domenica 10 marzo 2019

Orbanismo al confronto con i dati



C'è molta curiosità sul modello sociale e fiscale ungherese, soprattutto dal momento che esso è stato assunto a riferimento dalla Lega. La dura ristrutturazione sociale subita dai Paesi dell'area-euro negli ultimi anni, a confronto con ciò che è avvenuto in un paese “simile”, che aderisce alla Ue ma non all'euro, può rivelare lezioni interessanti sia per i pro che per gli anti-euro.
E' soprattutto interessante confrontare i risultati sociali ottenuti da una destra popolare e non ortodossa come Fidesz con quelli che le ricette neoliberiste ortodosse, in larga misura sostenute dalle sinistre riformiste di governo, hanno prodotto nei Paesi dell'area-euro. E' interessante anche perché le sinistre antiliberiste, nei Paesi dell'area-euro, o non esistono, ridotte a frammenti senza alcuna rilevanza, oppure sono più o meno segretamente allineate alle forze neoliberiste (vedi Syriza in Grecia), per cui l'unica alternativa di policy disponibile rispetto al neoliberismo ortodosso è, oggi, costituita dai populismi di destra.
Andiamo quindi ad analizzare i risultati economici e sociali differenziali ottenuti dall'Ungheria post-2010 (cioè da quando Orban ha preso il potere) e da un paese dell'area-euro sottoposto da anni ad una dura disciplina neoliberista, ma non così estrema come quella subita da altri Stati membri dell'euro (Grecia, Portogallo) scegliendo quindi, come metro di paragone, l'Italia. I dati statistici utilizzati sono quelli ufficiali prodotti dall'Eurostat, cioè dall'ufficio statistico della Commissione Europea, che quindi sono omogenei, comparabili fra Paesi diversi e non tacciabili di essere pro-Orban.
Come è possibile vedere, la crescita economica ungherese nel periodo 2010-2018 è stata incomparabilmente più alta di quella italiana. Il tasso di crescita acquisito al 2018, rispetto al 2010, è del 21,8%, a fronte del 2,4% italiano. Tali risultati sono stati ottenuti, sicuramente, grazie ad efficienti servizi pubblici (in Ungheria un rimborso IVA arriva dopo 40 giorni, un processo civile dura mediamente 6 mesi) a fronte di un carico fiscale molto più basso di quello italiano (le persone giuridiche subiscono un prelievo fiscale del 9%) ma anche grazie alla possibilità di fare una politica industriale autonoma e, si direbbe un tempo, “non allineata”, che ha consentito di attrarre investimenti industriali tedeschi tanto quanto investimenti logistici cinesi, riconfigurando completamente il vecchio apparato produttivo dei tempi socialisti.
Ed ovviamente l'Ungheria ha beneficiato di un posizionamento intelligente dentro la Ue: beneficia di ingenti trasferimenti per fondi strutturali, ma mantiene la sua moneta e la sua Banca Centrale (privata da Orban di ogni pericolosa forma di indipendenza e diretta dal Governo, pienamente in controllo della politica monetaria e valutaria), il che ha consentito ad Orban di effettuare numerose svalutazioni competitive per sostenere l'export e di finanziare imprese e banche che avevano debiti denominati in valuta estera.

Tasso di variazione annuale del Pil a prezzi costanti 2010

Diventa quindi interessante comprendere la distribuzione sociale dei benefici della crescita. Una destra, seppur popolare, prediligerà sempre i profitti. Tuttavia, i salari netti, dopo il pagamento delle tasse e dei contributi sociali, per le famiglie allineate alla media, sono in crescita in termini reali (depurati cioè dall'andamento dei prezzi, calcolato tramite il deflatore del Pil). Una famiglia bireddito, in cui un componente guadagna esattamente quanto il salario medio nazionale, e l'altro guadagna il 67% del salario medio nazionale, con due figli a carico, vede il suo reddito netto reale crescere, fra 2010 e 2015, del 5,3%, a fronte del 4,6% della medesima famiglia in Italia. Anche un single senza figli, che guadagna esattamente il salario medio nazionale, vede il suo reddito netto reale crescere più velocemente in Ungheria rispetto all'Italia: +16,8%, rispetto al +2,9% italiano, fra 2010 e 2015.
Tuttavia, nell'area del disagio economico, le cose cambiano: un single che guadagna il 50% del salario medio nazionale (ad esempio un pensionato solo a basso reddito) vede, in Ungheria, il suo reddito netto reale diminuire del 4,6%, a fronte di un incremento dell'11,7% in Italia, sempre fra 2010 e 2015.

Tasso di variazione dei redditi netti familiari a prezzi costanti 2010

Ingenuamente, si potrebbe credere che queste diverse dinamiche, che premiano i nuclei familiari con redditi nella media o al di sopra della media rispetto a quelli al di sotto, siano prodotte da distorsioni distributive legate alla flat tax. I dati, però, sembrano smentire tale tesi. L'aliquota fiscale media gravante sui redditi più bassi (calcolata come aliquota fiscale e contributiva al netto dei tax benefit) è, in Ungheria, significativamente più bassa rispetto all'Italia, ed oltretutto in forte riduzione (-3,8 punti) fra 2010 e 2015. Ciò significa che la riforma fiscale ungherese ha prodotto benefici fiscali anche ai più poveri, grazie alla combinazione fra la misura dell'aliquota unica (di poco superiore a quella minima del sistema precedente) e di una serie di benefici “extra welfaristici” ai più poveri (sconti sulle bollette, riduzioni “mirate” dell'aliquota IVA, di per sé superiore a quella italiana, per i beni di consumo di prima necessità – latte, uova, pollame, carne suina e pesce pagano un'IVA del 5% - nonché lavori socialmente utili con i quali i municipi locali impiegano la manodopera fuori dall'assistenza alla disoccupazione).

Aliquota fiscale media su un single che percepisce un reddito pari al 33% del salario medio nazionale al 2015 e variazione rispetto al 2010


quali sono allora le radici delle diseguaglianze nelle dinamiche dei redditi? Risiedono nella riduzione della spesa per Stato sociale. Il coefficiente del Gini, come noto, misura il grado di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, ed è tanto più alto quanto più una società è diseguale. Ebbene, il coefficiente del Gini complessivo dell'Ungheria, forse come retaggio del suo passato socialista, è inferiore a quello italiano – la società ungherese è meno diseguale dal punto di vista distributivo – ma, nel periodo 2010-2017, cresce molto più rapidamente in Ungheria rispetto all'Italia.
Inoltre, il coefficiente del Gini calcolato sui redditi prima dell'erogazione di prestazioni sociali welfaristiche (pensioni, indennità, assicurazioni contro la disoccupazione o la povertà, ecc.) è, in Ungheria, superiore al dato italiano, ribaltando quindi le gerarchie dell'indice del Gini complessivo, in cui era l'Italia ad avere un valore più elevato.

Indice del Gini complessivo e prima dei trasferimenti sociali al 2017

Variazione dell'indice del Gini fra 2010 e 2017


L'indice del Gini complessivo cresce più rapidamente in Ungheria rispetto all'Italia; il suo valore assoluto è più basso, ma diviene più elevato se lo si calcola prima dei trasferimenti sociali. Queste due cose significano che il welfare pubblico ungherese è molto meno generoso di quello italiano, e che per finanziare la flat tax (che pure ha restituito benefici anche ai redditi bassi) è stato tagliato in questi anni. Ma ciò non significa che l'Italia, per pagare il prezzo del rimanere dentro l'euro, non sia costretta, nei prossimi anni, a tagliare anch'essa in misura pesante il suo welfare, anche senza riuscire ad introdurre una flat tax all'ungherese, che benefici anche i redditi bassi.
Ad ogni modo, l'incidenza del rischio di caduta in povertà in Ungheria è inferiore al dato italiano, ed è peraltro anche in riduzione rispetto ai valori del 2010, nonostante l'oggettiva contrazione dell'area del welfare pubblico. Rimane, per la verità, un'area diffusa di povertà estrema (il tasso di deprivazione materiale “severa”, che misura la povertà materiale più grave, è del 10,1%, contro l'8% circa italiano) ma ciò è da attribuirsi a fattori etnici ed a una prevaricazione che esisteva già ai tempi del socialismo: tale povertà estrema riguarda, infatti, essenzialmente la componente Rom e Sinti, che costituisce circa il 7-8% della popolazione magiara, e che da sempre è emarginata.

% di popolazione a rischio povertà 

Da cosa dipendono, allora, la riduzione del rischio di caduta in povertà e la dinamica dei redditi, soprattutto di quelli del ceto medio e medio-basso, se il welfare è in contrazione? Semplice: dalla combinazione dei benefici della riforma fiscale che ha introdotto la flat tax, che ricadono in parte anche sui redditi bassi tramite benefici fiscali “extra welfare” (riduzione dell'IVA, sconti sulle bollette, sussidi fiscali alle famiglie, ecc.) e della forte crescita economica, indotta da un intelligente posizionamento nello scacchiere internazionale e da una politica economica ed industriale abile ad attrarre investimenti pubblici (fondi strutturali) e privati (multinazionali tedesche e cinesi)
. La crescita economica, infatti, genera ricchezza aggiuntiva che, anche in un governo di destra, ricade in parte sui lavoratori.
Infine, la saggia chiusura totale delle frontiere all'immigrazione ha evitato che si formasse un esercito industriale di riserva che potesse spingere verso il basso la dinamica salariale. Il recente provvedimento di “stretta” sugli straordinari è, in effetti, la conseguenza di una dinamica del costo del lavoro talmente favorevole da indurre il governo di Orban, per non perdere gli investitori stranieri, a proporre tale provvedimento impopolare. Non sfugge infatti che un simile provvedimento ha natura “difensiva”, e nasce quando si creano pressioni per una occupazione molto vicina al pieno impiego e per dinamiche salariali favorevoli. L'Ungheria ha infatti un tasso di disoccupazione del 3,7%, prossimo al valore frizionale di pieno impiego.

Quindi, in assenza di una sinistra in grado di fare qualcosa di buono, che Santo Stefano protegga Viktor Orban.


sabato 2 marzo 2019

Guerre civili in Africa fra opportunità di guadagno e rivendicazioni per la giustizia



Capire meglio la radice delle guerre civili in Africa significa, per noi, impostare una politica di sviluppo verso il continente africano che sia effettivamente in grado di fermare i flussi migratori già alla loro origine.
Nella vasta letteratura sulle guerre civili spicca, per capacità di verifica empirica delle ipotesi, il modello proposto originariamente nel 1998, e poi rivisto nel 2004, da Collier e Hoeffler, dell'università di Oxford. Tale modello cerca di spiegare le guerre civili, non solo in Africa ma in generale, sulla base di due categorie concettuali: l'opportunità di un guadagno economico che superi il costo-opportunità della guerra civile (cioè il costo legato alla perdita di altre opportunità di crescita economica “pacifica”) e la rivendicazione di maggiore giustizia da parte di gruppi sociali o etnici isolati dal potere.
Tale modello si chiama infatti “greed and grievance”, ovvero “profitto e rivendicazione”. La verifica empirica di tali ipotesi si basa su un panel di 1.167 Paesi del mondo, fra i quali 79 hanno subito guerre civili di durata almeno quinquennale fra 1960 e 1999, tramite un modello econometrico di tipo “logit”, cioè la cui variabile dipendente è binaria (nel caso di specie, assume valore uno nei paesi in guerra, e zero in quelli in pace).
I risultati sono in parte ragionevoli, perché confermano analisi di senso comune, in parte stupefacenti. Emerge in generale che la componente di profitto economico è più rilevante, statisticamente, nello spiegare le guerre civili, rispetto a quella rivendicativa. In particolare, nell'area delle opportunità, un ruolo molto forte è da attribuirsi al grado di dipendenza delle esportazioni da materie prime. Quando tale dipendenza supera il 33%, la probabilità di guerra civile schizza verso l'alto, come effetto sia del lucro derivante, per le bande armate, dalla possibilità di acquisire il controllo di tali materie prime, sia per una peggiore governance del governo legittimo, spesso particolarmente corrotto in Paesi ad alto export di materie prime.
Una diaspora di popolazione a seguito di una guerra civile aumenta significativamente il rischio di un nuovo conflitto. L'interpretazione qui non è univoca: potrebbe aumentare tale rischio finanziando, dall'esterno, i gruppi ribelli rimasti nel Paese, oppure potrebbe essere una correlazione spuria: conflitti molto intensi, che per la loro intensità sono passibili di una ripresa dopo un breve periodo di pace, generano diaspore molto grandi. In questo caso la diaspora non sarebbe una causa del riavvio di un conflitto di per sé, quanto piuttosto una misura indiretta dell'intensità dello stesso, e quindi della probabilità che esso scoppi nuovamente.

D'altro canto, l'istruzione secondaria ed il tasso di crescita del Pil pro capite riducono il rischio di guerra civile, perché costituiscono proxy di redditi futuri conseguibili “pacificamente”, cui si deve rinunciare per andare in guerra, quindi sono costi-opportunità.
Passando all'area della “grievance”, si ottengono risultati sorprendenti: le variabili che misurano il grado di frazionamento sociale ed etnico sono pressoché insignificanti statisticamente, cioè non sembrano esercitare effetti particolari sull'avvio di una guerra civile. Soltanto il grado di democrazia interna ha un effetto significativo, e negativo, sulla probabilità di avvio di un conflitto, perché veicola il conflitto sociale dentro un quadro istituzionale e pacifico.
Un certo effetto proviene anche dalla variabile riferita alla dominanza etnica: i Paesi ad elevata dominanza di un'etnia sulle altre (dominanza da intendersi in termini numerici, cioè Paesi in cui un'etnia corrisponde ad una percentuale della popolazione molto alta) sono a maggior rischio di conflitto civile. Gli autori deducono che una crescente diversità sociale ed etnica costituisca un fattore di pacificazione, riducendo la dominanza di un gruppo etnico sugli altri e creando crescenti problemi di comando e controllo, e in ultima analisi di coesione interna dentro i gruppi ribelli, il che, per chi ricorda la ex Jugoslavia, è piuttosto sorprendente.
Delle variabili di contesto generale del Paese, solo la concentrazione della popolazione ha un effetto misurabile statisticamente, nel senso (anche in questo caso sorprendente) che una popolazione molto concentrata in poche aree riduce significativamente il rischio di guerra civile.
Molte critiche possono essere avanzate a tale modello, una delle quali è che esso prendere in considerazione, nel panel, Paesi di tutti i cinque continenti, quindi realtà politiche, sociali e culturali molto diverse fra loro, mediandole in forma artificiosa mediante un modello statistico.
Una risposta a tale critica è data da Anyanwu (2003) che riprende il modello di Collier e Hoeffler, stimandolo soltanto per le guerre civili dell'Africa. Come per questi ultimi, la dipendenza economica dall'esportazione di materie prime è il fattore che spiega maggiormente le guerre civili. Così come la crescita economica genera costi-opportunità, in termini di redditi futuri acquisibili pacificamente, che disincentivano la guerra civile. Anche il ruolo disincentivante della democrazia rispetto all'avvio di guerre è confermato, fornendo canali pacifici per il conflitto sociale.
A differenza del modello originario, però, emergono altre variabili significative: la durata della pace dopo un conflitto civile, in primis, che riduce la probabilità che un nuovo conflitto riemerga, sia perché ha un effetto “curante” sul rancore fra i diversi gruppi sociali o etnici, sia perché il tempo trascorso pacificamente consente di mettere in piedi meccanismi di democrazia e di crescita economica in grado di dissuadere da nuove avventure militari.
E poi riemerge il ruolo del frazionamento sociale, variabile che per Hoeffler e Collier era non significativa. Ma emerge in modo strano: ci si aspetterebbe che un alto frazionamento sociale o etnico possa indurre maggiori rischi di conflitto. Invece è il contrario: similmente all'ipotesi di Hoeffler e Collier riguardo alla diversità etnica come fattore di diluizione della dominanza etnica, un elevato frazionamento sociale riduce i rischi di guerra civile, perché ridurrebbe la capacità di comando e controllo dei gruppi armati e la possibilità che un'etnia diventi dominante numericamente, trasformando le altre in minoranze represse. Spiegazione invero molto poco convincente. Diversamente, da Collier e Hoeffler, non emerge un collegamento statistico con il livello di dominanza numerica di un'etnia, per il semplice motivo che la significatività di tale variabile viene assorbita da quelle riferita al frazionamento socio-etnico (sono cioè due variabili collineari, che interferiscono l'una con l'altra rappresentando, in realtà, lo stesso fenomeno misurato in modo diverso; è cioè un bug del modello).

Tali risultati darebbero, secondo Anyanwu, una giustificazione per un approccio liberale allo sviluppo dell'Africa, basato sulle famose “riforme” che tutti gli enti internazionali, da sempre, impongono in modo del tutto inutile in Africa: occorre, da un lato, promuovere maggiore democrazia, ovviamente importando il modello occidentale che poco si attaglia alle forme di democrazia diretta e di villaggio africane, implementare forme di trasparenza di bilancio per mostrare come vengono usati i proventi da esportazione di materie prime, e poi lavorare sulla diversificazione economica e produttiva, per ridurre la dipendenza dalle materie prime stesse, al contempo ricevendo maggiori aiuti economici dai Paesi ricchi, per incrementare la crescita economica potenziale. Si suggeriscono poi le consuete, ed assolutamente “uneffective”, sanzioni internazionali sui gruppi armati che esportano materie prime per finanziare l'acquisto di armi. Mentre, positivamente, si suggerisce una politica di controllo delle nascite di tipo cinese, che però in Paesi senza disciplina e senza governance è molto difficile da implementare.
La stranezza dei risultati dipende, in parte, da una non perfetta specificazione statistica dei modelli: ci si concentra sulle guerre civili, ovvero le situazioni in cui entrambe le parti accusano perdite non inferiori al 5% dei propri effettivi militari, trascurando quindi i numerosi episodi di massacro, in cui cioè un gruppo, quasi senza subire perdite, ne stermina un altro. Se anche tali fenomeni fossero inclusi nel panel, evidentemente il ruolo del frazionamento socio-etnico diverrebbe molto più importante. Si tornerebbe cioè all'immagine classica dell'Africa, continente in cui il conflitto etnico sostituisce, in un certo senso, quello di classe, perché le classi sociali hanno una forte base etnica.
Analogamente, il ruolo equivoco e non del tutto consolidato della dominanza etnica potrebbe risultare più significativo se, anziché usare la mera misura quantitativa costituita dal numero di appartenenti ad ogni etnia, si usasse una misura in grado di tenere in considerazione le relazioni fra le varie etnie, ad esempio il numero di volte che in un dato Paese le relative etnie hanno manifestato violenze reciproche, oppure la distribuzione dei mandati dei Capi di Stato di un dato Paese per etnia di appartenenza.

Ciò porterebbe ad una immagine più fedele, ed al contempo complessa, delle guerre civili africane, fuori da fattori meramente economicistici, oppure legati a modelli occidentali da esportare ed imporre a culture completamente diverse. Si potrebbe così capire meglio il ruolo necessario dell'esistenza di autocrazie, ovviamente illuminate, per tenere insieme Paesi con tante nazionalità diverse e tanti conflitti storici, etnici e religiose. Si accetterebbe anche l'idea di un ruolo positivo che un certo livello di corruzione attivati da investitori esterni, ovviamente controllato entro livelli accettabili e non estremizzato fino alla cleptocrazia di molti regimi africani, può avere nel movimentare opportunità di business in Paesi dove tali opportunità non esistono. E forse si accetterebbe anche l'idea di una maggiore presenza militare occidentale nei Paesi-chiave, per tutelare gli interessi economici e le frontiere dell'Europa.

La mappa di Murdoch sulle differenze etniche in Africa


sabato 16 febbraio 2019

Regionalismo rafforzato fra mito e realtà



Sull'autonomia differenziata stanno girando autentiche balle, messe in giro, purtroppo, oltre che dai soliti professionisti della controinformazione di sinistra, anche dai pentastellati, che stanno commettendo un errore politico grave, nel tentativo di cavalcare demagogicamente il loro elettorato nel Sud. Qui il tema non è quello della secessione dei ricchi, o della deprivazione di risorse del povero Sud. Queste sono solo fregnacce, e basta. Soltanto fregnacce, dal punto di vista finanziario.
La bozza approntata dal confronto fra Ministero e le tre Regioni del Lombardo-Veneto prevede che le funzioni trasferite siano finanziate tramite il cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra gettito fiscale generato a valere sulle imposte nazionali e spesa pubblica per il finanziamento delle funzioni da trasferire, valutata al costo storico. Esemplificando: poniamo che, ad oggi, una Regione generi 100 di gettito fiscale sulle imposte nazionali, interamente incassato dallo Stato, e che riceva 20 dallo Stato sotto forma di trasferimenti per la gestione di una funzione per la quale c’è competenza concorrente ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione. Il residuo fiscale, pari a 80, è interamente incassato dallo Stato. Con il nuovo meccanismo, la Regione, che genera sempre 100 di gettito, non riceve più i 20 di trasferimento dello Stato, ma paga questi 20 direttamente di tasca sua, perché a quel punto sono divenuti costi di una funzione di competenza propria. Rimangono quindi ancora una volta gli 80 euro che, esattamente come avviene oggi, vengono incassati dallo Stato per finanziare le sue funzioni e fare perequazione territoriale.
Non è neanche vero che aumenteranno le risorse trattenute dalle tre Regioni autonomistiche all’aumentare del gettito, perchè se il gettito arriva, poniamo, a 110, la Regione continuerà a pagare la funzione trasferita per 20, poiché il criterio rimane quello del costo storico. Significa solo che il residuo che incassa lo Stato crescerà a 90.
Anche il rischio che, in futuro, il costo storico tenda a slittare verso l’alto per (presunte) inefficienze gestionali delle Regioni, sarà neutralizzato dalla progressiva entrata a regime del criterio del costo standard: il costo di funzioni identiche, auspicabilmente corretto per differenziali territoriali o locali che incidono sull’efficienza, sarà identico per tutte le Amministrazioni, statali o regionali, che dovranno attenervisi.
Personalmente, e qui concordo con i 5 Stelle, auspico che tale omogeneizzazione avvenga sui fabbisogni standard valutati sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni) piuttosto che sui costi standard. Valutare il costo delle funzioni su parametri di servizio alle popolazioni piuttosto che meramente contabili fa una enorme differenza: è qui che risiede una diferenza di impostazione ideologica di fondo: riviene a chiedersi se la spesa pubblica debba finanziare i bisogni dei cittadini, o una esigenza di equilibrio del bilancio. Naturalmente, io sono per la prima risposta, e contrario alla seconda.

Il meccanismo è comunque neutrale dal punto di vista finanziario, e non penalizza nessuno. Non c’è nessuna ruberia dei ricchi sui poveri. Il punto vero è un altro, e verte su un ragionamento circa il regionalizzare completamente materie come la programmazione scolastica, la sanità, le infrastrutture o l’energia. Questo è il punto, perché tramite questo meccanismo, e il progressivo aumento delle Regioni che verranno a chiedere l’autonomia rafforzata, si realizzerà un cambiamento strutturale della forma dello Stato, superando un regionalismo confuso ed inefficiente, per realizzare uno Stato federale.
Anche su questo aspetto, però, si registrano posizioni confuse e piuttosto assurde, basate su una sorta di sovranismo aprioristico. La Germania è uno Stato federale, e non per questo i cittadini tedeschi ed i loro dirigenti politici non hanno un fortissimo senso della Patria e dell'interesse nazionale. Lo stesso può dirsi degli USA. Il patriottismo ed il senso dell'interesse nazionale superiore non dipende dagli assetti di governance, ma da fattori storici e culturali sedimentati in un popolo. L'Italia è stata, per quasi tutta la sua storia unitaria, e certamente per più di un secolo dall'unità fino alla attuazione del regionalismo negli anni Settanta, uno Stato fortemente centralista, e ciò non ha condotto ad una parallela crescita del sentimento nazionale degli italiani, che restano un popolo piuttosto esterofilo e non di rado innervato da sentimenti autorazzisti, o comunque di un ingiustificato disprezzo per sé stesso.
Il problema della crescita del sentimento nazionale non passa per le maggiori o minori autonomie regionali o locali, così come lo sviluppo del Mezzogiorno passa solo parzialmente dai trasferimenti di uno Stato centralizzato onnisciente, perché altrimenti, con il flusso di trasferimenti pervenuti dal Centro dall'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno ad oggi, il Sud Italia sarebbe la California. Se una maggiore programmazione centrale delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno è auspicabile, anche una maggiore responsabilizzazione delle sue classi dirigenti locali, di fronte alle popolazioni, è fondamentale, perché sino ad oggi esse hanno potuto beneficiare di una condizione perversa di notabilato: spendere, per meccanismi di consenso, soldi di cui non erano, se non marginalmente, responsabili per la rendicontazione, in quanto provenienti da Bruxelles e da Roma.

Senza voler toccare il nervo delicato dei difetti storici del processo di unificazione nazionale, e delle grandi diversità interne al nostro Paese, che sono valori da preservare e non da distruggere, evidentemente né lo Stato centralista, così caro alle nostre élite liberiste (non ultimo Mario Monti) né lo Stato regionalista, sprofondato nel caos e nella lite fra livelli istituzionali, hanno fornito prestazioni convincenti.


lunedì 11 febbraio 2019

Abruzzo e oltre




L’analisi del voto in Abruzzo è abbastanza semplice e, insieme, molto importante, perché costituisce un rilevante passo in avanti verso il futuro del panorama politico. Per quanto non bisognerebbe mai paragonare elezioni politiche nazionali e regionali, perché mosse da leve e moventi diversi, non vi è dubbio che tale voto abbia risentito dell’andamento nazionale del governo attuale, e quindi in parte sia sovrapponibile con il voto politico del marzo scorso.
Il grosso dell’esplosione elettorale della Lega, almeno il 90-91%, proviene dall’elettorato di Forza Italia. La Lega guadagna infatti 60mila voti sulle politiche del 2018 e 165mila sulle regionali del 2014, mentre FI perde, in tali occasioni, rispettivamente, 55,6mila voti e 58mila voti. In particolare, la differenza fra i 165mila voti in più della Lega fra le due regionali e i 58mila voti in meno di FI ai due medesimi appuntamenti, ovvero 107mila voti, spiega in parte la crescita dei Fratelli d’Italia (+58 mila voti), il secondo beneficiario dopo la Lega del declino del partito di Berlusconi, ed in parte l’incremento di astensionismo fra le due tornate di elezioni regionali.
L’altro 9-10% di voto raccolto dalla Lega in più rispetto a marzo 2018 non può che provenire dal M5S. fra politiche e regionali, i pentastellati perdono una enormità di voti, quasi 185 mila. Di questi, circa 90-100 mila vanno a finire nella maggiore astensione, ed i restanti 85-95 mila, per una piccola quota (5mila all’incirca) vanno alla Lega, che così compone la sua crescita di 60mila voti con 55mila unità in arrivo da FI e 5mila dal M5S.
Ma gli altri voti persi dal M5S, al netto di qualcosa che potrebbe aver favorito il candidato di Cp, ma si tratta di frattaglie, vanno molto probabilmente a finire nel centrosinistra. Infatti, nel centrosinistra, il Pd perde, sempre rispetto alle politiche di marzo, 38mila voti, e LeU ne perde altri 3,7 mila. Ma il centrosinistra, come coalizione nel suo insieme, guadagna 50mila voti in più rispetto alle politiche. In termini algebrici, quindi, le liste civiche del centrosinistra hanno assorbito le perdite del Pd e di LeU, ovvero 42mila voti circa, e ne hanno aggiunti altri 50mila. In pratica, hanno preso 92mila voti all’incirca.
Guarda caso, questi 92mila voti in più sono molto prossimi ai 90mila voti in meno del M5S che non sono andati all’astensionismo ed alla Lega.
Che lezione trarne?
a)       Quello che sta succedendo non è che Salvini sta “cannibalizzando” il voto pentastellato. E’ una lettura semplicistica ed errata. Ciò che sta succedendo, in realtà, è che i 5 Stelle, incapaci di fare fronte alle contraddizioni che si sono aperte fra le basi programmatiche ed ideologiche del MoVimento nella sua fase di opposizione ed i necessari compromessi di governo, stanno implodendo da soli, e la parte più sinistrorsa di questa deriva si fa riassorbire dentro l’alveo del centrosinistra, attratta da movimenti e liste civiche percepiti ancora come “lontani” dalla politica e dai partiti tradizionali e presuntamente “vicini” ai territori. In questo senso, i danni enormi che si stanno aprendo dentro il MoVimento dipendono molto più dalle sirene sinistre di Fico e dei suoi disgraziati seguaci che dalla compartecipazione di governo con Salvini;
b)      E’ possibile che i centrosinistrati, nel tentativo di recuperare voto grillino, si affideranno, anche in chiave nazionale, a movimenti civici non targati da partiti tradizionali. Questo significa che per il Pd suona la campana, mentre movimenti trasversali come quello di Calenda, o come un ipotetico macronismo renziano, potrebbero insorgere per ruscolare voti in fuga dal M5S anche alle politiche;
c)       Il guadagno di quote di voto operaio e di ceto medio che Salvini rivendica di aver conquistato, e che sembra esserci stato, seppur in piccole dosi, se si analizzano i risultati elettorali di Comuni a maggiore tradizione industriale come Avezzano o Sulmona, proviene essenzialmente da quei 5mila elettori 5 Stelle in fuga verso la Lega. Comunque sia, la base politico-elettorale della Lega si sta sempre più allargando a settori sociali diversi dalla piccola borghesia e dal sottoproletariato urbano. La Lega ha le potenzialità per divenire un vero e proprio Fronte Ampio della società italiana, e su questo Salvini dovrà essere molto attento e sensibile: il suo messaggio programmatico dovrà abbracciare anche i segmenti di mondo del lavoro impoverito, e persino di lavoro pubblico, che entrano nella Lega, sapendo offrire loro un compromesso alto fra mercato e protezione, fra ragioni del piccolo e medio capitale e ragioni del lavoro salariato. Sinora, dentro il Governo, le ragioni del secondo vengono avanzate maggiormente dai pentastellati, ma adesso che elettori del 5 Stelle transumano verso la Lega, Salvini dovrà farsene carico. Una destra è popolare proprio perché si sforza di offrire un compromesso utile per tutti i segmenti sociali del popolo, e fornire così una soluzione di riunificazione di un Paese diviso ed inquieto;
d)      Il voto dei sinistri, invece, non si muove: circola dentro le varie coalizioncine, sempre più perdenti, che mettono in piedi, perché sono costituiti perlopiù dai privilegiati che temono l’avanzata populista sui loro vantaggi, e da utili idioti che vivono nel sogno di un mondo che non esiste più, e si muovono alla musica di questo mondo morto (ad esempio, ai richiami su un presunto ed assurdo fascismo di ritorno). Sembra che il circolo interno vada dal Pd, oramai alla frutta, verso nuove aggregazioni civiche trasversali, ma la sostanza della base e degli interessi sociali che questi rappresentano non cambia, se si passa da Renzi o Martina a Calenda.

sabato 9 febbraio 2019

I limiti del bismarckismo ed i pericoli per l'Europa


La Germania è entrata in recessione: l'indice di produzione del manifatturiero, su base congiunturale, è caduto a 92, da 113 di novembre, tornando sui livelli del 2011. L'indice degli ordinativi è caduto di 10 punti in un mese, ed è un indice con valore previsionale, nel senso che se cadono gli ordini è da aspettarsi un ulteriore calo della produzione nei mesi successivi.
La Germania, ovviamente, costituisce solo la punta di un iceberg, nel senso che l’intera economia globale sta entrando in una fase di forte rallentamento, ed i motivi sono molteplici, non dipendenti dalla volontà tedesca: ritorno di forme di protezionismo, rallentamento macroeconomico cinese, alle prese con le contraddizioni del suo processo di crescita, entrata in crisi di alcune economie emergenti, l’effetto della Brexit sulla fiducia degli investitori, ecc.
Non vi è però dubbio che l’Europa si trova in una condizione di particolare fragilità, all’ingresso in questa nuova fase di rallentamento macroeconomico, perché anni di austerità selvaggia hanno minato la tenuta dei mercati interni, hanno ridotto al minimo la capacità di intervento degli Stati nell’economia con funzione anticiclica, hanno fatto crescere, anziché diminuire, i debiti sovrani, hanno peggiorato la qualità dei sistemi scolastici, formativi e delle reti pubbliche di R&S ed innovazione tecnologica.
La crisi colpisce, quindi, un’Europa già strutturalmente malata, come una polmonite che infetta un malato già debilitato da un’altra malattia cronica. Questa situazione di particolare debolezza è, a tutti gli effetti, colpa della Germania. Come più volte detto, in un’area valutaria comune di tipo asimmetrico, in cui, cioè, le performance economiche e di finanza pubblica dei diversi Stati aderenti sono differenziate, la tenuta di tale area dipende dalla capacità dei membri “deboli” di fare politiche di allineamento dei parametri macroeconomici, inflazionistici e di finanza pubblica rispetto al Paese leader. Si tratta, cioè, di un gioco di tipo “follow the leader”, ed è chiaro che, se in tutti questi anni la Germania ha condotto politiche economiche interne di tipo deflazionistico, gli altri Stati membri, con finanze pubbliche più fragili, sono stati costretti a strangolare le loro economie con un’austerità raddoppiata. Di fatto, l’ordoliberismo tedesco ha innescato una spirale senza fine di austerità e liberismo, che ha indebolito l’intero continente, incrementando gli effetti deleteri dei cicli discendenti dell’economia globale, come quello in cui siamo entrati.
Il vero problema è politico, prima ancora che economico (alla faccia di quelli che considerano morta la politica). La Germania, da un lato, non ha voluto intaccare, nemmeno in minima parte, il suo modello produttivo basato su un basso costo dei fattori rispetto alla loro produttività, una inflazione marcata a uomo, investimenti esclusivamente mirati alla competitività dal lato dell’offerta, ed un modello basato sulla Hausbank che, per le evidenti e crescenti difficoltà finanziarie del sistema creditizio tedesco a tutti i livelli (dalla Db alle Sparkassen di proprietà dei Lander) è divenuto insostenibile. Tale modello produttivo indebolisce il mercato interno e si basa in modo essenziale su quello estero. L’enorme avanzo di bilancia commerciale registrato dalla Germania in questi anni, ed il sistematico rifiuto tedesco di abbassarlo, nonostante i criteri del MIP (macroeconomic imbalance procedure), approvati dai tedeschi stessi, sono la conseguenza naturale di questa scelta, una scelta politica, avallata anche dai socialdemocratici, peraltro.
D’altro lato, la Germania (in questo aiutata dalla Francia, che ha condotto la politica del cane che lecca la mano al padrone per avere una focaccia) ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento in una governance realmente europea della crisi economica, ricacciando qualsiasi progetto comune, dal redemption fund agli eurobond, di mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, al fine di evitare religiosamente qualsiasi forma di condivisione del rischio che sarebbe stata, di fatto, necessaria per costruire la gamba mancante dell’Europa, ovvero una politica di bilancio comune. Pur di non rischiare nemmeno in futuro di cadere in qualche forma di condivisione del rischio, i tedeschi hanno consentito al loro ex Ministro delle Finanze in uscita, il tetro Shaeuble, di diffondere un “non paper” nel quale si proponeva addirittura un rating dei debiti sovrani dei singoli Stati membri, che avrebbe prodotto, se attuato, una crisi finanziaria mondiale, di tipo terminale.
Adesso che i nodi arrivano al pettine, e la combinazione fra ordoliberismo ostinato e rifiuto della condivisione del rischio sta trascinando l’intera area euro in un rallentamento che ha il sapore di una recessione, i tedeschi sfuggono di nuovo alle loro responsabilità di leadership: firmano con la Francia, ad Aquisgrana, un trattato che di fatto esautora le istituzioni della Ue, creando un asse privilegiato Berlino-Parigi che esclude il resto dell’Europa dalle decisioni importanti, e, con una disinvoltura impressionante, spedisce il suo Ministro dell’Interno, Altmaier, ad esplorare i territori a lungo abbandonati e tornati vergine delle partecipazioni statali, della politica industriale programmata e del capitalismo di stato. Con impressionante disinvoltura, Altmaier, alfiere dell’ordoliberismo ortodosso, oggi afferma che “i mercati, da soli, non possono risolvere tutti i problemi e non possono dare agli investimenti la direzione ideale verso i settori e le tecnologie emergenti, che però ad oggi non hanno ancora mercati di riferimento”. E, come al solito, propone un asse privilegiato con la Francia per sviluppare progetti industriali comuni, soprattutto nelle nuove tecnologie di Industria 4.0, tramite investimenti pubblici e/o privati, ma incanalati da forme di programmazione pubblica. E chiede a gran voce che l’Antitrust europea si incarichi di bloccare progetti di merger and acquisition di imprese tedesche da parte di investitori stranieri.
Una piccola postilla: quando pubblicai questo articolo http://www.linterferenza.info/contributi/la-battaglia-anti-euro-ancora-possibileauspicabile/ venni insultato e aggredito da una masnada di anti-euro fanatici. Ma in realtà questo articolo, posso dirlo, anticipava il piano Altmaier. Era basato su una semplice constatazione: non potendo sostenere i costi economici e sociali di una uscita dall’euro, era molto meglio ripristinare la capacità di fare politiche industriali nazionali, a guida pubblica, andando a colpire gli articoli del Trattato che impediscono tale facoltà, in nome di un approccio da economia sociale di mercato. E’ interessante vedere che chi ieri mi criticava perché proponevo il ritorno a politiche industriali nazionali, oggi si complimenta con il ministro tedesco. Mi conferma nella certezza che la stupidità e la malafede sono qualità dominanti negli esseri umani.
Fatto questo breve inciso, e tornando al discorso principale, sostanzialmente, il giochino è chiaro: dopo aver rovinato l’Europa per difendere la Vaterland e per evitare qualsiasi interferenza esterna, di fronte ai danni che questa politica ha creato, persino alla stessa economia domestica tedesca, i germanici scaricano ciò che resta dell’Europa, per rinchiudersi, difensivamente, nelle mura del loro Stato, mettendo il gendarme francese a custodire il “limes”.
Non c’è niente di nuovo. Culturalmente, la Germania, pur avendo da sempre avuto gli strumenti economici ed industriali, oltre che di forte senso patriottico, per esercitare un ruolo imperiale, ha sempre interpretato la funzione imperiale con l’ottica di Bismarck: rifiutando l’idea stessa di impero, che necessariamente comporta una fusione fra gli assetti sociali, culturali ed economici dei vincitori e dei vinti (tanto che, ad esempio, nell’impero romano, i veri vincitori, culturalmente, erano i greci) la logica bismarckiana del Deutschland Uber Alles vede nei partner soltanto delle aree di sfruttamento e scaricamento delle tensioni sociali ed economiche interne, una sorta di lebensraum economico a servizio del popolo eletto, che non può essere minimamente scalfito nei suoi interessi, figli di un Destino Superiore. La stessa adesione tedesca alla Ue è stata da sempre minata dalla dottrina Ehrard, che, pur di perseguire gli interessi nazionali tedeschi, privilegiava il rapporto autonomo con gli USA piuttosto che con gli altri Paesi europei. I tedeschi sono fatti così, non è possibile cambiarli, e purtroppo, alla lunga, diventa dannoso conviverci, senza far valere con forza i propri interessi, anche andando allo scontro.