domenica 21 aprile 2019

Cosa sarebbe potuto succedere se l’attentato contro Hitler avesse avuto successo? Una ipotesi



L’attentato riesce: le ore successive

La storia non si fa di “se”, ma siccome è sempre divertente immaginare scenari, proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se l’attentato ad Hitler nella “Tana del Lupo” il 20 luglio 1944 fosse riuscito. In fondo sarebbe bastato pochissimo per invertire la direzione della storia. Sarebbero bastati due o tre minuti in più a Von Stauffenberg, impegnato ad innescare i due ordigni, prima di essere chiamato con impazienza da Keitel nella sala-riunioni senza riuscire ad innescare il secondo. Sarebbe bastato che il colonnello Brandt non avesse spostato, con il piede, la valigetta contenente l’esplosivo, posizionandola in un punto in cui non poteva più essere mortale per Hitler. Supponiamo allora che queste microscopiche casualità non si siano verificate, e vediamo cosa sarebbe potuto succedere. Le due bombe esplodono contemporaneamente. Mentre sta salendo sull’aereo che lo riporterà a Berlino, Von Stauffenberg vede i soccorritori che portano il cadavere del Fuhrer fuori dalla casa in fiamme.  L’intero Alto Comando della Wehrmacht, da Keitel a Heusinger a Jodl, muore insieme ad Hitler. In giornata, i principali gerarchi nazisti vengono arrestati: Goebbels, Von Ribbentropp, Himmler, Bormann, Muller, Rosenberg e Goering vengono immediatamente resi inoffensivi. Alcuni, come Speer, passano dalla parte dei rivoltosi.
I congiurati fanno scattare il Piano Valchiria, originariamente un piano per contrastare possibili colpi di Stato contro il Reich, abilmente modificato nei mesi precedenti da Von Tresckow, uno dei generali ribelli, per usarlo al fine di prendere il controllo dello Stato dopo l’uccisione di Hitler. Le milizie territoriali e i reparti della Wehrmacht agli ordini di generali ribelli prendono immediatamente possesso di tutti i punti nevralgici di Berlino, Parigi, Vienna e Praga: Ministeri, Parlamento, sedi del partito, uffici dei Gauleiter, comandi delle SS e della Gestapo, stazioni radiofoniche e sedi di giornali. Mussolini, in visita ufficiale ad Hitler nel pomeriggio stesso dell’attentato, ed all’oscuro di tutto perché in volo, viene arrestato non appena atterra in Germania. Verrà usato come merce di scambio nelle successive trattative con gli Alleati. Migliaia di ufficiali delle SS e della Gestapo, in Francia, a Berlino, in altre zone della Germania e sul fronte russo, presi di sorpresa, sono tratti in arresto dai comandanti regionali facenti parte del putsch, alcuni immediatamente fucilati sul posto. Fromm, comandante dell’esercito di riserva, Rommel, Von Manstein, Guderian e Model aderiscono immediatamente, con le loro unità, alla ribellione in atto.

La sala riunioni della Tana del Lupo dopo l'esplosione


In serata l’ex generale Ludwig Beck, designato nuovo Capo dello Stato, rivolge un messaggio radiofonico alla Nazione: Hitler è morto, il regime nazionalsocialista è finito ed i suoi principali esponenti sono stati arrestati, il Governo verrà assicurato pro tempore dagli insorti, e sarà ripristinata la Costituzione di Weimar. Il dottor Gordeler sarà il Cancelliere. Le unità della Wehrmacht, delle SS, della Polizia e della Gestapo devono obbedire incondizionatamente al nuovo Governo, o verranno considerate passibili di insubordinazione, arresto immediato ed esecuzione dopo sommario processo. La polizia e la milizia territoriale si faranno carico di soffocare qualsiasi manifestazione non autorizzata. Il Governo avvierà immediate trattative con gli Alleati per la cessazione di ogni ostilità e la tutela del territorio e della popolazione tedesca. Come segno di buona volontà, i campi di concentramento e di lavoro con prigionieri civili devono essere immediatamente chiusi, ed i relativi prigionieri rimessi in libertà e riavviati via ferrovia verso il loro Paese di origine. Tuttavia, sino ad ordine contrario, i comandanti militari sul campo devono proseguire i combattimenti secondo le disposizioni già ricevute e quelle che verranno di seguito emanate, soltanto con finalità difensive delle posizioni già acquisite ed astenendosi dal lanciare offensive di alcun genere. Seguono misure straordinarie per la sussistenza alimentare della popolazione. 

Il nuovo Reichspresident, Ludwig Beck


La notizia filtra immediatamente nelle principali capitali Alleate. Stalin, furioso, annuncia che la guerra continuerà fino all’occupazione della Germania ed alla distruzione dei suoi dirigenti, senza nessuna tregua. Churchill e Roosevelt sono molto cauti e scettici. Da un lato, vogliono vedere se realmente la rivolta attecchirà, in un Paese sino a quel momento fanaticamente seguace di Hitler. D’altro lato, delle decisioni sono state già prese durante la conferenza di Teheran del 1943, segnatamente la divisione della Germania in più Stati per impedirne un risorgere di potenza militare e lo “spostamento” verso ovest del territorio della Polonia, fin sulla linea Oder-Neisse, sottraendo alla Germania territori indiscutibilmente tedeschi da sempre per compensare la Polonia dei territori orientali, oramai già annessi dall’Armata Rossa all’Unione Sovietica. Tutto ciò contrasta con l’intenzione del nuovo Governo tedesco di preservare l’integrità territoriale della Germania. E’ evidente che i tedeschi devono accettare una resa senza condizioni, non possono pensare di negoziare.
Il giorno dopo, un pensieroso Ulrich Von Hassel si reca a Mosca a parlare con Molotov con un aereo della Luftwaffe. Appena nominato Ministro degli Esteri del nuovo governo, questo aristocratico ex diplomatico deve convincere i sovietici a fermare l’offensiva verso la Germania, oramai arrivata in prossimità della Prussia orientale, preservando, oltre che l’integrità territoriale tedesca, il controllo sulla Polonia Orientale e  Danzica (eventualmente con la concessione ai polacchi della libertà di uso del porto) sull’Austria e sulla Cechia, dove la Germania ha un protettorato. Sa bene che Stalin non ne vuole sapere niente. Riuscirà solo a tornare a Berlino senza essere arrestato dal Kgb, senza aver ottenuto nessuna apertura da parte dei sovietici.

I cambiamenti immediati nello scenario internazionale

La situazione internazionale, come effetto del golpe, sta mutando rapidamente. Come effetto dell’arresto del Duce, il maresciallo Graziani viene nominato nuovo capo della Repubblica di Salò, ed avvia immediatamente trattative di pace con gli Alleati, consapevole di non poter più fruire dell’aiuto militare tedesco. Nel giro di una settimana, la Repubblica Sociale Italiana capitolerà senza condizioni, ottenendo soltanto un salvacondotto personale per i suoi gerarchi, ed il Governo Badoglio estenderà la sua influenza su tutto il Paese. Almeno 27 divisioni inglesi ed americane vengono immediatamente trasferite sul fronte occidentale, per supportare l’avanzata verso Parigi. Le divisioni tedesche sotto il controllo di Kesselring, meno infiltrate dai ribelli ed ancora fedeli al nazismo, risalgono verso l’Austria, sotto pesantissimi bombardamenti alleati e continue imboscate dei partigiani, per difendere il controllo tedesco dell’Austria. Al loro passaggio, per rappresaglia contro gli italiani, devastano città e villaggi, distruggono infrastrutture e massacrano la popolazione civile.
In Romania, dove alcuni reparti dell’Armata Rossa sono già entrati, il Re Michele I destituisce Antonescu e firma l’armistizio con gli Alleati, nel tentativo di salvarsi dall’invasione sovietica, volgendo le sue truppe contro i tedeschi, costretti alla difensiva. In Bulgaria, Grecia e Iugoslavia, le forze partigiane locali, galvanizzate dagli eventi berlinesi, organizzano massicce offensive contro le forze di occupazione tedesche, nel tentativo di liberare il proprio Paese da sole. In Slovacchia ed in Ungheria, i locali governi filonazisti iniziano a sostituire gli elementi più compromessi con il vecchio regime di Hitler con politici più moderati, aprendo anche a ministri socialisti e comunisti, per ingraziarsi l’Unione Sovietica, che avanza minacciosa. In Francia, il governo di Vichy di Laval e Pétain si dimette, ed i due fuggono in Spagna, nel tentativo di salvarsi, lasciando il Sud del Paese nell’anarchia.
Di fronte a questo crollo dello scenario internazionale, Von Hassel si sente ripetere da Roosevelt e Churchill, con toni meno truculenti di quelli di Stalin ma ugualmente decisi, l’invito ad arrendersi senza porre condizioni e senza negoziare alcunché. L’annuncio fatto da Beck via radio nella notte del putsch, riferito all’ordine di liberare i prigionieri dei campi di concentramento, conferma in Roosevelt ed in Churchill un sospetto tremendo, che già aleggiava: i nazisti gestiscono campi di sterminio per eliminare fisicamente gli ebrei e le altre minoranze etniche rastrellate dagli Einsatzgruppen delle SS. Di fronte alla conferma di tale sospetto fornita indirettamente da Beck, la comunità ebraica internazionale fa pressioni molto forti per non far terminare la guerra, per non accettare un armistizio: occorre avanzare, per liberare i campi ancora sotto il controllo tedesco, che potrebbero essere pieni di prigionieri da salvare. E, in vista di un processo contro i vertici politici e militari del Reich, assicurare alla giustizia internazionale i responsabili, che potrebbero annidarsi anche fra gli ufficiali che hanno realizzato il golpe: uno dei congiurati, il generale Hoepner, nel 1941 ha dichiarato alle sue truppe che “la campagna in Russia è la lotta per difendere la cultura europea dall’orda moscovita-asiatica, e per respingere l’ebraismo ed il bolscevismo”, invitando i suoi soldati a sterminare il nemico senza pietà. Lo stesso Von Tresckow ha operato sul fronte orientale in un’area in cui si fucilavano continuamente commissari politici e civili inermi, e da comandante del Gruppo di Armate Centrale ha firmato personalmente migliaia di ordini di rapimento e deportazione di bambini polacchi, inviati in campi di lavoro tedeschi.

Il Governo dei ribelli frana rapidamente

 Inoltre, gli Alleati respingono la richiesta di armistizio perché la potenza militare tedesca sta tracollando rapidamente, con il Paese che in pochi giorni scivola verso la guerra civile. Le divisioni delle Waffen SS più fedeli al nazismo, la Leibstandarte, la Totenkopf, la Polizei e la Das Reich, pur avendo subito l’arresto dei comandanti e dello Stato Maggiore, si sono ritirate dai loro teatri operativi, in Francia, in Polonia, nei Balcani, per riorganizzarsi in Germania meridionale sotto il comando di Sepp Dietrich, sfuggito agli arresti iniziali. Unendosi all’unità di élite Fuhrer-Begleit Regiment, reggimento di scorta del Fuhrer, già presente in Germania e comandato da Remer, accordandosi con le forze di Kesselring spostatesi in Austria dopo la fine della campagna italiana, proclamano il Quarto Reich su Germania meridionale, Austria e Cechia, con capitale Monaco di Baviera, resuscitando il partito nazionalsocialista e riconoscendo come nuovo Fuhrer l’ammiraglio Karl Doenitz, anch’egli sfuggito all’arresto e fanatico seguace di Hitler. La Slovenia viene immediatamente occupata. Approfittando del fatto che gli alleati ed i partigiani di Tito non sono ancora arrivati in Friuli, Trieste, Pola, Grado e l’Istria vengono occupate, al fine di avere uno sbocco nel Mediterraneo. Il regime ustascià di Pavelic stringe una alleanza con il nuovo Reich.
In pochi giorni, nel nuovo autoproclamato Stato affluiscono, da tutta la Germania, decine di migliaia di nazisti irredenti ed antisemiti radicali, che sanno di non aver alcun futuro nella nuova Germania post hitleriana. Arrivano personaggi del calibro di Julius Streicher, Jurgen Stroop o Adolf Eichmann, decisi a non arrendersi. Alcuni comandanti di lager rifiutano di obbedire all’ordine di rilasciare i prigionieri, e li passano per le armi. Avviene a Dachau e Mauthausen, che si trovano sul territorio del Quarto Reich post-hitleriano, ma anche a Majdanek ed Auschwitz, i cui comandanti, terrorizzati dall’arrivo dell’Armata Rossa, pensano bene di sterminare tutti i prigionieri per cancellare le tracce dei loro crimini. 

A Monaco si riorganizza il Quarto Reich, agli ordini di Doenitz

 
 Tra l’altro, a livello interno la popolazione tedesca non reagisce positivamente al colpo di Stato, come avevano sperato in un primo momento i ribelli. Aizzati dai nazisti superstiti, che parlano di tradimento della Patria e di Paese consegnato ai temibili soldati dell’Armata Rossa, i tedeschi, terrorizzati dalle rappresaglie dei sovietici, temendo che l’uccisione di Hitler abbia indebolito il sistema difensivo della Germania, scendono in piazza a protestare. Il 22 luglio una folla enorme protesta sotto la Cancelleria del Reich, a Berlino. Von Stauffenberg, il cui prestigio all’interno del nuovo Governo è indiscutibile per aver ucciso il Fuhrer, sulla base della sua ideologia elitarista ed autoritaria, impone al Ministro dell’Interno Leber, un socialdemocratico, che però deve a von Stauffenberg la sua sopravvivenza, di usare le maniere forti. La polizia berlinese spara ai dimostranti nel terzo giorno di manifestazione, causando la morte di 20 persone.
Tale evento aliena le simpatie della Spd e dei comunisti, che passano all’opposizione. La situazione sociale è aggravata dalla penuria di beni di prima necessità: il Cancelliere Gordeler, che è un liberale, con ancora la memoria dell’iperinflazione di Weimar, rifiuta la proposta delle opposizioni di sinistra di aumentare i salari, proprio mentre viene diramato un ordine di nazionalizzazione completo di tutte le industrie collegate al complesso militare, per riconvertirle verso la produzione civile, che genera l’immediata ostilità dell’associazione degli industriali. Alfried Krupp, il proprietario dell’omonimo colosso industriale, minaccia il Governo di smantellare i suoi impianti industriali per portarli nel territorio del Quarto Reich. Il 24 luglio degli ignoti sparano alle gambe di Lejeune-Jung, il Ministro dell’Economia, azzoppandolo per sempre.
La reazione dei militari al Governo al caos crescente è da militari. Con un ordine esecutivo, il Presidente Beck impone il coprifuoco, la chiusura di giornali e radio dell’opposizione, la riapertura dei lager per prigionieri politici appena liberati e la nazionalizzazione immediata di tutte le banche e dei mezzi di produzione. In un Parlamento blindato dalla polizia controllata da Von Tresckow, viene passata una nuova Costituzione, che prevede l’autorizzazione del Governo per l’esercizio di attività politica e sindacale, il reato di opinione, l’arresto senza autorizzazione della magistratura per sospetta attività sediziosa ed il depotenziamento del Parlamento.
Tali decisioni, anziché calmare la situazione, la infiammano ulteriormente. Gordeler, da liberale, si dimette per protesta dalla carica di Cancelliere, che viene immediatamente assunta da Von Stauffenberg. Qualche giorno dopo, Gordeler verrà arrestato e sparirà. Di lui non si saprà più nulla. Gli ex nazisti esautorati da cariche politiche ed amministrative iniziano, con il supporto finanziario e logistico proveniente dal Quarto Reich di Monaco e dagli industriali, ad organizzare un esercito clandestino di resistenza. Si verificano scontri di piazza fra sinistra ed ex nazisti, che ricordano il clima di Weimar. Nel caos, si verificano fughe di massa dai penitenziari di criminali comuni, che vengono spesso reclutati nell’Esercito Nazionale Popolare di Resistenza costituito dagli ex nazisti. Furti, saccheggi ed omicidi sono all’ordine del giorno, mentre a polizia e milizia territoriale viene data l’autorizzazione di sparare a vista. 

Tornano i disordini tipici di Weimar



Le strategie di guerra cambiano

Il 15 agosto, a Damasco, è un giorno caldo e pieno di sole. Nel calore spesso i canti dei muezzin si inframmezzano alle campane delle chiese cattoliche. Finalmente, dopo gli eventi tedeschi, i tre alleati, Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano per decidere la nuova strategia da tenere con la Germania, alla luce degli sconvolgimenti verificatisi. Stalin ha paura che i due alleati occidentali finiscano per fare accordi con il Governo di Berlino, e propone che le operazioni militari proseguano come da decisioni già prese, senza alcuna modifica ai piani operativi. Churchill e Roosevelt, in realtà, per i motivi sopra esposti, non hanno alcuna intenzione di fermare le operazioni, solo che il cambiamento di scenario impone, evidentemente, una modifica alle strategie militari. Il Quarto Reich è arroccato fra le montagne austriache e bavaresi con oltre trenta divisioni della Wehrmacht di veterani induriti dalle campagne d’Italia e del Nordafrica e quattro divisioni di élite delle Waffen SS, con corpi di volontari repubblichini italiani e cechi e l’esercito ustascià croato, oltre ai partigiani cetnici di Mihajlovic che, in un disperato sforzo di sopravvivenza, temendo (a ragione) l’aggressione sovietica, si sono alleati ai nazisti. Un osso troppo duro da affrontare, per il momento.
Il ventre molle della Germania è adesso il Governo di Berlino. Gli anglo-americani propongono di occuparsi della liberazione della Francia ancora occupata, del Benelux, della Scandinavia e della Germania centro settentrionale ed orientale, fino a Berlino, alla Prussia Orientale ed a Danzica. L’Armata Rossa, partendo dall’Ucraina, potrebbe attaccare da sud, attraverso la Romania, la Bulgaria, la Iugoslavia e la Croazia, l’Ungheria, la Slovacchia, il Protettorato di Boemia e Moravia, facendo pressioni al Quarto Reich da Sud. A quel punto, gli alleati, da nord, ed i sovietici, da sud, stringerebbero il Quarto Reich in una morsa micidiale.
Stalin nicchia un po'. In una logica che già guarda a Yalta ed alla divisione del mondo in sfere di influenza, si tratta, in pratica, di regalare l’intera Germania centro settentrionale, ivi compresa la liberazione, altamente simbolica, di Berlino, agli occidentali. L’occupazione anglo-americana della Prussia orientale e di Danzica, peraltro, significherebbe anche rinunciare alla Polonia, con cui del resto Churchill ha sempre avuto un debito morale. D’altra parte, però, per Mosca si tratterebbe di occupare militarmente i Balcani, garantendosi uno sbocco navale sul Mediterraneo, antica rivendicazione della politica estera russa, e l’Europa centrale, almeno fino all’Austria. Da quella posizione, Stalin non dispera di poter portare nella sfera comunista anche l’Italia e la Grecia, che per il momento sono sotto controllo anglo-americano.
D’altro canto, non è chiaro quale sarà il destino della Germania meridionale sotto il controllo del Quarto Reich, ovvero la Baviera, il Baden-Wurttemberg e la parte meridionale dell’Essen e della Renania-Palatinato. Da georgiano astuto, comprendendo la fretta di Roosevelt e di Churchill di chiudere l’accordo, Stalin rilancia, proponendo di estendere il suo controllo anche sulla Germania meridionale, realizzando la divisione della Germania già concordata a Teheran, con una Germania del Sud nella sfera di influenza comunista, ed una Germania centro settentrionale ed orientale sotto controllo capitalista. Baviera e Baden-Wurttemberg sono polpette prelibate, si tratta di due lander con un apparato industriale molto forte e grandi tradizioni produttive. Roosevelt e Churchill, però, chiudono: è ancora troppo presto per decidere in merito.

La sconfitta finale della Germania settentrionale ed orientale

Sulla base degli accordi presi a Damasco, le truppe anglo-americane presenti in Francia e l’esercito francese del generale Leclerc provvedono, il 25 agosto, a liberare Parigi dopo una durissima battaglia di cinque giorni, contro le truppe di von Choltitz e von Stulpnagel, mentre la direttrice occidentale punta verso la Renania ed il Belgio, scontrandosi, a partire da metà settembre, con le formidabili difese della linea Sigfrido, rafforzate da truppe spostate dal fronte orientale per via della parziale riduzione della pressione sovietica, ora diretta verso sud-ovest e non più verso ovest. Per settimane, le difese tedesche resistono valorosamente, causando pesanti perdite agli alleati. Il caos sociale regnante in Germania, però, ostacola la produzione industriale bellica, danneggia la logistica e riduce il reclutamento di volontari necessari per rimpiazzare le truppe perse nella difesa delle frontiere. Il tentativo disperato di cercare un cessate-il-fuoco impedisce di usare le nuove armi segrete a fini aggressivi, in particolare le V1 e le V2.
Man mano che la difesa tedesca si logora, senza validi rimpiazzi, che Metz, Bruxelles, Anversa e Aquisgrana vengono conquistate con spaventosi scontri strada per strada, la situazione politica interna peggiora ulteriormente. Un gruppo di ufficiali sostenuti da Monaco di Baviera tenta un controgolpe, per far cadere un Governo giudicato incapace di difendere la Patria, al fine di riunificare la Germania del Nord e quella del Sud sotto un nuovo Reich. Il controgolpe fallisce, ma crea un contraccolpo organizzativo e morale sulle truppe impegnate a difendere la Patria. A metà ottobre, dopo durissimi combattimenti, gli alleati conquistano il ponte Ludendorff a Remagen. Più a nord, in Belgio, dopo l’allagamento della diga sul Roer, le truppe tedesche debbono ritirarsi da Anversa a febbraio 1945, facendo di fatto cadere la linea difensiva del Reno.
Entro fine marzo la Ruhr, il cuore minerario ed industriale della Germania, viene occupata dagli Alleati. Von Tresckow viene catturato insieme a tutta la Prima Armata tedesca, aggirata e rinchiusa in una sacca. Città come Colonia, Amburgo, Brema, Dortmund, Essen, Francoforte e Dusseldorf cadono una dopo l’altra nel giro di due mesi. Sotto l’impeto popolare, a fine maggio 1945 il Governo di Berlino cade. Von Stauffenberg viene ucciso dalla folla rabbiosa che incendia il palazzo del Cancellierato del Reich. Beck assume su di sé tutti i poteri.
La guerra difensiva e l’abilità dei comandanti hanno però preservato una parte non irrilevante del potenziale bellico tedesco. Lungo l’Elba viene organizzata l’estrema linea difensiva di Berlino, con circa 50 divisioni ricostituite dai resti delle armate sconfitte, una linea formidabile, ma Beck sa benissimo che non potrà resistere a lungo. Il morale delle truppe è a zero, l’economia tedesca è distrutta, la popolazione è in subbuglio ed è venuta meno la fiducia sul futuro. Un enorme bombardamento aereo su Dresda, privo di qualsiasi motivazione militare, ma sanguinoso in termini di perdite civili, è servito a demoralizzare ulteriormente i tedeschi.  Le difficoltà di reclutamento renderanno necessario, prima o poi, liberare e rimettere in servizio le migliaia di SS infedeli arrestate all’indomani del golpe. Mentre eroicamente l’esercito si immola a difesa dell’Elba, Beck rilancia il processo negoziale, sostituendo l’inconsistente Von Hassel con Friedrich Von Der Schulemburg. Altro ex diplomatico, da sempre un convinto fautore della più antica dottrina di politica estera tedesca, ovvero l’espansionismo verso est con mezzi politici e non militari (ciò che gli è costato l’avversione di Hitler e l’allontanamento dalle funzioni diplomatiche) ha il vantaggio di avere una amicizia personale con Molotov e la diplomazia sovietica. Nel 1941, cercò addirittura di avvertire l’ambasciatore sovietico a Berlino, Dekanozov, dell’imminente attacco tedesco.
Più flessibile di Von Hassel, Schulemburg presenta una proposta realistica di armistizio: rinuncia della Germania a tutte le conquiste territoriali dal 1938 in poi, accettazione di un periodo temporaneo di amministrazione militare anglo-americana, disarmo completo di tutte le Forze Armate, accettazione di non ingerirsi in operazioni militari contro il Quarto Reich, accettazione di una futura divisione della Germania in due Stati, collaborazione piena a rintracciare e processare i criminali di guerra, pagamento di riparazioni di guerra. Roosevelt e Churchill accettano immediatamente l’armistizio a metà giugno 1945. Stalin inizialmente rifiuta ma poi, messo di fronte al fatto acquisito, accetta la resa incondizionata del Governo di Berlino il giorno dopo. Le truppe anglo americane, senza più resistenza, percorrono tutta la Germania fino a Danzica, arrestando il Governo di Berlino, con l’unica eccezione del Presidente Beck, che viene però deposto. Mussolini, rimasto ancora in carico al Governo di Berlino, viene preso dagli Alleati e, tramite non ben chiarite dinamiche, lasciato fuggire in Spagna, prima, ed in Argentina, poi, da dove, per diversi anni, continuerà a influire a distanza sulle vicende politiche italiane, manovrando il Movimento Sociale Italiano e settori deviati e filofascisti delle Forze Armate e dei servizi, fino alla sua morte naturale, nel 1965.

La sconfitta finale della Germania meridionale

Rimane però lo scoglio del Quarto Reich. L’Armata Rossa, nel frattempo, ha invaso Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Croazia, sterminando al suo passaggio Tiso, Croci Frecciate, collaborazionisti cechi, ustascià e cetnici, ed adesso preme alle frontiere orientali austriache, sbaragliando le poche divisioni schierate dal Governo di Berlino a protezione dei suoi alleati ungheresi, cechi e slovacchi, fremendo per l’attacco finale al Quarto Reich. Ai primi di luglio 1945, inizia l’offensiva da nord e da sud al Quarto Reich. Come da accordi sopravvenuti, le forze anglo-americane non invaderanno il territorio tedesco meridionale, lasciando che la sua occupazione sia fatta dall’Armata Rossa, che dovrà inglobare tale area nella sua zona di influenza. Si limiteranno a tenere impegnate alcune divisioni, con l’artiglieria e con piccoli e veloci attacchi nelle aree frontaliere, e ad effettuare raid aerei sulle retrovie dell’esercito tedesco-meridionale. Kesselring, come dimostrato nella campagna italiana, è un eccellente stratega difensivo, e la natura montuosa del territorio lo aiuta a rallentare l’avanzata dei sovietici, numericamente e tecnicamente superiori. La fanteria di montagna delle SS è specializzata nella difesa di gole e passi montuosi, ma le forze tedesche meridionali soffrono di una grande inferiorità aerea, poiché la loro Aviazione è costituita dai pochi apparecchi reduci dalla campagna d’Italia e dalla ridotta difesa aerea posta a protezione di Monaco e Stoccarda nel periodo hitleriano, quando il grosso delle forze aeree di difesa erano state schierate nella Ruhr, nei porti ed attorno a Berlino.
Stalin, peraltro, ha una grande fretta: il 6 e 9 agosto, mentre l’Armata Rossa arranca ancora fra le montagne austriache, gli americani lanciano le loro bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, producendo l’immediata resa del Giappone. L’Unione Sovietica deve quindi concludere rapidamente l’invasione della Germania meridionale, prima che gli Alleati ripetano il bombardamento su Monaco, attribuendosi poi il merito della resa del Quarto Reich. Le truppe sovietiche avanzano con la forza della loro superiorità numerica e della ferocia, lasciandosi dietro città e villaggi distrutti, vittime civili, giustiziando i prigionieri catturati in battaglia, specie se ufficiali. A fine agosto inizia la battaglia per la liberazione di Vienna, mentre quasi contemporaneamente un altro spezzone dell’offensiva sovietica punta su Graz. Kaltenbrunner, al comando delle forze di difesa di Vienna, viene accerchiato, colpito duramente con artiglieria e bombardamenti aerei, e costretto alla resa. Ma la città resiste per oltre un mese di combattimenti strada per strada, perché Kaltenbrunner riesce a reclutare milizie di cittadini e a lanciare contro le divisioni sovietiche persino i bambini della Doenitzjugend, una organizzazione simile alla Hitlerjugend. Alla fine si contano centinaia di migliaia di morti. Una delle città più belle d’Europa è rasa al suolo.
A fine dicembre, l’Armata Rossa entra in territorio tedesco, dopo aver superato le ultime difese attestate attorno a Salisburgo. La strada per Monaco è aperta. Ci sono voluti quasi cinque mesi ed enormi perdite, ma Doenitz, resosi conto dell’impossibilità di difendere Monaco, corre incontro alle Armate di Zuckov ed a Rosenheim firma la resa incondizionata. Un minuto dopo aver firmato i documenti di resa viene preso in consegna da funzionari del Kgb e portato alla Lubjanka, a Mosca, per interrogarlo. Il 30 dicembre 1945 la seconda guerra mondiale finisce.

Le conseguenze geopolitiche successive alla guerra

La Germania viene divisa in quattro zone di influenza, che porteranno, a fine guerra, ad una divisione in due Stati: la Germania Federale nella zona settentrionale ed orientale, amputata di Danzica, della Pomerania e della Prussia, fagocitate dalla Polonia, a democrazia liberale e dentro la NATO, insieme alla Polonia stessa, mentre la Germania meridionale, insieme a Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Iugoslavia, Albania e Austria, sotto controllo militare sovietico, diventano Repubbliche Popolari.
L’Italia resta, come la Grecia, nell’orbita della NATO, ma perde definitivamente, oltre a Fiume ed all’Istria, anche Trieste: la presenza dell’Armata Rossa insieme all’Esercito di Tito, infatti, toglie ogni possibilità di negoziato all’Italia. Migliaia di triestini italiani vengono infoibati, decine di migliaia affluiscono come profughi in Italia. Solo nel 1975 viene firmato un trattato italo-iugoslavo in cui viene concessa alla comunità italiana di Trieste qualche forma di autonomia amministrativa e di difesa della propria lingua.
Italia e Grecia diventano Paesi fondamentali perché terre di confine fra le due cortine: l’Italia, per non aver sperimentato una vera e propria sconfitta completa del fascismo repubblichino (Graziani riuscirà ad ottenere un armistizio prima della sconfitta finale) ed essendo influenzata dalle manovre esterne dell’ex Duce dall’Argentina, rimarrà un Paese sostanzialmente fascista: la monarchia non sopravviverà al referendum, ma la Costituzione repubblicana sarà molto meno progressista di quella attuale. E durerà anche poco: nel 1964, con l’appoggio degli USA, un colpo di Stato militare condotto dal generale dei carabinieri De Lorenzo metterà fine all’esperimento democratico italiano. Più o meno contemporaneamente, nel 1967, la Grecia cadrà sotto il regime dei colonnelli. Entrambi i Paesi saranno oggetto di generosissimi aiuti economici da parte degli USA per impedire la loro caduta nell’orbita comunista, e sperimenteranno forti tassi di crescita.
Non vi sarà nessuna esperienza di socialismo non allineato alla iugoslava o all’albanese: entrambi i Paesi, controllati dall’Armata Rossa e organizzati come Repubbliche sovietiche, saranno rigidamente controllati da Mosca: nel 1950 Tito, che manifesterà qualche grado di autonomia da Stalin, verrà destituito in un Congresso della Lega dei Comunisti iugoslavi e sostituito dal più fedele Rankovic. Stessa sorta capiterà ad Enver Hoxha.
Dal punto di vista della Germania, il successo nell’attentato del 20 luglio 1944 sarà stato molto relativo: non avrà impedito la prosecuzione della guerra per un altro anno e mezzo, peraltro l’anno e mezzo più sanguinoso in termini di perdite umane, non avrà impedito la resa catastrofica con la perdita di ogni guadagno territoriale e la divisione in due del Paese, ma avrà quantomeno evitato il martirio di Berlino. Le perdite umane non saranno, alla fine, molto dissimili da quelle realmente verificatesi nella realtà storica. La guerra sarà durata qualche mese in più.
Il nazismo, sconfitto militarmente in forma totale, a differenza del fascismo, sarà condannato per crimini contro l’umanità nel processo di Norimberga (localizzato nella parte meridionale, a controllo sovietico, del Paese) anche se alcuni nazisti di secondo piano, come Eichmann, Stangl, Mengele, Priebke, Barbie o Brunner riusciranno, temporaneamente, a sfuggire alla giustizia. La traiettoria storica e politica del nazismo si esaurirà completamente.
La parte nord orientale del Paese, inserita dentro una economia di mercato ed oggetto di forti aiuti economici statunitensi, si riprenderà in pochi anni, diventando di nuovo una grande potenza economica. La parte meridionale rimarrà sotto il giogo sovietico fino al 1989, quando cadrà il muro fra Germania del Sud e Germania del Nord. Essendo la Baviera una terra di grandi tradizioni cattoliche, essa eserciterà, nel nostro scenario, lo stesso effetto dirompente esercitato, nella realtà storica, dalla Polonia di Solidarnosc. Gli operai della Bmw, che negli anni del socialismo reale produrrà piccole macchinine con motori a tre tempi e telaio di vetroresina, fonderanno un sindacato cattolico in antagonismo con il regime, che chiederà democrazia ed aumenti salariali. Fortemente aiutato dagli USA e dal Vaticano, tale sindacato sarà uno dei fattori di progressiva rottura della cortina di ferro.

sabato 6 aprile 2019

Libia: storia triste di una sconfitta per l'Italia



Non è in dubbio il fatto che Khalifa Haftar diverrà il nuovo Raìs della Libia. Il problema è solo quando lo diverrà. L'assalto a Tripoli di questi giorni potrebbe forse, ancora, essere fermato, perché le potentissime milizie di Misurata, composte da circa 10.000 uomini, che sembravano in parte, nei mesi scorsi, basculare verso un'alleanza con lui, si sono nuovamente schierate con Al-Serraj, insieme alle milizie di Zintan.
Però è chiaro che l'equilibrio delle forze è oramai spostato verso Haftar. E' l'unico a disporre di un esercito proprio, mentre Serraj è costretto a negoziare, volta per volta, con milizie la cui fedeltà non è assicurata. Può disporre di un retroterra logistico in Egitto, dove Al-Sisi lo vede come un prezioso alleato per demolire la Fratellanza Musulmana, il suo principale avversario. E' chiaramente appoggiato dalla Francia, che vuole mettere le mani sulle risorse petrolifere gestite dall'Eni, che lo ha curato quando ha avuto un problema di salute grave, e che lo finanzia. Per motivi analoghi, è supportato anche dalla Gran Bretagna. Viene visto dalla Russia come l'unico possibile fattore di stabilizzazione del Paese, e il suo anti-islamismo e laicismo tradizionale è molto gradito a Putin, ancora coinvolto in Siria contro i residui dell'Isis, e sempre preoccupato dai possibili rigurgiti islamisti nel Caucaso. D'altra parte, con Haftar Mosca ha siglato un accordo che le permetterà di avere due basi militari nella Cirenaica, estendendo così il suo potere militare nel Mediterraneo, un antichissimo obiettivo di politica estera che perseguiva sin dai tempi di Stalin.
La stessa dichiarazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU appare timida e rinunciataria, invitando Haftar a cessare il fuoco, senza però chiedergli di tornare sulle posizioni precedenti all'offensiva. Ed oramai il generale ha in mano la Cirenaica ed il Fezzan, ovvero i due terzi del Paese.
Al povero Serraj resta solo l'appoggio sempre più disperato dell'Italia, con gli USA che, fondamentalmente, hanno perso interesse per la Libia, dopo aver, ai tempi di Bush e poi di Obama, costruito pezzo per pezzo il personaggio-Haftar, per usarlo come testa di ariete contro il suo ex-amico Gheddafi (amicizia incrinatasi nel 1987 quando Haftar, mediocre comandante militare, si fece catturare insieme a 1.000 suoi soldati durante la guerra in Ciad, e fu abbandonato da Gheddafi, rimanendo per tre anni prigioniero dei ribelli ciadiani, prima di essere liberato dagli USA e arruolato come collaboratore della CIA).
Certo, il ruolo dell'Italia può ancora prolungare la vita, oramai precaria, del Governo Serraj, soprattutto per i buoni rapporti intessuti con le milizie di Misurata (città in cui l'Italia ha aperto un ospedale e inviato truppe). Ma oramai siamo agli sgoccioli, e la miserabile figura rimediata dal Governo Conte a Palermo, quando ha cercato, con italica furbizia, di ingraziarsi Haftar senza però abbandonare Serraj, inducendo i due ad un ipocrita abbraccio a fine conferenza, ha il sapore dell'ultima opportunità per cambiare cavallo. Opportunità sprecata.
Gli errori dell'Italia in Libia, però, sono di lunga data. Risalgono allo sciocco appoggio incondizionato che il Governo Berlusconi offrì alla guerra per defenestrare Gheddafi, guerra evidentemente contraria agli interessi del Paese, ma che l'ex Cavaliere vide come una opportunità per salvare il suo governo, sempre più inviso alla Merkel per la scarsa energia nel fare spending review. Naturalmente, Berlusconi fu fatto comunque cadere con una sorta di colpo di Stato istituzionale, manifestando quella coglionaggine che oggi vorrebbe attribuire ai gialloverdi.
La scelta scellerata di non scegliere, cioè di seguire, volta per volta, le indicazioni che provenivano da Parigi e da Washington su quale dei numerosi governi libici di transizione sostenere, fu fatta dal buon Moavero, lo stesso Ministro degli Esteri attuale, che ricopriva lo stesso incarico già ai tempi del Governo Monti e del Governo Letta. Senza nessuna capacità di incidere nelle dinamiche, l'Italia appoggiò i vari esperimenti di transizione di governi che avrebbero dovuto traghettare la Libia verso una utopistica pacificazione democratica, senza tenere conto degli equilibri sul campo fra le varie tribù.
La progressiva ascesa delle forze islamiste nel Congresso Nazionale Generale, fino a proporre l'applicazione della sharia ed a imporre una irragionevole e suicida caccia alle streghe contro gli ex fedeli di Gheddafi, ha consentito ad Haftar, che nel 2011 era un uomo politicamente finito, di rilanciarsi ed irrompere sulla scena come difensore delle forze laiche e dei nostalgici di Gheddafi (non contento, Moavero è riuscito anche a contribuire, seppur da un ruolo più defilato di consigliere, alla scelta di insediare ad Amsterdam, anziché in Italia, la nuova agenzia europea del farmaco, ma questa è un'altra storia, che contribuisce però a definire l'incapacità del personaggio, capace perlopiù di disquisire di scrivanie).
Gentiloni, da Ministro degli Esteri, ha infine messo la ciliegina sulla torta, scegliendo di puntare sul cavallo perdente, ovvero il timido Serraj. Per soprammercato, anziché cercare relazioni positive con l'Egitto, principale sponsor di Haftar, il nostro Gentiloni ha avuto la brillante idea di appoggiare la guerriglia contro Al-Sisi in nome di una impossibile (e francamente inutile per l'interesse nazionale) “verità per Giulio Regeni”.
Adesso che la frittata è fatta, che siamo riusciti a non contare più niente in una nostra ex-colonia, adesso che lo stesso Haftar si sente forte, e non sa cosa farsene dell'appoggio italiano, non rimane che una opzione, ovvero l'intervento militare per fermare le forze del generale di Bengasi. Altrimenti, a breve avremo a Tripoli un governo a noi ostile, che ci estrometterà dal business petrolifero e che farà ripartire i flussi di barconi di migranti verso l'Italia. Non si capisce perché la Francia, in Ciad, in Costa d'Avorio, nel Mali, intervenga militarmente, mentre per noi italiani la questione è un tabù. Le Forze Armate servono per proteggere un interesse nazionale, altrimenti possiamo anche scioglierle e diventare come il Costa Rica, una colonia di fatto.
Accodarsi scodinzolante alla Francia, come sta facendo Moavero, nella speranza di avere ancora qualche briciola nel futuro riassetto di potere della Libia, non produrrà alcun risultato. A volte viene il dubbio che la nostra classe dirigente non lavori per l'Italia. Del resto la Legione d'Onore fa sempre gola ai provincialotti nostrani.

domenica 10 marzo 2019

Orbanismo al confronto con i dati



C'è molta curiosità sul modello sociale e fiscale ungherese, soprattutto dal momento che esso è stato assunto a riferimento dalla Lega. La dura ristrutturazione sociale subita dai Paesi dell'area-euro negli ultimi anni, a confronto con ciò che è avvenuto in un paese “simile”, che aderisce alla Ue ma non all'euro, può rivelare lezioni interessanti sia per i pro che per gli anti-euro.
E' soprattutto interessante confrontare i risultati sociali ottenuti da una destra popolare e non ortodossa come Fidesz con quelli che le ricette neoliberiste ortodosse, in larga misura sostenute dalle sinistre riformiste di governo, hanno prodotto nei Paesi dell'area-euro. E' interessante anche perché le sinistre antiliberiste, nei Paesi dell'area-euro, o non esistono, ridotte a frammenti senza alcuna rilevanza, oppure sono più o meno segretamente allineate alle forze neoliberiste (vedi Syriza in Grecia), per cui l'unica alternativa di policy disponibile rispetto al neoliberismo ortodosso è, oggi, costituita dai populismi di destra.
Andiamo quindi ad analizzare i risultati economici e sociali differenziali ottenuti dall'Ungheria post-2010 (cioè da quando Orban ha preso il potere) e da un paese dell'area-euro sottoposto da anni ad una dura disciplina neoliberista, ma non così estrema come quella subita da altri Stati membri dell'euro (Grecia, Portogallo) scegliendo quindi, come metro di paragone, l'Italia. I dati statistici utilizzati sono quelli ufficiali prodotti dall'Eurostat, cioè dall'ufficio statistico della Commissione Europea, che quindi sono omogenei, comparabili fra Paesi diversi e non tacciabili di essere pro-Orban.
Come è possibile vedere, la crescita economica ungherese nel periodo 2010-2018 è stata incomparabilmente più alta di quella italiana. Il tasso di crescita acquisito al 2018, rispetto al 2010, è del 21,8%, a fronte del 2,4% italiano. Tali risultati sono stati ottenuti, sicuramente, grazie ad efficienti servizi pubblici (in Ungheria un rimborso IVA arriva dopo 40 giorni, un processo civile dura mediamente 6 mesi) a fronte di un carico fiscale molto più basso di quello italiano (le persone giuridiche subiscono un prelievo fiscale del 9%) ma anche grazie alla possibilità di fare una politica industriale autonoma e, si direbbe un tempo, “non allineata”, che ha consentito di attrarre investimenti industriali tedeschi tanto quanto investimenti logistici cinesi, riconfigurando completamente il vecchio apparato produttivo dei tempi socialisti.
Ed ovviamente l'Ungheria ha beneficiato di un posizionamento intelligente dentro la Ue: beneficia di ingenti trasferimenti per fondi strutturali, ma mantiene la sua moneta e la sua Banca Centrale (privata da Orban di ogni pericolosa forma di indipendenza e diretta dal Governo, pienamente in controllo della politica monetaria e valutaria), il che ha consentito ad Orban di effettuare numerose svalutazioni competitive per sostenere l'export e di finanziare imprese e banche che avevano debiti denominati in valuta estera.

Tasso di variazione annuale del Pil a prezzi costanti 2010

Diventa quindi interessante comprendere la distribuzione sociale dei benefici della crescita. Una destra, seppur popolare, prediligerà sempre i profitti. Tuttavia, i salari netti, dopo il pagamento delle tasse e dei contributi sociali, per le famiglie allineate alla media, sono in crescita in termini reali (depurati cioè dall'andamento dei prezzi, calcolato tramite il deflatore del Pil). Una famiglia bireddito, in cui un componente guadagna esattamente quanto il salario medio nazionale, e l'altro guadagna il 67% del salario medio nazionale, con due figli a carico, vede il suo reddito netto reale crescere, fra 2010 e 2015, del 5,3%, a fronte del 4,6% della medesima famiglia in Italia. Anche un single senza figli, che guadagna esattamente il salario medio nazionale, vede il suo reddito netto reale crescere più velocemente in Ungheria rispetto all'Italia: +16,8%, rispetto al +2,9% italiano, fra 2010 e 2015.
Tuttavia, nell'area del disagio economico, le cose cambiano: un single che guadagna il 50% del salario medio nazionale (ad esempio un pensionato solo a basso reddito) vede, in Ungheria, il suo reddito netto reale diminuire del 4,6%, a fronte di un incremento dell'11,7% in Italia, sempre fra 2010 e 2015.

Tasso di variazione dei redditi netti familiari a prezzi costanti 2010

Ingenuamente, si potrebbe credere che queste diverse dinamiche, che premiano i nuclei familiari con redditi nella media o al di sopra della media rispetto a quelli al di sotto, siano prodotte da distorsioni distributive legate alla flat tax. I dati, però, sembrano smentire tale tesi. L'aliquota fiscale media gravante sui redditi più bassi (calcolata come aliquota fiscale e contributiva al netto dei tax benefit) è, in Ungheria, significativamente più bassa rispetto all'Italia, ed oltretutto in forte riduzione (-3,8 punti) fra 2010 e 2015. Ciò significa che la riforma fiscale ungherese ha prodotto benefici fiscali anche ai più poveri, grazie alla combinazione fra la misura dell'aliquota unica (di poco superiore a quella minima del sistema precedente) e di una serie di benefici “extra welfaristici” ai più poveri (sconti sulle bollette, riduzioni “mirate” dell'aliquota IVA, di per sé superiore a quella italiana, per i beni di consumo di prima necessità – latte, uova, pollame, carne suina e pesce pagano un'IVA del 5% - nonché lavori socialmente utili con i quali i municipi locali impiegano la manodopera fuori dall'assistenza alla disoccupazione).

Aliquota fiscale media su un single che percepisce un reddito pari al 33% del salario medio nazionale al 2015 e variazione rispetto al 2010


quali sono allora le radici delle diseguaglianze nelle dinamiche dei redditi? Risiedono nella riduzione della spesa per Stato sociale. Il coefficiente del Gini, come noto, misura il grado di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, ed è tanto più alto quanto più una società è diseguale. Ebbene, il coefficiente del Gini complessivo dell'Ungheria, forse come retaggio del suo passato socialista, è inferiore a quello italiano – la società ungherese è meno diseguale dal punto di vista distributivo – ma, nel periodo 2010-2017, cresce molto più rapidamente in Ungheria rispetto all'Italia.
Inoltre, il coefficiente del Gini calcolato sui redditi prima dell'erogazione di prestazioni sociali welfaristiche (pensioni, indennità, assicurazioni contro la disoccupazione o la povertà, ecc.) è, in Ungheria, superiore al dato italiano, ribaltando quindi le gerarchie dell'indice del Gini complessivo, in cui era l'Italia ad avere un valore più elevato.

Indice del Gini complessivo e prima dei trasferimenti sociali al 2017

Variazione dell'indice del Gini fra 2010 e 2017


L'indice del Gini complessivo cresce più rapidamente in Ungheria rispetto all'Italia; il suo valore assoluto è più basso, ma diviene più elevato se lo si calcola prima dei trasferimenti sociali. Queste due cose significano che il welfare pubblico ungherese è molto meno generoso di quello italiano, e che per finanziare la flat tax (che pure ha restituito benefici anche ai redditi bassi) è stato tagliato in questi anni. Ma ciò non significa che l'Italia, per pagare il prezzo del rimanere dentro l'euro, non sia costretta, nei prossimi anni, a tagliare anch'essa in misura pesante il suo welfare, anche senza riuscire ad introdurre una flat tax all'ungherese, che benefici anche i redditi bassi.
Ad ogni modo, l'incidenza del rischio di caduta in povertà in Ungheria è inferiore al dato italiano, ed è peraltro anche in riduzione rispetto ai valori del 2010, nonostante l'oggettiva contrazione dell'area del welfare pubblico. Rimane, per la verità, un'area diffusa di povertà estrema (il tasso di deprivazione materiale “severa”, che misura la povertà materiale più grave, è del 10,1%, contro l'8% circa italiano) ma ciò è da attribuirsi a fattori etnici ed a una prevaricazione che esisteva già ai tempi del socialismo: tale povertà estrema riguarda, infatti, essenzialmente la componente Rom e Sinti, che costituisce circa il 7-8% della popolazione magiara, e che da sempre è emarginata.

% di popolazione a rischio povertà 

Da cosa dipendono, allora, la riduzione del rischio di caduta in povertà e la dinamica dei redditi, soprattutto di quelli del ceto medio e medio-basso, se il welfare è in contrazione? Semplice: dalla combinazione dei benefici della riforma fiscale che ha introdotto la flat tax, che ricadono in parte anche sui redditi bassi tramite benefici fiscali “extra welfare” (riduzione dell'IVA, sconti sulle bollette, sussidi fiscali alle famiglie, ecc.) e della forte crescita economica, indotta da un intelligente posizionamento nello scacchiere internazionale e da una politica economica ed industriale abile ad attrarre investimenti pubblici (fondi strutturali) e privati (multinazionali tedesche e cinesi)
. La crescita economica, infatti, genera ricchezza aggiuntiva che, anche in un governo di destra, ricade in parte sui lavoratori.
Infine, la saggia chiusura totale delle frontiere all'immigrazione ha evitato che si formasse un esercito industriale di riserva che potesse spingere verso il basso la dinamica salariale. Il recente provvedimento di “stretta” sugli straordinari è, in effetti, la conseguenza di una dinamica del costo del lavoro talmente favorevole da indurre il governo di Orban, per non perdere gli investitori stranieri, a proporre tale provvedimento impopolare. Non sfugge infatti che un simile provvedimento ha natura “difensiva”, e nasce quando si creano pressioni per una occupazione molto vicina al pieno impiego e per dinamiche salariali favorevoli. L'Ungheria ha infatti un tasso di disoccupazione del 3,7%, prossimo al valore frizionale di pieno impiego.

Quindi, in assenza di una sinistra in grado di fare qualcosa di buono, che Santo Stefano protegga Viktor Orban.


sabato 2 marzo 2019

Guerre civili in Africa fra opportunità di guadagno e rivendicazioni per la giustizia



Capire meglio la radice delle guerre civili in Africa significa, per noi, impostare una politica di sviluppo verso il continente africano che sia effettivamente in grado di fermare i flussi migratori già alla loro origine.
Nella vasta letteratura sulle guerre civili spicca, per capacità di verifica empirica delle ipotesi, il modello proposto originariamente nel 1998, e poi rivisto nel 2004, da Collier e Hoeffler, dell'università di Oxford. Tale modello cerca di spiegare le guerre civili, non solo in Africa ma in generale, sulla base di due categorie concettuali: l'opportunità di un guadagno economico che superi il costo-opportunità della guerra civile (cioè il costo legato alla perdita di altre opportunità di crescita economica “pacifica”) e la rivendicazione di maggiore giustizia da parte di gruppi sociali o etnici isolati dal potere.
Tale modello si chiama infatti “greed and grievance”, ovvero “profitto e rivendicazione”. La verifica empirica di tali ipotesi si basa su un panel di 1.167 Paesi del mondo, fra i quali 79 hanno subito guerre civili di durata almeno quinquennale fra 1960 e 1999, tramite un modello econometrico di tipo “logit”, cioè la cui variabile dipendente è binaria (nel caso di specie, assume valore uno nei paesi in guerra, e zero in quelli in pace).
I risultati sono in parte ragionevoli, perché confermano analisi di senso comune, in parte stupefacenti. Emerge in generale che la componente di profitto economico è più rilevante, statisticamente, nello spiegare le guerre civili, rispetto a quella rivendicativa. In particolare, nell'area delle opportunità, un ruolo molto forte è da attribuirsi al grado di dipendenza delle esportazioni da materie prime. Quando tale dipendenza supera il 33%, la probabilità di guerra civile schizza verso l'alto, come effetto sia del lucro derivante, per le bande armate, dalla possibilità di acquisire il controllo di tali materie prime, sia per una peggiore governance del governo legittimo, spesso particolarmente corrotto in Paesi ad alto export di materie prime.
Una diaspora di popolazione a seguito di una guerra civile aumenta significativamente il rischio di un nuovo conflitto. L'interpretazione qui non è univoca: potrebbe aumentare tale rischio finanziando, dall'esterno, i gruppi ribelli rimasti nel Paese, oppure potrebbe essere una correlazione spuria: conflitti molto intensi, che per la loro intensità sono passibili di una ripresa dopo un breve periodo di pace, generano diaspore molto grandi. In questo caso la diaspora non sarebbe una causa del riavvio di un conflitto di per sé, quanto piuttosto una misura indiretta dell'intensità dello stesso, e quindi della probabilità che esso scoppi nuovamente.

D'altro canto, l'istruzione secondaria ed il tasso di crescita del Pil pro capite riducono il rischio di guerra civile, perché costituiscono proxy di redditi futuri conseguibili “pacificamente”, cui si deve rinunciare per andare in guerra, quindi sono costi-opportunità.
Passando all'area della “grievance”, si ottengono risultati sorprendenti: le variabili che misurano il grado di frazionamento sociale ed etnico sono pressoché insignificanti statisticamente, cioè non sembrano esercitare effetti particolari sull'avvio di una guerra civile. Soltanto il grado di democrazia interna ha un effetto significativo, e negativo, sulla probabilità di avvio di un conflitto, perché veicola il conflitto sociale dentro un quadro istituzionale e pacifico.
Un certo effetto proviene anche dalla variabile riferita alla dominanza etnica: i Paesi ad elevata dominanza di un'etnia sulle altre (dominanza da intendersi in termini numerici, cioè Paesi in cui un'etnia corrisponde ad una percentuale della popolazione molto alta) sono a maggior rischio di conflitto civile. Gli autori deducono che una crescente diversità sociale ed etnica costituisca un fattore di pacificazione, riducendo la dominanza di un gruppo etnico sugli altri e creando crescenti problemi di comando e controllo, e in ultima analisi di coesione interna dentro i gruppi ribelli, il che, per chi ricorda la ex Jugoslavia, è piuttosto sorprendente.
Delle variabili di contesto generale del Paese, solo la concentrazione della popolazione ha un effetto misurabile statisticamente, nel senso (anche in questo caso sorprendente) che una popolazione molto concentrata in poche aree riduce significativamente il rischio di guerra civile.
Molte critiche possono essere avanzate a tale modello, una delle quali è che esso prendere in considerazione, nel panel, Paesi di tutti i cinque continenti, quindi realtà politiche, sociali e culturali molto diverse fra loro, mediandole in forma artificiosa mediante un modello statistico.
Una risposta a tale critica è data da Anyanwu (2003) che riprende il modello di Collier e Hoeffler, stimandolo soltanto per le guerre civili dell'Africa. Come per questi ultimi, la dipendenza economica dall'esportazione di materie prime è il fattore che spiega maggiormente le guerre civili. Così come la crescita economica genera costi-opportunità, in termini di redditi futuri acquisibili pacificamente, che disincentivano la guerra civile. Anche il ruolo disincentivante della democrazia rispetto all'avvio di guerre è confermato, fornendo canali pacifici per il conflitto sociale.
A differenza del modello originario, però, emergono altre variabili significative: la durata della pace dopo un conflitto civile, in primis, che riduce la probabilità che un nuovo conflitto riemerga, sia perché ha un effetto “curante” sul rancore fra i diversi gruppi sociali o etnici, sia perché il tempo trascorso pacificamente consente di mettere in piedi meccanismi di democrazia e di crescita economica in grado di dissuadere da nuove avventure militari.
E poi riemerge il ruolo del frazionamento sociale, variabile che per Hoeffler e Collier era non significativa. Ma emerge in modo strano: ci si aspetterebbe che un alto frazionamento sociale o etnico possa indurre maggiori rischi di conflitto. Invece è il contrario: similmente all'ipotesi di Hoeffler e Collier riguardo alla diversità etnica come fattore di diluizione della dominanza etnica, un elevato frazionamento sociale riduce i rischi di guerra civile, perché ridurrebbe la capacità di comando e controllo dei gruppi armati e la possibilità che un'etnia diventi dominante numericamente, trasformando le altre in minoranze represse. Spiegazione invero molto poco convincente. Diversamente, da Collier e Hoeffler, non emerge un collegamento statistico con il livello di dominanza numerica di un'etnia, per il semplice motivo che la significatività di tale variabile viene assorbita da quelle riferita al frazionamento socio-etnico (sono cioè due variabili collineari, che interferiscono l'una con l'altra rappresentando, in realtà, lo stesso fenomeno misurato in modo diverso; è cioè un bug del modello).

Tali risultati darebbero, secondo Anyanwu, una giustificazione per un approccio liberale allo sviluppo dell'Africa, basato sulle famose “riforme” che tutti gli enti internazionali, da sempre, impongono in modo del tutto inutile in Africa: occorre, da un lato, promuovere maggiore democrazia, ovviamente importando il modello occidentale che poco si attaglia alle forme di democrazia diretta e di villaggio africane, implementare forme di trasparenza di bilancio per mostrare come vengono usati i proventi da esportazione di materie prime, e poi lavorare sulla diversificazione economica e produttiva, per ridurre la dipendenza dalle materie prime stesse, al contempo ricevendo maggiori aiuti economici dai Paesi ricchi, per incrementare la crescita economica potenziale. Si suggeriscono poi le consuete, ed assolutamente “uneffective”, sanzioni internazionali sui gruppi armati che esportano materie prime per finanziare l'acquisto di armi. Mentre, positivamente, si suggerisce una politica di controllo delle nascite di tipo cinese, che però in Paesi senza disciplina e senza governance è molto difficile da implementare.
La stranezza dei risultati dipende, in parte, da una non perfetta specificazione statistica dei modelli: ci si concentra sulle guerre civili, ovvero le situazioni in cui entrambe le parti accusano perdite non inferiori al 5% dei propri effettivi militari, trascurando quindi i numerosi episodi di massacro, in cui cioè un gruppo, quasi senza subire perdite, ne stermina un altro. Se anche tali fenomeni fossero inclusi nel panel, evidentemente il ruolo del frazionamento socio-etnico diverrebbe molto più importante. Si tornerebbe cioè all'immagine classica dell'Africa, continente in cui il conflitto etnico sostituisce, in un certo senso, quello di classe, perché le classi sociali hanno una forte base etnica.
Analogamente, il ruolo equivoco e non del tutto consolidato della dominanza etnica potrebbe risultare più significativo se, anziché usare la mera misura quantitativa costituita dal numero di appartenenti ad ogni etnia, si usasse una misura in grado di tenere in considerazione le relazioni fra le varie etnie, ad esempio il numero di volte che in un dato Paese le relative etnie hanno manifestato violenze reciproche, oppure la distribuzione dei mandati dei Capi di Stato di un dato Paese per etnia di appartenenza.

Ciò porterebbe ad una immagine più fedele, ed al contempo complessa, delle guerre civili africane, fuori da fattori meramente economicistici, oppure legati a modelli occidentali da esportare ed imporre a culture completamente diverse. Si potrebbe così capire meglio il ruolo necessario dell'esistenza di autocrazie, ovviamente illuminate, per tenere insieme Paesi con tante nazionalità diverse e tanti conflitti storici, etnici e religiose. Si accetterebbe anche l'idea di un ruolo positivo che un certo livello di corruzione attivati da investitori esterni, ovviamente controllato entro livelli accettabili e non estremizzato fino alla cleptocrazia di molti regimi africani, può avere nel movimentare opportunità di business in Paesi dove tali opportunità non esistono. E forse si accetterebbe anche l'idea di una maggiore presenza militare occidentale nei Paesi-chiave, per tutelare gli interessi economici e le frontiere dell'Europa.

La mappa di Murdoch sulle differenze etniche in Africa