domenica 2 aprile 2017

Livorno: Un paradigma di infiltrazione ‘ndranghetista al Centro Nord



I recenti fatti di cronaca avvenuti a Livorno offrono un eccellente insight del modello “paradigmatico” di infiltrazione e radicamento delle ‘Ndrine al Centro Nord. Livorno, da questo punto di vista, è una città vulnerabile, perché sede di un porto container di rilevanza europea, dal quale far transitare traffici illeciti, perché è città caratterizzata da una grande crisi economica, quindi da un tessuto sociale per certi versi simile a quello delle città meridionali, facilmente penetrabile dalle promesse di ricchezza facile e di rispettabilità mafiosa, e perché la criminalità locale è tradizionalmente violenta ma poco organizzata, quindi non presidia un territorio, lasciato libero ad influenze esterne[1].
Ma veniamo alla cronaca: un ingente traffico di cocaina proveniente, via mare, dalla Colombia, e sbarcato da Livorno tramite container, veniva movimentato, per conto della ‘Ndrangheta, da un gruppo criminale toscano, capeggiato da un noto pluripregiudicato locale, quindi il classico esponente della piccola malavita locale, con una fedina penale sufficiente per dargli la giusta caratura e affidabilità criminale, e con le giuste conoscenze nell’ambiente per reclutare i personaggi strategici. Il gruppo aveva perlopiù il compito di far uscire la droga dal porto, eludendo i controlli, tramite alcuni portuali e due guardie giurate infedeli. In totale, secondo gli inquirenti, la batteria dei livornesi era composta da circa 11 persone. La droga veniva poi consegnata ad un emissario delle cosche calabresi, stabilitosi a Livorno per la bisogna. Il capo del gruppo riceveva uno stipendio fisso (20.000 euro al mese) dalle cosche, più il diritto a trattenere il 5% dello stupefacente ad avvenuta consegna a buon fine, oliando così anche un piccolo circuito locale di spaccio. I contatti con l’emissario calabrese erano costanti, nei luoghi meno sospetti della periferia (tipicamente davanti al cancello del cimitero) e, per evitare le intercettazioni, era stato inventato un gergo ad hoc: la droga si chiamava “bimba”, il movimento notturno dal porto “il ballo”, i criminali livornesi che se ne occupavano “i pesci”. Il guadagno era altissimo ma le regole rigidissime: un precedente emissario, viareggino operante su Livorno, fu assassinato perché in un carico aveva portato zucchero anziché cocaina. Che fosse stato ingannato dal fornitore oppure che avesse cercato di ingannare lui i suoi interlocutori non ha fatto alcuna differenza. Il suo corpo è stato ritrovato nel bagagliaio di un’auto. Il Tirreno, nei suoi articoli, parla di indagini che si orientano su “alleati della ‘Ndrina Piromalli-Molè” operanti nel vibonese, dove detta ‘Ndrina, che è radicata nella Piana di Gioia Tauro, ha numerose alleanze storiche con la famiglia dominante di quella provincia.
Questo fatto di cronaca ci insegna molte cose, dal punto di vista operativo:
-          La ‘Ndrangheta è diventata, praticamente, il più importante importatore di cocaina colombiana d’Europa, soppiantando altre organizzazioni criminali (secondo il procuratore De Raho, sarebbe addirittura monopolista di tali traffici). Per fare ciò, non ha scrupoli nel tessere rapporti commerciali, oltre che con i cartelli criminali, anche con organizzazioni come le Farc oppure i paramilitari di estrema destra;
-          La forza della ‘Ndrangheta sta nella cucitura di una rete di alleanze, che supera le passate guerre. La sovrastruttura delle ‘Ndrine, dai Locali ai Crimini, consente di coordinare le azioni e superare la storica frammentazione, di fatto pervenendo ad una sorta di cupola;
-          Il porto di Gioia Tauro, tradizionale crocevia della consegna di cocaina colombiana alle cosche vibonesi e reggine, è evidentemente troppo controllato, per cui si cerca di diversificare su altri scali, come quello labronico, anche perché essi sono più vicini fisicamente, e meglio collegati a livello infrastrutturale, ai mercati più ricchi del Nord o dell’Europa centro settentrionale. C’è quindi anche un ragionamento piuttosto sofisticato in termini di “economia dei trasporti”;
-          L’infiltrazione al Centro Nord avviene tramite l’affiliazione di elementi criminali locali, che hanno il vantaggio di conoscere perfettamente il territorio e l’ambiente, e non più soltanto tramite la gemmazione di “filiali” delle ‘Ndrine stesse. Tale affiliazione avviene con meccanismi simili al franchising. Gli elementi locali non vengono inseriti nella ‘Ndrina, nemmeno come contrasti onorati. Mantengono la loro autonomia, però possono utilizzare, nel loro ambiente, l’alleanza stipulata con i calabresi come una sorta di “brand”, che incute timore e rispetto, e facilita il reclutamento di complici e la operatività. Come avviene spesso negli accordi commerciali, vengono pagati con un fisso e con un premio variabile legato all’attività svolta. Gli elementi criminali locali, non essendo formalmente affiliati, possono essere facilmente liquidati, ed operano esclusivamente nelle mansioni più basse, quelle di fatica (in questo caso, aprire nottetempo i container, estrarre la droga, portarla fuori dal porto e sorvegliarla fino alla consegna all’emissario) e non hanno alcuna facoltà decisionale, essendo interamente sottoposti agli ordini dell’emissario del clan. In sostanza, fanno il lavoro sporco, rimanendo esclusi da quello di livello più alto, consistente nella stipulazione degli accordi internazionali per la logistica dello stupefacente e nella gestione della relativa rete di relazioni. In questo modo, le ‘Ndrine si assicurano di non “coltivare” potenziali futuri concorrenti.



[1] L’unica organizzazione strutturata su Livorno, chiamata giornalisticamente “Banda degli Amici”, è stata sgominata nel 2014, e magari sarà oggetto di un prossimo articolo. Di fatto, quindi, al netto delle mafie esogene (nigeriana, peruviana e albanese, soprattutto) che però sono attive su business particolari (traffico di esseri umani, prostituzione, spaccio di droga a livello locale) la criminalità endogena di Livorno è rimasta, per così dire, polverizzata e senza direzione. 

martedì 24 gennaio 2017

La violenza carceraria in Brasile: Il Primeiro Comando da Capital



Il 2 Gennaio scorso, nel carcere Anisio Jobim di Manaus, nel nord amazzonico del Brasile, uno dei più importanti centri di detenzione di un sistema carcerario inumano ai limiti dell’immaginabile[1], si è consumato un massacro: sessanta detenuti sono morti, con scene al limite di un film horror: corpi decapitati gettati fuori dalle finestre, cadaveri fatti a pezzi messi dentro carrelli della spesa.

Si tratta dell’ultimo episodio di una lunga scia di massacri dentro gli istituti penitenziari del Paese, che ha aggiunto ad una storia di sangue fra poliziotti e detenuti, e fra bande diverse di detenuti, un nuovo capitolo particolarmente efferato, tale capitolo si chiama Primeiro Comando da Capital (PCC). Si tratta di una organizzazione criminale con velleità politiche, nata proprio dalle durissime condizioni carcerarie e dalle grandi ingiustizie che si consumano dentro le galere brasiliane. E’ del 1992 il massacro del carcere di Carandiru. A seguito di una sommossa carceraria, la polizia militare dello Stato di San Paolo entra nel carcere ed ammazza 111 detenuti, spesso anche chi si vuole arrendere o si rifugia nelle celle. Il successivo processo contro i responsabili si risolve in una bolla di sapone, e nel 2002, come a voler cancellare tutto, la prigione viene demolita.

Alcuni dei detenuti di Carandiru, quelli più pericolosi, vengono trasferiti, dopo i fatti del 1992, nel carcere di Taubaté, chiamato “Piranhao”, ad un’ora da San Paolo. Un carcere di massima sicurezza, pensato per i detenuti più incalliti e la criminalità peggiore, un carcere terribile, dove i detenuti  rimangono dentro le loro celle per 23 ore al giorno, senza televisione, radio o computer, e grandi limitazioni rispetto alle visite dall’esterno. Ed è lì, in quell’inferno, che si forma il PCC, con l’intento iniziale di “vendicare” i detenuti uccisi durante i fatti di Carandiru. Il suo intento “ufficiale” è più politico che criminale, nella misura in cui pretende di voler “combattere l’oppressione nel sistema carcerario paulista”. Il gruppo si dota di uno Statuto, in cui si afferma, al punto 16, di voler “rivoluzionare il Paese dall’interno delle prigioni”, in una sorta di guerra civile di tipo carcerario. Il motto del gruppo è “paz, justica e liberdade”, in una sorta di scimmiottamento del zapatismo, ed utilizza il simbolo cinese dello ying e yang, in un bizzarra contaminazione, ben poco rivoluzionaria, con il confucianesimo. Ed in effetti, apparentemente in linea con i suoi intenti pseudo-rivoluzionari, il PCC si rende responsabile di numerose ribellioni violente dentro le carceri pauliste, spesso coordinate centralmente da uno dei leader dell’organizzazione tramite cellulare. Come nel caso del 2001, quando Idemir Carlos Ambrosio, detto “Sombra”, dalla sua cella dentro il Piranhao coordina via cellulare una ribellione simultanea in 29 case penitenziarie dello Stato di San Paolo, che terminerà con sedici detenuti uccisi.

Così come le grandi ondate di omicidi di membri della polizia militare paulista sono apparentemente giustificate dalla vendetta per i fatti di Carandiru: nel 2006, in particolare, una ondata di attacchi a membri della polizia militare, a civili (in particolare, vengono incendiati autobus di linea) ed a caserme dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco, accompagnati da ribellioni carcerarie, attribuiti al PCC, producono quasi 300 morti. Nel 2012, si produce una analoga ondata di violenze, anche questa diretta soprattutto verso poliziotti militari ed esponenti del sistema giudiziario di San Paolo.

Uno dei leader del Pcc, Marcos Camacho, detto “Marcola” o “Playboy”, un rapinatore di banche con pretese intellettuali, in una intervista del 2007 a O Globo, espone strampalate idee politiche e rivoluzionarie. Si autodefinisce “il principio della coscienza sociale di voialtri borghesi”, parla di una nuova classe sociale rivoluzionaria: “non ci sono più proletari o infelici o sfruttati. C’è una terza forza che cresce lì fuori, coltivata nel fango, educandosi nell’analfabetismo più assoluto, diplomandosi nelle carceri, come un mostro Alien nascosto negli angoli della città…i miei soldati sono una mutazione della specie sociale”. Questa nuova forza, una sorta di sottoproletariato criminale che alligna nelle carceri, sarebbe il frutto della “post-miseria”, ovvero di un misto di povertà, società dell’informazione e tecnologia.

Ma non ci si illuda. Tutto questo non ha niente a che vedere con la politica, con la rivoluzione, con la giustizia e con la miseria delle favelas. Il PCC non è altro che una organizzazione criminale, con alcune caratteristiche mafiose. Come le mafie, infatti, si insedia laddove non esistono lo Stato e la legge, e si propone di creare un anti-Stato, uno Stato alternativo: nelle carceri brasiliane in condizioni disumane, dove persino la speranza muore, il PCC utilizza una retorica dell’ingiustizia e della “vendetta” contro la polizia per attrarre nuove reclute e per generare quella legittimazione che gli serve per condurre in tranquillità le sue operazioni criminose. Pertanto, se si vuole ricercare una qualche base “sociale” del fenomeno, essa è simile a quella delle mafie: laddove vi sono comunità abbandonate dallo Stato e mantenute in condizioni di deprivazione o ingiustizia, o sotto leggi particolarmente disumane, queste comunità tendono ad autorappresentarsi come esterne, o aliene, all’organizzazione statuale, e quindi sono facili prede di chi cerca di presentare loro un anti-Stato più giusto, o più a loro misura. poiché ogni Stato si autolegittima sulla scorta di una etica fondante, la retorica para-rivoluzionaria del PCC ne costituisce la base di propaganda.

 L’ondata di omicidi di poliziotti e giudici del 2006 e del 2012, così come le ribellioni carcerarie “pilotate”, corrispondono a fasi in cui la giustizia cerca di condurre operazioni mirate a disarticolare l’organizzazione. Dietro alla sconclusionata retorica della vendetta contro gli sbirri assassini, si nasconde più semplicemente il tentativo di intimidire e influenzare gli inquirenti ed i magistrati. Oppure, esattamente come nel caso degli attacchi mafiosi in Italia del 1993, per indurre il legislatore ad abolire il regime carcerario di rigore, chiamato regime disciplinare differenziato (l’equivalente brasiliano del 14-bis italiano). Per questo motivo, sembra che Marcola abbia ordinato l’omicidio del giudice Antonio Machado Dias.

Il PCC vive, infatti, di attività criminali: si finanzia con lo spaccio di cannabis (chiamata maconha in Brasile) e cocaina, con le estorsioni a carcerati o a civili e con rapine a banche e portavalori. E’ presente nel 90% delle carceri pauliste, con 6.000 affiliati dietro le sbarre ed altri 1.600 esterni, ed un rete che si dirama in quasi tutto il Paese, con le gang rivali che, via via, vengono sconfitte, sottomesse e ridotte a “filiali” locali del gruppo. Vi sono anche segnali di internazionalizzazione del gruppo in Paraguay e Bolivia, lungo le rotte che riforniscono di cocaina il Brasile. sono attestati anche rapporti con la ‘Ndrangheta[2]. Sotto il comando di “Geleiao” e “Cesinha”, il PCC si accorda inizialmente con un altro gruppo criminale brasiliano, il Comando Vermelho, attivo a rio de Janeiro, salvo poi accaparrarsi il mercato della droga carioca, iniziando una sanguinosa guerra con il Comando Vermelho stesso, sconfitto  ridotto a gruppo “vassallo”. Lo stesso massacro di Manaus, citato ad inizio articolo, è il frutto di una guerra per il controllo dello spaccio di stupefacente contr un altro gruppo criminale, la Familia Do Norte, molto forte negli Stati amazzonici settentrionali, dove il PCC cerca di entrare.

La struttura  del gruppo è verticale: al suo apice, vi è Marcola, insieme ad un certo “Cabeicao”. Le diverse unità che operano nelle carceri o nelle città brasiliane sono legate al vertice da vincoli di fedeltà, unità ed omertà, presenti nel già citato Statuto, esattamente come qualsiasi organizzazione criminale o paramafiosa. Esattamente come una organizzazione mafiosa, i nuovi arruolati devono seguire un percorso di affiliazione complesso, in cui il nuovo adepto deve essere presentato da un membro anziano già attivo, ed essere sottoposto ad una cerimonia di “battesimo”, avendo tre altri membri come padrini. Qualcosa che ricorda lontanamente le cerimonie di affiliazione della ‘Ndrangheta. Ogni componente del PCC deve versare alla cassa comune una somma di denaro mensilmente, differenziata fra membri carcerati e membri liberi. Una consuetudine diffusa in gruppi criminali di tutte le latitudini, nei quali si creano vincoli di solidarietà e mutua assistenza fra componenti in libertà e componenti in prigionia.

In conclusione, non si cerchino spiegazioni politiche laddove ci si trova di fronte a classici fenomeni criminali organizzati. Piuttosto, ci si preoccupi dell’espansione del gruppo criminale oggetto del presente articolo, oramai uscita fuori dai confini originari di San Paolo e delle sue carceri, per assumere un ruolo di player globale nel traffico della cocaina.



[1] E’ del 2015 la scoperta che nel carcere di Pernambuco si uccidevano e mangiavano i detenuti più deboli. Il sistema ha una popolazione di circa 230.000 persone superiore rispetto alla capienza massima. Le condizioni carcerarie sono tali che è consuetudine, da parte delle guardie carcerarie, consegnare ai capi delle bande più importanti le chiavi delle celle, lasciando che siano loro, spesso con l’ausilio di vere e proprie milizie armate, ad amministrare la discipina.
[2] In particolare, nel 2014 si scopre che, tramite un intermediario soprannominato “Dido, il PCC rifornisce di coca la ‘Ndrangheta, per la vendita sul mercato italiano ed europeo. 

sabato 1 ottobre 2016

Donne di mafia: il ruolo femminile nella ‘Ndrangheta




Le mafie, la ‘Ndrangheta in particolare, sono da sempre custodi gelose della tradizione. La tradizione serve infatti per imporre codici di comportamento interno improntati alla disciplina, particolarmente importante in una organizzazione, come quella delle ‘Ndrine, a fortissima base di consanguineità, dove quindi aspetti relazionali di tipo familiare si confondono e si mescolano con quelli legati all’attività criminale. Serve anche per creare un alone di “rispettabilità”, di prestigio, per attrarre nuovi adepti, affascinati dall’idea di entrare in una setta dove vigono dei solidi principi, specie nel degrado sociale e di prospettive tipico del nostro Mezzogiorno.
E d’altra parte la tradizione è importante per un motivo molto più pratico. La ‘Ndrangheta nasce nella società contadina calabrese, parallelamente al processo unitario tardo ottocentesco, come evoluzione del fenomeno della picciotteria esistente nel Regno delle Sue Sicilie, a metà fra una sorta di bravi al servizio dei latifondisti per sedare le rivolte contadine, di gruppi di autodifesa basati sulla violenza, e in alcuni casi di capipopolo che amministravano la giustizia in quelle plaghe semi-abbandonate dal potere borbonico. Con l’unità nazionale, si assisté alla formazione di “società di mutuo soccorso” segrete fra famiglie di braccianti, pastori, piccoli proprietari e piccoli artigiani, aventi una chiara connotazione di società parallele anti-Stato, che assorbirono rapidamente gli elementi criminali della preesistente picciotteria, divenendo quindi organizzazioni mafiose. Il tradizionalismo viene sintetizzato efficacemente dal verso di una canzone di ‘Ndrangheta: “lavuraru trint'anni sutta terra, pi fondari li reguli sociali, leggi d'onori di sangu e di guerra leggi maggiori, minori e criminali”.
Dedite, inizialmente, ad estorsioni ed al pizzo, ad abigeati, o al caporalato agrario, all’organizzazione del gioco d’azzardo, le ‘Ndrine riflettono il carattere patriarcale e tradizionale della campagna calabrese. Dove la donna non ha un ruolo di potere, ed infatti non può affiliarsi formalmente alla ‘Ndrina: il rito di iniziazione formale, carico di simbolismi religiosi e mistici, è riservato soltanto ai figli maschi dei suoi soci, chiamati “primi fiori”. Solo loro hanno il privilegio, per così dire, di essere riconosciuti formalmente come membri dell’organizzazione. Quando un affiliato ha un figlio maschio, lo affida ai primi riti di pre-adesione già da neonato (il rito del coltello e della ferraglia, il taglio delle unghie dei piedi) mentre la figlia femmina viene trascurata.
La donna, così, finisce, in apparenza, per assumere quel ruolo domestico ed educativo che riveste nella stessa società contadina: è lei ad allevare i figli maschi dell’uomo d’onore, destinati ad affiliarsi. E’ soprattutto lei ad educarli alla religione dell’onore e della vendetta, che costituisce il DNA della cultura ‘ndranghetista. Le grandi faide sono istigate, e continuamente alimentate, dalle donne, che spingono i figli a “fare giustizia”. Intere generazioni di ‘ndranghetisti sono cresciute dalle madri nel mito del sangue e dell’onore. Renate Siebert parla di “pedagogia della vendetta”, per designare tale modello educativo, dove la stessa mascolinità viene inestricabilmente associata alla necessità di difendere il proprio onore maschile, colpendo chi lo ha disonorato (in base ai tradizionali codici comportamentali mafiosi). In questo senso, la madre assume il ruolo di “memoria della vendetta”, passando al figlio gli oneri di compimento della stessa quando il padre muore o è troppo anziano per potersene occupare. E così facendo, la donna diventa l’elemento di continuità storica del clan, e di istigazione all’azione per i suoi uomini, assumendo, sia pur nell’ombra, un ruolo direttivo.
E poi le donne svolgono ruoli attivi, spesso anche molto rilevanti e compromettenti dal punto di vista giudiziario, ma caratterizzati dal fatto di rimanere in una funzione secondaria, per così dire “servente”, rispetto all’attività svolta dai loro uomini: custodia delle armi, recapito delle ‘mbasciate fra i componenti reclusi e quelli in libertà, organizzazione delle collette per sostenere le famiglie degli affiliati reclusi, vigilanza esterna, acquisizione di informazioni, protezione dei latitanti (per i quali fanno da cuoche e donne di servizio).
Molto spesso le figlie servono come merce di scambio per organizzare matrimoni di convenienza: essendo la ‘Ndrine basate su legami familiari, le alleanze fra famiglie, necessarie per formare organizzazioni più grandi e potenti, come le Locali, si fanno combinando i matrimoni. La ragazza è costretta a sposare un uomo d’onore dell’altra ‘Ndrina, per rafforzare la coalizione criminale. I vincoli di omertà derivanti dal suo coinvolgimento “obtorto collo” nella “società”, ed i vincoli di fedeltà al marito, ne fanno, sotto il profilo emotivo e delle relazioni, una schiava perenne, cui viene lasciato però il rilevantissimo spazio di manovra dell’educazione dei figli e dell’istigazione all’azione dei mariti, sia pur agendo nell’ombra. Viceversa agli uomini è consentito di mantenere una amante, purché l’immagine pubblica del matrimonio venga preservata.
Le donne di ‘Ndrangheta sono quindi, in cambio di un ruolo di comando rilevante, condannate ad una vita di castità ed assoluta fedeltà al marito, perché debbono custodire il preziosissimo bene dell’onorabilità del loro uomo. Un uomo che non sa tenere sotto controllo la sua donna, e che viene da lei tradito, perde prestigio nell’organizzazione, e rischia anche la vita, poiché viene considerato pericolosamente debole. Tale vincolo di castità è così forte che deve durare anche nel caso in cui l’uomo venga incarcerato. Persino le vedove devono evitare di risposarsi (a meno che il capobastone non le autorizzi, spesso per motivi pratici di alleanza con altri gruppi) e condurre una vita ritirata e casta, per custodire il ricordo dell’onorabilità del defunto, spesso capostipite di una famiglia mafiosa.
Peraltro, sin dai primi anni di vita dell’organizzazione, esigenze molto pratiche portano a dover infrangere questa distribuzione così rigida dei ruoli, ed a cercare compromessi. I clan devastati da arresti e omicidi per vendetta devono coprire le posizioni di organigramma, e quindi si inventa un percorso contorto per consentire, in casi eccezionali di emergenza, l’affiliazione delle donne esterne al clan familiare (quelle che fanno parte della famiglia sono già considerate interne alla logica mafiosa) dimostratesi particolarmente abili ed affidabili, che nella rigida struttura delle Locali assumono la denominazione di “sorella d’omertà”. Ci sono casi documentati già dai primi del Novecento. Per salvare le apparenze di una società onorata composta da soli uomini, e quindi per salvaguardare la sostanziale ipocrisia patriarcale, esse si devono affiliare indossando, durante la cerimonia, vestiti da uomo. Rimangono inoltre legate a ruoli puramente subordinati, poiché la leadership è sempre in mano agli uomini, tanto che sino alla legge Rognoni-La Torre del 1982 esse non vengono mai, in pratica, considerate membri di organizzazioni ‘ndranghetiste, anche quando svolgono consapevolmente uno dei citati ruoli attivi, commettendo di fatto dei reati. Nei processi, anziché essere condannate per associazione a delinquere, vengono infatti generalmente accusate del più mite reato di favoreggiamento.
Seppur considerate dalla legge, per molti anni, come non affiliate, sono le donne le “catalizzatrici” dell’attività dei clan, secondo il giudice Gratteri. Sono loro che comandano veramente, sono loro che attivano le vendette e le faide, sono loro che crescono i figli che vanno a fare i  soldati del clan, sono loro che inducono i loro uomini a fare carriera dentro l’organizzazione. Maria Serraino, detta “mamma eroina”, non si accontenta nemmeno di questo ruolo di comando nell’ombra. E’ il primo caso di donna-boss conosciuto. Nasce in una famiglia mafiosa di Cardeto, vicino a Reggio Calabria, si sposa con Rosario Di giovane, un contrabbandiere di sigarette, e nel 1963 si trasferisce a Milano, istituendo ex novo un clan mafioso, dedicandosi allo spaccio della droga, grazie ai suoi 12 figli, tutti quanti cresciuti come soldati. E contrabbanda anche armi dirette verso la Calabria, nell’ambito della seconda guerra di ‘Ndrangheta, in cui i suoi parenti sono coinvolti. Ordina l’uccisione di un suo spacciatore che vuole mettersi in proprio. All'età di 12 anni, una delle sue figlie venne portata via da scuola per aiutare a spacchettare la cocaina nascosta nei pannelli delle auto importate, ed inserire l'eroina nelle bottiglie di shampoo.
Il salto quantico da questa condizione di “ombra” delle donne nella ‘Ndrangheta avviene negli anni Settanta. Non, come si crede, per permeabilità delle istanze del nascente movimento femminista, che nella Calabria di quegli anni, e soprattutto nelle ‘Ndrine, non penetrano. Ma per una strategia, che dimostra tutto il grado di flessibilità di questa organizzazione: le donne possono svolgere ruoli più importanti, proprio perché raramente finiscono imputate per il reato di associazione mafiosa. E quindi godono, rispetto agli uomini, di una sorta di “franchigia” giudiziaria. Che consente loro di poter svolgere con maggiore sicurezza attività particolarmente pericolose in termini di rischio di arresto, come il trasporto dello stupefacente (che possono nascondere più facilmente degli uomini nel loro apparato genitale, oppure simulando una gravidanza). Infatti, con la prima guerra di ‘Ndrangheta iniziata nel 1974, le leve emergenti (i De Stefano, i Mammoliti, gli Strangio) alleate con Mommo Piromalli eliminano la vecchia guardia, raccolta attorno a don Antonio Macrì o don Mico Tripodo, contraria all’estensione dell’attività al business della droga.
Ma non solo: negli anni, i boss hanno fatto studiare le figlie, che non sono più contadine semianalfabete, ma possono essere utilizzate, con le loro competenze, nel crescente riciclaggio nel settore finanziario, dove non sono richieste doti di violenza e coraggio fisico, e quindi dove le donne possono essere impiegate. Inizia allora la lunga marcia delle donne dentro i clan, non certo una vera emancipazione criminale, ma certamente una riconfigurazione profonda del loro ruolo. Che le evidenze investigative iniziano a manifestare, e che appaiono soprattutto nelle filiazioni dei clan nel Nord Italia, dove è più normale che le donne siano più indipendenti, nel lavoro legale come nel crimine.
Alcuni casi sono clamorosi, e sembrano testimoniare di una vera e propria ascesa anche nei vertici dei clan, fino a quel momento coperti solo da uomini. Un esempio è quello di Angelica Riggio, nata e vissuta a Monza al di fuori del contesto mafioso- si tratta di una giovane ragazza madre che diventa amante e poi convivente di Pio Domenico, uno sgarrista della Locale di Desio controllata dal clan Iamonte (proveniente da Melito di Porto Salvo), accedendo al clan nel ruolo di contabile; quando viene arrestato il 13 luglio 2010 nell’ambito dell’operazione Infinito, la Riggio avrebbe, secondo gli inquirenti, preso il suo posto nella gestione del racket: iniziando a farsi chiamare “Vanessa” sarebbe andata a riscuotere i soldi del racket dalle vittime, con una tenacia e un’aggressività dimostrata, a detta degli inquirenti, in più occasioni. Angelica non si tirerebbe indietro nemmeno quando c’è da alzare le mani, visto che gli inquirenti avrebbero accertato almeno un paio di occasioni in cui ha schiaffeggiato violentemente cattivi pagatori. Come quando in una trattoria di Mornico al Serio sarebbe stata lei, arrivata insieme al compagno, a schiaffeggiare il figlio della titolare, indietro con le cambiali. Arrestata nell’ottobre 2010, Angelica Riggio si trova così a rispondere dell’accusa di usura. Durante le perquisizioni la magistratura trova un numero elevato di titoli di credito, molti dei quali intestati alla Riggio, titolare anche di alcuni immobili di provenienza incerta. Nel dicembre 2012 viene condannata in primo grado a 6 anni e 6 mesi di carcere.
Luana Paparo (classe 1988) è un altro esempio. Figlia di Marcello Paparo, che la procura considera il capo della ‘ndrina di Isola di Capo Rizzuto Arena-Nicoscia, estesasi a Cologno Monzese. Il suo nome compare nell’inchiesta Isola, un’operazione che nel marzo 2009 manda in carcere più di venti elementi considerati organici alle ‘ndrine Arena e Nicoscia. I Paparo, secondo l’accusa, mirerebbero a insinuarsi nei grossi appalti di facchinaggio e trasporto in catene di supermercati con il Consorzio di cooperative Ytaka di Brugherio, e nei grossi subappalti di movimento terra nei cantieri del quadruplicamento della linea Milano-Venezia delle Ferrovie dello Stato con la P&P di Cernusco sul Naviglio. È la stessa Luana Paparo a gestire il consorzio Ytaka, ma i magistrati le imputano di essere la custode dell’arsenale del clan. Il processo di appello ha condannato Luana (4 anni e 8 mesi) e Marcello Paparo (12 anni e 7 mesi) e altri imputati legati alla famiglia per il reato associativo.
Terzo esempio: Maria Valle, cresciuta a Bareggio, è la figlia di Fortunato Valle. I Valle, capeggiati dal nonno don Ciccio Valle, sono un clan della ‘Ndrangheta insediatosi a Vigevano e originari del quartiere Archi di Reggio Calabria. Nel luglio 2006 sposa Francesco Lampada, suggellando l’unione di due importanti famiglie ‘ndranghetiste: un matrimonio celebrato in grande stile all’Hotel Villa D’Este sul lago di Como – lo stesso che ogni anno ospita il forum Ambrosetti – che testimonia come le ragazze di ‘Ndrangheta siano tutt’oggi merce di scambio nelle politiche matrimoniali dei clan. Secondo la procura, la donna contribuirebbe al rafforzamento economico delle attività criminose – soprattutto usura ed estorsione – rendendosi intestataria fittizia delle quote di una immobiliare riconducibile alla famiglia Valle, affinché gli altri componenti dell’associazione mafiosa possano eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Nel luglio 2012 è stata condannata in primo grado a 7 anni di carcere.
Significtiva la storia di Angela Bartucca. Moglie di Rocco Anello, capobastone dell’omonimo clan catanzarese, una storia come tante di donne di ‘Ndrangheta ritrovatesi spose di capi clan per matrimoni combinati. Che però rompe la tradizionale passività che le donne di ‘Ndrangheta devono subire. Ed anche questa è una rottura del codice comportamentale della “società”, del tutto impensabile, che dimostra la crescita dell’autonomia delle donne di ‘Ndrangheta: Angela ha delle storie con due picciotti del clan, mentre il marito è detenuto. Entrambi i picciotti scompaiono nel nulla. Si sospettano di omicidio due sicari del clan, che però vengono assolti. La tradizionale fedeltà della sposa di ‘Ndrangheta viene quindi meno, bruciata sull’altare dell’emancipazione sessuale, una cosa che nella vecchia ‘Ndrangheta era impensabile.
E ancora, Ilenia Bellocco, la moglie del boss Ciccio Pesce, detto “O Testuni”, che a 47 anni avrebbe, secondo gli inquirenti, ereditato la gestione del clan dopo l’arresto del marito. Anche lei figlia di un clan, suo padre, Umberto, detto “Assu i mazzi”, capobastone della piana di Gioia Tauro. Durante la latitanza del marito, avrebbe le redini del clan anche incassando i soldi delle estorsioni e dei traffici. Ha un carattere acido e spigoloso che spesso si esprime in un turpiloquio grondante bestemmie, tale da sbalordire persino gli investigatori abituati ai peggiori sicari. Il giorno delle nozze ai suoi mille ospiti ha offerto come bomboniera un cobra in lalique con occhi in pietre preziose. Ilenia, nessun reddito denunciato al Fisco, avrebbe un tenore di vita principesco.
Siamo ad un livello oramai molto più avanzato della teoria per la quale la donna di ‘Ndrangheta può assumere ruoli di comando solo in una funzione suppletiva e di sostituzione del marito assente per latitanza o carcerazione. Lo dimostra il caso di Angela Ferraro. 50 anni, è moglie del boss di Palmi Salvatore Pesce, detto " U babbu". A giudizio degli inquirenti e del giudice che l’ha condannata, Angela Ferraro avrebbe una posizione speciale, non da supplente.  Avrebbe lo stesso rango degli uomini, interloquendo "alla pari" con il fratello, occupandosi di racket a Milano e di traffico di droga fra il capoluogo lombardo e la Calabria. La donna deciderebbe le estorsioni senza chiedere le autorizzazioni ai maschi della 'ndrina ed entrando nelle discussioni del clan, anche quelle relative agli omicidi da commissionare.

Il quadro che emerge è quindi molto lontano dal tradizionale paternalismo giudiziario, che esime in parte le donne di ‘Ndrangheta dalla loro responsabilità criminale. Al contrario: vista da dentro, tale organizzazione appare già in origine comandata, con un ruolo solo formalmente secondario, dalle sue donne. Ed oggi sembra in grande cambiamento, tanto da vedere l’altra metà del cielo abbandonare anche le ipocrisie formali di un maschilismo solo apparente, e prendere con sempre maggiore decisione le redini delle ‘Ndrine, anche agli occhi degli osservatori esterni. 

domenica 26 giugno 2016

L'arresto di Fazzalari


2 Maggio 1991. Taurianova, antico e grosso borgo agricolo collocato della Piana di Gioia Tauro, posto alle prime pendici dell’Aspromonte, quella “terra grassa e felice abitata da persone infelici” di cui si parla per definirla: agrumeti, olio di oliva di qualità, produzioni artigianali di torrone che si vendono in tutta Italia. Rocco Zagari, ufficialmente di professione infermiere generico presso la Usl, consigliere comunale in quota Dc, si reca dal barbiere per farsi fare la barba prima di riprendere servizio, dopo il giorno di festa del Primo Maggio. Un uomo fa irruzione nella barberia armato di una semi-automatica calibro 7,65mm ed esplode diversi colpi in sequenza, scomparendo immediatamente nel nulla. Zagari muore fulminato sulla sedia del barbiere, probabilmente senza nemmeno essersi accorto di niente, con la schiuma da barba ancora sulla faccia.
Si tratta di uno degli episodi della faida di Taurianova, esplosa nel 1989, che contrappone due coalizioni di ‘Ndrine locali, da una parte gli Asciutto-Neri-Grimaldi e dall’altra gli Zagari-Giovinazzo-Viola-Fazzalari. Taurianova è da anni un crocevia strategico, e con prospettive crescenti grazie al progetto di costruzione del porto di Gioia Tauro, del traffico internazionale di stupefacenti e la sua amministrazione comunale, di marca democristiana, è totalmente infiltrata. Solo di regolari, le ‘Ndrine di un paese di 15.000 anime contano su un esercito di 400 fra picciotti e sgarristi regolarmente affiliati. Più altre centinaia di “contrasti onorati”, come si dice nel gergo mafioso, ovvero collaboratori esterni in via di iniziazione, e contatti con i clan Rom e Sinti stanziali ivi ubicati, che forniscono manovalanza di fuoco estremamente preziosa.
La guerra di ‘Ndrangheta di Taurianova si origina da conflitti politici nel tentativo di controllare l’amministrazione comunale ed i soldi degli appalti. Nel 1986, la maggioranza democristiana del sindaco Francesco Macrì, detto “Mazzetta”, si spacca. Proprio il consigliere comunale Zagari, braccio destro del boss Mimmo Giovinazzo, produce la spaccatura, ed alle successive elezioni anticipate fa convergere il suo bacino di voti sul genero, Marcello Viola, boss dell’omonima ‘Ndrina. Roba di appalti, di controllo delle gare. Mazzetta Macrì, sconfitto, va dai carabinieri. Denuncia infiltrazioni mafiose nella nuova amministrazione. La nuova Giunta cade, alle ennesime elezioni Macrì vince e coopta Zagari nella nuova maggioranza. Ma la frattura rimane: la pax mafiosa si è rotta, in un rovente 2 luglio 1989 Rocco Neri, capobastone accusato di voler diventare troppo potente ed oscurare Don Mimmo Giovinazzo, viene ucciso. Inizia una sanguinosa guerra, nella quale cade anche Giovinazzo. Zagari viene ucciso perché si teme possa prenderne il posto, stanti i legami molto stretti fra i due.
Ventiquattr’ore dopo l’uccisione di Zagari, si scatena la terribile faida, un episodio di particolare ferocia e sangue, il cosiddetto “venerdì nero”. Alle 12.30 cade, crivellato da 19 colpi di fucile, Pasquale Sorrento, ragazzo di 29 anni. Lo stesso gruppo di fuoco, con armi nuove, si presenta davanti all’ufficio postale, quattro ore dopo, in pieno centro storico: vengono presi di mira due fratelli, Giovanni e Giuseppe Grimaldi, di 54 e 59 anni, incensurati ma con legami di sangue con la ‘Ndrina Grimaldi. Cercano di scappare, ma inutilmente. Il primo ad essere abbattuto è Giovanni. Giuseppe cerca rifugio nella sua bottega di salumiere ed afferra un coltello per difendersi. Il killer gli spara, e mentre è ancora vivo, agonizzante in terra, gli toglie il coltello dalla mano e gli taglia la testa. Poi esce dal negozio con la testa mozzata in mano e, davanti ad almeno venti persone terrorizzate, la getta in aria e si diverte, con il suo complice, a fare tiro al bersaglio sulla testa che vola. Alle 20,30 viene ucciso Rocco La Ficara, venditore di bombole a gas, 36 anni, cognato di Pasquale Sorrento, la prima vittima. Quattro morti in un solo giorno nello stesso paese.
Tre giorni dopo, di sera, tre manovali di ‘Ndrangheta, di cui due zingari, vengono uccisi in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, a colpi di fucile e di pistola. Si tratta di Emilio Ietto, di 32 anni, Leonardo Minzoturo, di 20 anni e Luigi Berlingeri di 25. I corpi di Minzoturo e Berlingeri sono stati trovati all' esterno del locale, all'interno il terzo. Nove giorni dopo viene ucciso, a Carmignano del Brenta, un affiliato del clan Pesce, che si trovava lì al soggiorno obbligato.
Complessivamente, la faida di Taurianova, durata dal 1989 al 1992, produce 32 morti, ci sono casi di uccisioni persino a Genova, ed ha un impatto enorme sull’opinione pubblica, per l’efferatezza di scene come quella della testa mozzata lanciata nella piazza di paese. L’esigenza di smantellare, sotto questa ondata emotiva, la collusione dei clan di Taurianova con l’amministrazione comunale produrrà la norma che consente lo scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazione mafiosa.


Ernesto Fazzalari, è stato arrestato oggi dopo una latitanza durata per ben vent’anni, in uno dei bunker sotterranei nei quali, complice l’omertà e la presenza di reti di collaborazioni, i latitanti vivono per anni come topi, vicinissimo al loro feudo. Una latitanza di lusso, nel bunker si trovano elettrodomestici di tutti i tipi, ivi compresa una televisione satellitare, sigari, champagne di marca. Ed è sospettato di aver preso parte attiva alla faida di Taurianova. Questo spiega la sua caratura criminale, che lo ha portato a diventare il secondo più importante ricercato. Secondo la Dia, oggi il clan Fazzalari sarebbe alleato con gli Avignone e gli Asciutto, con un cambiamento di campo rispetto ai fatti sopra ricordati. 

lunedì 16 maggio 2016

L’ombra della Società Foggiana sulle rapine della A 14?



L’autostrada A 14 è oggetto, da mesi, di continui assalti a furgoni portavalori, condotti da uomini armati estremamente determinati e ben addestrati. Anche se alcune modalità operative cambiano di volta in volta, il canovaccio è sempre lo stesso (l’obiettivo – i portavalori, il luogo - l’autostrada, il blocco del traffico operato mettendo di traverso automobili o camion fermati con la minaccia delle armi, spesso anche incendiati per aumentare l’efficacia, l’uso di armi, fucili di assalto, probabilmente anche kalashnikov, come mezzo per terrorizzare le guardie giurate ed indurle a fermare il furgone).

Vediamo gli episodi:

- 6 dicembre 2013: all’altezza dell’uscita di Cerignola della A14, dieci uomini danno l’assalto ad un furgone portavalori della NP Service, mettendo di traverso un camion e seminando chiodi per bucare le gomme del furgone. Il bottino è di oltre 2 milioni di euro;

- 15 maggio 2015: sempre sulla stessa autostrada, nello steso tratto, dieci uomini tentano l’assalto ad un portavalori, con le stesse modalità di cui sopra. Nonostante la gragnuola di colpi di kalashnikov, le guardie giurate riescono a sigillarsi dentro il furgone ed attivare l’antifurto satellitare. I rapinatori fuggono a mani vuote.

- 30 settembre 2015: assaltato un portavalori a colpi di kalashnikov nel tratto marchigiano della A14 tra Ancona Sud e Loreto-Porto Recanati, bottino 5 milioni di euro;

- 26 aprile 2016: nella tratta fra tra Francavilla e Chieti all'altezza di San Giovanni Teatino, quattro uomini armati ed incappucciati a bordo di una Giulietta e di un furgone rubati, hanno bloccato intorno alle 6.30 la corsa del mezzo dell'istituto di vigilanza Aquila che era partito da Ortona ed era diretto a L'Aquila. Il veicolo ha tagliato la strada del furgone gettando a terra, ancora una volta, dei chiodi. Subito dopo i quattro malviventi hanno lanciato un fumogeno o forse un ordigno, finito sotto il furgone. Quindi hanno fatto scendere le due guardie giurate costringendole a stare a terra, le hanno disarmate e poi hanno cercato di entrare nel mezzo tagliando la carrozzeria. Per bloccare il traffico sull'autostrada hanno costretto un mezzo articolato in transito a mettersi di traverso sulla corsia. Nel corso dell'assalto hanno esploso dei colpi da fuoco sicuramente con delle pistole ma anche con dei fucili che potrebbero essere dei Kalashnikov. Il colpo però stavolta fallisce perché un automobilista in transito nella corsia opposta dell’autostrada avverte la Polizia Stradale;

- 16 maggio 2016: almeno sei uomini armati e mascherati assaltano a colpi di pistola e kalashnikov un portavalori nella tratta fra Valle del Rubicone e Cesena Sud. I malviventi hanno incendiato tre auto dopo averle intraversate sulla carreggiata nord, bloccando il portavalori. Con un flessibile sono riusciti ad aprirlo e a vincere la resistenza delle due guardie giurate dentro la parte posteriore del mezzo e a portare via un bottino imprecisato. Per fuggire hanno rapinato della sua Mercedes un automobilista.

Durante l’evento del 16 aprile, le testimonianze parlano di rapinatori che parlano in italiano con accento pugliese. Potrebbe essere un primo indizio del coinvolgimento della Società Foggiana, una organizzazione mafiosa autoctona di particolare ferocia[1], impiantatasi grazie al sostegno della NCO di Raffaele Cutolo, e che ha strappato il territorio alla Sacra Corona Unita nelle faide degli anni Ottanta, che hanno visto l’ascesa del boss Rocco Moretti, detto “ Il porco”, anche grazie ad una capacità organica di dialogare con camorra, ‘Ndrngheta e Cosa Nostra. I colpi sono infatti molto ben organizzati sotto il profilo tecnico; i responsabili conoscono alla perfezione i tempi ed i percorsi di portavalori di diverse aziende (segno che hanno una infiltrazione in diverse ditte, oppure che osservano preliminarmente i passaggi e segnano gli orari) hanno numerose competenze criminali (la capacità di pianificare con esattezza il colpo, la capacità di rubare automobili, l’assalto guidando ad alta velocità, la capacità di aprire un furgone blindato e poi di fuggire, la freddezza di non fare vittime); infine, i responsabili hanno un armamento pesante, da guerra, difficilmente reperibile, se non da organizzazioni criminali strutturate. I primi due colpi avvengono nel foggiano, e ciò è significativo: infatti, i primi colpi, che sono anche di tipo sperimentale e quindi rischiosi, vengono condotti in territorio amico e conosciuto, al fine di poter fuggire più agevolmente nel caso in cui qualcosa andasse storto.

La stessa Direzione Investigativa Antimafia crede in questa ipotesi: nella relazione sul primo semestre 2015, scrive infatti che “nel basso Tavoliere, la città di Cerignola si conferma per la peculiare presenza di gruppi criminali strutturati, in grado di proiettarsi fuori regione sia per la gestione dei traffici di stupefacenti che per la realizzazione di assalti ai portavalori con tecniche militari”. Nel 2014, dettaglio significativo, proprio a Cerignola è stato trovato un enorme deposito di armi: decine di pistole di tutti i tipi, fucili mitragliatori, fucili a canne mozze, fucili a pompa, kalashnikov, una mitragliatrice con il treppiede da terra, bombe a mano, giubbetti antiproiettile, 18.000 proiettili di tutti i calibri. In particolare, su Cerignola operano i clan Di Tommaso ed i Piarulli-Ferraro, quest’ultimo clan colpito, di recente, da importanti provvedimenti di sequestro di beni. Tali clan operano con il principio organizzativo della Stidda siciliana, quindi con strutture piuttosto autonome, poco strutturate, con un tratto federativo e scarsamente piramidale. Una mafia di ferocia incredibile. Cerignola è divenuta la piattaforma logistica di smercio dello stupefacente e delle armi provenienti dall’Europa dell’Est, grazie ai contatti con la mafia albanese.



[1] I Carabinieri hanno scoperto che, durante i summit della Società, veniva esibita la testa mozzata di Giuseppe Laviano, boss della SCU, ucciso dalla Società per rafforzare il suo potere sul foggiano. pare che Vito Lanza, uno dei luogotenenti di Moretti, portasse con sé un osso del cadavere di Laviano a mo' di reliquia, tanto da utilizzarlo come soprammobile mentre pranzava.

giovedì 21 aprile 2016

Infiltrazioni di mafie e degrado sociale: la fine del mito emiliano


Lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del Comune di Brescello, il Paese in cui Guareschi ambientò le figure di Peppone e Don Camillo, come simboli di un’Italia contadina, ingenua ma appassionata, apparentemente divisa ma profondamente coesa, è un evento simbolicamente devastante, e che va studiato. Anche perché si verifica in una regione storicamente considerata immune da derive di questo genere. Anche perché di dubbi su questo provvedimento ce ne sono pochi: gli indicatori di infiltrazione sono tutti presenti. Le gare di appalto manovrate e destinate sempre ai soliti noti, i cambiamenti sospetti di destinazione d’uso di terreni, una certa ossequiosità della classe dirigente locale nei confronti di esponenti di famiglie notoriamente ndranghetiste, assunzioni sospette in Comune.
Un tema di riflessione molto rilevante per capire il grado di dissoluzione della coesione sociale del Pese è costituito dal livello di infiltrazione mafiosa anche in territori non tradizionalmente vocati, e storicamente considerati pieni di anticorpi. La mafia, infatti, ha un funzionamento diverso da quello di una normale organizzazione criminale. A differenza di quest'ultima, infatti, la mafia ha bisogno di legittimazione, di consenso. E', seppur in una forma degenerata, una organizzazione "politica". Spesso, addirittura, il business illegale è asservito al bisogno di controllare. Tutta la sottocultura mafiosa è costruita attorno ad un bisogno di legittimazione. Ad iniziare dalla nobilitazione mitologica delle origini: il mito dei tre cavalieri nobili Osso, Mastrosso e Carcagnosso, fondatori delle tre organizzazioni mafiose (Cosa Nostra, camorra e ‘Ndrangheta) per aver difeso l’onore di una donzella, che serve per dare nobiltà ad origini invero piuttosto modeste e miserelle, il complesso rituale di iniziazione, pieno di riferimenti mistici e religiosi, mirato a creare nel nuovo adepto la sensazione di entrare in un club nobile ed esclusivo (è peraltro significativo il riferimento centrale a San Michele Arcangelo, comandante in capo delle milizie celesti ,e quindi figura di potere nella simbologia cristiana). Così come è legata ad una esigenza di legittimazione e di ricerca di consenso la produzione e divulgazione di uno “stile di vita” mafioso attraverso la musica folk calabrese (i canti di ‘Ndrangheta) oppure una parte della musica neomelodica napoletana. Questo tratto spiega la sopravvivenza delle organizzazioni mafiose attraverso i secoli: come tutte le organizzazioni di potere, l’esigenza del gruppo prevale su quella dei singoli, e le regole di comportamento costruiscono una società parallela ed altamente disciplinata, nel caos fisiologico del mondo criminale.
Questo tratto di ricerca di consenso deriva dalla storia di queste organizzazioni: nate, come Cosa Nostra, per aiutare i possidenti nel controllo sociale del bracciantato (esercitato sia con la violenza, sia con una forma molto efficace e sottile, ovvero il controllo delle fonti d’acqua comunitarie) o, come la ‘Ndrangheta, nato come fenomeno rurale in aree poco o punto presidiate da poteri pubblici e leggi, o, per finire, come la camorra, che i Borboni utilizzavano come polizia e come tribunale di giustizia nei bassi di Napoli, esse tendono sin da subito a prendere lo spazio lasciato libero dallo Stato, costituendosi come contropotere, sfruttando anche le caratteristiche oppressive che il nuovo potere sabaudo dell’Italia postunitaria esercita sulle popolazioni meridionali. L’incapacità di risolvere la questione meridionale da parte dello Stato non fa che perpetuare questa propensione a formarsi, nell’immaginario collettivo, come contro Stato, spesso anche considerato “più giusto” o più efficace nell’amministrare la giustizia dello Stato stesso.
Naturalmente questa costruzione delle mafie come strutture alla ricerca di potere e legittimazione sociale nasce e si sviluppa nelle contraddizioni storiche tipiche del Mezzogiorno. Ma a partire dagli anni Cinquanta, inizia una lenta progressione al Nord. Dapprima si tratta di organizzare affari mafiosi fra le comunità di emigrati dal Mezzogiorno verso il Settentrione industrializzato del boom economico. Il meccanismo del soggiorno obbligato, pensato originariamente per strappare il mafioso al suo ambiente sociale e al suo territorio, è controproducente. Inviti al soggiorno obbligato, i mafiosi ritrovano fra i paesani emigrati il loro humus. Il Nord presenta inoltre enormi vantaggi in termini di colonizzazione:
a) È ricco; ci sono quindi maggiori spazi di mercato per l’estorsione, il gioco d’azzardo e, successivamente, per il traffico di stupefacenti;
b) E’ in espansione demografica, e quindi edilizia. La tradizionale capacità di penetrazione politica di organizzazioni con un connotato “politico” come le mafie si traduce in enormi spazi per accedere al ciclo dell’edilizia tramite gli appalti pubblici;
c) Il modello abitativo è spesso ideale: molte aree del Nord (si pensi alla Brianza, a molte aree del Veneto o dell’Emilia Romagna) sono “città diffuse”, ovvero reticoli di città piccole e medie, sufficientemente piccole da facilitare il radicamento mafioso da conoscenza diretta e personale, e comunque in grado, nel loro insieme, da andare a costituire una zona densamente abitata, imprenditorializzata e cementificata, cioè un bacino di mercato;
d) Nel sistema giudiziario settentrionale, non esiste spesso una professionalità specifica per combattere i fenomeni mafiosi, che quindi si sviluppano in modo relativamente indisturbato;
e) Nel Nord Est, quando inizia la colonizzazione mafiosa negli anni del boom economico, molte aree sono state strappate dalla miseria solo di recente, ed hanno quindi ancora una piccola criminalità locale, spesso attiva in reati di tipo rurale (abigeato, furti in mercati agricoli) o in fattispecie  di reati urbani “poveri” (usura, piccolo racket di prossimità, gioco d’azzardo). Questa criminalità è spesso ben disposta ad allearsi con le mafie emergenti al Nord, mettendo a loro disposizione la conoscenza del territorio e le proprie reti, al fine di poter fare il salto di qualità criminale. E’ la storia della mala del Brenta, evolutasi da una piccola organizzazione di rubagalline, attiva nell’abigeato o nei piccoli furti di generi alimentari, ad una mafia di alto livello e strutturata in modo sofisticato, grazie alla relazione coltivata fra il suo capo, Felice Maniero, ed i boss mafiosi trasferiti al soggiorno obbligato in Veneto.
Però i motivi dell’infiltrazione mafiosa in territori storicamente immuni non possono spiegare il successo dell’operazione. Né basta richiamare, in verità in modo piuttosto razzista, il radicamento nelle comunità di immigrati. Gli amministratori ed i politici che forniscono occasioni di lavoro e legittimazione ai padrini emigrati a Nord non sono meridionali. E’ gente del posto, così come gli imprenditori che accettano di lavorare con le cosche, certi giornalisti locali troppo compiacenti, o le reti criminali locali pronte a cooperare.
Il motivo è purtroppo più profondo: nel declino del Paese, anche i territori dotati delle più forti tradizioni di cooperazione, solidarietà ed associativismo, come l’Emilia Romagna, si meridionalizzano. Le reti di cooperazione si allentano. La società si sbriciola in monadi. L’individualismo metodologico prevale sul solidarismo. Perché? Perché si diffonde il sentimento di disprezzo o di disillusione per lo Stato e per le istituzioni. La politica ed il sindacato vengono associati al magna magna, della giustizia non si fida più nessuno, la scuola pubblica, abbandonata a sé stessa, senza finanziamenti e con riforme liberiste che ne stravolgono la missione, produce disoccupati oppure analfabeti funzionali. In questa disperazione, nel deserto che avanza, allora si riproducono gli stessi meccanismi di legittimazione che sono alla base del potere mafioso nei suoi territori storici di provenienza. Constatiamo che, nella deriva generale, i vecchi motivi fondanti del meridionalismo storico, che si basavano su uno stato di “eccezionalità” del Sud, sono superati. Ma non perché il Sud ha raggiunto il Nord. Ma perché il Nord è sprofondato a Sud.

lunedì 4 aprile 2016

L'attentato di Calanna: vendetta o riarticolazione territoriale delle aree di influenza delle 'Ndrine?


I due uomini escono sul terrazzino stretto di una modesta casetta di Calanna, microscopica frazione di Reggio Calabria, un pezzo di Calabria rurale incastrato fra la città e l’Aspromonte. Una casetta in pieno paese, anonima e piuttosto dimessa, non la casa opulenta di un boss in fortuna, piuttosto il “buen retiro” di un capobastone in declino. Forse i due uomini volevano prendere una boccata d’aria, con i primi caldi primaverili che rendono profumata e piacevole la sera calabrese. Il silenzio della notte viene rotto da una scarica di colpi di arma da fuoco, e dallo sgommare di una macchina che si allontana. A terra rimangono Domenico Polimeni, 48 anni, con precedenti penali, ma non legati alla ‘Ndrangheta, e Giuseppe Greco, Peppe, 56 anni, capobastone dell’omonima ‘Ndrina che, storicamente, comanda a Calanna. Il primo è morto. Il secondo, raggiunto alla testa, al volto ed a un polmone, miracolosamente ancora vivo, anche se grave. Gli inquirenti sono sicuri che l’obiettivo era quest’ultimo. Il Polimeni è stato sfortunato, si è trovato nel punto sbagliato al momento sbagliato. Forse, è solo una ipotesi, era uno degli ultimi soldati rimasti al servizio del boss in declino.

Figlio di Ciccio, boss storico di Calanna, attivo nel traffico di stupefacenti nella periferia reggina, alleato degli emergenti guidati, nel reggino, dal boss De Stefano durante le prime due guerre di ‘Ndrangheta, morto di recente di morte naturale, Peppe Greco eredita la ‘Ndrina dal padre, e nell’organizzazione complessiva della ‘Ndrangheta arriva al grado di santista, come emerge da una intercettazione. Uno dei gradi più alti dell’organizzazione, un componente della cosiddetta “Società maggiore”, che raggruppa e coordina più “Locali” ed a livello inferiore più ‘Ndrine su un territorio vasto. Una vita di violenza, come qualsiasi esponente della ‘Ndrangheta. A vent’anni, emigra in Francia, e cerca di mettere in piedi, senza successo, un giro di mazzette su locali notturni in Costa Azzurra. Cerca di prendere il controllo di una bisca clandestina gestita da una ‘Ndrina della Locride. Si presenta nel locale con il mitra in mano. Si fa pagare ed esce. Si salva la vita dalla vendetta dei derubati solo grazie all’intercessione del potente boss Paolo De Stefano, amico del padre.  Poco tempo dopo, a Gallico, periferia di Reggio Calabria, un imprenditore, Domenico Falcomatà gli spara, per un litigio legato ad una storia di donne. Il cassiere di un supermercato viene ucciso accidentalmente, Peppe si salva la pelle. Succede al padre nel controllo di Calanna. Nominalmente imprenditore edile, controlla l’amministrazione comunale e si fa assegnare le gare di appalto, usando la violenza per intimidire la popolazione e allontanare le ditte concorrenti. Contrariamente ad altri capibastone, la sua indole particolarmente violenta lo rende poco amato fra i paesani. In una informativa dei carabinieri del 1993, si dice infatti che “trattasi di elemento che in pubblico gode scarsa stima e reputazione, facente parte della presunta omonima cosca mafiosa capeggiata dal proprio padre Francesco nato a Calanna l`1.1.1930, con precedenti penali per favoreggiamento, furto, apertura e sfruttamento abusivo di cava”.

Viene arrestato nell’ambito dell’operazione Meta, dopo aver collezionato un curriculum criminale per omicidio volontario in pregiudizio di un vigile urbano, truffa, furto, associazione per delinquere di tipo mafioso, lesioni personali, porto abusivo di coltello di genere vietato, rimpatrio con foglio di via obbligatorio. Dopo l’arresto, decide di collaborare come pentito, una decisione assolutamente singolare, dato che nella ‘Ndrangheta non si pente quasi mai nessuno. E contribuisce ad inguaiare, per voto di scambio, l’ex consigliere regionale del Pdl Santi Zappalà, che secondo il suo racconto gli avrebbe promesso 30.000 euro in cambio di un pacchetto di 500 voti. Proposta che però sarebbe stata declinata dal Greco, perché giudicata poco redditizia. Ma anche la sua storia di pentito è piena di stranezze. Più volte ricoverato in istituti psichiatrici o in centri per la disintossicazione, essendo dipendente da cocaina,  nel 2015 sparisce, per qualche mese, dal luogo dove veniva tenuto nell’ambito del programma di protezione dei testimoni. E, arrivato alla deposizione processuale ad ottobre scorso, come un personaggio del Padrino, dichiara all’improvviso di non voler più collaborare, e di rinunciare alla protezione, gettando gli inquirenti nella disperazione. Evidentemente per salvare la pelle da possibili vendette.


Torna quindi nella casa paterna, in paese, a scontare ai domiciliari la pena di 4 anni inflittagli per traffico di stupefacenti. Senza più il potere di un tempo. Qualcuno inizia a fargli terra bruciata attorno. A febbraio tentano di uccidere Antonino Princi, considerato da Alessia Candito, di Repubblica, vicino a Greco, in un inseguimento in auto da film poliziesco. E ieri l’attentato. Greco, dopo il pentimento, non era più considerato un intoccabile, evidentemente. Ma vi è anche un'altra ipotesi, e la fa  il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, collegando l'episodio all'ondata di violenza che ha colpito Reggio Calabria di recente, e che potrebbe essere indicativa dell'esplosione di una possibile guerra di 'Ndrangheta, mirata a ristrutturare i rapporti di potere territoriale dei diversi clan.