domenica 24 novembre 2019

Lettera aperta alle sardine


Ho ricevuto su un mio post anti-sardine una critica da parte di uno degli organizzatori dei diversi eventi sardinistici che si stanno sviluppando. Presenta il profilo tipico di molti giovani attuali, costretti a dividersi fra un pluralità di lavori precari per sopravvivere, evidentemente a stento.
Non conoscendo la persona, non ho motivo di mettere in dubbio quanto afferma, e sicuramente fra quanti riempiono le piazze con questi simboli ce ne sono molti come lui, sarebbe assurdo affermare che le migliaia di partecipanti alle piazze sardiniste siano tutti iscritti al Pd, come è altrettanto assurdo tacciare di fascisti tutti i partecipanti ai comizi di Salvini. E' quindi necessario cercare di trarre spunto da tale critica per ragionare un po' di più.
Mentre fuori dal nostro Paese, anche se generalmente con risultati fallimentari, la sinistra si è interrogata, o ha finto di farlo, sui legami fra globalizzazione, diritti economici negati e non difesi e derive populiste di destra, da noi tale riflessione non è pervenuta. Quando persino i liberisti più avveduti, come Calenda o Cottarelli, iniziano ad avanzare timori sugli eccessi raggiunti da una adesione acritica al liberismo attuale, il pensiero non va oltre quanto proposto da Barca a Bologna, oltretutto in condizioni di isolamento rispetto alla dirigenza del Pd: un blando riconoscimento dei danni sociali dell'apertura eccessiva dei movimenti di capitali e della concentrazione delle conoscenze e dei saperi su una minoranza oligarchica, con il conseguente abbattimento di ogni mobilità sociale. Blandi riconoscimenti di errori a fronte dei quali Barca propone rimedi modestissimi, e per certi versi inadeguati, perché ancora nel solco liberista: campioni imprenditoriali europei nell'high tech (una cosa alla quale riflettevo a metà anni Novanta, quando tutti, me compreso, eravamo in fase di ubriacatura europeista), salario minimo (che nella versione piddina altro non è che il rinvio ai CCNL), qualche controllo in più da parte degli Ispettorati del Lavoro per verificare la regolarità contributiva delle imprese, rafforzamento delle competenze dei governi nazionali in materia di promozione e selezione degli investimenti e ridisegno delle vocazioni produttive delle aree di crisi (si tratta di un modesto upgrading delle competenze tecniche dello Stato-arbitro esterno al mercato, cosa ben diversa da un penetrante ruolo interventista dello Stato in economia).
Persino questa blanda critica, e questa curetta modesta, che non rimette in discussione i fattori strutturali che hanno causato la sconfitta definitiva del lavoro rispetto al capitale, riescono a penetrare nel corpo del Pd, non solo nei suoi dirigenti, ma anche nei suoi militanti. I motivi di un degrado culturale e politico della sinistra italiana così drammaticamente grave, anche oltre il declino subito in tutto l'Occidente sviluppato, sono molteplici e non è questa la sede per approfondirli. Evidentemente, e l'inconsistenza politica e culturale del movimento delle sardine lo dimostra, una narrazione perversa è penetrata sin nei gangli più profondi di ciò che resta della sua militanza storica, che ancora persiste dentro il Pd, legata ad una obsoleta connessione sentimentale ad una storia che non esiste più, la cui agonia è iniziata con la Bolognina del 1989 ed il cui epilogo si consuma al Lingotto.
La narrazione è la seguente: il conflitto sociale non è desiderabile, perché ci riporta alle tragedie del Novecento, facendo risorgere comunismo e fascismo, ed è superabile con la retorica del merito: è sufficiente liberare la società da ogni vincolo etico e morale, quindi massimizzare le libertà civili, affinché il merito e la responsabilità individuale facciano la differenza. Se sei un laureato precario che fa tre lavori per sopravvivere, se sei un cinquantenne disoccupato, se non arrivi alla fine del mese pur lavorando, se sei un piccolo imprenditore affogato nel debito, beh, è colpa tua. In un mondo teorico completamente libero da qualsiasi vincolo e dove vige un principio di libertà individuale assoluta, avresti potuto gestire meglio le tue finanze, avresti potuto fare quel corso di formazione professionale che ti avrebbe aperto più porte, avresti potuto farti venire una idea imprenditoriale vincente e fartela finanziare con il fondo di microcredito della tua regione, avresti potuto emigrare in Germania, brutto pelandrone che sogna di radicarsi con una casa ed una famiglia dove c'è la tua identità personale e culturale, non hai capito che nel corso di Economia Politica I ti hanno spiegato che i fattori produttivi sono mobili e, in uno spazio omogeneo e a-identitario, vanno dove c'è domanda di lavoro?
Se protesti contro questo destino, sei automaticamente un fascista ed un populista di destra. Perché, sempre dentro questa visione del mondo, se, anziché utilizzare la tua libertà personale per cercarti una strada di miglioramento della tua condizione, osi protestare con l'unica protesta che è stata lasciata ai ceti popolari (strada sbagliatissima, come spiegherò a breve), precipiti dentro l'autocommiserazione e la rabbia contro gli altri, sei un “jerk”, come il thatcherismo sprezzantemente chiamava i falliti del suo modello senza società, e sei pericoloso, e vai represso (perché il “Manifesto” è pieno di frasi esplicitamente minacciose, al di là della melassa dei buoni sentimenti che lo pervade) perché con la tua rabbia disturbi il godimento delle libertà di chi è riuscito a farne qualcosa di utile per sé, e sei pericoloso, perché osi ripristinare una visione della società dove non c'è libertà assoluta, dove c'è uno Stato non solo arbitro, ma anche giocatore, che pone vincoli all'individuo nel nome di un bene superiore. Un concetto di rapporto fra libertà individuali e Stato che univa sia il comunismo che il fascismo. Tutt'al più, certo, se ti consideri di “sinistra” puoi sentire un dovere morale nel fare volontariato, sostituendoti ad un ruolo che dovrebbe essere perseguito istituzionalmente da uno Stato degno di questo nome, e non svuotato delle sue competenze, o al massimo proporre qualche rete di protezione minimale per chi non ce la fa, ma questa è solo una delle tante versioni del liberismo, si chiama socio-liberismo. Ed avremmo tutti, me compreso, dovuto far attenzione, perché questa visione era già il cardine del Manifesto ulivista prodiano del 1995.
Ebbene, ribadisco, questa narrazione perversa di cui è intriso il “Manifesto” delle sardine è borghese, è accucciata ai poteri forti, fa presa su chi, dentro questo mondo liberato da ogni vincolo e quindi ridotto a sanguinosa arena per la sopravvivenza, ce l'ha fatta e, purtroppo, come dimostra la critica di cui parlavo all'inizio, fa presa anche su chi ne esce con le ossa rotte, ma viene nutrito di speranze che il futuro sarà migliore a prescindere e catturato dal branco ittico. Le speranze, specie quando sono ben sostenute da un apparato di propaganda e da una ideologia rivenduta nei suoi aspetti superficiali più piacevoli, sono un carburante quando si ha 23 anni, le ho avute anche io. Alle soglie dei 50 anni, sono solo nostalgia e presa d'atto razionale. E' inutile dire al precario che si dà da fare fra le sardine che già Brecht ci ammoniva sul fatto che, spesso, alla testa dei cortei si colloca il nemico. D'altra parte, il Pd non starebbe al 20% se dovesse basarsi solo sul voto delle categorie sociali che usufruiscono delle sue politiche.
E, ribadisco, questa narrazione, di cui gronda il “Manifesto” delle sardine, è più psicoanalitica che politica, è anti-politica, perché sostituisce la politica, che è analisi delle condizioni oggettive delle masse, con una raccolta di sentimenti, illusioni, suggestioni, rêveries, buoni propositi natalizi. Diventa politica nel momento in cui viene chiaramente organizzata da ambienti prossimi al Pd, come strumento di campagna elettorale per un voto regionale strategico per l'agone della lotta di potere in corso. Perché nessuno è fesso, lo spontaneismo delle masse non raggiunge i risultati ottenuti dalle sardine, in termini di mobilitazione e visibilità mediatica, senza una regia occulta seria e strutturata.
Ed allora sarebbe il caso di esprimere un contro-Manifesto, se volete, il Manifesto delle balene. Le balene sono animali longevi e lenti, non hanno il giovanile guizzo colorato delle sardine. Sono piene di ferite e quando vanno a morire si separano dal loro branco e muoiono sole. Il Manifesto delle balene direbbe questo: che la libertà non esiste. Non esiste. E' una costruzione illusoria. Nemmeno nello stato di natura siamo liberi, perché siamo accompagnati da un'ombra sin dal primo vagito: l'ombra della morte, che ci spinge verso una vita non libera, ma soltanto fatta di reattività contro la morte. Ed è questo il motivo per il quale, noi, esattamente come le termiti o le formiche, costruiamo società complesse: sono strutture di sopravvivenza, modi di procrastinare l'incontro con la morte, o per collettivizzare la paura o, per meglio dire, per spostare quote di paura da un gruppo più forte verso altri gruppi più deboli, attraverso la lotta per la conquista delle risorse economiche che, come è ovvio, prolungano la vita a chi le ha, accorciandola a chi ne è privo. La società colloca le sue strutture, quindi, sulla paura e sul conflitto, non sull'armonia e l'amore universale.
Se la società è lotta dentro uno spazio di costrizioni e non di presunte libertà, la lotta non si esorcizza, come cerca capziosamente di suggerire il “Manifesto” sardinista, con la predicazione di una impossibile libertà universale (che è soltanto danno apportato ad altri) e di amore dentro una società distopica di armonia assoluta. La lotta si deve riconoscere, anche nella sua cattiveria e crudeltà, ed occorre orientarla dentro canali democratici e di confronto civile, altrimenti, se tali canali sono negati ed addirittura umiliati, perché “non abbiamo bisogno di essere liberati da niente”, come affermano gli autori del “Manifesto” (forse loro no, ma milioni di deprivati di questo Paese invece sì) essa, esattamente come l'Ombra personale quando viene negata, sorgerà in forme molto più aggressive.
Se è vero che il populismo leghista non è affatto la soluzione, ma parte, rilevante, del problema, e devo fare l'ennesima autocritica del mio percorso personale, costellato solo da errori e mai da soluzioni (attenzione, ho parlato del populismo leghista-salvinista, che del populismo vero ha soltanto la mistica del leader, non del populismo tout court, se è vero che, a mero titolo di esempio, dal peronismo è nata la figura di Kirchner) esso non si combatte con il pesce azzurro. Quello, al più, serve a controllare il colesterolo. Non si combatte pretendendo che sia stato Salvini a creare delle paure inesistenti nel corpo sociale. Si tratta di una madornale ed imperdonabile mistificazione. Salvini non ha creato paure, ha raccolto paure preesistenti e le ha amplificate. Ha scavato nelle fondamenta della società, che non sono di amore, ma di terrore. Non si combatte appellandosi alla generosità, perché la generosità serve solo per mondarci l'anima, in attesa che essa voli via.

Il populismo delle origini era di sinistra

La destra si combatte parlando alla paura, alla rabbia ed anche all'egoismo. Come facevano gli antichi socialisti e comunisti. Parlando di lavoro, di Stato assistenziale e non vessatorio, di protezione dagli aspetti più predatori della globalizzazione, di politica dei redditi, di identità nazionale, sì, cari miei, l'identità nazionale è una risposta al disperato bisogno di radici della condizione umana, che è quella di un fuscello esposto ai venti. Non lo volete chiamare socialismo? Detestate il rossobrunismo? Bene, allora chiamatelo sarchiapone, e come diavolo volete voi. Ma è di questo che dovete parlare. Ed è questo che manca completamente nel vostro “Manifesto” ittico. Che, in assenza di ciò, lo ribadisco, è per me soltanto una confabulazione intimistica e scollegata dalla realtà.
Con affetto verso i tanti pesci che sono vittime di questo Paese modellato da una sinistra deviante e da una destra pessima. Ma nessun affetto per chi ha organizzato questo movimento per finalità elettorali, per chi spera di trarne vantaggi personali di visibilità, per chi non vuole capire, perché non voler capire l'evidenza corrisponde ad esserne complice, oltre che vittima.

domenica 17 novembre 2019

Sostenibilità del debito pubblico ed il caso dell'Italia




La domanda delle domande che echeggia da sempre sui mercati finanziari, fra i policy maker ed il pubblico, è se il debito pubblico sovrano di un determinato Paese sia sostenibile o meno. Come mai il debito pubblico giapponese, che è al 200% del Pil, è sostenibile, e quello ucraino, che è al 30%, non lo è? Da cosa dipende il concetto di sostenibilità nel tempo del debito pubblico? Un recentissimo paper di Debrun, Ostry, Willems e Wyplosz[1] cerca non di dare risposte definitive, ma di sistematizzare i vari elementi che compongono il concetto di “sostenibilità” del debito pubblico. Essa, come appare evidente, non dipende dalla percentuale sul Pil, o, peggio ancora, dal suo valore assoluto, come indicano gli stupidi ed angosciosi cartelli messi nella stazione centrale di Milano, che ogni secondo fanno vedere la crescita dell’entità assoluta del debito pubblico italiano. Così come non è vero che il “debito pubblico non esiste”, come ritengono i sostenitori della sua monetizzazione totale.
Gli autori del paper in questione mettono in fila le seguenti questioni, per poter definire la sostenibilità del debito pubblico:
a- Solvibilità del governo e stabilità della traiettoria intertemporale del debito pubblico;
b- Credibilità del governo nell’imporre politiche fiscali restrittive;
c- Condizioni di liquidità del Governo, che però, fintanto che dura l’attuale fase di espansione monetaria della Bce, non è un problema per l’Italia.
Gli autori stessi evidenziano come tutta una serie di aspetti più specifici, come la composizione del debito pubblico rispetto alle valute in cui è denominato, o rispetto alle caratteristiche dei creditori (istituzionali o di mercato, interni o esteri) o la sua struttura per maturità sono fondamentali nel determinarne la sostenibilità. Tali aspetti, però, in qualche modo possono essere ricompresi nelle categorie a), b) e c) sopra citate. Vediamo di analizzarle con maggiore dettaglio.

Solvibilità del governo

L’evoluzione intertemporale del debito pubblico (d) fra i tempi t-1 e t dipende dalla seguente equazione
Dt – Dt-1 = (Rt-Yt/1+Yt)Dt-1 – PBt,
dove:
Rt è il tasso di interesse medio sul debito pubblico, Yt il tasso di crescita del Pil, PB il surplus primario (cioè la differenza fra entrate fiscali e spesa pubblica al netto del pagamento degli interessi sul debito).
Sostanzialmente, tale equazione ci dice che il debito pubblico cresce nel tempo se il tasso di interesse medio su tale debito cresce più rapidamente del tasso di crescita del Pil, che è correlato all’incremento degli introiti fiscali, e se la crescita del fardello da indebitamento è superiore a quella del surplus primario di bilancio.
Da tale semplice equazione, è possibile inferire la condizione di sostenibilità nel medio periodo del debito pubblico. Se parametrizziamo la risposta di politica fiscale al tempo t rispetto ad un dato livello del debito pubblico nel tempo precedente, allora avremo che PBt = βDt-1, dove 0<β<1, abbiamo che la risposta in termini di politica fiscale, cioè di avanzo primario, è un moltiplicatore del debito pubblico al tempo precedente.
Da tale espressione, ricaviamo che se β> (Rt-Yt/1+Yt), cioè se la risposta di politica fiscale è più ampia del coefficiente che, nell’equazione precedente, produce accumulazione intertemporale di debito, allora il debito pubblico è sostenibile nel tempo.
Ciò significa che, se la risposta di politica fiscale in termini di aggiustamento verso l’alto dell’avanzo primario supera il differenziale (supposto positivo) fra tasso di interesse medio del debito pubblico e tasso di crescita, allora il debito pubblico sarà sostenibile, perché tenderà, nel tempo, ad aggiustarsi verso un trend decrescente.
Naturalmente, le previsioni su tasso di crescita, tasso di interesse e avanzo primario devono essere non solo realistiche, ma basate su dati di fatto, e la crisi del debito pubblico greco è esplosa anche per previsioni realistiche basate su dati di bilancio truccati.

Credibilità delle politiche fiscali e fiscal fatigue

Altrettanto naturalmente, le previsioni di politica fiscale devono essere credibili, nella misura in cui i mercati non crederanno mai ad ipotesi di avanzo primario troppo alte, che sarebbero politicamente indigeribili e non fattibili. E qui veniamo alla questione della credibilità del governo nel momento in cui impone politiche fiscali restrittive per rendere sostenibile il debito pubblico, con i parametri sopra definiti. Il tema è quello della “fiscal fatigue”, cioè dell’affaticamento dell’opinione pubblica nell’accettare prolungati periodi di politiche fiscali restrittive. In un grafico in cui le ascisse rappresentano i livelli di debito pubblico e le ordinate i livelli di avanzo primario, la linea continua rappresenta la funzione di reazione fiscale, ovvero i livelli di avanzo pubblico stabiliti dal governo come reazione ad un determinato livello di debito pubblico. La linea tratteggiata rappresenta il servizio totale per interessi sul debito pubblico, ovviamente crescente al crescere del debito.
Il punto di intersezione A fra le due curve rappresenta il punto di debito di equilibrio intertemporale, d*, verso il quale si può far convergere l’economia: in tale punto, i livelli di avanzo primario sono sufficienti a ripagare il servizio del debito, ed esso, quindi, tenderà a non crescere ulteriormente. A sinistra del punto A, i livelli di debito pubblico saranno così bassi da non stimolare una forte reazione di politica fiscale. A destra del punto A, per livelli di debito più alti di d*, il governo tenderà a fare politiche fiscali particolarmente restrittive, per non farsi sfuggire la situazione di mano.
Tuttavia, se, nonostante tali politiche fiscali restrittive, per shock macroeconomici sulla crescita o sul tasso di interesse il debito arriva fino al punto d**, cioè all’intersezione marcata con il punto B, la “fiscal fatigue” impedirà di esercitare interventi fiscali ulteriormente restrittivi, e la curva di reazione fiscale tenderà ad appiattirsi e divenire una retta orizzontale. A quel punto, ulteriori aumenti del debito pubblico non potranno più essere contenuti dalla politica fiscale, ed il tasso di interesse sul debito pubblico tenderà a schizzare verso l’infinito, perché i premi per il rischio di investire in nuovi titoli del debito pubblico diverranno tendenzialmente di entità incontenibile. Siamo nel caso del default sovrano.






Debito pubblico di equilibrio e di default


Gli spazi fiscali disponibili

In realtà, tale situazione non si realizzerà mai: nessuno consentirà che il debito arrivi fino a d**, perché gli investitori sconteranno anticipatamente l’imminente default, e già al livello di debito più basso marcato come dls, cioè al punto di intersezione C, chiederanno un incremento del tasso di interesse sui nuovi titoli del debito pubblico insostenibile. Il default avverrà per decisione del mercato prima ancora di raggiungere il punto “automatico”.
Qui veniamo ad un ulteriore punto: quello dello spazio fiscale. Fino a quanto uno Stato può permettersi di ampliare il suo debito pubblico senza arrivare al fatidico punto dls, dove si precipita nel default pilotato dai mercati? Una elaborazione del FMI sugli spazi fiscali di un gruppo di Paesi, intesi come i margini disponibili per abbassare le tasse e/o aumentare la spesa pubblica prima di finire in default, prende in considerazione aspetti quali il livello medio di spead negli ultimi 12 mesi e negli ultimi 5 anni, la quota di debito pubblico detenuta dai non residenti, la struttura per maturità del debito, l’entità degli asset finanziari di proprietà pubblica.
La proiezione di tale modello per l’Italia la colloca in uno spazio fiscale limitato, insieme a Paesi quali l’Argentina, il Brasile, il Sudafrica e la Spagna, con un rischio moderato in termini di disponibilità di nuovi finanziamenti dai mercati, ma elevato in termini di sostenibilità futura del debito pubblico, cioè di suo incremento per non soddisfazione della già citata condizione di equilibrio β> (Rt-Yt/1+Yt) per via di una futura “fiscal fatigue” che allenterà le politiche fiscali.
 Messa in questi termini, l’Italia potrebbe, a bocce ferme, ed almeno per i prossimi anni, permettersi un allentamento delle politiche fiscali sapendo che il rischio di non essere più finanziata dai mercati in sede di rollover del suo debito sovrano è moderato. Ciò però inevitabilmente comporterà un avvicinamento a livello critico dls, dove tutto cambierà. A meno che il rilassamento delle politiche fiscali non comporti un incremento di Yt, cioè del tasso di crescita dell’economia, oltre il tasso di interesse sul debito sovrano. In effetti, sembra che un disavanzo pubblico integralmente costituito da investimenti pubblici sia considerato “credibile” dai mercati, comportando, ceteris paribus, un calo del tasso di interesse sul debito.
Gli stress test condotti sull’Italia dal Fmi evidenziano che il rischio più grande di esplosione del debito pubblico derivi da uno shock sull’economia reale, cioè da una recessione economica. L’esplosione del debito pubblico che ne deriverebbe sarebbe molto più significativa rispetto a quella derivante da un incremento dei tassi di interesse sul mercato del debito pubblico o da uno shock sul saldo primario. Il rischio potenzialmente più alto è però quello combinato: bassa o negativa crescita economica accompagnata da un aumento della spesa pubblica, evidentemente non in grado di invertire il ciclo negativo.
Stress test sul debito pubblico italiano per tipologia di shock

Fonte: Fmi

Conclusioni

La sostanza di tutto questo ragionamento è la seguente:
a a) Non sembrano esservi, nel breve periodo, rischi significativi di mancato rollover del debito pubblico. Se la Bce dovesse proseguire nel piano di acquisto di titoli del debito pubblico sul mercato secondario, tale rischio sarebbe anche più basso;
bb) Tuttavia, tali rischi potrebbero aggravarsi significativamente con l’attuale progetto di riforma dell’ESM (meccanismo europeo di stabilità) che sembra suggerire agli investitori l’intento, da parte di Francia e Germania, di creare un cordone protettivo contro il potenziale rischio di default italiano, inducendo sui mercati le classiche previsioni auto-realizzanti, aggravate dalla previsione di ristrutturazione automatica del debito con “private sector involvement” in caso di richiesta di accesso al nuovo Mes. Tale riforma è avvenuta lungo la vita del precedente governo gialloverde, perché la prima versione fu proposta nel dicembre 2018, e poi approvata dal Consiglio del giugno 2019, con Governo gialloverde già in carica. Non si capisce, quindi, come mai Bagnai e Borghi sbraitino oggi. Dovevano farlo prima, quando erano al governo e porre il veto. Evidentemente, l’attuale premier Conte non sembra in grado di affrontare la questione, ma è dubbio che lo possa fare anche un eventuale premier Salvini. Dov’era quando tali proposte furono avanzate? Era al Governo, ma non ha fatto granché;
  c) Il rischio grosso che corriamo è che la crescita del Pil prosegua lungo l’attuale fase di stagnazione o, peggio, decresca per via di una nuova recessione. In tal caso, il debito pubblico esploderebbe verso il punto di default, e la fiscal fatigue sarebbe ancora più rilevante (come imporre politiche fiscali restrittive ad un Paese in crisi economica?)
dd) Se si vuole fare politiche fiscali espansive, esse devono basarsi su spesa pubblica ad elevato moltiplicatore sulla crescita, tipicamente su spesa per investimento, riducendo il ricorso a spesa corrente ed a trasferimenti fiscali poco produttivi sotto il profilo dell’impatto sui consumi e sulla crescita (come ad esempio gli sgravi sui redditi medio-alti, tipici di sistemi come la flat tax);
ee) La spesa per investimenti va promossa rimuovendo i lacci e lacciuoli amministrativi che rendono i tempi di completamento dei cantieri biblici. Non basta più fare qualche ritocco al Codice degli Appalti, occorre una forte riduzione dei controlli amministrativi e giurisdizionali ex ante, salvo poi recuperarli ex post con particolare severità (non deve cioè essere consentito di pensare che i controlli si ammorbidiscano, ma solo che essi avverranno ad opera consegnata, e non in itinere. Se ad opera consegnata, in fase di collaudo, si riscontreranno difetti o inadeguatezze di fabbricazione, l’opera verrà demolita ed i suoi costruttori severamente puniti, ma perlomeno l’effetto di spesa sulla crescita sarà stato conseguito);
ff)  Un rischio moderato di default rimane sulla possibilità di shock sui tassi di interesse. Da questo punto di vista, c’è poco da fare, se non sperare che la Bce non abbandoni del tutto la politica dei tassi di interesse bassi sinora condotta, moderando molto la successiva ed inevitabile fase di aumento che si verificherà, anche in considerazione di un rischio inflazionistico inesistente. 
   Tutte queste considerazioni, ovviamente, valgono se non siamo già alla vigilia di una nuova recessione globale indotta proprio dai debiti sovrani. In quel caso, finiremo come la Grecie o giù di lì. 



[1] Public Debt Sustainability, in Cepr, Dp 14010, settembre 2019.

venerdì 1 novembre 2019

Il ménage à trois Fca-Psa-Governo francese: paradigma del declino del nostro Paese






Fca è stata venduta a Psa. Perché di vendita e non di partnership si tratta: Psa esprimerà l'Amministratore Delegato ed avrà la maggioranza nel Cda. Che si tratti di vendita e non di fusione paritaria si evince dal fatto che il concambio azionario si svolge cedendo azioni Fca in cambio di azioni Psa, con un premio di acquisto delle azioni Fca di circa il 30%. Fca fattura 110 miliardi di euro ed è l’ottavo costruttore mondiale. Psa, invece, fattura 74 miliardi ed è il nono gruppo mondiale, proprio sotto Fca. Il più piccolo, dal punto di vista produttivo e commerciale, mangia il più grande, semplicemente per il motivo che i mercati finanziari quotano maggiormente il più piccolo rispetto al più grande: infatti, Fca ha una capitalizzazione di Borsa di circa 18-19 miliardi di euro, inferiore ai 22-23 miliardi di Psa. In pratica, Psa, che nonostante le minori dimensioni viene valutata come azienda più redditizia di Fca, per via di migliori asset immateriali (essenzialmente il buon posizionamento sul mercato delle auto elettriche) ha comprato una azienda più grande ma di minor valore e prospettive future meno buone, pagando alla proprietà venditrice un premio di circa il 30% sul valore attuale della sua quota azionaria.

Tale premio ricevuto dalla famiglia Elkann e dagli altri azionisti Fca, ed anche questo è molto significativo, non sarà reinvestito in nuove attività produttive, ma redistribuito come dividendo straordinario. Questo è un dato estremamente significativo per delineare alcuni tratti fondamentali del neo-capitalismo: il capitalista classico, come previsto da Marx, si trasforma in rentier ma, a differenza delle previsioni marxiane sui lavoratori cooperativi collettivi associati, essi, assimilabili agli odierni manager, non si sono alleati con le forze del lavoro, ma hanno stipulato con i capitalisti-rentiers un patto: rendita garantita ai primi, potere di gestione ai secondi, che diventano spesso più potenti dei capi di Stato e di governo. Tavares, come Marchionne prima di lui, chiamerà a raccolta i capi di Governo italiani, che verranno da lui con le orecchie basse ed il cappello in mano. Alla fine il vero potere economico, e quindi politico, nel post capitalismo, è dei manager, non dei proprietari del capitale, che se vogliono continuare a godere i frutti della loro proprietà devono obbedire agli ordini dei primi.

Ora, evitiamo di piangere scioccamente sull'industria nazionale che se ne va. Fca non è più una impresa nazionale dai tempi di Marchionne: è una impresa multinazionale con sede legale in Olanda. Il punto fondamentale è un altro, ovvero la difesa dei livelli produttivi, occupazionali e della R&S sul nostro territorio. Ed il punto è che questo acquisto, per l'Italia, non fa che accelerare una serie di eventi che sarebbero avvenuti comunque, e che si sarebbero potuti minimizzare con una politica industriale lungimirante, che non c'è stata. L'assicurazione che stabilimenti e posti di lavoro non saranno toccati, nel medio periodo, è una mera sciocchezza. Ma lo è sia per gli stabilimenti italiani che per quelli francesi. I due gruppi operano sugli stessi segmenti di mercato, ovvero quelli più economici, che vanno dall’A (city car) al C (medie). In tali segmenti ci sono delle evidenti sovrapposizioni, perché si tratta di mercati già oggi tendenti alla stagnazione di domanda, soprattutto in Europa: nel periodo gennaio-settembre 2019, le vendite di auto nell’area Efta e Ue sono calate dell’1,6% rispetto al corrispondente periodo del 2018. Tale calo è legato soprattutto ai segmenti A, B e C dove, come detto, i due gruppi hanno le principali sovrapposizioni produttive. Le uniche aree di mercato di non sovrapposizione sono costituite dai fuoristrada e dalle sportive, dove però Psa è assente e Fca è forte, e dove i volumi produttivi, e quindi occupazionali, sono molto meno rilevanti.

Quanto sopra in termini di segmenti di mercato. In termini geografici, l’unico mercato che appare, in prospettiva, in forte crescita, è quello asiatico. Fitch prevede che, nel 2028, il mercato asiatico assorbirà quasi 58 milioni di autoveicoli, a fronte dei 46 milioni attuali. In base alle previsioni IHS, fra 2018 e 2026, il mercato automotive crescerà del 26% in Cina, del 45% negli altri mercati emergenti (quali l’India con i suoi 1,3 miliardi di abitanti, o i quasi 700 milioni di abitanti del Sud Est asiatico) mentre diminuirà dello 0,3% nell’area del G7, ivi compreso l’ancora ricchissimo mercato statunitense, dove Fca è forte (e questo è un altro motivo della volontà di Psa di acquistarla), ma dove è in atto una contrazione del credito che sembra associata ad un crescente rischio di default per prestiti al consumo facili, simile a quello dei subprime del 2007, e dove, paradossalmente, i dazi su acciaio e alluminio decisi da Trump per difendere l’industria interna rischiano di far lievitare i costi di produzione dei fabbricanti di automobili negli States.

In un mondo dove il protezionismo economico è in crescita, in un settore in cui il costo di trasporto dal sito di produzione a quello di vendita incide, mediamente, per il 5-6% dei costi totali ed il costo della manodopera oscilla fra il 7 ed il 10%, dove il marketing fa ancora fortemente leva sulla nazionalità di produzione dell’autoveicolo (in Cina, ad esempio, i consumatori sono molto sensibili alla possibilità di comprare il “made in China”) conviene trasferire la produzione nei punti di consumo. Cioè spostarla dalle regioni più sviluppate, dove il mercato non cresce più, a quelle emergenti, dove cresce. Ora, Psa gli stabilimenti in Oriente li ha già: quattro siti produttivi in Cina, uno in Iran, diversi altri in Indocina (Vietnam, Malesia, Indonesia, ecc.) mentre Fca ha una presenza, in tale continente, molto minore (solo uno stabilimento in India ed un altro in Cina).

Riassumendo: sovrapposizione sui segmenti di mercato di massa ed esigenze di spostare la produzione dal maturo Occidente all’emergente Oriente comporteranno inevitabilmente perdite produttive ed occupazionali sia in Francia che in Italia, ed avrebbero comportato tali perdite anche se Fca e Psa avessero continuato ad agire disgiuntamente, perché sono le forze di mercato a renderlo inevitabile.

Il problema di questo accordo è di tipo “distributivo”. I sacrifici produttivi ed occupazionali richiesti non saranno distribuiti “fifty fifty” fra Italia e Francia. In Italia saranno maggiori, per diversi motivi: perché il Governo francese detiene una quota di proprietà della Psa, e la fa valere per difendere gli interessi nazionali; perché i sindacati francesi sono ben più combattivi di quelli italiani; perché il gruppo Psa controlla Opel, ed Opel significa Germania, e la Germania userà tutta la sua forza affinché Opel non sia coinvolta nelle ristrutturazioni; perché lo switch verso l’auto elettrica favorito dall’accordo, che probabilmente comporterà una compressione dei progetti di Fca sull’auto ibrida, produrrà una moria di componentisti (è noto che un veicolo elettrico ha meno componenti di uno a motore fossile, o di uno ibrido). E’ facile immaginare quali stabilimenti italiani, nell’ipotesi più ottimistica, sopravvivranno alla falcidie: quelli che non sono in sovrapposizione con le produzioni Psa, quindi quelli che producono Suv, fuoristrada e sportive di lusso: Mirafiori, Grugliasco, Modena, Maranello, Melfi. Per stabilimenti come Cassino, Pomigliano d’Arco, Termoli, insieme a migliaia di componentisti distribuiti in tutta Italia, la campana suona già. E stiamo parlando dell’ipotesi più ottimistica. Perché non è detto che alla fine le Jeep ed i Suv non convenga produrli a Detroit. E dimentichiamoci che la R&S resti in Italia: se si punterà sull’elettrico, come si evince dall’accordo, sono i francesi ad essere più avanti nella ricerca. Tutt’al più agli italiani resterà il contentino dei sistemi di guida autonoma e del Centro Stile, visto che siamo cialtroni, ma di buon gusto (a differenza dei francesi, che cialtroni non sono, ma hanno pessimo gusto).

La politica tutta, dal Governo all’opposizione, che cade dal pero, nascondendosi dietro a ridicoli proclami di correttezza nel non voler interferire in un accordo fra privati, ed il sindacato, più preoccupato di combattere un presunto fascismo che di difendere i lavoratori, non hanno fatto ciò che la politica francese ha fatto: sapendo che un processo di deindustrializzazione dell’automotive sarebbe stato inevitabile, la politica ed il sindacato di Francia si sono preoccupati, da un lato, di entrare nel capitale sociale delle sue aziende, per poter poi influenzare e ridurre i sacrifici occupazionali (ad esempio boicottando il tentativo di accordo fra Fca e Renault, giudicato non conveniente per l’interesse nazionale, e dirigendolo verso un più favorevole accordo con Psa), e dall’altro di dotarsi di politiche e strumenti operativi di reindustrializzazione e diversificazione produttiva delle aree che perderanno la presenza dell’automotive (si pensi all’efficace strumento dei cosiddetti “pôles de compétitivité” a livello regionale, dei cluster territoriali fra industria e ricerca, incentrati su aree di declino industriale, sostenuti dal Governo, che in 15 anni hanno raggiunto l’80% dei risultati di politica industriale prefissati).

Questa è tutta la differenza fra noi e la Francia, la differenza che spiega perché noi siamo avvitati in un declino senza fine e la Francia, seppur a fatica, sopravvive. Loro hanno una classe dirigente antipatica, ma che fa quello per cui è pagata, ovvero dirigere, cioè prevedere il futuro ed attrezzarsi per affrontarlo. Noi abbiamo semianalfabeti che fanno i Ministri, saltimbanchi con la colesterolemia alta in perenne campagna elettorale anziché al lavoro sul loro seggio parlamentare, leccaculo professionali specializzati nel tenere buono il popolo, venduti al servizio di potenze straniere, ipocriti cuori teneri preoccupati delle parolacce sui social e non della disoccupazione e della povertà, specialisti del bunga-bunga. Un circo dei miracoli, non una classe dirigente.

Loro riescono a governare l’inevitabile deindustrializzazione dell’automotive preparando il futuro investendo su nuovi settori produttivi, noi ci avviamo, fra rabbia e disperazione, verso un futuro che sarà a metà fra il Messico dei narcos e l’Argentina di Menem. E non siamo vittime di un destino cinico e baro, siamo vittime di noi stessi.