I recenti fatti di cronaca
avvenuti a Livorno offrono un eccellente insight del modello “paradigmatico” di
infiltrazione e radicamento delle ‘Ndrine al Centro Nord. Livorno, da questo
punto di vista, è una città vulnerabile, perché sede di un porto container di
rilevanza europea, dal quale far transitare traffici illeciti, perché è città
caratterizzata da una grande crisi economica, quindi da un tessuto sociale per
certi versi simile a quello delle città meridionali, facilmente penetrabile
dalle promesse di ricchezza facile e di rispettabilità mafiosa, e perché la
criminalità locale è tradizionalmente violenta ma poco organizzata, quindi non
presidia un territorio, lasciato libero ad influenze esterne[1].
Ma veniamo alla cronaca: un
ingente traffico di cocaina proveniente, via mare, dalla Colombia, e sbarcato
da Livorno tramite container, veniva movimentato, per conto della ‘Ndrangheta,
da un gruppo criminale toscano, capeggiato da un noto pluripregiudicato locale,
quindi il classico esponente della piccola malavita locale, con una fedina
penale sufficiente per dargli la giusta caratura e affidabilità criminale, e
con le giuste conoscenze nell’ambiente per reclutare i personaggi strategici. Il
gruppo aveva perlopiù il compito di far uscire la droga dal porto, eludendo i
controlli, tramite alcuni portuali e due guardie giurate infedeli. In totale,
secondo gli inquirenti, la batteria dei livornesi era composta da circa 11
persone. La droga veniva poi consegnata ad un emissario delle cosche calabresi,
stabilitosi a Livorno per la bisogna. Il capo del gruppo riceveva uno stipendio
fisso (20.000 euro al mese) dalle cosche, più il diritto a trattenere il 5%
dello stupefacente ad avvenuta consegna a buon fine, oliando così anche un
piccolo circuito locale di spaccio. I contatti con l’emissario calabrese erano
costanti, nei luoghi meno sospetti della periferia (tipicamente davanti al
cancello del cimitero) e, per evitare le intercettazioni, era stato inventato
un gergo ad hoc: la droga si chiamava “bimba”, il movimento notturno dal porto “il
ballo”, i criminali livornesi che se ne occupavano “i pesci”. Il guadagno era
altissimo ma le regole rigidissime: un precedente emissario, viareggino
operante su Livorno, fu assassinato perché in un carico aveva portato zucchero
anziché cocaina. Che fosse stato ingannato dal fornitore oppure che avesse
cercato di ingannare lui i suoi interlocutori non ha fatto alcuna differenza. Il
suo corpo è stato ritrovato nel bagagliaio di un’auto. Il Tirreno, nei suoi
articoli, parla di indagini che si orientano su “alleati della ‘Ndrina
Piromalli-Molè” operanti nel vibonese, dove detta ‘Ndrina, che è radicata nella
Piana di Gioia Tauro, ha numerose alleanze storiche con la famiglia dominante
di quella provincia.
Questo fatto di cronaca ci
insegna molte cose, dal punto di vista operativo:
-
La ‘Ndrangheta è diventata, praticamente, il più
importante importatore di cocaina colombiana d’Europa, soppiantando altre organizzazioni
criminali (secondo il procuratore De Raho, sarebbe addirittura monopolista di
tali traffici). Per fare ciò, non ha scrupoli nel tessere rapporti commerciali,
oltre che con i cartelli criminali, anche con organizzazioni come le Farc
oppure i paramilitari di estrema destra;
-
La forza della ‘Ndrangheta sta nella cucitura di
una rete di alleanze, che supera le passate guerre. La sovrastruttura delle ‘Ndrine,
dai Locali ai Crimini, consente di coordinare le azioni e superare la storica
frammentazione, di fatto pervenendo ad una sorta di cupola;
-
Il porto di Gioia Tauro, tradizionale crocevia
della consegna di cocaina colombiana alle cosche vibonesi e reggine, è
evidentemente troppo controllato, per cui si cerca di diversificare su altri
scali, come quello labronico, anche perché essi sono più vicini fisicamente, e
meglio collegati a livello infrastrutturale, ai mercati più ricchi del Nord o
dell’Europa centro settentrionale. C’è quindi anche un ragionamento piuttosto
sofisticato in termini di “economia dei trasporti”;
-
L’infiltrazione al Centro Nord avviene tramite l’affiliazione
di elementi criminali locali, che hanno il vantaggio di conoscere perfettamente
il territorio e l’ambiente, e non più soltanto tramite la gemmazione di “filiali”
delle ‘Ndrine stesse. Tale affiliazione avviene con meccanismi simili al
franchising. Gli elementi locali non vengono inseriti nella ‘Ndrina, nemmeno
come contrasti onorati. Mantengono la loro autonomia, però possono utilizzare,
nel loro ambiente, l’alleanza stipulata con i calabresi come una sorta di “brand”,
che incute timore e rispetto, e facilita il reclutamento di complici e la
operatività. Come avviene spesso negli accordi commerciali, vengono pagati con
un fisso e con un premio variabile legato all’attività svolta. Gli elementi
criminali locali, non essendo formalmente affiliati, possono essere facilmente
liquidati, ed operano esclusivamente nelle mansioni più basse, quelle di fatica
(in questo caso, aprire nottetempo i container, estrarre la droga, portarla
fuori dal porto e sorvegliarla fino alla consegna all’emissario) e non hanno
alcuna facoltà decisionale, essendo interamente sottoposti agli ordini dell’emissario
del clan. In sostanza, fanno il lavoro sporco, rimanendo esclusi da quello di
livello più alto, consistente nella stipulazione degli accordi internazionali
per la logistica dello stupefacente e nella gestione della relativa rete di
relazioni. In questo modo, le ‘Ndrine si assicurano di non “coltivare”
potenziali futuri concorrenti.
[1]
L’unica organizzazione strutturata su Livorno, chiamata giornalisticamente “Banda
degli Amici”, è stata sgominata nel 2014, e magari sarà oggetto di un prossimo
articolo. Di fatto, quindi, al netto delle mafie esogene (nigeriana, peruviana
e albanese, soprattutto) che però sono attive su business particolari (traffico
di esseri umani, prostituzione, spaccio di droga a livello locale) la
criminalità endogena di Livorno è rimasta, per così dire, polverizzata e senza
direzione.