione del mondo in carica, la Romania del grande talento Hagi e l'Urss. L'esordio, al San Siro di Milano, è contro l'Argentina, l'8 giugno. L'esito sembra scontato, ma succede qualcosa di incredibile, una partita che passerà nella storia del calcio: gli argentini attaccano a tambur battente, e N'Kono chiude la sua porta con la saracinesca, compiendo una serie di parate miracolose. Al 61' Kana Biyik viene espulso. I leoni africani, in inferiorità numerica, sembrano sul punto di capitolare, ma quattro minuti dopo Omam Biyik salta fino al cielo e butta in rete un pallone, complice il grave errore del portiere argentino Pumpido. I sudamericani si buttano a testa bassa per pareggiare, il Camerun rimane addirittura in nove per l'ulteriore espulsione di Massing, ma N'Kono toglie dalla porta almeno tre goal fatti, con interventi miracolosi.

Thomas con Maradona - Mondiali del 1990


Il Camerun umilia la Nazionale campione in carica, e vince la sua prima partita in una fase finale dei Mondiali. Adesso tutti lo temono, i tifosi italiani lo adorano. Arriva la seconda vittoria, per 2-1, contro la Romania di Hagi, grazie ad una doppietta di Milla. Malgrado la successiva sconfitta per 4-0 contro l'Urss, dovuta ad un ovvio rilassamento mentale, il Camerun si qualifica per il secondo turno dei mondiali, un obiettivo sino a quel momento mai raggiunto da una squadra africana.
Agli ottavi succede un altro miracolo: il Camerun, al San Paolo di Napoli, affronta la Colombia di Higuita e Valderrama. Dopo 90 minuti regolamentari chiusi a reti bianche, grazie ad altre nuove parate di N'Kono, nel giro di quattro minuti Milla segna due goal che tagliano le gambe ai colombiani, in un San Paolo in delirio per gli africani.

I tifosi adorano i Leoni, gli esperti iniziano a sbilanciarsi ed a pronosticare addirittura un Camerun fra i primi quattro del mondo. Ma i quarti di finale spengono le illusioni camerunesi. Contro l'Inghilterra, gli africani si presentano stanchi e scarichi per le prestazioni eccezionali delle precedenti partite. Ma all'inizio del match sembrano poter prevalere sugli inglesi, ed accedere alle semifinali. Il bel gioco degli africani sembrò un vantaggio rispetto all'esperienza degli inglesi, che però segnarono con Platt. Nel secondo tempo entrò in campo Milla, lasciato inizialmente in panchina. Dapprima si procurò un rigore (fallo di Gaiscogne) trasformato da Emmanuel Kundé al 63° di gioco per il pareggio, poi, cinque minuti dopo, servì l'assist per il gol del vantaggio di Ekéké. I leoni indomabili sembravano già in semifinale, ma si chiusero in difesa e a sette minuti dal fischio finale Massing stese in area Lineker, che trasformò dal dischetto il proprio tiro per il pareggio (2-2). Si andò ai supplementari. Al 105º minuto proprio N'Kono fece una ingenuità: si fece superare da Lineker palla al piede perché si trovava troppo avanti rispetto alla linea della porta, ed insieme a Massing lo stese schiacciandolo, per un altro calcio di rigore. Per l'inglese fu doppietta e il 3-2 non mutò più fino al 120º minuto: il Camerun fu eliminato. L'eliminazione fu comunque salutata dagli applausi del pubblico italiano. Il Camerun era ormai collocata fra le prime otto nazionali del mondo.

Il rientro in patria fu memorabile. A Yaoundé, il 5 luglio, ci fu un'accoglienza trionfale della popolazione della capitale per i giocatori, visti come dei vincitori: un corteo di quattro jeep con a bordo i calciatori sfilò per le vie della capitale tra l'eccitazione e l'entusiasmo di tutti i camerunesi.

Ma questa nazionale straordinaria non può avere continuità: Nepomniacij, sulle ali del successo, la abbandona, per accettare un ben più retribuito incarico in Cina, e finisce così il meccanismo di gioco ben oliato che aveva introdotto. Kundé si ritira dal calcio giocato. Milla ha oramai 38 anni, e non ce la fa a giocare dal primo minuto. Il nuovo tecnico francese, Redon, fa scelte discutibili: per la coppa d'Africa del 1992 decide di non convocare Thomas, rimettendo fra i pali l'eterno rivale Bell. Il torneo è una delusione: tutti si aspettano che il Camerun vinca, ed invece arriva solo quarto, perdendo in semifinale ai rigori contro la Costa d'Avorio, per poi perdere la finale per il terzo posto contro la Nigeria.

Gli anni Novanta: il ritiro dal calcio giocato

Ci si prepara, così, ad andare verso le qualificazioni per i mondiali negli USA del 1994, con una nazionale inevitabilmente in pieno ricambio generazionale, dopo i fasti di quattro anni prima. Nel frattempo, nel 1991 è finito il lungo amore, durato nove anni, fra Thomas ed il suo club, l'Espanyol. Il nuovo allenatore del club, il serbo Petrovic, appena giunto dallo Stella Rossa, non lo vuole più, lo considera vecchio. Il nostro ha molte offerte, anche fuori dalla Spagna, ma oramai ha piazzato le sue radici a Barcellona, e non se la sente di andarsene. Passa quindi al Sabadell, ad appena 24 chilometri da Barcellona, accettando di andare a giocare in serie B. Giocherà per due anni con tale club, consentendogli di risalire in serie A nel 1993, per poi trasferirsi nell'Hospitalet, squadra della zona sud di Barcellona, ancora una volta in serie B.

Le qualificazioni ai mondiali sono affidate, per la prima volta, ad un tecnico camerunese, Léonard Nséké, e non più ad uno straniero, segno della crescita del movimento calcistico del Paese. Il Camerun riesce a qualificarsi per il suo terzo mondiale sconfiggendo lo Zimbabwe nella partita decisiva, ma la sua Federcalcio, manovrata dal governo, non se la sente di affidare a Nséké anche la fase finale. Ancora una volta, la ex potenza coloniale vuole essere protagonista. A pochi mesi dall'inizio, la Nazionale viene affidata all'ex c.t. della Francia, Henri Michel. A lui vengono affidate le speranze di salvare l'onore calcistico di una Nazionale oramai anziana ed appannata, dopo i fasti di quattro anni prima. N'Kono viene nuovamente convocato, al suo terzo mondiale, ma ancora una volta come riserva di Bell, e stavolta non ci saranno polemiche politiche a consentirgli di prendere posto come titolare. Con Thomas in panchina, un Camerun pieno di giovani ma anonimo fa una figuraccia: riesce a strappare un pareggio 2-2 contro la Svezia, ma poi perde con un netto 3-0 contro il Brasile. La Federcalcio camerunese, manovrata da Biyia, che ha ancora il dente avvelenato contro Bell, lo attacca in modo ufficiale, ritenendolo l'unico responsabile delle due prestazioni deludenti. Bell si incazza ed abbandona il ritiro prima della terza e decisiva sfida contro la Russia. Michel non se la sente di far scendere in campo Thomas, e si affida al terzo portiere, Jacques Songo'o. Ma Songo'o si rivela impreparato a scendere in campo per una partita così importante e fa un disastro. La Nazionale dei Leoni viene letteralmente fatta a pezzi (6-1) dalla Russia.

Per Thomas, che non ha giocato nemmeno una frazione di partita, è la fine dell'esperienza in Nazionale. Ed è anche la fine dell'esperienza di calcio spagnolo. A fine stagione 1994, infatti, il suo rapporto con l'Hospitalet termina. A 39 anni, pensa di ritirarsi dal calcio giocato e di fare il procuratore di giovani talenti del suo Paese. Subito dopo i mondiali, accompagna un giovane portiere camerunese per un provino in Bolivia, nel club Bolivar. Ma, durante il provino, i dirigenti del club gli dicono che vogliono lui, il vecchio Thomas, e non il ragazzo. Finirà così per giocare altri tre anni nel Paese andino, vincendo due campionati nazionali boliviani di fila, ritirandosi definitivamente nel 1997, a 42 anni suonati.

I suoi numeri sono eccezionali: due volte miglior giocatore d'Africa, 112 presenze in nazionale, due coppe d'Africa vinte, due coppe dei Campioni d'Africa ottenute, tre campionati del mondo disputati, 241 presenze nella Liga spagnola, altre 90 in seconda divisione, 92 nel campionato boliviano e 105 in quello camerunese.

La carriera da allenatore

A fine carriera, torna nella sua amata Barcellona, ed inizia una nuova carriera da allenatore, accettando un incarico da preparatore dei portieri per la Nazionale del Camerun. Tale incarico durerà cinque anni, consentendogli di partecipare, stavolta dalla parte dello staff tecnico agli ordini dell'immarcescibile Claude Le Roy, al mondiale del 1998, valorizzando il giovane portiere Jacques Songo'o, sul quale, nonostante la figuraccia contro la Russia di quattro anni prima, si ripongono molte speranze (ma che è tecnicamente molto lontano da quello che erano Thomas e Bell). Ma il mondiale di Francia del 1998 è una delusione: il Camerun esce al primo turno, dopo un pareggio con l'Austria, una sconfitta contro l'Italia ed un pareggio contro il Cile, in una gara contestatissima (in cui due giocatori camerunesi sono espulsi, e due rigori a favore del Leoni sono negati).

Sempre dentro lo staff, Thomas fa parte della Nazionale camerunese che, dopo il lungo passaggio generazionale, torna ai vertici del calcio, raggiungendo, nel periodo 1999-2002, l'apice massimo della sua gloria calcistica, con la vittoria ai giochi africani del 1999 ed alla successiva coppa d'Africa del 2000, sotto la guida del francese Lechantre. Ad Accra, in Ghana, i Leoni conquistano la vittoria della Coppa d'Africa con un secco 3-0 sulla Tunisia ed una vittoria ai rigori contro la Nigeria. Il portiere che N'Kono suggerisce come titolare, dopo la delusione di Songo'o, Alioum Boukar, portiere non eccezionale ma esperto e relativamente affidabile, con una esperienza nel campionato turco.

Alle Olimpiadi di Sidney del 2000, N'Kono porta in nazionale Idriss Kameni, appena sedicenne, prelevandolo dalle giovanili del club francese Le Havre, facendolo titolare. Il torneo è una cavalcata inebriante, che finisce con la medaglia d'oro, ottenuta battendo, fra le altre, il Brasile di Ronaldinho, Edu ed Alex e la Spagna di Xabi, Puyol, José Mari, Gabri e Albelda. In finale, finita ai calci di rigore, Kameni riesce ad ipnotizzare per ben due volte i tiratori spagnoli. Tutti parleranno di lui come del nuovo N'Kono, ma la notorietà ottenuta in età così giovane non gli farà bene, e nel prosieguo della carriera questo portiere dalle straordinarie qualità fisiche non farà sempre benissimo. Ad ogni modo, diviene il pupillo di Thomas, che viene promosso: da preparatore dei portieri a vice allenatore della nazionale.

In coppa d'Africa 2002, in cui il Camerun si fa notare per la scelta di indossare canottiere invece delle tradizionali magliette, la nazionale è in mano al tedesco Schaefer, che ritiene Kameni troppo giovane, e si affida ai più esperti Boukar (titolare) e Songo'o. Nel pieno del suo momento storico migliore, la nazionale camerunese vince la seconda edizione consecutiva del torneo, con cinque vittorie su cinque partite, ivi compresa la finale contro la Costa d'Avorio, vinta ai rigori. In questa edizione, tenutasi in Mali, succede anche un fatto molto curioso. Prima della partita contro la squadra padrona di casa, N'Kono scende in campo per saggiare il terreno di gioco e dare consigli al suo portiere. Si china per raccogliere del terriccio del campo, e viene arrestato dalla polizia del Mali...con l'accusa di stregoneria! I poliziotti pensano, infatti, che stia cercando di fare qualche maleficio al campo di gioco, per favorire la sua squadra. Lo accusano, in particolare, di aver posto un amuleto, un gris-gris, nella porta. Alla fine, il Camerun vince per 3-0 sul Mali, e N'Kono viene rilasciato, con le scuse ufficiali del Presidente della Repubblica.

Arrestato dalla polizia del Mali per presunta stregoneria!



La nazionale si qualifica anche ai mondiali giapponesi del 2002, e stavolta Thomas riesce a far portare in squadra il giovanissimo Kameni, diciottenne, che starà in panchina come terzo portiere, dietro Boukar a Songo'o. I Leoni escono al primo turno in modo dignitoso ma niente più, dopo una vittoria, un pareggio ed una sconfitta.

Si tratta dell'ultima partecipazione di Thomas ad un mondiale, anche se come allenatore. La sua ultima esperienza in nazionale è nel 2003, in Confederations Cup in Francia. Il torneo è funestato dalla morte in campo del camerunese Foé, che però, nell'immoralità del calcio, non impedisce di far proseguire il match fra Camerun e Colombia. Con Kameni finalmente in porta da titolare, a 19 anni, la nazionale del Camerun fa una prova eccellente, arrivando fino alla finale, perdendola contro la Francia ai supplementari.

Conclusioni

Alla fine del torneo, termina anche il suo rapporto con la Federcalcio camerunese, e Thomas torna all'Espanyol, nella sua Barcellona, in qualità di preparatore dei portieri, per sei anni, grazie all'interessamento di Luis Fernandez, all'epoca allenatore del club. In quel periodo, riuscirà a far venire il suo pupillo Kameni, e convincerà i dirigenti del club a tesserare un giovanissimo e sconosciuto Eto'o, che diverrà uno dei migliori attaccanti del mondo, insegnandogli a tenere a freno il carattere aggressivo e presuntuoso, a saper stare in squadra con umiltà. Nel 2007 otterrà l'agognata cittadinanza spagnola, e nel 2009, per due mesi, sarà c.t. ad interim della nazionale del Camerun, in attesa della nomina di Paul Le Guen.

Preparatore dei portieri dell'Espanyol, insieme al tecnico Quique Sanchez Flores

Oggi è in pensione, vive a Barcellona con la moglie e racconta le sue storie ai giornalisti che ancora lo intervistano frequentemente. E' stata un'icona per almeno tre generazioni di portieri dopo di lui, sia per la sua bravura che per il suo stile esibizionistico (la calzamaglia nera, le acrobazie inutili con il pallone). Gigi Buffon, che ha chiamato suo figlio Thomas in suo onore, decise, da ragazzo, di diventare portiere guardando le partite di N'Kono in televisione. Rispetto ai portieri-robot attuali, che lavorano in modo meccanico ed anonimo, è stato l'ultimo esponente di un ruolo di pazzi, sregolati, fantasiosi giocolieri, in grado di fare parate incredibili e sovrumane e, al tempo stesso, papere incredibili, capaci sempre di dare spettacolo e rendere il mestiere di portiere il più bello del calcio. Da allenatore, ha contribuito a lanciare nel mondo del calcio fenomeni come Songo'o, Kameni ed Eto'o, e nell'insieme ha vissuto la fase più bella e piena di soddisfazioni del movimento calcistico camerunese. Prima e dopo di lui, il Camerun è stato incapace di replicare gli anni ruggenti nei quali ha vissuto la sua vicenda calcistica ed umana.

Con Buffon



lunedì 24 giugno 2019

I populismi sono la cura, non il male

Alla disperata ricerca di approfondimenti intelligenti, mi attrae un editoriale di Ferrera sul Corriere, dal titolo “La base sociale dei partiti populisti”. Ma in realtà si tratta del solito polpettone di materiale organico, che spiega l' onda populista italiana con la minore percentuale di laureati, l’alta incidenza di casalinghe e di lavoratoro autonomi nei settori a basso valore aggiunto, l’alta frequenza di dropout scolastici che confluiscono nei Neet, ecc. Questa composizione sociale che per il Nostro somiglia al letame avrebbe innescato l’onda populista nel momento in cui la crisi economica ha spazzato via le antiche sicurezze welfaristiche e lavoristiche dei ceti popolari.
E’ la narrazione auto rassicurante delle élite in crisi. Ma è una narrazione che fa acqua da molte parti. Io, e molti altri come me, non siamo buzzurri scontenti e puzzoni. Abbiamo studiato, ci siamo laureati, facciamo lavori di concetto. Il M5s e’ la prima opzione elettorale del precariato del general intellect e dei lavoratori creativi della new economy. E poi non e’ vero che vi sia un degrado recente che giustifichi l’avvento dei populisti. L’ Italia degli anni Settanta ed Ottanta era un Paese in cui residuavano sacche di analfabetismo, in cui la quota di laureati e post laureati era inferiore al dato attuale, in cui la tanto vituperate famiglie monoreddito con casalinga incorporata, che secondo Ferrera sarebvero la fonte di ogni populismo, era la norma e non piu’ una eccezione tipica delle aree rurali e periurbane del Sud, come e’ oggi. E quel Paese, oramai perduto nel ricordo, era attraversato da tensioni, paure e violenze forse diverse da quelle attuali, ma non meno intense. Le crisi economiche erano presenti, la droga distruggeva migliaia di vite incapaci di progettare un futuro.
Se il teorema di Ferrera fosse vero, allora in quell’Italia li i populismi avrebbero dovuto fermentare quanto oggi o anche di piu’. Tuttavia quell’Italia aveva sconfitto il qualunquismo ed era saldamente in mano a partiti di massa e sindacati, una democrazia parlamentare dove i corpi intermedi erano il perno del sistema, dove la consapevolezza politica era piu’ diffusa, anche se il Paese era piu’ ignorante.
Il problema risiede altrove, non nella base sociale ma nei vertici. La politica, dalla caduta del muro di Berlino, ha perso il calore comunitario e la capacita’ di generare sogni, regredendo a mero tecnicismo attuativo di un pensiero unico incapace di pensiero collettivo che non sia quello del mercato, il luogo alienante per eccellenza.
I cittadini si sono ritrovati soli in un mondo freddo e crudele, senza più il luogo aggregante e metaforico del partito e del sindacato, svuotati dalla liquefazione delle classi sociali e dall'annacquamento della lotta di classe e già' proiettati in un futuro 2.0 in cui sarebbero stati ridotti a comitati elettorali al servizio del leader (Berlusconi fu il primo a capire questa degenerazione, usandola) o a cinghie di trasmissione dei dettami inflessibili del mercato.
La paura che si sente, allora, e' più sottile e devastante: la paura di non-esistere in una società che non riconosce i perdenti, perché basata sul concetto di vittoria continua, la paura di perdere la propria identita’, la rabbia per il sogno perduto e non piu’ riproposto dal format spettacolare di una politica tecnocratica e ancillare rispetto a poteri anonimi, apolidi e qiindi non piu’ riconoscibili ed affrontabili.
Questo fallimento, che unisce nella paura e nella rabbia la casalinga, il coatto di borgata, il giovane laureato con master e senza futuro, il professionista ed il bottegaio, e’ stato il rosultato del fallimento di una politica che non conosce frontiera ideale che vada oltre la crescita del Pil, che e’ ridotta a tecnicismo per competenti conoscitori della materia, una politica squallida in mano a tetri e grigi optimates.
Ed e’ in questo brodo primordiale di paura, sradicamento identitario e rabbia, che rode dentro uno stomaco non piu’ avvezzo a volare sulle ali dell’utopia, costretto a strisciare a terra dal peso di in quotidiano senza domani, che sorge il populismo. Che non e’, come credono gli optimates come Ferrera, una condensazione dell’ignoranza sociale nella figura di un leader semplificatore, di un rizzabischeri imbonitore. È qualcosa do molto diverso: è la cura di una società malata, è un rimedio omeopatico basato sul principio “ il simile cura il simile”, è il bisogno disperato di tornare a volare incarnato in un rapporto mistico fra il leader ed il suo popolo, in cui i due poli diventano uno, in cui il bisogno identitario frustrato trova alfine il suo nutrimento nel corpo e nel sangue di un leader e della sua terra, della sua comunità. È un riflesso tipico di società in crisi, che sentono minacciata la loro esistenza, se vogliamo il primo populista fu Gesù Cristo, uno dei tanti predicatori a metà fra religione e politica che affollavano la Palestina dominata ed umiliata dai romani.
Questa cura sbocca, in genere, in rivoluzioni o enormi cambiamenti dell' ordine sociale, si pensi ai populismI russi che incubarono il socialismo sovietico, o a quelli statunitensi che precedettero il New Deal. Ferrera caro, qui il tema non e’ riconducibile ad elettori ignoranti e spaventati in modo oscuro e semi inconscio, o di rizzabischeri imbonitori. Qui stiamo parlando di un meccanismo strutturale messo in atto dalla storia, innescato dal fallimento tuo e dei tuoi amici.

venerdì 21 giugno 2019

L'Assemblea di Oltre la Sinistra del 15 giugno 2019 - I peronisti che non vogliono esserlo ed il loro destino


Il 15 giugno scorso si è tenuta l’assemblea di Oltre la Sinistra, il tentativo di dare forma politicamente organizzata al gruppo aggregatosi attorno al Manifesto per la Sovranità Costituzionale, promosso dall’associazione di Fassina (cui aderii anche io quando ero ancora scemo, essenzialmente attratto dal proposito, veramente rivoluzionario in quel momento, di costituire un piano B per il superamento dell’euro. Poi capii tutto quando vidi il suo leader salire a bordo di nave Diciotti, manifestando, nel migliore dei casi, l’incapacità di capire che la ricostruzione di un concetto di Patria passa per il tramite della sua difesa dall’invasione che proviene dall’altra sponda del Mediterranea), da quella di Boghetta, Formenti e Porcaro e da Senso Comune. Quest’ultima associazione, per la cronaca, è nata attorno ad un Manifesto per il Populismo Democratico, all’inizio anche molto promettente, non demonizzando il trumpismo, e rivendicando espressamente la costruzione di un populismo in grado di riconnettere la domanda sociale inascoltata dalle forme tradizionali ed istituzionali dell’agone politico e sindacale italiano.
L’assemblea di Oltre la Sinistra ha rappresentato una tappa di un processo di sintesi di quella che, al netto di alcuni soggetti, sotto il profilo intellettuale, morale e culturale è senza ombra di dubbio la componente più avanzata di ciò che resta del socialismo italiano. Il fatto stesso che questa componente sia, nella sfasciata e iper minoritaria sinistra italiana, un frammento microscopico, già la dice lunga, senza bisogno di tante analisi, sullo stato catatonico di quest'ultima.
Ad ogni modo, quella che è la componente più avanzata della sinistra, nella dichiarazione finale del 15 giugno segna, con un passaggio esplicito, un evidente regresso, in termini di comprensione delle dinamiche in atto e di tattica politica. Viene infatti scritto che l’attuale coalizione di governo è incapace di rimettere in discussione il giogo dell’euro in quanto, oltre ad una generica confusione strategica, in essa “non prevalgono le idee e gli interessi degli strati sociali più disagiati, ma quelli di strati intermedi danneggiati dalla crisi ma ancora legati agli equilibri attuali”. L’esperienza del governo gialloverde, che poi si ispira, seppur genericamente ed insufficientemente, lo ammetto, ad altri modelli, dal trumpismo all’orbanismo al lepenismo, viene liquidata come un mix inadeguato di redistribuzione parziale e di liberismo, nonché come una forma di “liberismo protezionista”.
Da qui, nell’ordine del giorno finale, la reiterazione della velleità di ricostruire un soggetto socialista nazionale autonomo, in grado di riconnettersi con le “classi subalterne” (espressione infelice, ahimé, e molto rivelatrice del pensiero di chi la utilizza) al fine di ricollegarle con “l’interesse nazionale”, per evitare la “chiusura nazionalista” di cui evidentemente si accusano i gialloverdi, nel segno di un nuovo internazionalismo cooperativo e paritario. Nemmeno un cenno, ovviamente, viene fatto alla questione migratoria, da questi paladini dell’interesse nazionale, che non sono capaci di prendere partito chiaramente contro quella che è una invasione mirata a minare detto interesse alla base, eliminando l’identità nazionale in un meticciato senza storia e senza radici.
E’ del tutto evidente, quindi, il regresso assoluto di tale linea di pensiero rispetto alle timide aperture favorevoli al trumpismo ed al populismo che comparivano nei primi documenti delle associazioni costitutive di tale esperimento. Una vera e propria enantiodromia difensiva, nella quale si torna indietro fingendo di andare avanti, in un ripiegamento identitario attorno ad una radice oramai socialmente e politicamente essiccata. Essiccata pour cause: perché la ruota della storia è girata, e ha superato il conflitto fra capitale e lavoro (per la semplice ragione che quest’ultimo, frammentato e conflittuale al suo interno, ha perso, e ogni spezzone diverso, senza più possibilità di rappresentazione politico/sindacale unitaria, si è alleato con i diversi spezzoni di capitale in lotta fra loro) andando verso un conflitto interno al capitale, fra la componente finanziarizzata, postcapitalista e globalizzata, ed il piccolo e medio capitale nazionale. Questo conflitto non è più mosso da una dinamica capitalista/anticapitalista, ma sovranista/globalista. E, esattamente come non ci si può posizionare nel mezzo di due trincee di eserciti nemici, non è immaginabile che esista una terza posizione, un sovranismo buono, in grado di contrapporsi contemporaneamente sia a quello cattivo, sia all’altro campo, quello globalista. Sia perché tenere una simile posizione di conflitto in due direzioni richiederebbe truppe e forza di fuoco, in termini di comunicazione, organizzazione e consenso, assolutamente non all’altezza di queste poche e scoraggiate truppe rotte ad ogni sconfitta storica. Ma soprattutto perché sparare al sovranismo di destra finisce per essere un enorme favore fatto al campo globalista.
E la dimostrazione empirica di quanto sto affermando si vede nel fatto che questo sovranismo di sinistra è assolutamente minoritario ed avversato nel campo stesso dissestato della sinistra, non riuscendo nemmeno a riconvertire alle sue ragioni i microscopici gruppi sociali che ancora vi sono agganciati, e non riesce ad emergere neanche fuori dai confini nazionali, dove la sinistra è ancora relativamente radicata e meno sputtanata di quella nostrana: il presunto brexiter Corbyn è costretto a contrastare la Brexit perché non ha la forza di imporre le sue posizioni al suo partito ed ai suoi elettori, Mélenchon è in declino, le posizioni sovraniste della sinistra tedesca di Lafontaine e della Wagenknecht sono poco più che curiosità intellettuali, non certo un fronte in grado di dare battaglia dentro la società tedesca. ‘Un si frigge mia ‘on l’acqua, si dice dalle mie parti.
Alla fine, la posizione espressa dall’ordine del giorno del 15 giugno è assolutamente di retroguardia, e fa anche un po’ tenerezza, perché si risolve in un nostalgico rivangare attorno a forme tradizionali di socialdemocrazia che, come ognuno sa, propone ricette economiche di tipo keynesiano che funzionano efficacemente solo in condizioni di economia chiusa. Tale rincorsa all’indietro è un riflesso psicologico difensivo di chi ha preso troppe legnate, e si trincera dietro a palizzate ben conosciute, ed anche il frutto di evidenti lacune culturali e di elaborazione teorica.
Fondamentalmente, questa componente di sinistra non capisce a fondo (o forse fa finta di non capire) il fenomeno salviniano ed il leghismo. Rispetto agli idioti che strillano al fascismo o al razzismo è più avanti, però non abbastanza da comprendere bene quello che sta succedendo, e tende a rinchiudere l’esperienza dei populismi di destra dentro un recinto ideologico comodo, ma mistificatore, ovvero quello del liberismo condotto con altri mezzi rispetto al liberismo da Washington Consensus. Nel tentativo di definire questo “liberismo condotto con altri mezzi”, cade in contraddizioni irrisolvibili: il “liberismo protezionistico”, senza capire che dove ci sono dazi non c’è più liberismo ortodosso, il “liberismo associato a forme parziali di redistribuzione”, senza capire che il liberismo non redistribuisce, perché è permeato dall’idea mistica che il mercato redistribuisce da solo in modo efficiente, sulla base dei rendimenti marginali dei fattori produttivi.
Allora, io capisco che Salvini stia facendo di tutto per non chiarire la situazione, perché è ancora un leader giovane, ed è ancora prigioniero, culturalmente e politicamente, di una sorta di berlusconismo aggiornato, fra proposte di politica fiscale chiaramente lafferiane e una allergia paralizzante rispetto all’idea di un intervento pubblico nell’economia, persino di fronte a conclamate crisi di interi settori produttivi, però questo errore è tipico di giovani leader che vengono culturalmente da un campo di destra: Orban, nella sua prima fase di governo, fu un liberista. Oggi, concede aiuti per il pagamento delle bollette, organizza programmi di lavoro socialmente utile, proibisce ai suoi laureati di emigrare, ripubblicizza la Banca Centrale. Tutta roba certamente molto lontana dal liberismo. La Le Pen proviene dalla tradizione poujadista del padre, ma oggi propone politiche sociali e di contrasto alla povertà, protezionismo economico, controllo pubblico della moneta. Bisognerà dargli tempo, ed anche Salvini capirà che la stessa composizione sociale del suo elettorato di riferimento lo dovrà portare ad abbandonare posizioni liberiste rigide. Tale composizione è infatti un miscuglio, che alla piccola borghesia del Nord ed ai “ceti medi impoveriti ma ancora legati agli equilibri esistenti”, come dicono i nostri amici di Oltre la Sinistra, affianca operai, disoccupati, casalinghe e pensionati a basso reddito.
Perché questo è il problema teorico fondamentale: una sinistra autonoma sovranista non ha spazio per “riconnettersi” con le “classi subalterne”, perché tali classi sono ampiamente fuggite nel corpaccione dell’elettorato populista, hanno contribuito ad aiutarlo a prendere il potere, ne costituiscono una componente elettorale fondamentale, e sono, quindi, potenzialmente, solo che si voglia, in grado di orientare la politica del soggetto populista verso maggiori concessioni di sinistra. Ma per farlo occorre decidere di agire, cioè occorre decidere di sporcarsi le mani nel campo populista, non scegliere di non agire standosene accucciati nella propria ridotta ideologica e politica. Perché altrimenti il sospetto è che si voglia far cadere l’esperimento populista per far tornare al governo quelli che c’erano prima, agendo sostanzialmente da quinta colonna (e purtroppo temo che alcuni dei soggetti che partecipano a questa iniziativa, ovviamente non tutti, lo siano).
Orban è partito da posizioni neoliberiste ad è diventato il paladino del popolo ungherese, portando molte più proposte welfaristiche di quanto abbia fatto la controparte socialista. Volendo, ed ovviamente senza nessun intento di fare stupidi paragoni fra Mussolini e Salvini, come fanno i piddini più sciocchi, fu il fascismo, partito da politiche neoliberiste (come quella della lira forte) a costruire il welfare state del nostro Paese. Ciò serve solo per dire che tutto è in movimento, ma per far muovere verso politiche più popolari il corpaccione del populismo salviniano occorrono forme di entrismo e di collaborazione politica, sia pur da posizioni di relativa autonomia e di interlocuzione costruttiva su alcuni temi, non sdegnose ed antistoriche conflittualità. Non sto dicendo che una operazione di avvicinamento politico alla Lega senza finirne schiacciati sia facile, dico solo che è necessaria per riconnettersi con quelle classi popolari che oramai si sono posizionate lì, e non torneranno indietro, perché non ha senso tornare verso chi non è capace nemmeno di superare una soglia di sbarramento.
Anche perché, cari i miei amici di Oltre la Sinistra (e uso il termine amici e non compagni a ragione veduta) la vostra confusione culturale, nel tentativo poco saggio di distinguervi dal leghismo, è tale che, involontariamente, non fate altro che esprimere un obiettivo politico-ideologico di tipo peronista: nel documento del 15 giugno avete, infatti, scritto che vi proponete di “legare l’interesse delle classi subalterne all’interesse nazionale”. Tale frase costituisce esattamente la base programmatica del peronismo: proporre un punto di equilibrio complessivo che conduca il conflitto sociale all’interno di una visione della superiorità dell’interesse nazionale. “Como doctrina politica, el Justicialismo realiza el equilibrio del derecho de las clases populares con la comunidad nacional, y sin independencia economica nacional no hay justicia para la comunidad ni para el pueblo”, diceva Perón. 
Cari miei, se volete veramente andare oltre la fallimentare sinistra, siate coerenti con il vostro peronismo di fondo ed inconscio, accettatelo e traetene le conseguenze.



giovedì 30 maggio 2019

Fca- Renault. Dove ci sono spazi per un vero sovranismo?

La fusione di Fca con Renault e Nissan (un prodotto emblematico del fallimento di queste operazioni fu l'Arna, costruita in partnership Alfa Romeo-Nissan, un fiasco che però servì ai giapponesi per impadronirsi della tecnologia motoristica Alfa, allora all’avanguardia) e’ una forma larvata di cessione dell’azienda da parte degli Agnelli.

Avendo la Fca un valore aziendale pari al doppio di quello di Renault, la capitalizzazione del nuovo soggetto avra’ un costo differenziato fra i due soci (18 mld di fonte Fca, 15 di fonte Renault) ma la Governance sara’ paritaria, quindi la Regie avra' un peso sovradimensionato nella gestione della nuova societa’,  (4 consiglieri a testa nel CDA) anche se in Assemblea Exor avrà, almeno inizialmente, una maggioranza relativa. Ma si sa: è il CDA a comandare veramente, una volta che l'Assemblea ordinaria lo ha nominato, con il vincolo di rappresentanza paritaria fra i due.
Per Renault e per lo Stato francese si tratta di un affarone: una azienda sottodimensionata ed in forte crisi di mercato si ritroverà a sfruttare mercati sui quali, oggi, è assente ( come quello statunitense o sudamericano) e potra’ gestire un colosso mondiale in condizioni paritarie con l'altro contraente, pur essendo questo più grande e di maggior valore, versando una quota di capitale meno onerosa.

Lo Stato francese, che manterrà il 7,5% del capitale, potrà avere il suo rappresentante in CDA per la parte Renault, che garantirà che i posti di lavoro, gli investimenti e le attività di ricerca e progettazione in Francia siano preservate, mentre da parte italiana ci sarà solo una famiglia privata, già dalla morte di Gianni Agnelli del tutto disinteressata alle sorti del Paese, interessata perlopiu’ al dividendo di 3 miliardi che potra’ ottenere dal coambio fra azioni Renault, di modesto vaLLlore, e piu’ pregiate azioni Fca.

E’ ovvio che le promesse di non tagliare produzione e occupazione sono poco credibili nel caso di un merger, a meno che non vi sia un socio pubblico di peso che le controlli.

Si profila, di fatto, l’estinzione lenta, diciamo nell’arco di 5 o 10 anni, dell’automotive in Italia, un comparto che vale circa il 10% del PIL manifatturiero e della relativa occupazione, sacrificato alle logiche di razionalizzazione dell’attivita’ sottese ad ogni fusione fra due aziende.

Si potra’ obiettare che la fusione serve a Fca per entrare nel mercato dell’auto elettrica, dal quale e’ esclusa per aver accumulato un ritardo tecnologico oramai imcolmabile. Ma non si uccide il malato, lo si cura. Con la politica industriale ed investimenti pubblici e privati, non disdegnando il reverse engineering, come fecero Paesi arretrati che sono cresciuti rapidamente, come la Corea del Sud.

Stavolta fa male Salvini a plaudere passivamente a questa operazione, come un Fassino o un D’Alema ai tempi della fusione marchionnesca fra Fiat e Chrysler, che alla fine porto’ la sede legale (ed il gettito fiscale) in Olanda, e la chiusura di stabilimenti in Italia, come Termini Imerese, oltre a milioni di ore di Cig, pagata dal contribuente, per gli occupati rimasti.

Salvini dovrebbe andare da Elkann e pretendere di acquisire una quota minoritaria del capitale del nuovo soggetto, in modo che lo Stato italiano abbia un rappresentante nel cda, oppure dovrebbe estendere la normativa sulla golden share al settore automotive, in modo da porre il veto ad operazioni di dismissione o trasferimento di asset produttivi o di ricerca-progettazione presenti nel Paese.

I tedeschi, i francesi, gli olandesi, che stanno nell'Euro come noi, hanno capito come so può continuare a difendere l'interesse nazionale pur senza avere la propria valuta: facendo politica industriale, senza disdegnare affatto le Partecipazioni Statali, che da noi schiere di imbecilli targati Pd vedono come un divieto assoluto. E senza curarsi di trasgredire alle regole europee sugli aiuti di Stato, persino ad imprese in crisi.
E’ sulle politiche industriali, non sulle favolette di Italexit o di monete parallele, che si puo’ con realismo esercitare sovranismo. 

lunedì 27 maggio 2019

Una analisi del voto


Quando si analizzano le elezioni, occorre guardare più ai valori assoluti che alle percentuali, per capire come il voto ha girato. Il confronto con le Europee di cinque anni fa è del tutto inutile, nella misura in cui nel 2014 il quadro politico era completamente diverso da quello attuale (Salvini non era ancora sceso in campo e la Lega era fondamentalmente ancora un movimento federalista del Nord, esisteva ancora un centrodestra a trazione berlusconiana e moderata, mentre l’ipotesi di una alleanza populista gialloverde era del tutto impensabile, il centrosinistra era fortemente condizionato dalla variabile-Renzi, allora nella sua fase di piena ascesa, il M5S era ancora un partito non propenso ad alleanze e non si era ancora “affrancato” dalla tutela di Beppe Grillo, ed era ancora attivo con la sua carica leaderistica Casaleggio sr., ecc.).
Il confronto che ha senso fare, in termini di consultazioni elettorali di livello nazionale, è quello relativo alle elezioni politiche di un anno fa, il cui quadro di riferimento è ben più omogeneo di quello attuale. Quello che segue è uno schema semplificato del flusso dei voti, che non tiene conto di compensazioni intermedie, ma solo di flussi netti. E’ una rappresentazione più schematica della realtà, ma di fatto prende in considerazione i movimenti più rilevanti, che sono quindi verosimili.

Schema di flusso del voto europeo – differenze rispetto al voto di marzo 2018 e flussi di voto  (dati in milioni)


Come è possibile constatare, Lega e Fratelli d’Italia prendono, complessivamente, 3,8 milioni di voti in più rispetto al 2018. Essendo poco plausibile che vi siano significativi flussi in ingresso dal Pd, da + Europa o dai piccoli partiti di sinistra ed essendo cresciuto l’astensionismo rispetto alle politiche, tale guadagno non può che derivare in larga misura dai voti provenienti da Forza Italia (che rispetto al 2018 registra 2,3 milioni di voti in meno). Altri 0,1 milioni di voti possono provenire dalla contrazione elettorale dei partitini di estrema destra (Casa Pound, Forza Nuova) di equivalente entità. Per differenza, l’afflusso di voti provenienti dal M5S è, al massimo, pari a 1,4 milioni. I voti sottratti al M5S da Salvini (ed in misura minore dalla Meloni) sono, quindi, pari al 37% del guadagno elettorale complessivo. Il grosso del guadagno proviene, quindi, dal ricircolo di voti interni al circuito della destra.
Di riflesso, il M5S perde 6,2 milioni di voti. Se, di questi, 1,4 va alla Lega (o in piccola parte a FdI) e se tutti gli altri partiti perdono elettori, evidentemente i restanti 4,8 milioni di voti persi sono andati ad alimentare l’astensionismo che, infatti, è cresciuto soprattutto nelle regioni meridionali che costituiscono lo zoccolo duro elettorale del MoVimento. Detto in altri termini, soltanto il 22-23% dei consensi bruciati dal M5S è attribuibile ad un “furto” elettorale di  Salvini, mentre circa il 78% della perdita è dovuta alla disaffezione di un elettorato “swinging”, che oscilla fra astensione e partecipazione, un elettorato fondamentalmente poco politicizzato, che esprime posizioni di protesta ed anti-sistemiche di tipo radicale tanto quanto confuso, che a seconda dei casi si manifestano in un astensionismo di contestazione complessiva al sistema o in un voto, comunque scarsamente fidelizzato e molto “diffidente”, a partiti che di volta in volta si presentano come antisistemici. Tale elettorato, raccolto dal M5S nella fase in cui era all’opposizione e strillava “vaffa” nelle piazze, si è ovviamente volatilizzato nel momento in cui il MoVimento si è assunto una responsabilità di governo, ed ha quindi abbandonato la fase di contestazione al sistema per lavorare all’interno dello stesso, essendo quindi costretto a fare le necessarie mediazioni sui suoi cavalli di battaglia storici (TAV, TAP, Ilva di Taranto, posizioni rispetto all’euro-austerità, ecc.). E’ ovvio che, nel momento in cui diventi “istituzionale”, tale elettorato torna nella giungla.
Anche rispetto alla quota minoritaria sottratta dalla Lega, essa è stata sottratta essenzialmente perché detti elettori non hanno più trovato una sufficiente coerenza delle posizioni del M5S con i temi del contrasto all’immigrazione e all’austerity. E’ nelle posizioni di Fico e della sinistra interna al MoVimento che vanno ricercate le ragioni della perdita di voti verso Salvini. La sovrapponibilità degli elettori della Lega e del  M5S è solo parziale, l’attacco furibondo a Salvini non aveva alcun senso, dal punto di vista elettorale, non vi è nemmeno una maggioranza silenziosa giustizialista che avrebbe ricompensato Di Maio per lo scalpo fatto al povero Siri, perché l’elettorato italiano non è giustizialista. Nemmeno all’epoca di Tangentopoli la maggioranza silenziosa lo era. Tangentopoli fu un teatrino allestito da una minoranza rumorosa, mentre la maggioranza silenziosa, lentamente, si spostava sotto l’ala di Berlusconi.
Un Berlusconi che oramai è in evidente caduta libera, in un anno perde 2,25 milioni di voti, e non solo, e non tanto, perché l’inevitabile declino fisico ne offusca l’immagine di leader, o per l’assoluta inconsistenza politica dei colonnelli a cui si è dovuto affidare nel momento in cui la Severino lo ha allontanato dai palazzi del potere. Ma per un male molto più profondo: la lunga crisi economica ha polarizzato la società italiana, ampi settori di piccola borghesia, i mitici “moderati” di provenienza pentapartitica sui quali il Cavaliere ha costruito le sue fortune, si sono impoveriti, o hanno paura di impoverirsi, o si accorgono di non poter più garantire un futuro spianato ai propri figli, e non ne vogliono più sapere di una politica sostanzialmente accomodante, centrista ed europeista.
Il Pd, dal canto suo, sembra un allegro ragazzo morto. Canta a squarciagola di aver vinto le elezioni, ma non contabilizza gli 80.000 voti persi rispetto a marzo 2018 (finiti quasi sicuramente anch’essi nell’astensionismo), con un elettorato sceso a 6,084 milioni, il più basso di tutti i tempi. La percentuale risale al 22%, dal 19% del 2018, soltanto in ragione del maggiore astensionismo, che riduce la base di elettori. Non solo riduce la base elettorale, ma mostra evidenti segnali di non riuscire più a rappresentare un polo aggregante di coalizioni politiche ampie, come ai tempi del centrosinistra con o senza trattini: ciò che resta della sinistra lo ha abbandonato, ed il centro dello schieramento politico non esiste più. Nella deriva sociale del Paese, rimane un partito sempre più piccolo e settario, incapace di rispondere alla sua vocazione originaria di forza interclassista in grado di rappresentare un punto di riferimento generale per gli equilibri dell’intera società, ed abbarbicato ai pochi settori sociali che sono sopravvissuti alla crisi, ed a residui di nostalgia per un tempo che non esiste più.
Fra i naufraghi nel mare della nostalgia, poi, fluttua ciò che resta della sinistra italiana, suddivisa fra tante sigle che, messe insieme, non valgono più del 5-6%. Gente che si ostina a non capire che le masse che si illude di poter difendere sono oramai fuggite verso altri lidi, alla ricerca di protezione da minacce globali ingovernabili, che non sono gestibili con presunti solidarismi antirazzisti, né con internazionalismi di classe del tutto teorici, ma solo con un’alleanza trasversale con i ceti medi e la piccola borghesia a capitale endogeno nel nome della difesa dell’identità nazionale e della riscoperta del patriottismo e dello statalismo. Anche nelle poche isole felici di questa sinistra allo sbando, che vagamente si rendono conto di come stanno le cose, persistono un inopinato orgoglio identitario e un solipsismo aristocratico che impediscono di cercare un accordo politico con i populismi, continuando  rifugiarsi dietro la coperta di Linus di antichi stracci rossi e di un rifiuto identitario a mescolarsi con padane genti associate ai rozzi barbari. Sembrano gli ultimi patrizi romani che suonano l’arpa mentre i guerrieri di Odoacre bruciano la città, incapaci di rendersi conto che la nuova civiltà che nascerà dalle rovine di Roma e che farà rifiorire l’Europa viene portata sulle lance e sugli scudi di quei puzzolenti e truci barbari. Magra consolazione: il problema riguarda l’intera sinistra occidentale. La Linke vale anch’essa il 5-6%, Mélenchon poco di più, Corbyn è oramai un morto che cammina, nel momento in cui si è opposto alla Brexit per far contenti i settori reazionari del suo partito, Podemos sembra al capolinea.
Ed infine Salvini. Salvini che rappresenta il 34% dell’elettorato italiano. Salvini nel quale hanno riposto le loro speranze più di 9 milioni di italiani. Salvini che adesso non guida più un partitino prealpino di allevatori di mucche alle prese con le quote-latte, artigiani e commercianti in rivolta fiscale, romantici professori che sognano il Sole che spunta dalle montagne della Padania liberata dall’invasor. Guida un partito nazionale, dentro il quale ci sono impiegati e tecnici, precari, disoccupati, casalinghe, operai che temono di perdere il posto di lavoro, piccoli imprenditori e lavoratori autonomi, pensionati al minimo. Gente che non può essere accontentata soltanto con rimedi lafferiani sul versante fiscale, come ai bei tempi del Cavaliere. Gente che ha bisogno di ospedali e scuole pubbliche, di sostegni al reddito e politiche di reinserimento lavorativo, di case popolari, e, certo, anche di sicurezza e di identità nazionale, e di sconti fiscali, e di contrasto all’immigrazione, e di autonomia regionale, su questo non c’è dubbio e su questo siamo d’accordo. Ma il momento è venuto, caro Salvini, per ricordare che, un tempo, eri un ragazzo di sinistra. Come lo ero io, peraltro.

domenica 19 maggio 2019

Se la Lega vuole diventare veramente un movimento nazionale




Consapevole di essere ripetitivo, farò un ulteriore tentativo per spiegare il mio punto di vista.  Un movimento politico che si vuole populista non cerca di modificare gli assetti sociali esistenti, ma piuttosto, come peraltro bene ha spiegato Salvini, si mette in ascolto e tende a riprodurre la domanda sociale proveniente da tali assetti, dandoli in una certa misura per consolidati.
Ora, una analisi approfondita dei flussi di voto svolta da Ipsos alle politiche del 2018 ed in base ai sondaggi a dicembre del medesimo anno consegnano, per la Lega, un quadro per certi versi sorprendente. La categoria sociale in cui la Lega è più rappresentata non è la piccola borghesia classica, ma il ceto operaio: il partito di Salvini prende circa il 40% del voto operaio, soprattutto nelle aree manifatturiere di tipo distrettuale del Nord che per prime sono ripartite dopo la crisi, sfruttando la combinazione fra flessibilità e economie di scala tipiche delle imprese di medie dimensioni leader di distretto, l’immagine di eccellenza del “made in Italy” e una capacità innovativa, nonostante tutto, ancora radicata: il distretto della calzatura sportiva di Montebelluna, l’occhialeria del Veneto, il distretto dell’automazione della Motor Valley emiliana, le piastrelle di Sassuolo, i mobilieri della Brianza, e così via.
Perché gli operai di tali realtà, sicuramente più dinamiche della media e più rapide a riprendere dopo la crisi, votano Lega? Per due motivi fondamentali. Il primo è che, operando in piccole e medie realtà a gestione padronale, sono meno sindacalizzati, hanno un rapporto osmotico con la proprietà che li ha condotti a ragionare, spesso, più come “piccoli imprenditori” che come proletari nel senso marxiano. Il secondo è che il modello distrettuale italiano, grazie a Monti, Bersani, Renzi e l’allegra combriccola, ed a causa della scarsità della italica borghesia, senza capitali e con poco coraggio, nel momento in cui le tradizionali dinastie di industrialotti sono entrate in declino per motivi anagrafici, è diventato oggetto di shopping industriale da parte di cinesi, francesi, tedeschi, statunitensi. La proprietà straniera dell’azienda è il primo passo per una sua successiva chiusura con un fax non appena la casa-madre individui un Paese dove la produzione è più conveniente, e questo i lavoratori lo sanno benissimo. Ad esempio, la Brianza è una colonia franco-tedesco-cinese[1]. Senza contare i casi, come il distretto di Prato, nei quali il distretto italiano è stato divorato letteralmente da un distretto cinese che lo ha fatto praticamente sparire, sostituendo cinesi ad italiani[2], usando prevalentemente come fattore di competitività l’illegalità, il nero, l’evasione fiscale, il disprezzo delle regole dei CCNL e delle leggi sulla sicurezza del lavoro, e poi ci si stupisce se l’operaio un tempo comunista ed internazionalista oggi è ostile all’immigrazione e punta su un tema tradizionalmente di destra come la sicurezza e la legalità! In altri termini, la globalizzazione stende il suo manto di paura e di regole feroci della competizione sull’operaio dei distretti industriali del Centro-Nord, il cuore del nostro sviluppo. Creando problemi nuovi: non più solidarietà internazionalistica operaia, ma difesa del lavoro italiano. Non più “sbirro maledetto” ma richiesta di sicurezza e legalità.
Questo è il punto su cui un movimento politico come la Lega, che aspira a divenire destra nazionale, deve poter incidere per garantirsi la crescita futura. La crisi economica produce una domanda trasversale ai diversi gruppi sociali, fatta sì da sicurezza e legalità (e su questo la Lega ha avuto successo con il suo messaggio programmatico) ma anche da lavoro e welfare. Ulteriore dimostrazione della centralità del tema lavoristico: le percentuali di consenso più importanti alla Lega si registrano fra le classi di età lavorativa: fra chi ha un’età compresa fra i 35 ed i 64 anni. Non fra gli studenti, che in larga misura si illudono di poter trovare una collocazione vincente sul mercato del lavoro grazie ai loro studi, e quindi non rivolgono una domanda “lavorista” alla politica, né fra i pensionati, specie di fascia medio-alta, che costituiscono il serbatoio di voto del Pd.
E poi, l’altra faccia della crescita della Lega oltre i confini primigeni di movimento rappresentativo della rivolta fiscale della piccola borghesia settentrionale è costituita dalla percentuale di penetrazione nel sottoproletariato urbano: il voto leghista assorbe più del 28% del consenso dei disoccupati e degli inoccupati, il 38% delle casalinghe, il 37% fra chi ha al più la licenza elementare. E’ il grande popolo degli sconfitti, di chi è rimasto strutturalmente indietro e nella maggior parte dei casi non è più recuperabile per un reingresso nel mercato del lavoro, perché il gap di skill lavorativi e di curriculum ed età è troppo ampio.
Tutto questo significa che il mantenimento di questi gruppi elettorali, che sono fondamentali per il successo finale della Lega e pesano di più rispetto alla medio-piccola borghesia di tradizionale insediamento della destra italiana (i liberi professionisti e dirigenti e i commercianti, artigiani ed autonomi che votano Lega sono meno del 30% del totale) dipende dalla capacità di parlare di politiche economiche, del lavoro e sociali. Non è più sufficiente la sola proposta fiscale incentrata sulla flat tax: essa ha impatto soprattutto su quel ceto medio moderato sul quale la proposta politica di Berlusconi ha fatto successo per un ventennio. Ma era un’altra Italia: quel ceto medio moderato è in larga misura sprofondato nella crisi, o ha mutato strutturalmente modo di produzione, subendo fenomeni di precarizzazione, e di conseguenza ha una diversa visione politica. Secondo l’Istat (Rapporto Annuale 2017) tale gruppo sociale è pari ad appena il 20% del totale delle famiglie nel 2015, ed è certamente molto meno stabile e sereno di quello pre-crisi.

I risultati dell'indagine Ipsos


In aggiunta alla flat tax, serve una proposta di politica industriale anche innervata di elementi di protezionismo, che sfidi i Trattati Europei sul divieto di fare politiche settoriali e di erogare aiuti di Stato, che recuperi il recuperabile di Industria 4.0 ritarandolo sulle esigenze tecnologiche più attualizzate delle imprese, e che si sposti verso un incentivo al brevetto, cioè all’innovazione di prodotto, anziché al processo, ovvero all’acquisto di macchinari innovativi per la produzione.
E serve una politica sociale che, oltre al giusto e sacrosanto principio per cui l’accesso ad ogni prestazione socio-sanitaria sia riservato prioritariamente agli italiani, investa per creare più alloggi popolari, più ambulatori, più servizi contro le dipendenze, smantellando quel sistema di corruttele pubblico-private costituito dalle cooperative sociali e case-famiglia rosse e bianche, recuperando al pubblico anche un ruolo gestionale, oltre che meramente programmatorio, finanziario e di controllo.
Più in generale, serve un nuovo Patto sociale che rimetta lo Stato al centro della sovranità delle politiche, e ciò necessariamente implica il coinvolgimento generale della società dentro tale Patto. Le risorse si prenderanno aumentando il deficit oltre il mantra assurdo del 3% e recuperando risorse dall’evasione fiscale con metodi civili (fra i quali certamente la flat tax, che disincentiva l’evasione) e non con metodi deduttivi come gli studi di settore.

lunedì 6 maggio 2019

Il programma elettorale del Pd per Livorno: analisi critica



Iniziamo una breve carrellata di articoli di analisi dei programmi elettorali dei diversi schieramenti per il Comune di Livorno. Per ordine di presentazione, avviamo l’analisi dal programma di Luca Salvetti, candidato sindaco per il Pd, Articolo 1 e il movimento di Raspanti e Cepparello (i due che con Buongiorno Livorno nel 2014 fecero dichiaratamente la guerra al Pd, fino ad offrire appoggio elettorale al M5S al ballottaggio, e che adesso, deposte le armi, sono confluiti dentro il Pd).
Iniziamo con il dire che non si tratta di un programma elettorale, ma di una dichiarazione di intenti. Si limita infatti ad elencare, in modo peraltro confuso e poco leggibile, una serie di buoni propositi, senza indicare le priorità, le fonti finanziarie e gli strumenti programmatici con i quali si intendono realizzare i buoni propositi.
In materia di sviluppo economico, che poi è il cuore del tragico declino di Livorno, si ripropongono, citandoli, i progetti già in atto, come la Darsena Europa e la crocieristica. Date come apoditticamente in grado di rilanciare le sorti del porto, senza nessuna analisi delle reali prospettive future del traffico container (per il quale Darsena Europa è stata concepita) posto che, nella recente missione d’affari precedente la stipula degli accordi commerciali per la Nuova via della Seta, i cinesi hanno chiaramente espresso la loro preferenza per gli scali di Genova e La Spezia, e che non si fornisce, nemmeno a grandi linee, un progetto di massima sul radicamento in città del turismo crocieristico, che rischia di essere di mero passaggio verso altre mete della Toscana. Persino il fantomatico progetto di creazione di una sorta di metropolitana di superficie che parta dalla ex stazione FFSS di San Marco per collegare Pisa (ma chi lo paga un simile progetto? Esiste nel PON Trasporti ed Infrastrutture? E’ stato negoziato nella ripartizione del Fondo Sviluppo e Coesione? E’ missione ed interesse di Trenitalia entrare nel mercato delle metropolitane urbane?) sembra idoneo a far fuggire verso altre destinazioni i crocieristi appena sbarcati, anziché cercare di trattenerli fos’anche qualche ora in città per fare qualche spesa.
Sull’industria, considerando che Livorno è pur sempre una città industriale, seppur in profonda crisi da deindustrializzazione, non si spende un rigo, tranne che per l’idea di convertire la raffineria di Stagno in una bioraffineria, di per sé anche buona, a Porto Marghera ed a Gela ha funzionato, ma non si sa se tale idea sia stata minimamente approfondita con il proprietario dell’impianto, ovvero con l’ENI, o se sia tutta da verificare. Bene anche l’idea di un censimento delle aree industriali disponibili, è dagli anni Novanta che se ne parla, ma per fare attrazione di investimenti serve la capacità di allestire pacchetti localizzativi, partendo da un’idea evolutiva delle vocazioni produttive esistenti, incrociandola con la domanda di IDE, e per farlo serve una competenza di politica industriale che, obiettivamente, da quando Spil è diventata un gestore di parcheggi, il Comune non ha più, e non si capisce come potrebbe ricostruirla.
Ricorre, perché è trendy, l’idea del Centro Commerciale Naturale, che il Pd vorrebbe insediare dentro il Pentagono, e che, in fondo, sembra essere poco più dell’evoluzione del mercatino già esistente a piazza Garibaldi e del piccolo commercio limitrofo. Purtroppo, anche se non si dice esplicitamente, la questione sembrerebbe anche collegarsi con la proposta di “aree pedonali” nel centro, non si dice bene dove. Trasformare in area pedonale il Pentagono significherebbe spaccare in due la città, distruggendo ogni forma di mobilità.
Taccio per carità di Patria sull’idea di un “CNEL livornese”. La cosa si commenta da sola. Siamo al ritorno delle vecchie pratiche deleterie di concertazione permanente, con soggetti sindacali, peraltro, sempre meno rappresentativi del mondo del lavoro reale.
La parte sulle politiche socio-sanitarie ha alcuni aspetti di involontario umorismo, come quando si afferma che si vuole fare contrasto alla povertà aumentando le assunzioni nei servizi sociali (allora ditelo esplicitamente che sono parassiti) o temi banali, o addirittura che si dubita possano essere di competenza del Comune.
La proposta di riduzione degli oneri concessori che Casalp paga ai soci pubblici, al fine di liberare risorse per la manutenzione straordinaria di alloggi popolari sfitti, è una buona idea, se non fosse che è già stata ampiamente sperimentata nella consiliatura attuale, ed ovviamente, trattandosi di un introito per il bilancio comunale, non potrà essere ridotto più di tanto, e tanto meno “azzerato”, come dice il documento. Nessuno pensa di accedere ai Fondi governativi (seppur oggettivamente molto ridotti) per l’edilizia popolare, o ai fondi per il social housing che CCDDPP mette a disposizione degli enti locali, per evitare di far gravare sul bilancio comunale il peso dei necessari interventi.
Le proposte sulla sicurezza sono fatte della stessa materia con cui sono fatti i sogni. Ci si trova di fronte a quartieri il cui livello di degrado sociale ha raggiunto limiti tali da rendere impensabile una “gentle suasion”, ed a richiedere itnerventi energici. Affermare che occorrono “interventi atti a favorire una cittadinanza attiva, la consapevolezza dell’appartenenza al territorio urbano e lo sviluppo della vita collettiva. L’accesso ai diritti contribuisce a facilitare il diritto alla sicurezza” è, ovviamente, pura demagogia. E’ con la militarizzazione ed il pugno duro che si combatte il degrado estremo in ambito urbano, non con “l’insediamento di associazioni e gruppi di volontariato nei quartieri più difficili, in modo da mettere in moto buone pratiche di comunità” o  la valorizzazione degli spazi per le arti e la circolazione di idee e cultura”. E’ con una lotta molto severa al degrado urbano, alla sporcizia, al vandalismo ed agli atti di deturpazione che si crea sicurezza. E non lo dico io, lo dice la migliore teoria criminologica esistente (cfr. l cosiddetta “teoria della finestra rotta”, di Wilson e Kelling).
Poi ci sono gli evergreen, ovvero i progetti che ricicciano fuori da anni: la cittadella dello Sport (personalmente fornii questa idea all’allora candidato Ruggeri nel 2014, ho ancora la mail lì a dimostrarlo) e l’ospedale, senza però fornire dettagli su come si intende procedere, con quali partner, con quali soldi, con quale progettualità.
Non si spende una parola sulla riorganizzazione e riqualificazione della macchina amministrativa comunale e delle sue partecipazioni ed in-house, molto grillescamente affidandosi alla consueta partecipazione dal basso dei cittadini, tramite comitati e varie forme di sussidiarietà, senza però dire che tale mobilitazione non produce niente, se non viene sintetizzata e riportata dentro una pianificazione che solo l’ente è in grado di realizzare (è in fondo il limite della proposta pentastellata).
Anche la parte sui trasporti è generica, intrisa di slogan buoni per tutte le stagioni (sostenibilità, integrazione, visione strategica, inserimento del PUMS nella programmazione di area vasta) ma non fornisce una idea di quali scelte si faranno.
Si chiude il tutto con il solito buonismo di sinistra: iscrizioni anagrafiche free per tutti i richiedenti asilo, per i “figli delle coppie omosessuali” (quindi la Livorno di Salvetti sarà genderizzata), pari opportunità per tutti, indipendentemente da nazionalità, passaporto, orientamento sessuale (olé), se gli puzzano i piedi o meno, purché non ci siano “cittadini di serie B”. In questa collezione di stereotipi mirati allo sradicamento identitario mi stupisce che manchi la frase “nessuno resti indietro”, evidentemente hanno scopiazzato male. Ad ogni modo questo castello crolla non appena ci si trova di fronte alle scelte reali: in condizione di vincolo di bilancio, allargare i cordoni del welfare locale a tutti significa, di fatto, limitare i diritti degli italiani e delle famiglie eterosessuali, italiane, normali, quelle che portano il peso del lavoro, del pagamento di tasse e tariffe, quelle che dovrebbero essere in cima alle priorità, non mescolate in un pastone multi-gender e multi-culturale.
Volendo salvare qualcosa, mi sembrano leggermente più realistiche le idee sull’economia circolare, in particolare sul ciclo integrato dei rifiuti (anche se, come al solito, non si capisce bene chi e con quali soldi dovrà realizzare l’impiantistica di riciclaggio dei materiali, che permetterà un graduale spegnimento dell’inceneritore). Così come è positiva l’idea di creare una task force comunale per l’analisi e la partecipazione ai bandi europei (e nazionali, vorrei ricordare agli eroi eponimi dell’europeismo che esiste anche uno Stato che genera progetti e bandi).
Nell’insieme, però, al di là di alcuni aspetti puntuali condivisibili, il documento delinea una modestissima capacità strategica, non fa intravedere una idea-forza di sviluppo, né una idea di come si intende procedere. Emerge l’impressione di una sostanziale volontà di ritorno allo status quo pre-2014, gestendo progetti di derivazione comunitaria, nazionale e regionale già definiti e senza un protagonismo reale del livello locale, producendo notevole fuffa pseudo-solidarista e genderista/alteromondista, dietro la quale continuare ad occultare i problemi reali della città.
Alle prossime per l’analisi degli altri programmi.