venerdì 10 aprile 2020

IL BREVE TEMPO PRIMA DELLA FINE



QUATTRO SOLDI CHE NON BASTANO ALLA RIPRESA. Il punto di discussione fondamentale su quanto avvenuto nell'Eurogruppo non è negli strumenti (condizionalità, bond europei) quanto, piuttosto, nella pochezza delle risorse che saranno messe a disposizione dell'Italia, perché nell’immediato, ovvero nell’emergenza di arginare la recessione e contenere le perdite produttive ed occupazionali, parliamo, al massimo, di un pacchetto di soldi che, al netto di quanto l'Italia dovrà immobilizzare come garanzie per accedere ai vari fondi, vale 35,6 miliardi di Mes (condizionato all’utilizzo per spese sanitarie, di prevenzione e cura, che però libererà alcune risorse nazionali attribuite al Ssn per girarle all’economia) + circa 12 miliardi di prestiti Bei + 850 milioni di fondi SIE da non rimborsare + qualche centinaio di milioni di fondi Sure. In totale, circa 50 miliardi, forse 60, il 3-4% del Pil. Niente, assolutamente niente rispetto alla gravità della crisi incombente. Tutto il resto, le cifre pazzesche sparate a livello giornalistico (200 miliardi di prestiti Bei, 100 miliardi di Sure, un pacchetto complessivo da 750 miliardi di euro) sono cifre buttate lì, si basano sui moltiplicatori che, presuntivamente, le risorse appostate come garanzia dagli Stati membri su ogni strumento dovrebbero attivare, mobilitando soldi del settore privato. Moltiplicatori evidentemente sballati e sovrastimati, in una fase di pesantissima crisi economica, dove i privati avranno paura ad investire e manifesteranno preferenza per la liquidità, anche a fronte di ingenti garanzie pubbliche interstatali. Sono favole della comunicazione, non veri soldi disponibili.
E oltretutto questi pochi soldi sono tutti prestiti, che vanno restituiti,anche se a tasso agevolato e scadenze flessibili rispetto a quanto il mercato dei titoli di Stato offrirebbe. Poi forse ci sarà anche un Fondo di solidarietà, non si sa se finanziato con coronabond o altri strumenti necessariamente di mercato, stanti le ristrettezze del bilancio europeo (anche qui il dibattito è perlopiù ideologico), ma i tempi di attivazione saranno lunghi, legati a quel "piano di ricostruzione europea" che, con i vincoli del bilancio 2021-2027 resi più stretti dalla Brexit, appare più che altro chimerico e di piccolo cabotaggio, e comunque avente una tempistica di medio periodo inadeguata a fronteggiare l'impatto immediato e profondo della crisi.

UNA MERA TRANSIZIONE VERSO IL DEFAULT SOVRANO. Ci ridurremo a strisciare sulle ginocchia. E probabilmente il programma Pepp della Bce impedirà il default solo nel brevissimo periodo, perché, anche se contribuirà a moderare la curva dei rendimenti del debito pubblico, come tutti sanno, la condizione di sostenibilità, al netto di politiche di aumento dell'avanzo primario (austerity) che al momento non è possibile fare, è che il tasso di crescita dell'economia eguagli, se non superi, il tasso di rendimento dei titoli pubblici. Poiché nei prossimi due o tre anni il tasso di crescita sarà fortemente negativo, o al massimo stagnante, occorrerebbe avere rendimenti negativi o nulli sui titoli del debito pubblico, una condizione che solo una massiccia monetizzazione del debito potrebbe consentire, e che è fuori dallo Statuto della Bce e da qualsiasi ipotesi politica sul tavolo al momento. E' questo che, in modo molto goffo mediaticamente, la Lagarde ha cercato di spiegare con il suo intervento ad inizio crisi: la politica monetaria, limitata alle opzioni statutarie della Bce, non può sconfiggere lo spread. Semplicemente la politica monetaria non basta, senza politiche fiscali espansive molto massicce, che non si sostanzi nei quattro citti che la Ue pensa di mettere a disposizione. Il Pepp della Bce e i quattro soldi che la Ue mette a disposizione per il contrasto alla crisi servono solo per ritardare i tempi del big bang, non ad evitarlo. Quindi credo che, a mero di eventi congiunturali miracolosi, nel giro di 1 o 2 anni, l'Italia andrà in default. E che questi 1-2 anni di transizione verso il fallimento servano agli investitori esteri a recuperare quanto possibile dei loro investimenti nel Belpaese, isolandolo per quanto possibile dai circuiti finanziari globali, al fine di minimizzare l'impatto internazionale del fallimento del debito sovrano italiano (questo spiega il consiglio della Kommerzbank ai suoi clienti, di smobilitare gli investimenti sull'Italia nei prossimi mesi). Questa transizione fa anche comodo al ceto politico italiano attuale, che pensa di lasciare le conseguenze del default in mano a chi verrà dopo.

NESSUNA ALTERNATIVA. Anticipo anche chi, legittimamente, dirà “ma di fronte a questo scenario, allora tanto vale uscire dall’euro”. Purtroppo, non si fanno operazioni di sganciamento da una disciplina monetaria e valutaria comune quando si è in condizioni di pre-default. L’esperienza argentina dello sganciamento dalla ley de convertibilidad nel momento peggiore dell’economia nazionale lo dimostra. L’aumento del debito pubblico oltre la soglia del 150% del Pil è un effetto automatico, inevitabile, legato al crollo del gettito fiscale ed all’aumento degli stabilizzatori automatici. In queste condizioni, se shiftassimo verso una valuta sovrana, quale investitore internazionale sarebbe disposto ad investire in bond denominati in una moneta di uno Stato in fallimento? Voi lo fareste? Quindi nessuno sosterrebbe gli aumenti nelle emissioni di titoli pubblici in lire, necessari per coprire l’effetto della crisi. Uscire dalla lira in queste condizioni presupporrebbe di dover fare interventi di austerità selvaggi, di misura mai sperimentata prima, nel periodo peggiore, ovvero in piena recessione, per dimostrare ai mercati che c’è la volontà di rispettare gli impegni, nonostante l’uscita dall’area euro. E’ bene ricordare, inoltre, che, a differenza del debito pubblico giapponese, in larga misura detenuto da soggetti interni, il nostro debito pubblico è per circa un terzo del suo ammontare attestato su creditori esteri. Monetizzare completamente il debito pubblico ci ridurrebbe a scenari da Weimar o Zimbabwe, con iperinflazione e moneta totalmente svalutata, con il ritorno al baratto o al mercato nero delle “valute pregiate”.
Forse l’emissione di una valuta interna meramente limitata agli scambi commerciali domestici, sia essa sotto forma di moneta fiscale (i CCF) o altra, unitamente ad una sorta di “mobilizzazione” patriottica del risparmio nazionale, per convogliarlo verso il sostegno al debito sovrano, potrebbero attenuare gli effetti del disastro, rendere più facile la ripartenza successiva, ma non credo che da soli potrebbero evitare il crollo.

E ALLORA? E allora niente. Con i provvedimenti europei attuati o in discussione, stiamo comprando tempo per postergare il più possibile l’inevitabile resa dei conti, e per consentire agli altri Stati europei di costruire un minimo di cordone sanitario per ridurre gli impatti del crack italiano, quando esso avverrà. Ma non credo che l’area euro senza l’Italia (e, non molto tempo dopo, possiamo starne sicuri, senza la Spagna, il Portogallo, la Grecia, con qualche tempo in più anche senza la Francia) possa sopravvivere, cordoni sanitari o meno. Vengono meno mercati di sbocco, per quanto si cercherà di recuperare risorse verranno meno investimenti importanti fatti dalla Germania e dalla Francia, sia di tipo finanziario che industriale, inevitabilmente il sistema dei pagamenti europeo sarà colpito duramente, perché i circuiti bancari sono intercorrelati e perché, una volta uscita dall’euro per default, l’Italia si troverebbe con un saldo passivo rispetto alla Germania nel sistema di pagamento Target 2. Un saldo che, una volta usciti dall’euro, diverrebbe, da mero ed innocuo saldo contabile quale è oggi, un debito che la Banca d’Italia avrebbe nei confronti della Bundesbank e delle altre banche centrali dell’euro (e parliamo di una bomba di circa 380 miliardi), vengono meno i contributi netti dell’Italia al bilancio Ue, cioè al sostenimento del pesantissimo apparato europeo (con il risultato che gli altri paesi dovranno immediatamente sborsare i circa 2-3 miliardi di contributo netto annuo che versa l’Italia). Ed ovviamente ci saranno anche contraccolpi politici: una Italia fuori dall’euro sarebbe meno incentivata a svolgere il ruolo di “campo profughi” per l’assorbimento di migranti dal Nord Africa e rafforzerebbe enormemente le posizioni dei partiti sovranisti in tutti i Paesi ancora aderenti all’euro.

COSA VUOL FARE LA GERMANIA DA GRANDE? Germania, Olanda, Austria, i Paesi baltici, tutto questo lo sanno bene, ed allora la domanda da farsi è la seguente: si preparano a contenere, per quanto possibile, i danni della fine dell’area euro, con un mero ponticello di transizione verso una serie di default, primo di tutti quello italiano, oppure vorranno salvare la costruzione dell’euro (e sé stessi) rilanciando sul piatto delle politiche di sostegno alle economie dei Paesi membri più fragili, magari in un secondo momento, non troppo lontano, diciamo entro i prossimi 5-6 mesi? La differenza passa tra un calcolo meramente elettoralistico, che stanno facendo la Merkel e Schaeuble, dopo aver drogato il loro consenso interno con la retorica degli italiani spendaccioni e inaffidabili, che condurrà la Germania a perdere il proprio ruolo dominante ed a subire, essa stessa, danni economici pesanti, seppur dilazionati, e un calcolo imperiale, che consenta alla Germania di mantenere il suo ruolo di comando, imprescindibilmente legato alla difesa dell’area euro e dei suoi Stati membri. L’egemonia si esercita con la guerra, e quella economica la Germania l’ha vinta, e con la generosità nei confronti dei sottoposti, come gli USA che a fine guerra vararono un piano Marshall anche a favore dei Paesi sconfitti, generosità che la Germania deve ancora acquisire. E la può acquisire solo consentendo alla Bce di attivare il bazooka vero, ovvero un piano di acquisto incondizionato sul mercato primario dei titoli del debito pubblico dei Paesi più fragili, Italia in primis, usando una moneta di una entità istituzionale che non può fallire, perché legata ad economie solide finanziariamente. Le tante esternazioni di questi giorni, dallo Spiegel all’ex cancelliere Schroeder, passando dalla presa di posizione dei Verdi, partito che comunque rappresenta il 15% dell’elettorato tedesco, mostrano che una parte rilevante della società tedesca vuole rispondere alle sfide dei sovranismi con l’affermazione del ruolo imperiale della Germania, che implica la necessaria generosità. Chi vivrà vedrà.

lunedì 30 marzo 2020

Heimat, ecologismo tedesco e regressione della storia



Rifkin annuncia che la globalizzazione è stata terminata dal coronavirus, distrutta dalla necessità di creare distanze e chiudere frontiere. Ed è interessante l'utopia che predica per il post-globalismo, ovvero quella delle bioregioni, un derivato delle sue concezioni sui sistemi territoriali energeticamente autonomi ed in rete, danti luogo a forme di potere “laterali” e on più gerarchiche, presentate nel libro Terza Rivoluzione Industriale” del 2011, perché rappresenta quella dei verdi tedeschi, il modello dell’Heimat (parola tedesca che può vagamente tradursi come Patria, nel senso affettivo del senso di radicamento su un territorio): un mondo senza Stati nazionali, organizzato in macro-regioni ecologiche, trasversali agli attuali Stati su confini naturali ed etno-culturali, in rete tra loro in una forma confederale molto lasca, in cui lo sviluppo economico e sociale vengono regolati tramite meccanismi di pianificazione partecipata (i principi del Parecon) in forme di democrazia diretta ed assembleare. I servizi e le politiche indivisibili (come la difesa, la moneta, la politica estera, la gestione delle catastrofi o delle epidemie, come ahimé vediamo in questi giorni) verrebbero garantite dalla “rete”, ovvero dall’aggregazione, sempre in forma libera e democratica, di diverse Heimat coinvolte.
La visione del modello dell’Heimat è intrisa di idealismo e romanticismo. Affonda le radici nella filosofia e nel romanticismo da Sturm und Drang tedesco del XIX secolo. Ha valenze diverse, che rinviano ad una idea di “terra madre” di provenienza e che era la base del rabbioso rimpianto della terra abbandonata dalle tribù germaniche migranti verso il Sud dell’Europa. E’ un concetto politico, in quanto rappresenta una delle due basi, antagoniste l’una con l’altra, del nazionalismo tedesco (l’altra è il concetto di Vaterland, caro al nazismo, che richiama ad una unità pangermanica, piuttosto che ad un regionalismo etnico) filosofico, letterario e, per l’appunto, ambientalista.
Secondo Peter Blickle, Heimat è una “concezione spaziale dell’identità”. Radica così forte il concetto di identità che il suo contrario è “entfremdung”, ovvero alienazione. L’alienato è colui che non può riferire la sua identità ad una terra, è quindi uno “sradicato” nel senso letterale del termine. Questo legame costituente con la terra diventa legame con la natura. l’idea di heimat è anche dietro la costituzione delle prima Comunità montane tedesche a fine ottocento, intese non come enti amministrativi di gestione, quanto come aree naturali protette di tipo montano. L’Heimat diventa una forma tutta tedesca di rifiuto della modernità con il suo carico di sradicamento ed alienazione, l’urbanizzazione forzata, il lavoro industriale che distrugge le relazioni umane genuine e deturpa l’ambiente in cui ci si culla, una sorta di Patria idealizzata, del pensiero e del sentimento, fatta di relazioni umane genuine, armonia con l’ambiente, pace ed accoglienza, da contrapporre ai vizi ed ai pericoli del progresso.
Questa forma di campanilismo germanico ha, nella sua forma deteriore, dato vita anche alle peggiori manifestazioni sociali: una piccola borghesia di paese e piccola città di provincia stolida, ignorante, passiva e culturalmente intorpidita, rapidamente acquisita dal nazismo come base del suo consenso ed una nobiltà terriera di Junckers politicamente reazionaria. Questa idea romantica di “spazio dell’identità” si è, alla lunga, dimostrata incapace di resistere alla sfida della modernità: laddove è necessario gestire reti relazionali lunghe e complesse, laddove i problemi geopolitici diventano troppo ampi e globali, laddove l’evoluzione stessa delle piattaforme tecnologiche, richiedono livelli di integrazione multiregionali, l’Heimat va in crisi. La Vaterland nazista, che di fatto mette a sistema idee pangermaniste esistenti sin dai tempi di Bismarck, distrugge il concetto di Heimat in nome di una idea di potenza etnica di un popolo presunto superiore, rafforzando lo Stato centrale ma, e questo è significativo, recupera il concetto di Heimat nel suo armamentario ideologico razzista. Gli ebrei diventano, così, quelli che non hanno un heimat. Ed in fondo, questa idea ha attraversato la storia tedesca, ed ancora oggi ne modella le sue forme istituzionali, dal federalismo al municipalismo.
Il contenuto reazionario del concetto di Heimat è talmente forte che se ne è appropriata dal Nouvelle Droite di de Benoist, così come il federalismo con tratti destrorsi di Miglio, Acquaviva e della Lega e ha assunto tratti escludenti, aggressivi ed etnocentrici nel senso deteriore del termine. I Grunen tedeschi cercano di recuperare la fascinazione della “piccola Patria” parlando di reintrodurre “l’incanto in un mondo senza più incanto”, sempre secondo Blickle. Questo modello di “bioregioni”, cui allude anche Rifkin, è quindi una forma, appena appena idealizzata, di un mondo regressivo, selvaggio, economicamente decrescista, escludente, incapace di gestire le grandi sfide, che in fondo rifiuta in nome del ritorno ad una forma di vita bucolica, nascondendo le differenze di classe dietro una illusione partecipativa ed orizzontalista, che di fatto, in un mondo complesso, non può che perpetuare élites dotate del necessario sapere tecnico ed amministrativo, così come nelle antiche tribù germaniche e slave la conoscenza dell’arte della guerra e della religione perpetuavano élites di nobili guerrieri e di sciamani.
Non è, quindi, difficile capire come mai i Verdi siano così graditi alle vecchie sinistre riformiste vendutesi ai poteri finanziari. Con la loro visione di una “piccola Patria” distruggono le Patrie reali, ovvero gli Stati, e poi, una volta raggiunto lo scopo, come tutti gli utopisti, potranno essere facilmente liquidati dalla semplice constatazione che, se anche lo Stato ha difficoltà a gestire le complessità del presente, la dimensione macroregionale, a maggior ragione, non può farcela.Sarà i lcaso di impedire a questi predicatori del nulla di interpretare quella che verrà dopo la globalizzazione.

lunedì 16 marzo 2020

Qualche riflessione di prospettiva post-virus

 
 
Il decreto "Cura Italia" è, stante la distruzione economica prodotta dalle misure di contenimento sanitario del virus, una gocciolina d'acqua in un mare. Servirebbero misure strutturali e molto potenti per far ripartire il motore dell'economia, un sostegno mirato ai redditi, iniziando da quelli più bassi a più alta propensione marginale al consumo, per riattivare i consumi, giganteschi programmi pluriennali di investimenti pubblici, attuati da agenzie pubbliche sganciate dal rispetto delle regole degli appalti, scalati su priorità precise di rendimento sociale (in termini di attivazione occupazionale di cantiere nell'immediato, ma anche di sostegno alla produttività totale dei fattori nel medio periodo) concentrando gli sforzi su quelle opere (circa 100 miliardi) che hanno già uno stanziamento di bilancio ma non sono mai partite e su una riprogrammazione complessiva delle risorse residue del Fsc e del cofinanziamento nazionale dei Fondi SIE 2014-2020, su una riconcentrazione della programmazione nazionale della ricerca e dell'innovazione su poche piattaforme tecnologiche fattibili e realistiche rispetto alle nostre vocazioni industriali, un gigantesco utilizzo delle risorse della Cdp su prestiti assistiti da garanzie pubbliche a favore delle PMI che rischiano la chiusura, suddiviso in due sezioni (sostegno alla liquidità e sostegno agli investimenti). 
 
Niente di questo si ritrova nel piano del governo, che somiglia al classico contentino per salvaguardare il consenso delle varie categorie con tante micro-concessioni di scarso impatto specifico e disperse in mille rivoli. Dice il nostro premier che il vero piano di rilancio arriverà dopo, forse ad aprile-maggio, per essere concertato con le risorse promesse dalla Commissione Europea. E qui, come si dice, casca il lepre. La nostra classe dirigente sta fingendo che l'Unione europea esista ancora. 
 
Ed invece, questa costruzione ha preso fuoco sulle spiagge del Peloponneso durante la gestione infame della crisi greca del 2014, dove c'è la stata la prova provata dell'incapacità delle élite europeiste di costruire una solidarietà europea reale, e la resa dell'idea europeista agli interessi nazionali dei circuiti creditizi e finanziari tedeschi, francesi e britannici, con la stolta e controproducente complicità del nostro governo. Poi la gestione di Draghi della Bce ha messo una pezza a colori a questo strappo esiziale, inondando di denaro a costo zero (anzi, negativo) un circuito che non funzionava più per una divaricazione storica non colmabile. 
 
La Brexit prima, e il coronavirus poi, hanno lacerato la pezza a colori che Draghi aveva faticosamente messo sopra l'abisso. La prima ha, di fatto, mandato in tilt i negoziati sul bilancio europeo 2021-2027, per incapacità degli Stati membri di accordarsi sui sacrifici da fare per coprire i mancati introiti netti provenienti dalla Gran Bretagna. 
 
Il secondo ha portato la Germania a rinunciare ad ogni residua velleità di esercitare le responsabilità connesse al suo ruolo naturale di potenza regionale. L'incapacità, oserei dire psicologica, una tara della psiche di massa tedesca, di condividere i rischi, qualunque essi siano, questo ottuso vacuum culturale di stampo calvinista che ha impedito a questo Paese di svolgere il ruolo che la sua potenza economica e tecnica, oltre che il suo posizionamento geopolitico, gli avrebbero consentito, ha fatto sì che, in pochi giorni, una Cancelliera terrorizzata dalle spinte isolazionistiche provenienti dai suoi alleati bavaresi della Csu (una specie di Lega tedesca) e dalla crescente destra nazionalista di Afd, abbia cancellato, nell'ordine, il Six Pack (con il maxi piano di prestiti da 550 miliardi preso senza alcun negoziato con la Commissione) ed i Trattati di Dublino e Schengen (sigillando, ancora una volta a capa sua, frontiere interne ed esterne). 
 
D'altro canto, una Bce caduta di nuovo in mani francesi, con una sciocca ed incompetente cortigiana passata più da esclusivi boudoirs che da esperienze professionali di spessore ha, di fatto, nella percezione dei mercati, al di là delle imbarazzanti veline di stampa di rettifica, cancellato la gestione Draghi e bloccato l’unica misura ragionevole per una devastazione economica di così grande portata: trasformare la Bce in prestatore di ultima istanza che assorbe le quote delle aste di titoli pubblici invendute, sostenendo i rendimenti e cancellando strutturalmente gli spread. Si tratta, anche in questo caso, di una posizione ideologica, legata al liberismo macroniano, ma che di fatto rende impotente la politica moentaria, chiusa in una trappola della liquidità, quindi incapace di riattivare l’economia tramite un tasso di interesse oramai negativo. 
 
Oramai tutto questo apparato tecnico-amministrativo e monetario, che è la Ue, è un cadavere che cammina. Ma qui si annida il più grande pericolo per un Paese come il nostro: la nostra classe dirigente, ha legato le sue sorti e la sua ragion d’essere ad un europeismo fanatico, più realista del re. Lo ha fatto anche per motivi di buona fede, per così dire, nella convinzione che un Paese individualista e senza regole potesse migliorare con una governance slegata dai tradizionali meccanismi consociativi e clientelari della Prima Repubblica. Ma di fatto adesso non può smentire tale articolo di fede, senza delegittimarsi. E quindi perdere il potere ed i privilegi di cui ancora gode. Conte, e forse Draghi dopo di lui sono, di fatto, le ultime bandierine cui si aggrappa questa classe dirigente screditata e senza coraggio, oramai non più in grado di avere la credibilità per proporsi al Paese. 
 
Questa classe dirigente difenderà il posizionamento europeista del Paese a tutti i costi, negando anche l’evidenza e sarà disponibile a portare il Paese ad un inevitabile default, pur di non sganciarsi da regole europee alle quali sarà l’ultima a rimanere fedele. Perché è del tutto ovvio che andiamo verso un default: una economia senza prospettive strutturali di crescita, già stagnante prima del coronavirus, ha oramai i suoi motori completamente spenti, posizionamenti nelle filiere industriali globali compromessi dal lungo stopo cui il governo l’ha sottoposta, a differenza di altri Paesi europei che stanno proteggendo maggiormente l’economia, ed un Paese vecchio, stanco e diviso in tifoserie, che non ha mai veramente concluso la guerra civile fra fascisti ed antifascisti di 75 anni fa. 
 
La recessione da coronavirus, associata a livelli altisismi di debito pubblico, produrrà una isteresi del debito, endogeno al ciclo, a fronte della quale la Bce non verrà in soccorso con i predetti strumenti straordinari menzionati prima. Alla fine, si arriverà a quella condizione di “fiscal fatigue” nella quale gli avanzi primari necessari per contrastare l’isteresi del debito e lo snowball del suo servizio diventano insostenibili socialmente e i mercati non rinnoveranno più le quote di debito pubblico in scadenza, per effetto di un rollover risk troppo alto. Sarà la classica situazione sudamericana di default, con il debito pubblico che uscirà dal mercato e il Paese aggrappato all’assistenza finanziaria estera (cioè al cadavere dell'Unione Europea, che esisterà ancora solo formalmente, opportunamente imbalsamato per recitare gli ultimi atti della commedia), che richiederà, in primis, di bruciare il risparmio privato a copertura dei prestiti concessi (quindi perderemo le case, i risparmi bancari e quant’altro). 
 
Evidentemente, se la Germania vorrà ancora essere una micro-potenza regionale, dovrà stringere i bulloni dell'euro ordoliberista con i pochi Paesi ancora in grado di seguirla: l'area del Beneluxl dell'Europa centrale e del Baltico. Economie fallite come quella italiana e quella greca (probabilmente anche quella spagnola e, io credo, anche la Francia, seppur in un lasso di tempo più lungo) dovranno essere accompagnate gradualmente fuori dall'euro, con accordi valutari che impediscano loro di svalutare (come il vecchio Sme).
 
Solo a quel punto, con il Paese in ginocchio e la scommessa europea persa, questa classe dirigente, oramai inutile anche ai suoi referenti stranieri, sarà rimossa, lasciando, forse, spazio a forme di peronismo di sinistra all’argentina. Cosa occorrerebbe fare, a mio parere? Considerando che non si ha laforza per impedire la catastrofe, occorrerebbe prepararsi al dopo. Iniziando a costruirlo, questo populismo di sinistra. Sapendo che, nelle fasi in cui l’orizzonte politico è allo zero ed il campo è ingombro di macerie, non si può costruire il Partito, occorre ricominciare ad occupare spazi semantici lasciti vuoti dalla narrazione dominante (e fallita) ed a ricostituire elementi primari di collegamento fra massa e leadership, cioè ricostruire un populismo che sia la fase zero di un Paese distrutto da rimettere in piedi. Senza nessuno degli attori attuali, né di destra né di sinistra, che sono del tutto inadeguati e sputtanati. Ricominciando dall’inizio, con le pochissime forze ancora fresche a disposizione di un Paese anziano e distrutto. Un compito ciclopico, ma non evitabile.

domenica 1 marzo 2020

Bernie Sanders: fenomenologia di un socialista di successo ma non egemone




Contrariamente all'immagine, sapientemente curata dall'interessato, di polveroso veterosocialista d'antan, Bernard Sanders, detto Bernie, è un politico solido e ben piantato nella realtà della società statunitense e dei meccanismi, anche quelli poco nobili, della sua democrazia. Politico di lunghissimo corso, nato da una famiglia piccolo borghese di ebrei polacchi, si è formato sul Talmud, sui libri di Marx e sulla Teoria Generale di Keynes tanto quanto sui principi collettivistici, solidali e nazionalistici del sionismo di ispirazione socialista, avendo vissuto, da giovane, in un kibbutz. E' a tutti gli effetti l'erede ideale di quel populismo socialista americano che, a fine Ottocento, con Eugene Debs e Victor Berger, cercò invano di introdurre il socialismo nel sistema politico di quel Paese, con le uniche modalità possibili, stante l'organizzazione politica degli Stati Uniti, ovvero con un populismo fortemente personalistico e leaderistico, con la forza trascinante dell'uomo al comando.

Al tempo stesso, sia pur in modo non brillante per sua stessa ammissione, si laurea in Scienze Politiche in un luogo molto particolare, ovvero l'Università di Chicago. Una delle più rilevanti istituzioni accademiche del Paese, ed anche una delle più controverse, avendo dato nascita alla Scuola di Chicago di Milton Friedman, ovvero alla interpretazione monetaristica della scuola neoclassica, al servizio di politiche economiche di destra radicale, quanto alla Scuola di Chicago di sociologia e criminologia, una delle più importanti, la cui matrice teorica di fondo si basa sull'analisi dei rapporti e dei valori intracomunitari, dell'incidenza dei fenomeni di devianza come prodotto di frammentazione subculturale e disorganizzazione dei legami interni alle comunità e che ha dato nascita ai primi filoni di analisi della criminalità dei colletti bianchi e delle multinazionali.

Questa formazione così vasta e diversificata ne fa un uomo ben più sfaccettato e complesso dell'immagine pubblica di socialista dogmatico che gli si vuole appiccicare. Dopo anni di lavoretti e di militanza politica attiva, dopo aver vissuto il '68 ed il movimento pacifista dei primi anni settanta, il nostro Bernie si lancia nelle istituzioni.

Un giovane Bernie arrestato durante una manifestazione contro il Vietnam


Dopo una serie di tentativi falliti di farsi eleggere governatore del Vermont e senatore, nel 1981, a quarant'anni, con la sua proverbiale testardaggine, riesce a farsi eleggere sindaco di Burlington, poco più che un paesone perso nel verde del Vermont, una location ideale per qualche romanzo horror di Stephen King sul lato sinistro della provincia americana o per qualche canzone di Springsteen sul declino industriale. Vince la sua battaglia grazie all'opposizione ad un grande progetto immobiliare e speculativo, e lo riconverte in un progetto di tipo sociale, ovvero un community land trust, un fondo immobiliare comunitario che acquista terreni ed immobili e, per conto dei suoi soci, li destina ad un uso abitativo a prezzi sostenibili, una specie di cooperativa per alloggi popolari, in sostanza. Ma una cooperativa coordinata da un ente nazionale, l'Institute for Community Economics, che è una potenza economica di livello nazionale e non solo, poiché possiede terreni anche in Israele, proprio i terreni sui quali sorgono i kibbutz. Sempre da sindaco, riesce a creare il CEDO, una vera e propria agenzia pubblica di pianificazione dello sviluppo locale, che promuove la pubblicizzazione di imprese di servizi essenziali (l'azienda elettrica locale è tuttora di proprietà pubblica) ed esperienze di autogestione operaia di imprese in crisi. Roba che da noi fa parte di un normale esperimento socialdemocratico e che negli USA rasenta lo stalinismo.

Sindaco di Burlington

Ma chi pensa che Bernie sia un sognatore utopista sbaglia di grosso. Pommereau, l'uomo di affari contro il cui progetto di speculazione immobiliare Sanders vinse le elezioni da sindaco, è oggi un suo grande amico. Bernie ha saputo coinvolgerlo profittevolmente nello sviluppo economico della città. Oggi Burlington non è più soltanto una piccola città operaia di working class, ma un fulcro di benessere e di turismo di élite. Parlando di lui, Obama lo definisce scherzosamente un “post smoking socialist”. E' amico della potente lobby dei produttori di armi da fuoco. Nel 1993, da deputato, votò contro lo “Brady Handgun Violence Prevention Act”, un disegno di legge che introduceva vincoli alla vendita ai privati delle armi da fuoco. L'anno dopo sostenne l'approvazione dello “Violent Crime Control and Law Enforcement Act”, una legge molto securitaria e con tratti repressivi. Nel 2005, votò a favore del Protection of Lawful Commerce in Arms Act, un provvedimento che tutelava i produttori e i rivenditori di armi da fuoco da eventuali conseguenze legali nel caso in cui qualcuno si fosse servito dei loro prodotti per commettere azioni illecite. Oggi, impegnato in una campagna elettorale presidenziale, cerca subito di ingraziarsi i favori del Deep State, da lui tanto combattuto da attivista, denunciando presunte (e improbabili) interferenze russe. Lasciando capire che la sua eventuale politica estera da Presidente non sarebbe, poi, così rivoluzionaria.

Una goccia di socialismo negli USA: vista di Burlington

Durante la campagna presidenziale del 2016, fra i suoi grandi finanziatori, oltre a lavoratori, sindacati e cooperative, comparivano Microsoft, Apple, Google e Amazon, non propriamente campioni di socialismo e tutela dei lavoratori. Più in generale, le aziende dell'economia digitale, come anche Ibm e la stessa Facebook, vedono in Sanders un utile difensore dei processi sociali, spesso anche di tipo libertario, che sottendono la nascita e lo sviluppo della new economy.

Nonostante i proclami di “grassroot campaign”, autofinanziata dalla gente comune, e nonostante che nel suo programma vi sia la proposta di finanziamento pubblico dei candidati, per superare le lobby, in un sistema elettorale costoso e oligarchico come quello statunitense Bernie non può fare a meno dei contributi di soggetti ben precisi. Benchè si sbandieri con orgoglio il milione di semplici cittadini che, donando 20-27 dollari a testa, hanno consentito di portare a 25 milioni il budget elettorale dell'attuale campagna presidenziale, il che è effettivamente una rivoluzione benefica nel sistema politico piramidale di quel Paese, l'endorsement di istituzioni finanziarie, per quanto “etiche”, come Aspiration, fondo di investimenti californiano di natura etica. Dovrebbe anche far riflettere l'endorsement individuale di Jeffrey Sachs, l'economista responsabile della devastante terapia shock nei paesi ex comunisti dell'Europa dell'Est, che li ha saccheggiati attraverso una transizione brusca verso l'economia di mercato più selvaggia. Il teorico della “trappola della povertà” del Terzo Mondo, che ne invoca i venture capitalist come investitori e le start-up come soluzioni ai problemi.

Insomma, il nostro eroe sa essere ben pragmatico quando serve, e non può essere altrimenti, per uno che riesce a sopravvivere nel sistema politico iper-competitivo statunitense da ben 40 anni. La domanda di fondo, però, è la seguente: può Bernie, con il suo programma elettorale radicale ed il suo realismo politico, essere la strada di rilancio di un socialismo democratico in grado di dare risposte alle tematiche sociali di questi anni e rappresentare una alternativa ai populismi di destra che hanno, di fatto, attratto enormi spezzoni della base sociale tradizionale della sinistra storica? La domanda è la stessa che si porrebbe per Corbyn, ed a mio avviso la risposta è la stessa ottenuta con Corbyn, ed è negativa. Forse, ma personalmente non credo, Bernie riuscirà anche a strappare la nomination democratica, e sarebbe, ovviamente, un risultato di enorme valore, come lo è stato il risultato delle elezioni britanniche del 2017 per il Labour, il migliore degli ultimi vent'anni. Poi, però, Corbyn ha perso, e nel 2019 il Labour è tornato poco sopra i risultati degli ultimi anni di Blair. E, nel caso, anche Bernie sarà asfaltato da Trump.


E' un problema in parte strutturale ed in parte di piattaforma ideologica e programmatica. Il conflitto sociale, in parte, è ruotato verso un conflitto interno al capitale, dove un mondo del lavoro disperso e frazionato non riesce più ad esercitare egemonia e finisce ad avere un ruolo ausiliario (i lavoratori della Rust Belt che votano per Trump contro la globalizzazione, il ceto medio ed i lavoratori della New Economy in crescita di utili e salari – a differenza della new economy nostrana - che votano per Sanders) per cui i riferimenti sociali della sinistra dovrebbero incorporare in un fronte unico anche la piccola borghesia in declino, ma, soprattutto in Europa, faticano a realizzare (Sanders su questo aspetto è, invece, molto più sveglio ed abile).

In parte, si rimane intrappolati dentro gabbie ideologiche del passato, estremamente dannose. Sanders, come Corbyn, non riesce a liberarsi dei cascami dell'internazionalismo proletario della vecchia sinistra. Come Corbyn non è riuscito a dire una parola univoca sulla Brexit, alienandosi i voti dei ceti popolari pro-uscita, Sanders parla di frontiere aperte ed accoglienza dei rifugiati climatici. Ora, non vi è dubbio che, riuscendo a garantire benessere, eguaglianza e crescita sociale, il tema dell'immigrazione perde rilevanza (chi si lamentava, da noi, dei tanti filippini che iniziavano ad affollare le nostre città nei primi anni novanta, quando c'era ancora tanto benessere e tanto welfare per tutti?) La ricetta di Corbyn e Sanders è quella di tornare a creare ricchezza, benessere e giustizia sociale, in modo da annegare la rilevanza del tema migratorio e, più in generale, degli effetti perversi della globalizzazione. Il problema è questo: fintanto che continueranno ad arrivare liberamente grandi contingenti di migranti che accettano salari da fame, costituendo esercito industriale di riserva, fintanto che le frontiere sono completamente aperte, impedendo di proteggere l'industria nazionale di sostituzione delle importazioni e di garantire una transizione graduale dalla vecchia economia industriale alla nuova, basata su green, digitale, cibernetica, biotech e quindi nuove forme di lavoro diverse dal proletariato industriale storico, chi è minimamente sospettato di supportare un “open world” è inevitabilmente visto come una minaccia dai ceti più fragili.

Parlare, come fa Bernie, di un futuro economico basato su digitalizzazione, investimenti green, banda larga e democrazia di Internet, dove l'hardware industriale oramai non più competitivo verrà spostato verso il Terzo Mondo e noi occidentali rimarremo ricchi grazie all'economia immateriale preconizzata da Rifkin ed allo sviluppo sostenibile, senza una chiara parola contro la globalizzazione e per il ripristino delle frontiere (anche se qualche timido balbettamento c'è, laddove si promette una revisione degli accordi commerciali internazionali per contrastare l'outsourcing di lavoro statunitense verso altri Paesi, ma come aspetto quasi secondario del programma elettorale) impedisce alla sinistra di essere egemone. Perché il patto “più benessere e giustizia sociale – più apertura delle frontiere all'immigrazione ed alle inevitabili delocalizzazioni dei settori obsoleti” non funziona in una fase di transizione economica in cui milioni di posti di lavoro sono a rischio ed i salari tendono a diventare variabile indipendente (ma in negativo) crescendo troppo lentamente ed in modo diseguale persino in un paese che ha quasi raggiunto la disoccupazione meramente frizionale come gli USA. Alla fine la legittima paura dei ceti popolari prevale sulla promessa di un futuro dove saremo tutti più benestanti e potremo permetterci di assorbire l'immigrazione di massa e di rimanere ricchi in un mondo globalizzato. Ed è anche giusto che sia così. 

La sinistra ha bisogno di svegliarsi a suon di legnate nel groppone, e finora ne ha ancora prese poche. Mazz' e panell' fann' li figl' bell'.

giovedì 20 febbraio 2020

Referendum sul Tagliapoltrone: l'antipolitica viene da lontano

Nel referendum sulla riduzione dei parlamentari quasi sicuramente vincerà un sì, non motivato da argomenti razionali, ma da una sordida rabbia per la Kasta ed un irrefrenabile individualismo, nel quale i presunti ed illusori risparmi economici da riduzione dei parlamentari assumono una veste simbolica di riduzione dello spazio pubblico a vantaggio di quello privato, di contrazione dello spazio collettivo, legata alla spesa pubblica ed agli organi di rappresentanza, a vantaggio di quello individuale, che rivendica spazi di libertà fiscale. 

Si tratta, insieme alla piratesca e perenne riproposizione di forme di premierato, dell'ultimo frutto avvelenato di una stagione antipolitica, nella quale sguazzano a loro agio  gli interpreti della pancia rancorosa ed individualista del Paese: Renzi, Salvini, i pentastellati. 

Sarebbe tuttavia un errore grave, in prospettiva storica, associare a questo periodo particolarmente tormentato della nostra storia il vento dell'antipolitica. L'antipolitica è una costante storica del nostro popolo. La troviamo negli sciagurati che tifavano per la magistratura eterodiretta nel periodo di Tangentopoli, in certe tonalità bonapartiste e liquidatrici del tardo craxismo, nella formulazione compiutamente antipolitica, anti istituzionale e individualista del Fronte dell'Uomo Qualunque di Giannini nel secondo dopoguerra, nei bivacchi di manipoli e nell'antiparlamentarismo viscerale del fascismo, nell'anarchismo eversivo tardo ottocentesco ed in alcuni tratti del garibaldinismo e potremmo risalire ancora, fino a Masaniello. 

Tale costante culturale e psicologica che si agita nell'ombra del popolo italiano tende ad emergere nelle fasi di crisi o di transizione, dove lo Stato ed i suoi apparati vengono vissuti come una odiosa elite che sottopone il popolo ad odiose restrizioni, tasse esagerate o grandi iniquità. Tende invece a sparire sottotraccia nelle fasi di stabilità politica e sociale, come ad esempio il lungo periodo giolittiano o i Trenta gloriosi sostituito, però, almeno in larghi strati della popolazione, da una forma di passività, di inerzia e disinteresse rispetto alla politica, che evidenzia come essa se ne senta comunque lontana, anche nelle fasi più favorevoli. 

I motivi di questo peculiare antistatalismo ed antipoliticismo degli italiani sono complessi, a mio modo di vedere derivano dallo sgretolamento dell'unità politico amministrativa dell'Impero romano, a partire dalla quale non si ebbe più uno Stato unitario nazionale, dalla lunga dominazione di popoli e Stati stranieri, che crearono entità statuali non sentite come proprie dai sudditi, dalla influenza nefasta del lunghissimo confronto tra Chiesa secolarizzata e Impero, che insegnarono agli italiani una visione opportunistica, trasformista e violenta dello Stato, all'azione colonizzatrice della monarchia sabauda, che unifico' il Paese sottomettendolo militarmente e reprimendone brutalmente ogni istanza autonomistica, creando una lunga onda di risentimento ed estraneità dagli apparati statali, specie nel Sud Italia. 

Ma, al netto delle ragioni di tale atteggiamento, esso esiste, si manifesta in modo esplicito e distruttivo nelle fasi di crisi, quasi come fosse una specie di rimedio catartico all'angoscia sociale tipica di tali fasi. E si presenta anche oggi, che siamo in una fase di crisi e transizione. 
Essendo parti integranti del nostro modo di essere, l'antipolitica e l'antikasta non si possono battere, si possono però tenere sotto controllo. Perché se non controllata, tale tendenza produce o fasi reazionarie (vedi fascismo)  o spinge chi vi si oppone a costruire, per autodifesa e per spegnere il dissenso distribuendo qualche briciola, a forme di politica trasformistiche e consociativo/corruttive (vedi Giolitti e Dc nelle fasi in cui hanno dominato). 

Questa tendenza si tiene sotto controllo educando le masse, come si sarebbe detto in tempo, ovvero inserendole dentro sistemi politico culturali che esaltano la dimensione collettiva e solidale non in antitesi, ma in parallelo a quella individuale, come fossero due dimensioni coeve e mutuamente alimentantisi, come fecero il socialismo, il comunismo, il repubblicanesimo e il cattolicesimo sociale.

 E si controlla portando il Paese fuori dalla crisi: a pancia anche solo per metà piena, ma con un futuro garantito, l'italiano medio tende a delegare la gestione politica, a tollerarla, quindi a non rivendicare lo smantellamento degli organi istituzionali e dei corpi intermedi. 

sabato 15 febbraio 2020

Il mondo nuovo della Casaleggio



Di recente, un piccolo giornale on-line, beccandosi una querela, ha definito il M5s un movimento di lobbisti. Casaleggio ha sentito l'esigenza di andare in televisione a chiarire che il MoVimento è dei cittadini che lo supportano e che durante il periodo di governo pentastellato nessuno dei clienti della sua azienda è stato in alcun modo favorito.

Anche io credo, in effetti, che accusare i pentastellati di lobbismo, nel senso classico di questo termine, sia sbagliato ed ingiusto. Il tema non è quello di un M5s che favorisce clienti e business di Casaleggio o la carriera artistica di Grillo. Il tema è che, come ogni forza politica, il M5s difende interessi specifici e non un generico popolo di “cittadini” senza definizione di classe, come pretende Casaleggio.

E la rappresentanza di interessi che difende il M5s è di tipo imprenditoriale ed appartiene alla stessa tipologia di realtà aziendali cui afferisce la Casaleggio e Associati. Si tratta delle imprese che Mediobanca, Picone ed altri studiosi hanno chiamato il “Quarto Capitalismo” italiano. Dopo i grandi gruppi industriali delle famiglie storiche (Agnelli, Pirelli etc.) del Primo Capitalismo tardo ottocentesco, dopo il capitalismo di Stato nato nei primi anni Trenta con la nazionalizzazione delle grandi banche e la creazione dell'IRI, il Secondo Capitalismo, dopo il Terzo Capitalismo dei distretti industriali e dei sistemi produttivi locali di piccola impresa a gestione padronale-familiare nato negli anni Sessanta, dopo queste fasi, che non vanno pensate come escludentesi l'una con l'altra, ma, anzi, come fasi che hanno convissuto insieme, stratificandosi e relazionandosi reciprocamente, il Quarto Capitalismo, nato già a fine anni Novanta ed irrobustitosi durante la crisi economica che ha colpito le spoglie dei capitalismi precedente ancora in vita, è un modello di rottura con le relazioni dei tre capitalismi pregressi ed ha caratteristiche molto specifiche:
  • è costituito da imprese di medie dimensioni (approssimativamente, fra i 50 ed i 249 addetti, con natura giuridica di società di capitali), non troppo grandi da non poter sfruttare i vantaggi, in termini di flessibilità operativa e commerciale, tipici della piccola impresa, e non troppo piccole da non potersi avvantaggiare di economie di scala e di capacità di investimento anche rilevanti tipiche di imprese più grandi;
  • la sua impresa tipica ha un assetto di governance ancora basato sulla famiglia del fondatore, ma è stata abile ad aprire il capitale sociale all'apporto di nuovi soci finanziatori ed a delegare la gestione a manager qualificati, incorporando competenze e capitali, a differenza della vecchia piccola impresa padronale, gelosamente chiusa al mondo esterno;
  • si tratta di una impresa a strategia fortemente innovativa, non solo in termini di varo di nuovi prodotti, ma soprattutto di personalizzazione e redesign di prodotti esistenti, anche tradizionali (mobili, vestiti, occhiali o scarpe) al fine di personalizzarli per una nicchia di mercato ancora non sfruttata;
  • si tratta di una impresa fortemente internazionalizzata, che quasi disdegna il mercato interno, e che vive con la testa sui mercati esteri, valorizzando al massimo la qualità dei suoi prodotti e l'immagine di eccellenza del marchio del made in Italy. Generalmente la strategia commerciale internazionale è gestita dal figlio del fondatore, che ha studiato all'estero ed ha poche radici in Italia.
Tale tipologia di impresa, che non di rado esce dai sistemi distrettuali esistenti come impresa leader, che ha ridotto il resto del distretto allo stato di subfornitore specializzato, si sviluppa sull'asse Milano-Venezia e si propaga in Emilia-Romagna ed in alcune aree della Toscana e del Centro Italia, nei sistemi produttivi di eccellenza dell'agroalimentare, delle macchine utensili e della meccanica di precisione, si concentra sul made in Italy ma non solo, perché nelle realtà urbane si sviluppa nel terziario avanzato, nella creatività, nel design, nella cultura.

Questo è il tipo di capitalismo che il M5s difende, perché gli appartiene la Casaleggio. Ovviamente, tale tipo di capitalismo emergente intrattiene con i resti dei modelli precedenti relazioni in parte conflittuali, in parte negoziali. Vi si oppone fieramente nella misura in cui, pur essendo la componente che sostiene esportazioni e PIL, viene sottorappresentato nei “salotti che contano”. Confindustria, così come i partiti tradizionali, tendono ancora, da un lato, a privilegiare i grandi gruppi industriali privati e le grandi famiglie del capitalismo tradizionale italiano (come i Benetton, non a caso così osteggiati dal MoVimento) e, dall'altro (si pensi alla Lega) a favore il mondo dei distretti industriali tradizionali e dei sistemi produttivi locali di componentisti e subfornitori. Mentre ciò che resta dell'industria pubblica viene tutelato perché ancora fonte di prebende ed incarichi.

L'intero apparato ideologico del M5s va letto in funzione delle caratteristiche e degli interessi del Quarto Capitalismo ed è interessante perché evidenzia come i padroni del domani vedono il mondo. Un mondo nel quale i tradizionali rapporti fra grandi famiglie dell'imprenditoria privata e sistema pubblico dialogano, tessendo una rete di concessioni e favori reciproci, anche tinteggiata da corruzione (tali imprenditori, non a caso, vengono chiamati “prenditori” da Di Maio). Da lì derivano le ossessioni pentastellate sulla lotta alla corruzione e sull'onestà: si tratta di spezzare una rete relazionale fra privati e politica cui le imprese emergenti del nuovo capitalismo italiano non partecipano e dalla quale non traggono beneficio.

Un mondo nel quale l'organizzazione produttiva di massa del Primo Capitalismo, la politicizzazione delle relazioni industriali del Secondo Capitalismo, il forte radicamento territoriale e la responsabilità per le comunità locali tipiche del capitale sociale creato dai distretti industriali del Terzo Capitalismo hanno creato, da un lato, forti organizzazioni sindacali, e dall'altro importanti radicamenti localistici e territoriali, che vanno smantellati. Da lì provengono gli strali continui dei pentastellati, Grillo in testa, contro i sindacati, da lì proviene la proposta di salario minimo (che di fatto svuota la negoziazione fra parti sociali sulla componente economica dei CCNL, la più importante) e da lì la strampalata proposta di Grillo sulle cosiddette “macroregioni”, che avrebbero definitivamente distrutto i margini di autonomia locale dell'attuale assetto regionalistico dello Stato, fortemente legato ai mercati locali ed ai distretti radicati su territori dei quali si assumono la responsabilità dello sviluppo.

Come detto sopra, sociologicamente il M5s è interessante perché rispecchia i valori e le credenze di questo Quarto Capitalismo, la sua visione di democrazia, ben sintetizzata da Casaleggio, con l'espressione “governo dei migliori”. Una forma di democrazia diretta, interamente intermediata da piattaforme informative, in cui le istituzioni ed i corpi intermedi scompaiono, in cui ai cittadini vengono chieste le priorità generali da perseguire, la cui sintesi in una linea politica complessiva viene demandata ad un ristretto gruppo di “elevati” fortemente carismatici, ma non eletti e generalmente tenutari delle chiavi di accesso alle piattaforme informative di cui sopra, e la cui esecuzione viene affidata, fuori da meccanismi rappresentativi, a persone provenienti dalla società civile, opportunamente qualificate sotto il profilo professionale e specialistico, scelte dagli elevati tramite l'analisi dei Cv, come se fossero candidati ad offerte di lavoro di aziende private. Ciò al netto dei soli candidati alla guida dell'istituzione, votati on line dai cittadini, ma i cui requisiti di ammissibilità alla candidatura vengono stabiliti unilateralmente dagli elevati, in modo tale da assicurarsi la fedeltà di chiunque sia il vincitore.

Si tratta, evidentemente, di un incubo da romanzo di Huxley, una forma di oligarchia con una apparenza di democrazia, ma in cui gli elettori possono, di fatto, soltanto esprimere dei fabbisogni, delle richieste, affidandone la trasformazione in un programma politico e l'esecuzione a persone non elette, non rappresentative o, nei pochi casi in cui le stesse verranno elette, scelte in una rosa di personalità che hanno ottenuto dall'alto una autorizzazione preventiva alla candidatura e quindi prive di indipendenza di pensiero.

E' ovvio che tale incubo sia, nella mente dei Quarti Capitalisti, il sogno di una società ideale: essendo cresciuti in un Paese che non ne valorizzava il talento, essendo stati esclusi ab origine dai circuiti concertativi fra famiglie imprenditoriali e politica, essendo stati costretti a cercarsi i clienti sui mercati esteri ed a fare innovazione continua in un Paese che non premia l'innovazione, avendo avuto successo delegando la gestione dal fondatore che rischia i suoi capitali ad un manager aziendale competente tecnicamente, essi hanno maturato una ideologia meritocratica per la quale solo il competente, solo chi ha acquisito determinati skill professionali, può dirigere la politica.

In fondo, l'idea di Stato ridotto a “democrazia dei migliori”, come sopra tratteggiato, non è nient' altro che la replica dei modelli di governance delle imprese del Quarto Capitalismo estesa alla Cosa Pubblica. Un gruppo di “fondatori”, o “elevati”, che detiene le chiavi di controllo dei sistemi politico-elettorali, con operazioni di marketing estrae dagli elettori (ovvero i clienti) la loro domanda di mercato e ne fa una sintesi programmatica (un business plan) la cui esecuzione viene affidata a manager e tecnici specializzati (i Tridico della situazione). Al fine di dare una apparenza di democrazia, qualche utile poveretto, incolto ed incapace (il di Maio della situazione) viene messo in una posizione di formale comando politico (in realtà priva di contenuti, Di Maio non ha mai deciso niente che non gli arrivasse dal suo Casaleggio-Grillo) che può essere facilmente eliminato quando diventa fastidioso o inutile. Il dibattito interno non esiste (chi dissente o anche soltanto opina viene infatti espulso dal M5s) e non vi è controllo sulle modalità con le quali il programma, partendo dai fabbisogni dell'elettorato, viene costruito ed attuato.

Una dittatura abilmente mascherata con tratti libertari del tutto svuotati di senso. La dittatura perfetta, del resto, avrà sembianze di democrazia, una prigione senza muri, Huxley docet.