domenica 1 aprile 2018

Messico: narcotraffico e modello di sviluppo


Le spiegazioni dello sviluppo esponenziale delle organizzazioni di narcotraffico messicane negli ultimi anni non si può limitare alle ovvietà tradizionali, secondo cui il Messico, per la sua posizione geografica, è una naturale piattaforma logistica che collega i produttori latinoamericani di sostanza stupefacente ed il più grande mercato mondiale di consumo, ovvero gli USA, grazie alla permeabilità delle frontiere.
La militarizzazione criminale e poliziesca e la violenza che dominano la vita quotidiana negli Stati del centro e del nord del Paese sono il frutto, essenzialmente, del modello economico e produttivo. Il modello che passa con il nome di “modello maquiladoras”, che fa del Messico il settimo produttore mondiale di autoveicoli, ed un Paese in crescita nella produzione industriale di componenti meccaniche e nella chimica di base. Tale modello nasce con la sola cinghia di trasmissione dell’investimento estero, che non produce alcuna ricaduta imprenditoriale e di know how tecnico per l’industria nazionale, concentrandosi nell’assemblaggio finale di componenti prodotte altrove, ed è fondato sulla corruzione politico-sindacale.
Gli investitori esteri che vogliono aprire uno stabilimento industriale in Messico, oltre ad usufruire di enormi vantaggi fiscali e doganali, godono di un clima sindacale particolarmente favorevole: in assenza di contratti collettivi di settore, possono firmare contratti aziendali, chiamati “contratos de proteccion patronal”, prima ancora di avviare l’investimento, con un sindacato aziendale creato ad hoc, spesso occultamente generato dall’azienda stessa. Tribunali del lavoro corrotti convalidano l’accordo, anche se per legge ci dovrebbe essere la firma dei lavoratori. I lavoratori assunti si ritrovano così automaticamente, e spesso inconsapevolmente, affiliati ad un sindacato, e gli accordi salariali e lavorativi passano sopra le loro teste. Risultato: l’operaio metalmeccanico messicano lavora di più e guadagna di meno rispetto al suo omologo cinese.
Nel degrado sociale che ne deriva, chi non vuole o non riesce a scappare verso gli USA vede nell’appartenenza ad una organizzazione criminale l’unico veicolo di ascesa sociale. I primi nuclei dei gruppi criminali nascono proprio in quel contesto: sono le organizzazioni armate sindacali e padronali incaricate di mantenere la disciplina fra gli operai e sedare gli scioperi. Nell’immaginario collettivo messicano, impregnato atavicamente di violenza, senso della morte e del caos (leggete Il Labirinto della Solitudine di Octavio Paz, che esplora a fondo l’inconscio collettivo del Messico) “el narco” diventa, con la sua violenza, la sua sprezzante ribellione alla legge ed alla convivenza civile, i suoi eccessi, una reincarnazione dello spirito rivoluzionario che ha costruito il Paese, una forma perversa di manifestazione del nichilismo profondo dei messicani. Ciò che circonda i grandi boss del narcotraffico non è solo omertà dettata dal terrore. E’ anche rispetto ed ammirazione.
P.S. il protezionismo di Trump, che vorrebbe mettere fine al modello delle maquiladoras, è la tipica risposta di destra alle grandi contraddizioni sociali. In effetti, tagliando via le grandi multinazionali dell’auto dai loro stabilimenti nei Paesi in via di sviluppo, Trump non fa altro che suggerire loro di realizzare tale modello nella madre patria.

giovedì 8 febbraio 2018

L’abolizione dell’ergastolo: serve o no?


Introduzione

Il programma elettorale di Potere al Popolo, nella parte relativa alla giustizia, espone due proposte destinate a far riflettere: l’abolizione del 41 Bis e della pena dell’ergastolo. La discussione sul 41 bis andrebbe fatta separatamente, e dovrebbe partire da un esame del conseguimento del suo obiettivo originario (ovvero quello di isolare completamente il mafiosa dal suo ambiente, anche carcerario, di riferimento) che è ampiamente fallito (non solo i boss al 41 bis sono riusciti ad elaborare metodi per continuare a comunicare all’esterno, ma addirittura hanno usato alcune caratteristiche dello stesso regime, come la sorveglianza video e audio, per incrementare la loro capacità di inviare messaggi all’esterno) e dalla sostenibilità di un regime detentivo chiaramente inumano.
L’obiettivo di questo articolo è invece quello di discutere della proposta di abrogazione dell’ergastolo, anche di quello ostativo, ovvero di quello che non prevede nessuna possibilità di beneficio giudiziario. Tale tipologia di ergastolo riguarda esclusivamente condannati per delitti di terrorismo, eversione con atti violenti, omicidio con aggravante mafiosa, associazione mafiosa o associazione a delinquere che, in assenza di pentimento e collaborazione con la giustizia, siano finalizzate ad uno o più dei seguenti reati: sequestro di persona, contrabbando, traffico di stupefacenti, riduzione in schiavitù, tratta di persone, sfruttamento della prostituzione minorile, pornografia minorile, atti sessuali con minorenne, violenza sessuale singola o di gruppo. Per i reati associativi a sfondo sessuale, la revoca dell’aggravante ostativa può essere fatta solo a seguito di positivo esame scientifico della personalità.
Si tratta insomma di una pena comminata per reati gravissimi, commessi in forma associata (mafiosa, criminale o terroristica che essa sia), senza pentimento successivo, ed in alcuni casi in presenza di una diagnosi psichiatrica di pericolosità sociale o di grave devianza della personalità. Stiamo quindi parlando di una quota molto minoritaria della popolazione carceraria (all’incirca un migliaio di casi, circa il 3% del totale dei detenuti a seguito di condanna definitiva) tra l’altro di età media avanzata (si tratta in larga maggioranza di esponenti mafiosi della vecchia guardia e di ciò che resta dello zoccolo irriducibile del terrorismo degli anni Settanta ed Ottanta) e quindi in riduzione ed in via di sparizione. Gli altri ergastolani, che hanno commesso delitti molto gravi, ma senza l’aggravante mafiosa, associativa, eversiva o terroristica, dopo i primi 20 anni di carcerazione iniziano a beneficiare di permessi premio, poi di semilibertà e di libertà condizionale, talché per loro non si può nemmeno parlare di ergastolo in senso stretto. Il punto della questione ruota quindi attorno a quel migliaio di criminali di altissimo livello condannati al “fine pena mai”.

L’ergastolo e la funzione rieducatrice della pena

La presunta base giustificativa della proposta di abolire l’ergastolo ostativo (peraltro più volte bocciata dalla Corte Costituzionale nei numerosi casi in cui si è sollevata una presunta incostituzionalità dell’ergastolo) risiederebbe nel dettato dell’articolo 27 della Costituzione, per il quale “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Si tratta però, esplicitamente, di una previsione tendenziale, e l’articolo della Costituzione in questione, come peraltro specificato dalla Corte Costituzionale, va interpretato nei termini di un disegno complessivo del sistema delle pene tale da essere orientato alla rieducazione. Rieducazione, peraltro, che per essere tale deve godere della collaborazione del reo. Chi non vuole o non è nelle condizioni mentali per essere rieducato non può esserlo. E’ difficile pensare che un terrorista irriducibile, un mafioso indisponibile a collaborare con la giustizia, chi ha partecipato ad associazioni criminali finalizzate a reati sessuali contro minori, senza dissociarsi o con una diagnosi psichiatrica di grave disturbo mentale, possano essere nelle condizioni di essere rieducati e reinseriti nella società.
Occorre peraltro considerare che il reinserimento nella società è, in Italia come altrove, già di per sé gravemente compromesso per detenuti che hanno commesso reati meno “invalidanti”, dal punto di vista della loro accettabilità sociale, rispetto a quelli degli ergastolani a titolo definitivo. Il tasso di recidiva, calcolato con la percentuale di detenuti aventi già sulle spalle una precedente carcerazione sul totale dei detenuti è, nel 2012, pari al 67% (Lanotte, 2015[1]). Nel 2016, il 55% dei condannati in via definitiva in sede penale ha già precedenti penali. Con ciò non si vuole affatto sminuire il ruolo dei programmi di reinserimento e di alternatività rispetto alla detenzione, molto importanti in termini di riduzione della recidiva (il tasso di recidiva fra i beneficiari di programmi di reinserimento in Italia passa dal menzionato 67% al 19%) e di riduzione del costo (un detenuto costa, in Italia, 125 euro al giorno, alcune esperienze di successo, come il programma di reinserimento sociale per i minori detenuti a Rikers Island, New York, ha abbattuto il costo di gestione del carcere minorile da 35 a 30 milioni di dollari)[2]. Ciò che si vuole dire, piuttosto, è che non è possibile trattare l’intera popolazione carceraria come un unicum omogeneo: se un ladro o un piccolo truffatore possono essere reinseriti in modo relativamente facile, altra questione è quella di lavorare sul reinserimento di un boss mafioso o di un terrorista non pentito. In tali casi, vi è il rifiuto “a priori” della comunità legale dentro la quale si dovrebbe essere reinseriti, perché si appartiene indissolubilmente ad una comunità criminale, e l’ergastolo può dare spazi ad una liberazione futura solo qualora tale appartenenza si dissolva con la dissociazione ed il pentimento (ricordiamo che l’ergastolo vero e proprio, quello ostativo, è, nel nostro ordinamento, comminabile solo in caso di delitti correlati a vincoli criminali di tipo associativo, e non individuale).
In altri termini, i programmi di reinserimento sociale sono efficaci, ma se utilizzati in forma selettiva. Non possono funzionare bene per tutte le categorie di detenuti. Già la differenza fra il tasso di recidiva, che è del 67% se calcolato sui detenuti negli istituti carcerari (cioè sulla quota potenzialmente più pericolosa dei condannati, quella in cui, al netto di casi singoli di tipo diverso, vi è quell’area che ha commesso reati così gravi da precludersi la possibilità di usare canali di pagamento del proprio debito con la giustizia diversi dal carcere) e del 55% se calcolato sui condannati in via definitiva (fra i quali molti, per i reati meno gravi, scontano sanzioni diverse da quella detentiva) tende ad evidenziare come la tendenza alla recidività sia particolarmente acuta nella frangia più dura e più gravemente compromessa dei rei. Sembrerebbe, cioè, che la tendenza a ripetere i reati cresca al crescere della gravità della pena, il che confermerebbe l’ipotesi per la quale la fascia dei criminali più dura, quella condannata all’ergastolo ostativo, sarebbe particolarmente difficile da reinserire, ove l’ergastolo venisse abolito e vi fosse la possibilità di una liberazione, anche parziale o condizionale.
Peraltro, è interessante notare come il tasso di recidiva negli USA, particolarmente alto (oscillante fra il 70% e l’80%, a seconda delle misurazioni) dipenda da un taglio dei programmi di reinserimento e di prevenzione destinato essenzialmente alla popolazione adulta, ignorando del tutto la popolazione in età infantile. Ci sono evidenze empiriche forti a sostegno della tesi che la personalità criminale si formi nei primi anni di vita, specialmente la personalità criminale cronica, quella irriducibile (Moffitt, 1993)[3]. Se così è, i criminali cronici, quelli che più facilmente finiscono all’ergastolo, non possono più essere recuperati efficacemente con programmi di reinserimento effettuati quando oramai sono in età adulta, e la loro personalità socialmente patologica è oramai del tutto strutturata.

L’abolizione dell’ergastolo ha effetti sul tasso di criminalità generale?

Se, quindi, la tematica della rieducazione individuale è poco utilizzabile per sostenere l’abrogazione totale della pena dell’ergastolo, si potrebbe opinare che detta abolizione possa condurre ad un “alleggerimento” delle condotte criminali, sulla base del principio che chi sa di aver commesso un reato tale da comportare l’ergastolo in caso di cattura, sarà maggiormente determinato a delinquere ulteriormente, fino al suo arresto, non avendo più molto da perdere. Tuttavia, la ricerca criminologica va nella direzione opposta. L’ispirazione dell’articolo 27 della Carta è chiaramente basata sulle teorie del Beccaria (uno dei padri della criminologia), poiché richiama concetti di umanità e rieducazione nell’applicazione delle pene. Ma Beccaria non era affatto ostile al carcere a vita (che considerava esplicitamente superiore rispetto alla pena di morte). La sua base teorica si fondava sulla proporzionalità fra la pena la gravità del reato, onde evitare pene aberranti o eccessive rispetto al fatto che è stato commesso, e laddove tale proporzionalità si deve computare sulla base del danno (economico, civile e morale) subito dalla società, del vantaggio personale conseguito dal reo dalla consumazione del reato e dalla forza di deterrenza necessaria per far cambiare idea a chi pensasse di commettere quel reato: “perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male deve essere calcolata l'infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di più è dunque superfluo e perciò tirannico”.
Tale concezione del Beccaria è essenzialmente condizionata dall’utilitarismo benthamiano, per cui la disutilità legata alla pena deve eguagliare, e non superare, l’utilità individuale connessa al compimento del reato. Da tale concezione fondamentale, che ha ispirato i sistemi giudiziari democratici, sono nate due scuole criminologiche fondamentali: la prima, la cosiddetta scuola della deterrenza, è fondamentalmente ispirata all’idea per cui il comportamento criminale tenderebbe a variare rispetto a un aumento della probabilità e severità della punizione. Tale scuola ha riscontri empirici controversi, ma a volte positivi. Ad esempio, dopo uno studio longitudinale di tre anni di osservazione  su un gruppo di 641 maschi con 32 anni di età media dopo la loro uscita dal carcere, Witte (1980)[4] osservava che tra delinquenti ad alto rischio (condanne precedenti e carcere, disoccupazione, alcol) il fattore che più degli altri riduceva la probabilità di commettere nuovi reati era proprio la condanna precedente e il timore del carcere. Analisi condotte su campioni di criminali in attività e “redenti” evidenziano come essi tendano ad adottare modelli comportamentali influenzati da fattori quali la severità della pena cui potrebbero andare incontro (Clark e Cornish, 1985)[5]. Altre ricerche raggiungono risultati ambigui. In particolare, l’ampio filone della ricerca statunitense sugli effetti della pena di morte rispetto al tasso di criminalità generale non conduce a risultati conclusivi rispetto alla validità della teoria della deterrenza.
Più generale rispetto alla teoria della deterrenza, per quanto inscritta dentro le ipotesi generali della teoria utilitaristica neoclassica, è la teoria della scelta razionale elaborata da Gary Becker. Sotto una serie di ipotesi per la verità molto forti (completa informazione, perfetta razionalità del soggetto, assenza di una “vocazione” o di un “istinto” criminale, per cui un individuo può indifferentemente essere onesto o delinquere, optando per una delle due alternative esclusivamente sulla base di un calcolo oggettivo di convenienza personale) la probabilità di commettere un reato dipende da un semplice calcolo di utilità fra costo e beneficio. Formalmente:
Oj =  f(pj, fj) –  f(uj),
dove 0 è il numero dei reati commessi da una persona in un particolare periodo j, p la probabilità di essere individuato, arrestato e condannato per quel reato, f la sanzione prevista per quel reato, e u una variabile che cumula i benefici personali legati alla commissione di un reato, monetizzati. L’incremento del numero di reati nel tempo è quindi dato dalla differenza fra le derivate prime della funzione di costo e di quella di utilità in funzione del tempo, laddove la probabilità di essere individuato e la gravità della sanzione agiscono da freno. Di conseguenza, a parità di probabilità di arresto (quindi pj diviene una costante) la variazione nel tempo del numero di reati commessi da un individuo è semplicemente la differenza fra la severità della pena e l’utilità marginale ottenuta dalla commissione del reato. In tal senso, eguagliando a zero tale funzione, è possibile stabilire l’entità della pena in misura beccarianamente proporzionale all’utilità marginale ritratta dal reato. Non siamo, evidentemente, in grado di calcolare esattamente, in termini monetari, l’utilità personale associata a ciascun reato commesso, anche perché si entra nei limiti metodologici ed applicativi tipici di ogni teoria marginalista (se gli individui non sono tutti uguali, cioè se la loro funzione individuale di utilità non è la stessa, si cade in una sorta di versione criminologica del teorema dell’impossibilità di Arrow, per cui la particolare scelta sociale di determinazione della “pena” giusta rispetto ad un determinato reato diviene più o meno parzialmente arbitraria, o comunque oscillante entro margini di confidenza).
Inoltre, nel modello di Becker, che si sviluppa dalle concezioni marginalistiche già presenti in Beccaria, si ipotizza che un individuo non è necessariamente un criminale per vocazione, ambiente familiare o sociale di estrazione o inclinazione soggettiva personale, e che determina il suo livello di criminalità sulla base di una decisione razionale perfettamente informata.
In altri termini, stiamo parlando del criminale freddo, intelligente, razionale e pronto a cambiare le sue abitudini qualora i termini del trade-off fra disutilità della punizione ed utilità del reato si modificassero. Tale criminale, quindi, al netto dei limiti del modello, risente della severità della pena per cui, tendenzialmente, rendere meno gravoso il sistema, eliminando l’ergastolo, diverrebbe un incentivo a delinquere maggiormente. Nel caso del criminale irrazionale, che delinque per vocazione, inclinazione soggettiva, se non problemi mentali o di disadattamento sociale cronico, o nei casi in cui il contesto ambientale particolarmente degradato spinge ad una sorta di delinquenza “coatta”, come strumento per una integrazione comunitaria impossibile per vie legali (si pensi agli studi di Cohen sulle gang giovanili) evidentemente la severità della pena non ha nessuna influenza sul tasso di commissione di reati.
In un caso (criminale razionale che plasma il suo comportamento su una scelta fra costi e benefici) la severità della pena è un elemento deterrente rispetto all’incremento del tasso di criminalità, e ciò va a favore di pene anche molto severe, come l’ergastolo. Nell’altro caso, quello della criminalità non razionale o indotta dal contesto sociale e culturale, tale parametro è ininfluente sul tasso di criminalità, e quindi la scelta fra inserire o meno l’ergastolo nel sistema penale dipende da altri fattori, quali la possibilità di rieducare e reinserire socialmente il condannato. Tale possibilità, come si è visto, è estremamente difficile già per detenuti che hanno commesso reati ben meno gravi e dannosi in termini di immagine sociale rispetto a coloro che vengono condannati all’ergastolo ostativo, e comporta costi economici rilevanti. E lo è ancor di più per criminali che non informano i loro comportamenti a scelte razionali fra disutilità ed utilità, ma ad inclinazioni soggettive o socio-culturali, particolarmente difficili a eradicare in un eventuale tentativo di rieducazione e reinserimento degli stessi.
In un caso e nell’altro, quindi, non si vede il motivo per eliminare l’ergastolo ostativo dall’ordinamento penale del nostro Paese. Esso fornisce, per una categoria di criminali, un deterrente a delinquere maggiormente e, per un’altra categoria, una sua eventuale abolizione non produrrebbe effetti apprezzabili sul tasso di criminalità generale. Quindi, sembra che l’ergastolo possa perlomeno operare da deterrente per una parte del mondo criminale, quello di superiore razionalità, e quindi avere un effetto, per quanto parziale.

Conclusione

La proposta di abolire l’ergastolo ostativo, basata su rilievi costituzionali ripetutamente respinti dalla Corte Costituzionale, non sembra preludere ad efficaci azioni di reinserimento sociale dei condannati a tale pena, perché i programmi a ciò destinati sembrano avere una efficacia decrescente al crescere della gravità del reato commesso, e si inseriscono in un contesto di efficacia modesta e selettiva rispetto al tasso di recidiva, anche in ragione delle loro caratteristiche (ad esempio, il fatto che manchino programmi di prevenzione estesi rispetto alla prima infanzia, età particolarmente critica nella formazione della personalità criminale cronica).
D’altra parte, detta abolizione avrebbe un effetto incentivante sulla fascia più razionale e calcolatrice della criminalità, mentre non avrebbe effetti su quella più soggettiva o istintiva.
In ultima analisi, non sembrano esserci ragioni fondate per proporre l’abolizione dell’ergastolo, che peraltro riguarda un’area particolarmente dura, non collaborativa rispetto alle possibilità di recupero sociale e numericamente decrescente della popolazione carceraria. Il tutto sembra inscriversi dentro una visione demagogica e non accettabile dei temi legati alla giustizia.




[1] Lanotte F., “La recidiva”, tesi di laurea presso l’Università di Torino, aa 2014/2015
[2] Human Foundation, 2017
[3] Moffitt,T. E. (1993).”Adolescence-limited and life-course persistent antisocial behaviour: a developmental taxonomy”. Psychological Review, 100, 674–701
[4] WITTE, A.D., Estimating the economic model of crime with individual data, in "Quarterly journal of economics", 1980,
XCIV, 1, pp. 57-84
[5] Clarke, R.V., & Cornish, D. B. (1985). Modeling offenders’decisions: A framework for research and policy. In M. Tonry & N. Morris (Eds.), Crime and justice: An annual review of research (Vol. 6, pp. 147–185). Chicago: University of Chicago Press. 

sabato 30 settembre 2017

Immigrati e violenze sessuali: cosa dice la criminologia



Interpretazione e limiti delle statistiche criminali

Si fa un gran parlare, a livello giornalistico e politico, delle diverse propensioni di italiani ed immigrati a compiere reati sessuali. Il tema è stato ulteriormente alimentato dall’uscita recente di dati del Viminale e dell’Istat, secondo i quali nei primi sei mesi del 2017 le violenze sessuali denunciate all’Autorità Giudiziaria o per le quali è avvenuto un arresto sarebbero 2.438. Di queste,  1.534 denunciati sarebbero italiani e 904 sarebbero gli stranieri. Divisione rimasta anche questa pressoché invariata rispetto all'anno precedente, quando gli stranieri furono 909 e i nostri concittadini 1.474. Evidentemente, tali dati, se rapportati alla consistenza delle due popolazioni, quella italiana (60 milioni) e quella straniera (6 milioni, compresa una stima degli irregolari) disegnano una preoccupante incidenza di tale reato specificamente per gli immigrati: 1,5 per 10.000 abitanti, a fronte di 0,3 per 10.000 abitanti per il segmento italiano.

La questione però è molto più complessa, ed i dati ci aiutano solo fino ad un certo punto. Il fenomeno delle violenze sessuali è infatti in larghissima misura sommerso: si stima che solo il 7% degli eventi venga denunciato, rimanendo segreto soprattutto nell’ambito delle violenze subite in famiglia, che possono evidentemente riguardare famiglie italiane come anche straniere. Inoltre, evidentemente, i dati statistici sulle denunce (cui può seguire un arresto per fermo di P.G. convertito dal GIP in custodia cautelare in attesa del processo) non misurano l’effettiva colpevolezza, perché  la denuncia può essere archiviata o finire in una assoluzione.

Inoltre, la criminologia, specie statunitense, ha frequentemente indicato come gli immigrati siano discriminati nella fase della selezione nei controlli e nelle indagini sommarie da parte degli organi di polizia. Evidentemente, se un determinato sottogruppo viene monitorato con maggiore attenzione da parte delle forze di polizia, è più probabile che finisca per generare una maggiore incidenza di reato, di qualsiasi reato, ivi compresi quelli sessuali. Con particolare riferimento all’immigrazione latinoamericana negli USA, Warnshuis (1931) notò che un numero sproporzionato di immigrati latinoamericani venivano arrestati per “condotta non disciplinata”, un reato molto vago, usato solo per “tenerli sotto controllo”. Samora (1971) evidenziò come le Border Partol modificassero nel tempo la severità nei confronti dei chicanos immigrati, in funzione del ciclo politico-elettorale o della situazione economica dello Stato in cui operavano. Secondo una ricerca della Pew Hispanic Center (2004) si evidenzia una crescita dei controlli di polizia specificamente destinati alle aree a maggior concentrazione di immigrati latinos. In Italia, le ricerche sul tema sono scarse. Però Barbagli (2002) sottolinea che “da più parti è stata avanzata l’ipotesi che le forze dell’ordine e la magistratura operino selettivamente nei confronti degli immigrati o per dare una risposta alla domanda di sicurezza proveniente dall’opinione pubblica o perché in queste due istituzioni sarebbero diffusi forti pregiudizi contro le minoranze etniche”. Pochi dati empirici: Verde e Bagnara (1989), focalizzandosi sulla criminalità minorile, segnalano che le sentenze emesse contro minori stranieri tendano ad essere più penalizzanti rispetto a quelle emesse, per gli stessi reati, nei confronti degli italiani. Palidda (1991) scopre che vi è una maggiore propensione, da parte della polizia, a fermare stranieri per controlli quando sono a piedi (e quindi non per motivi legati al traffico o al codice della strada). Inoltre, poiché nel dato del Viminale succitato si ricomprendono anche gli arrestati, lo stesso Barbagli fa notare come nei confronti degli stranieri, anche per motivi legati all’incertezza della loro residenza, si tenda maggiormente ad applicare la custodia cautelare in carcere.

Tali limiti nei dati sembrano particolarmente importanti nel caso dello stupro: le donne italiane vittime di questo reato, quando è stato compiuto da uno straniero, hanno proceduto alla denuncia nel 24,7% dei casi (e negli altri casi hanno ammesso di non aver sporto denuncia). Quando hanno subito lo stesso reato da parte di un italiano, hanno denunciato soltanto nel 4,4% dei casi (Istat, 2014). Lo stesso vale per il tentato stupro: gli autori italiani sono stati denunciati nel 2,2% dei casi, mentre gli stranieri nel 17,8%. La sproporzione è enorme, e si spiega in parte con il fatto che lo stupro il cui autore sia un italiano viene tipicamente consumato in famiglia o sul luogo di lavoro, per cui la donna ha paura di denunciare un parente prossimo/datore di lavoro o collega. Viceversa, lo stupratore straniero tende più frequentemente ad essere un estraneo, per il quale la tendenza a denunciare è meno vincolata alla paura. Evidentemente, a maggior propensione di denuncia a carico dello straniero, corrisponde una maggiore incidenza del reato a livello di statistiche penali. Ma ciò non implica necessariamente che lo straniero abbia maggiore propensione a delinquere. Semplicemente, che corre più rischi di denuncia rispetto all’italiano, per il medesimo reato.

Gli schemi concettuali della criminologia

 Insomma, affidarsi ai dati statistici per evincere una presunta maggiore tendenza delinquenziale degli immigrati rispetto agli autoctoni può essere, almeno parzialmente, fuorviante. Per spiegare la maggiore incidenza della criminalità sessuale fra gli stranieri è stato usato il concetto di “reato culturalmente motivato” (Basile, 2010; Bernardi, 2010; de Maglie, 2010). Secondo tale concetto, lo straniero sarebbe “motivato” a commettere un reato nel Paese di accoglienza, perché nella sua cultura di provenienza esso configura un comportamento non grave, tollerato, se non addirittura incentivato. Tale concetto è, però, piuttosto scivoloso ed ambiguo, e non è chiaro come dovrebbe essere integrato dentro il sistema penale italiano. Da un lato, infatti, se si scende sul crinale della giustificabilità culturale di un reato, perché mai fermarsi ad una giustificazione puramente etnico-nazionale? Qualsiasi sottogruppo (ivi compresi quelli criminali, ivi comprese le ‘Ndrine calabresi) è infatti portatore di una sua sottocultura, che giustifica anche atti che, per la maggioranza degli abitanti, sono inaccettabili. D’altro lato, è ipotizzabile inserire dentro il sistema penale una attenuante specifica per “culturalità”? Intanto per quali reati? La de Maglie ipotizza che la culturalità possa essere considerata attenuante soltanto fino a quando non vada a ledere le “immunità fondamentali” (il diritto alla vita, all’integrità fisica e psicologica, alla proprietà, ecc.). Ma anche le immunità fondamentali sono, per certi versi, legate ad un certo assetto culturale. Sembra quindi molto difficile rinnegare la necessità di mantenere una logica assimilazionistica nel diritto penale del Paese di accoglienza, per cui è l’immigrato, opportunamente aiutato da mediazioni culturali efficaci, a doversi adattare al diritto penale vigente, senza pretendere improbabili attenuanti culturali rispetto ai reati eventualmente commessi. L’assimilazionismo dovrebbe, a  mio parere, riguardare l’intera materia penale, dalle questioni più gravi ed inaccettabili (si pensi all’infibulazione) fino  a quelle solo apparentemente secondarie, ma che in realtà colpiscono alcuni  fondamenti del nostro vivere civile, come il diritto ad usare il proprio corpo (si pensi all’obbligo imposto, quindi non alla libera volontà, dell’uso del burkha).

Infine, al netto delle questioni del rapporto fra cultura e codice penale, l’ipotesi di sostituzione, ovvero l’ipotesi che, con un flusso migratorio, gli immigrati si sostituiscano agli autoctoni nella commissione di un reato è, in questo caso specifico, da escludere: la violenza su donne più grave, ovvero l’omicidio volontario, viene perpetrata, nel 73% dei casi, dal partner o altro parente, quindi nell’ambito della famiglia. E le famiglie miste fra italiani e stranieri sono ancora un fenomeno troppo poco diffuso per ipotizzare una sostituzione in tale tipologia di reato, squisitamente familiare.

E’ quindi ragionevole ipotizzare che la più alta frequenza di violenza sessuale a carico di immigrati sia spiegabile, oltre che con fenomeni di maggiore propensione alla denuncia/maggiore severità e monitoraggio da parte degli apparati di sicurezza e giudiziari, che gonfiano i dati statistici, anche con specifici strumenti concettuali elaborati dalla sociologia applicata in ambito criminale. In particolare, mi riferisco alle teorie del conflitto culturale elaborate sin dalla scuola di Chicago degli anni Venti. Tale ventaglio di teorie spiega la maggior devianza in termini di disagio sociale ed economico di sottogruppi, fra i quali gli immigrati, in vari modi. Ad esempio, Merton sottolinea lo iato (da lui chiamato “anomia”) esistente fra una cultura che spinge al successo individuale e l’assenza, per determinati gruppi svantaggiati, dei mezzi per poter raggiungere quell’ideale, con il risultato che le regole formali che la società elabora come vie legittime per il successo perdono credibilità, incentivando comportamenti devianti. Cohen, nella sua teoria delle sottoculture (inizialmente elaborata per lo studio delle gang giovanili, ma adattabile a qualsiasi sottogruppo minoritario, ivi compresi gli immigrati, spiega la nascita di una sottocultura deviante come risposta all’incapacità/impossibilità di adattarsi alle norme sociali dominanti, fornendo ai membri di quella sottocultura tutti i vantaggi, in termini di integrazione, riconoscimento, autostima e protezione, che la mancata integrazione con la cultura dominante non riesce a fornire loro.

Nell’accezione di Sellin, la più interessante per lo studio della criminalità degli immigrati,  tale filone teorico si traduce nell’idea che fra autoctoni e immigrati si viene a creare un conflitto culturale nel momento in cui tali gruppi vivono in aree contigue o omogenee (fenomeno della frontiera), la cultura dominante della maggioranza viene imposta alla minoranza e gli immigrati conservano le norme culturali e comportamentali del Paese di origine, senza essere disponibili a modificarle, se non superficialmente. In questa situazione, si genera inevitabilmente un conflitto culturale che può, in un certo senso, “ideologizzare” fenomeni di criminalità comune, quali forme di ribellione alla società ospitante, le cui norme non sono accettate e sono vissute come imposizioni. Il contributo di Sellin è prezioso per capire fenomeni cui assistiamo recentemente, quali la radicalizzazione islamica di giovani immigrati di seconda o terza generazione che, pur essendo oramai cittadini del Paese in cui vivono, si fanno reclutare dall’Isis. Secondo Sellin, gli immigrati di seconda o successiva generazione vivono un conflitto culturale specifico: essi hanno oramai perso l’attaccamento ai valori culturali tradizionali del Paese di origine dei genitori o dei nonni, ma non riescono ad integrarsi nel sistema valoriale del Paese in cui oramai vivono. Ne consegue che si ritrovano in una “terra di mezzo”, nella quale, per ricostituire una vecchia identità oramai perduta, a fronte di una nuova mai acquisita, possono avere tendenza a scimmiottare, estremizzandola e/o idealizzare una identità tradizionale che non hanno mai conosciuto direttamente. Tale conflitto culturale primario, endogeno alla psiche dell’individuo, può essere esacerbato da un conflitto secondario, nella misura in cui egli viene emarginato sotto il profilo sociale, lavorativo, abitativo (si pensi alla ghettizzazione urbana del modello delle banlieues) ed economico, accentuando in lui il senso di estraniazione e di risentimento per la cultura dominante.

In tutte queste forme di conflitto culturale, che conducono ad anomie, sottoculture, conflitti primari e secondari, la violenza sessuale contro “la donna bianca” può diventare una forma di manifestazione di rifiuto e disprezzo per la cultura dominante e/o di acquisizione di un obiettivo della cultura dominante (stare con una donna bella, non essere soli e “sfigati”) tramite mezzi illeciti (l’anomia mertoniana, appunto). Mentre la violenza sessuale consumata contro le donne della propria comunità etnica una forma, spesso portata all’aberrazione, di difesa dei valori tradizionali ed arcaici della propria società di origine. Il tutto viene aggravato in condizioni di emarginazione socio-economica e di povertà, che fungono da fattori di inasprimento e detonazione dei conflitti culturali strutturalmente presenti, anche solo allo stato latente, fra diversi gruppi sociali o etnici.  

Conclusioni

In conclusione, non è chiara, e non è suffragata dai dati statistici utilizzati per finalità giornalistiche, una presunta “propensione allo stupro” da parte degli immigrati. I modelli simil-lombrosiani che pretenderebbero di predire una sorta di “fattore genetico” innato in determinate popolazioni sono fortunatamente stati sconfitti dall’avanzamento della scienza. Anche chi cita, senza capire bene ciò che dice, una specie di tendenza alla violenza sessuale per sottomissione della donna da parte degli immigrati di fede musulmana, non conosce le leggi severissime che la Sharia prevede per chi, nei Paesi islamici, si azzarda a toccare la donna di un altro. Indubbiamente, i dati statistici forniscono un quadro di maggiore frequenza relativa dei reati di violenza sessuale fra gli immigrati, tuttavia tali differenze potrebbero scaturire da un maggiore selettività in fase di controllo, arresto e processo, da parte degli organi di pubblica sicurezza e della magistratura, a carico degli immigrati. Inoltre, la violenza sessuale sulla donna autoctona può scattare per fattori sottoculturali e di anomia nel tentativo di raggiungere, con mezzi illeciti, obiettivi proposti dalla cultura dominante di accoglienza. Quella sulla donna della propria comunità etnica può invece derivare da una sorta di compensazione allo sradicamento culturale, che conduce ad una estremizzazione, anche violenta, di usi e costumi tradizionali nelle famiglie della propria cultura di origine. Il tutto, ovviamente, senza escludere fattori psicotici personali di deviazione sessuale, che esistono tanto fra gli immigrati quanto fra gli autoctoni.

Questi elementi di conflitto culturale, che in alcune situazioni possono degenerare in reati comuni e violenti, sono tipici di qualsiasi minoranza che ha i mezzi per elaborare una sottocultura, o per preservare una cultura autonoma rispetto a quella dominante. Le degenerazioni criminali di tali conflitti possono scattare per gli immigrati come per le gang giovanili, per gruppi politici minoritari e radicali, per sette religiose, ecc. I fattori scatenanti sembrano essere la prossimità/contiguità di vita con i gruppi a cultura dominante, l’emarginazione socio-economica/la segregazione, l’impossibilità di accedere agli obiettivi proposti dalla cultura dominante con le vie che legittimamente essa offre, l’integrazione con la cultura dominante assume la veste della colonizzazione.


Evidentemente, però, gli studi di Sellin sugli immigrati di seconda e terza generazione dimostrano che esiste un vero e proprio limite all’integrazione, dal momento che l’indebolimento del legame con la cultura di origine non crea una integrazione con la nuova cultura, o una ibridazione delle due, ma una terra di mezzo indefinita e personalmente e collettivamente pericolosa ed esplosiva. Da questo punto di vista, e quali che siano i moventi di un tasso di criminalità degli immigrati superiore a quello degli autoctoni, e anche se non vi sia una reale differenza fra i due gruppi, una selettività ed un filtro rispetto ad una immigrazione di massa diventano elementi fondamentali per preservare un livello di sicurezza basilare per una convivenza normale e nell'interesse degli stessi immigrati già presenti da noi. 

domenica 6 agosto 2017

Il Mostro di Firenze: rispuntano nuove ombre


La pista neofascista: le ipotesi
Con puntualità tutta italiana, uno dei grandi misteri giudiziari ancora non del tutto risolti, quello del Mostro di Firenze, ricompare in questa torrida estate, con una nuova pista, per la verità citata dai giornali e smentita dalla Procura di Firenze: la pista neofascista, che mira a inserire i delitti del Mostro dentro la più generale strategia della tensione, che insanguinò il Paese per quasi vent’anni, e nello specifico con l’obiettivo di mostrare al Paese la presunta “inefficacia” delle Forze dell’Ordine nel garantire sicurezza, creando un clima di terrore, incertezza e sfiducia nelle istituzioni. Tale pista, come detto smentita ufficialmente dalla Procura, non è nuova: se ne è parlato in un libro del criminologo Aurelio Mattei “Coniglio il martedì”, pubblicato nel 1993, ed è da sempre sostenuta dall’avvocato delle famiglie delle due vittime francesi del Mostro, Vieri Adriani.
Tutto ruota attorno ad un signore molto anziano e dalla vita spericolata, un ex legionario che ha combattuto in Cambogia e in Algeria, e da sempre legato agli ambienti di estrema destra. Costui, che negli anni di operatività del mostro viveva a Vicchio, come i compagni di merende, non è nuovo agli inquirenti: già nel 1985 e nel 1994 entrò nelle indagini, tramite due perquisizioni nel suo domicilio. Nel corso della prima perquisizione, condotta pochi giorni dopo il delitto Scopeti ed effettuata perché il soggetto rientrava fra i tantissimi che, potenzialmente, potevano rientrare in un vago profilo psicologico del mostro, furono ritrovati numerosi articoli di giornale che riferivano delle gesta del mostro. Nella seconda, furono ritrovati diversi proiettili calibro 22 Winchester Serie H, che erano usciti di produzione da 13 anni. Proprio il tipo di proiettile utilizzato per gli omicidi del mostro. Trattandosi di elementi meramente circostanziali e che di per sé non dimostravano niente (gli articoli sul mostro custoditi in casa potevano essere semplicemente l’effetto di una curiosità morbosa, i proiettili, benché fuori produzione, avevano avuto una certa diffusione commerciale, essendo utilizzabili anche nel tiro a segno sportivo) l’uomo uscì dall’indagine rapidamente, per poi rientrarvi adesso.
Oltre che sui legami politici di questo ex legionario, oggi rimesso sotto indagine, la pista dell’eversione neofascista si basa su elementi vaghi, suggestivi ma niente più che evocativi. In primis, la coincidenza delle date: l’omicidio Pettini-Gentilcore, del 14 settembre 1974, si svolge poche ore dopo una celebrazione, con tanto di marcia di partigiani, della liberazione di Vicchio dal nazifascismo. La stessa vittima, la Pettini, era figlia di un ex partigiano ed attivista del PCI locale. Per la prima volta, l’omicidio ha natura maniacale: il corpo della donna viene brutalmente straziato e sottoposto ad umiliazioni, come se l’assassino avesse qualcosa di personale, o un motivo di particolare odio. Tutto questo accanimento (che non aveva avuto luogo nell’omicidio precedente, risalente al 1968) è stato da alcuni accostato alle brutali torture condotte dalle SS di Reder durante l’eccidio di Vinca, esattamente trent’anni prima. Anche se in verità durante questo episodio, le vittime vennero impalate, e non sottoposte alle violenze cui fu sottoposta la Pettini. Ancora: nel 1981 il mostro colpisce due volte: la prima avviene due settimane dopo la scoperta delle liste segrete di iscritti alla P2 del toscano Licio Gelli.
Altro elemento è costituito dai numerosi depistaggi che le indagini, negli anni, hanno subito, ivi compreso il presunto ritrovamento, nel 2011, della pistola usata dal mostro nell’armadio della sezione di P.G. dei carabinieri di Potenza (si accertò successivamente che non era l’arma dei delitti). Tali depistaggi hanno fatto pensare alla “mano” dei servizi segreti, come avvenuto in altre inchieste legate alla strategia della tensione. Il coinvolgimento del Sisde divenne manifesto quando il criminologo Francesco Bruno, nominato consulente tecnico della difesa di Pietro Pacciani, dichiara, durante una udienza processuale del 1994, di essere collaboratore dei servizi. Lo stesso Bruno si renderà poi autore di una poco convincente ricostruzione del profilo del mostro, sulla base della teoria del “killer solitario”:  un uomo mai individuato d'intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche. Una ipotesi incompatibile con le mutilazioni sessuali inflitte alle vittime, che propendono più per il profilo del “lust murderer” (suggerito dall’Fbi) che per l’assassino motivato da fattori religiosi e moralistici.
Vanno infine menzionate le simpatie fasciste proclamate durante il processo da uno dei compagni di merenda, il “Torsolo” Vanni, e che potrebbero essere interpretate come un segno di vicinanza ad ambienti eversivi di estrema destra che, in quegli anni, attraverso l’empolese Mario Tuti, imperversavano nelle campagne della Valdarno.

L’esistenza del secondo livello

La verità è che, nonostante i tentativi di Pierluigi Vigna di chiudere gli esiti del processo al solo primo livello dei “compagni di merende”, è piuttosto ovvio che esista un secondo livello mai scoperto, e che ha motivato l’insistenza con cui il PM Canessa, pur se trasferito a Pistoia, ha proseguito ad indagare[1]. I compagni di merenda erano, a partire dal “Vampa” Pacciani, individui intellettualmente o mentalmente minorati. Mario Vanni, detto “Torsolo” (in dialetto toscano, non designa solo una conformazione fisica esile, ma anche una certa ingenuità) era un alcolista. “Katanga” Lotti era affetto da un deficit mentale diagnosticato ed era il classico scemo del villaggio, incapace di svolgere qualsiasi lavoro e completamente sostenuto dalla Caritas locale, Pucci soffriva di oligofrenia e deficit cognitivi. Una simile combriccola non sarebbe riuscita, lasciata a se stessa e senza una intelligenza superiore che la guidasse, a farla franca per un periodo così lungo (dal 1968 al 1985) riuscendo anche a far sparire definitivamente l’arma dei delitti. Il Vampa era un uomo profondamente violento e perverso: fu infatti condannato per l’omicidio preterintenzionale di un amante della sua ragazza, nel 1951, e tornò in galera nel 1987 per stupro nei confronti delle figlie e ripetute violenze domestiche contro la moglie. Nel frattempo, si era reso protagonista di numerose risse: in una di queste fece fare 26 giorni di ospedale ad un guardiacaccia. Un uomo così collerico ed impulsivo difficilmente avrebbe potuto mantenere il sangue freddo, senza farsi scoprire, per tutti quegli anni, se non fosse stato controllato da una mente superiore. E poi vanno menzionate le enormi disponibilità economiche in capo a Pacciani: 157 milioni di lire in banca, più cospicui investimenti per ristrutturare completamente la casa, ed altri due appartamenti di proprietà. Troppa roba, per un semplice agricoltore diretto, anche se estremamente tirchio, come era in effetti. Entrate delle quali il Pacciani non fu mai capace di fornire spiegazioni attendibili agli inquirenti, e che fanno pensare a pagamenti per la partecipazione come manovalanza ai delitti del mostro. Va notato che anche il Vanni, pur essendo un semplice postino, vantava disponibilità economiche anomale.
Ma sono le circostanze della morte di Pacciani a dimostrare in modo lampante l’esistenza di un secondo livello. Il Vampa morì nella sua abitazione il 22 febbraio del 1998, proprio alla vigilia dell’inizio del nuovo processo contro di lui, a causa della somministrazione di un farmaco antiasmatico fortemente controindicato per lui (che non soffriva di asma ed era invece affetto da una malattia cardiaca). Un farmaco ottenibile solo tramite prescrizione medica, e che nessun medico della zona gli aveva prescritto, né lo avrebbe fatto, stanti le condizioni cardiache dell’uomo. Il cadavere venne trovato con i pantaloni abbassati e la maglietta sollevata, come se qualcuno avesse voluto umiliarlo post mortem, ricordando le sue caratteristiche di pervertito sessuale. E tale modalità di ritrovamento del cadavere può indicare una sorta di avvertimento pseudo mafioso agli altri “compagni di merenda”, inducendoli a tenere la bocca chiusa. Secondo le testimonianze dei vicini di casa, da quando era stato scarcerato grazie alla sentenza di assoluzione in appello, Pacciani non era più lo stesso: invece di essere il solito rodomonte aggressivo, sembrava molto spaventato, e la notte si barricava in casa, chiudendo porte e finestre. Il giorno in cui morì, però, porte e finestre di casa erano spalancate. Le conclusioni dell’indagine, che parlarono di morte accidentale, non convincono.

Ma la pista neofascista è poco credibile, molto meno di quella, abbandonata, della setta satanica

Se quindi esiste un secondo livello, quello che però non mi trova d’accordo è che esso sia costituito da elementi eversivi e deviati in una logica di strategia della tensione. Gli ultimi delitti del mostro, risalenti al 1984-1985, si verificano quando oramai tale strategia è stata completamente abbandonata, ed anche le tensioni legate alla scoperta della P2 e all’affaire Banco Ambrosiano si sono spente. L’eventuale coinvolgimento del Sisde si può spiegare con la rilevanza che la questione del mostro assunse nell’opinione pubblica, e non è detto che i vari depistaggi siano opera sua. L’appartenenza alla destra dell’ex legionario più volte indagato non significa che effettivamente la destra sia coinvolta, ammesso e non concesso che egli abbia veramente qualcosa a che vedere con i delitti. La coincidenza fra date dei delitti ed eventi nazionali o locali sopra descritte possono essere meramente circostanziali. Inoltre il Vampa era un ex partigiano comunista, che rimase legato al PCI anche negli anni postbellici. Difficile che un gruppo di estrema destra si potesse servire di lui.
A mio avviso, è un peccato aver abbandonato l’ipotesi della setta satanica (che poi potrebbe anche, incidentalmente, avere relazioni con ambienti politici di estrema destra)[2]. Benché tale ipotesi non abbia portato a frutti processuali definitivi, e sia stata criticata nettamente da un libro dell’avvocato Filastò (che però a mio avviso è viziato dall’intento di dimostrare l’innocenza dei compagni di merenda – Filastò era il difensore di Vanni) essa si basa su elementi di fatto indiscutibili: gli oggetti ed i simboli esoterici ritrovati in almeno due casi nei pressi dei luoghi degli omicidi, che non avevano alcun motivo di trovarsi in piena campagna, il “penchant” per l’esoterismo del Pacciani (in casa sua furono ritrovati libri di magia nera e satanismo, lo stesso inoltre frequentava un mago locale in una cascina dove la vox popolare parlava di incontri satanici ed orge), l’intercettazione telefonica e le lettere anonime che legano esplicitamente il Pacciani all’omicidio/suicidio verificatosi nel 1985, poche settimane dopo l’ultima uccisione del mostro, del dottor Narducci, un medico perugino per il quale è stata raggiunta una verità processuale di omicidio e di relazioni, non meglio specificate, con gli ambienti in cui sono maturati i delitti del mostro[3]. Certo oramai il tutto è caduto in prescrizione, però sono convito che sia ancora necessaria una ricerca della verità, per motivi storici, che getti una luce sulle patologie di un pezzo della società italiana.



[1] Personalmente dò per scontato che i compagni di merenda siano stati coinvolti, sia pur come manovalanza (e forse alcuni di loro soltanto come guardoni), nei delitti. Pacciani fu trovato in possesso del numero di targa di una coppietta che soleva appartarsi in uno dei luoghi dei delitti, diversi testimoni lo videro sui luoghi dei delitti mentre faceva il guardone, furono rinvenuti nella sua casa numerosi articoli sul mostro e fotografie pornografiche con pubi – oggetto di specifiche attenzioni da parte del mostro - segnati a matita, inoltre l’uomo scriveva la parola Repubblica con una sola b, come l’anonimo che inviò ai magistrati inquirenti una lettera con una porzione del seno sinistro di una delle vittime del mostro. Infine, va rilevata l’intercettazione telefonica fatta a Katanga Lotti, il 24 marzo 1996. In tale telefonata, Lotti, parlando con Filippa Nicoletti, una prostituta con cui aveva avuto rapporti, sembrerebbe aver ammesso di essere stato presente sulla scena dei delitti del 1984 e del 1985, e di non aver detto niente alla polizia.


[2] Sono peraltro convinto, in questo concordando con l’avvocato Vieri Adriani, che i delitti del mostro iniziano da quello del 1974. L’omicidio del 1968, infatti, presenta caratteristiche specifiche e non più replicate in quelli successivi, ovvero l’assenza di atti maniacali e di violenza sessuale sui cadaveri. Difficilmente un assassino sadico si sarebbe privato di tali atti, che costituiscono il fine di un omicidio di questo genere. L’omicidio del 1968 potrebbe quindi essersi effettivamente consumato nell’ambito di un delitto d’onore condotto da elementi della criminalità sarda. Il mostro potrebbe poi essersi appropriato dell’arma, magari rinvenuta dopo essere stata abbandonata, per i successivi delitti.
[3] Per avvalorare l’ipotesi del suicidio, il cadavere del Narducci fu sostituito con quello di uno sconosciuto. 



giovedì 20 luglio 2017

L’operazione contro le famiglie del Brancaccio di Palermo: Cosa Nostra è viva e riorganizza la governance


La maxi-operazione compiuta in questi giorni nel quartiere Brancaccio, e che ha portato a 34 arresti, è particolarmente emblematica.
Si sa, infatti, che Cosa Nostra è in una fase di riorganizzazione. Il rapporto semestrale della DIA, aggiornato a Giugno 2016, evidenzia come vi siano segnali chiarissimi di insofferenza verso il controllo tradizionale dei corleonesi su cosa Nostra palermitana. Ci ricorda la DIA che “ nel corso delle intercettazioni di conversazioni tra due esponenti di rilievo delle consorterie palermitane, tra i commenti sulle precarie condizioni di Bernardo PROVENZANO, si captava “...e se non muoiono tutti e due (rif. RIINA e PROVENZANO), luce non ne vede nessuno, …tutto “u vicinazzu”… Il provvedimento evidenzia, inoltre, come i due boss affermassero che “il cambiamento doveva coinvolgere anche gli esponenti a loro legati… facendo i nomi dei più importanti appartenenti allo schieramento corleonese: i fratelli GRAVIANO, BAGARELLA Leoluca ed il latitante MESSINA DENARO Matteo” (stralcio dell’ordinanza Operazione “Brasca)”.
L’uomo arrestato nell’operazione sul Brancaccio, Pietro Tagliavia, secondo Ingroia sarebbe in effetti una delle “giovani promesse” che dovrebbero rimpiazzare gli anziani uomini d’onore morti o reclusi al 41 bis, nell’ottica di un depotenziamento dei corleonesi nella geografia del potere mafioso[1]. Trentanovenne, è figlio dello storico boss della famiglia di Corso dei Mille (una delle quattro famiglie storiche che compongono il mandamento di Brancaccio) Francesco, detto “Ciccio Taglia”, coinvolto nel tentato omicidio del pentito Totuccio Contorno e nell’attentato a Paolo Borsellino. Una famiglia storica della mafia palermitana, che ha attraversato tutte le fasi di sviluppo dell’organizzazione. Pietro, secondo ricostruzioni giornalistiche di Repubblica e della Sicilia, si sarebbe fatto strada come colonnello del capo mandamento, ovvero Nitto Graviano, occupandosi di gestione del racket, spaccio di droga e appalti, per conto del capo, nascosto a Roma per cercare di evitare l’arresto.  Nitto Graviano che, come pare dalle intercettazioni, non era in buoni rapporti con Riina. In una intercettazione, infatti, il boss corleonese ritiene che il Graviano sia “poco sveglio”.
In questo clima di rapporti non buoni fra il mandamento del Brancaccio e Riina (Provenzano, invece, nel suo modus operandi di mediatore, aveva approvato la nomina di Nitto a capo-mandamento) secondo le ipotesi degli inquirenti, il giovane Tagliavia potrebbe crescere come uno dei possibili “delfini” del nuovo organigramma mafioso che dovrebbe sostituire la vecchia cupola oramai smantellata. Passa anche tramite l’esperienza formativa del carcere, avendo scontato una condanna di otto anni per estorsione, ed insieme al “Picciutteddu” Gianni Nicchi, che secondo gli inquirenti è il reggente del mandamento di Pagliarelli, sempre a Palermo, ed “u Vitirinariu” Domenico Raccuglia, che in base alle indagini sarebbe attivo sul mandamento di San Giuseppe Jato, rappresenterebbe un trio di giovani attivi nell’area palermitana, potenzialmente in grado di diventare rapidamente egemoni. E’ infatti possibile che il capo assoluto, il latitante Messina Denaro, padrone indiscusso di Cosa Nostra trapanese, abbia stipulato una sorta di alleanza con i gruppi palermitani emergenti, per cercare di riportare sotto controllo una organizzazione sempre più multipolare e dove le vecchie gerarchie sembrano sfaldarsi, sotto i colpi degli arresti e delle morti dei vecchi uomini d’onore.
il gruppo attivo su Brancaccio mischiava, secondo un canovaccio che oramai fa parte della fenomenologia mafiosa, vecchi metodi, utili soprattutto per controllare il territorio di riferimento, come le estorsioni, con i nuovi metodi di infiltrazione nell’economia legale, tramite l’accaparramento di aziende (girate a prestanome) attive negli imballaggi industriali, e di società attive in tutto il Centro-Nord del Paese. In sostanza, una mafia in doppio petto, che non rinuncia però alla strada ed alla violenza (peraltro, durante l’operazione è stato sequestrato un arsenale di armi da fuoco da piccolo esercito).  


[1] Cfr. intervista ad Antonio Ingroia, Antimafia Duemila n. 56, Anno VII° Numero 5 – 2007. 

domenica 2 aprile 2017

Livorno: Un paradigma di infiltrazione ‘ndranghetista al Centro Nord



I recenti fatti di cronaca avvenuti a Livorno offrono un eccellente insight del modello “paradigmatico” di infiltrazione e radicamento delle ‘Ndrine al Centro Nord. Livorno, da questo punto di vista, è una città vulnerabile, perché sede di un porto container di rilevanza europea, dal quale far transitare traffici illeciti, perché è città caratterizzata da una grande crisi economica, quindi da un tessuto sociale per certi versi simile a quello delle città meridionali, facilmente penetrabile dalle promesse di ricchezza facile e di rispettabilità mafiosa, e perché la criminalità locale è tradizionalmente violenta ma poco organizzata, quindi non presidia un territorio, lasciato libero ad influenze esterne[1].
Ma veniamo alla cronaca: un ingente traffico di cocaina proveniente, via mare, dalla Colombia, e sbarcato da Livorno tramite container, veniva movimentato, per conto della ‘Ndrangheta, da un gruppo criminale toscano, capeggiato da un noto pluripregiudicato locale, quindi il classico esponente della piccola malavita locale, con una fedina penale sufficiente per dargli la giusta caratura e affidabilità criminale, e con le giuste conoscenze nell’ambiente per reclutare i personaggi strategici. Il gruppo aveva perlopiù il compito di far uscire la droga dal porto, eludendo i controlli, tramite alcuni portuali e due guardie giurate infedeli. In totale, secondo gli inquirenti, la batteria dei livornesi era composta da circa 11 persone. La droga veniva poi consegnata ad un emissario delle cosche calabresi, stabilitosi a Livorno per la bisogna. Il capo del gruppo riceveva uno stipendio fisso (20.000 euro al mese) dalle cosche, più il diritto a trattenere il 5% dello stupefacente ad avvenuta consegna a buon fine, oliando così anche un piccolo circuito locale di spaccio. I contatti con l’emissario calabrese erano costanti, nei luoghi meno sospetti della periferia (tipicamente davanti al cancello del cimitero) e, per evitare le intercettazioni, era stato inventato un gergo ad hoc: la droga si chiamava “bimba”, il movimento notturno dal porto “il ballo”, i criminali livornesi che se ne occupavano “i pesci”. Il guadagno era altissimo ma le regole rigidissime: un precedente emissario, viareggino operante su Livorno, fu assassinato perché in un carico aveva portato zucchero anziché cocaina. Che fosse stato ingannato dal fornitore oppure che avesse cercato di ingannare lui i suoi interlocutori non ha fatto alcuna differenza. Il suo corpo è stato ritrovato nel bagagliaio di un’auto. Il Tirreno, nei suoi articoli, parla di indagini che si orientano su “alleati della ‘Ndrina Piromalli-Molè” operanti nel vibonese, dove detta ‘Ndrina, che è radicata nella Piana di Gioia Tauro, ha numerose alleanze storiche con la famiglia dominante di quella provincia.
Questo fatto di cronaca ci insegna molte cose, dal punto di vista operativo:
-          La ‘Ndrangheta è diventata, praticamente, il più importante importatore di cocaina colombiana d’Europa, soppiantando altre organizzazioni criminali (secondo il procuratore De Raho, sarebbe addirittura monopolista di tali traffici). Per fare ciò, non ha scrupoli nel tessere rapporti commerciali, oltre che con i cartelli criminali, anche con organizzazioni come le Farc oppure i paramilitari di estrema destra;
-          La forza della ‘Ndrangheta sta nella cucitura di una rete di alleanze, che supera le passate guerre. La sovrastruttura delle ‘Ndrine, dai Locali ai Crimini, consente di coordinare le azioni e superare la storica frammentazione, di fatto pervenendo ad una sorta di cupola;
-          Il porto di Gioia Tauro, tradizionale crocevia della consegna di cocaina colombiana alle cosche vibonesi e reggine, è evidentemente troppo controllato, per cui si cerca di diversificare su altri scali, come quello labronico, anche perché essi sono più vicini fisicamente, e meglio collegati a livello infrastrutturale, ai mercati più ricchi del Nord o dell’Europa centro settentrionale. C’è quindi anche un ragionamento piuttosto sofisticato in termini di “economia dei trasporti”;
-          L’infiltrazione al Centro Nord avviene tramite l’affiliazione di elementi criminali locali, che hanno il vantaggio di conoscere perfettamente il territorio e l’ambiente, e non più soltanto tramite la gemmazione di “filiali” delle ‘Ndrine stesse. Tale affiliazione avviene con meccanismi simili al franchising. Gli elementi locali non vengono inseriti nella ‘Ndrina, nemmeno come contrasti onorati. Mantengono la loro autonomia, però possono utilizzare, nel loro ambiente, l’alleanza stipulata con i calabresi come una sorta di “brand”, che incute timore e rispetto, e facilita il reclutamento di complici e la operatività. Come avviene spesso negli accordi commerciali, vengono pagati con un fisso e con un premio variabile legato all’attività svolta. Gli elementi criminali locali, non essendo formalmente affiliati, possono essere facilmente liquidati, ed operano esclusivamente nelle mansioni più basse, quelle di fatica (in questo caso, aprire nottetempo i container, estrarre la droga, portarla fuori dal porto e sorvegliarla fino alla consegna all’emissario) e non hanno alcuna facoltà decisionale, essendo interamente sottoposti agli ordini dell’emissario del clan. In sostanza, fanno il lavoro sporco, rimanendo esclusi da quello di livello più alto, consistente nella stipulazione degli accordi internazionali per la logistica dello stupefacente e nella gestione della relativa rete di relazioni. In questo modo, le ‘Ndrine si assicurano di non “coltivare” potenziali futuri concorrenti.



[1] L’unica organizzazione strutturata su Livorno, chiamata giornalisticamente “Banda degli Amici”, è stata sgominata nel 2014, e magari sarà oggetto di un prossimo articolo. Di fatto, quindi, al netto delle mafie esogene (nigeriana, peruviana e albanese, soprattutto) che però sono attive su business particolari (traffico di esseri umani, prostituzione, spaccio di droga a livello locale) la criminalità endogena di Livorno è rimasta, per così dire, polverizzata e senza direzione. 

martedì 24 gennaio 2017

La violenza carceraria in Brasile: Il Primeiro Comando da Capital



Il 2 Gennaio scorso, nel carcere Anisio Jobim di Manaus, nel nord amazzonico del Brasile, uno dei più importanti centri di detenzione di un sistema carcerario inumano ai limiti dell’immaginabile[1], si è consumato un massacro: sessanta detenuti sono morti, con scene al limite di un film horror: corpi decapitati gettati fuori dalle finestre, cadaveri fatti a pezzi messi dentro carrelli della spesa.

Si tratta dell’ultimo episodio di una lunga scia di massacri dentro gli istituti penitenziari del Paese, che ha aggiunto ad una storia di sangue fra poliziotti e detenuti, e fra bande diverse di detenuti, un nuovo capitolo particolarmente efferato, tale capitolo si chiama Primeiro Comando da Capital (PCC). Si tratta di una organizzazione criminale con velleità politiche, nata proprio dalle durissime condizioni carcerarie e dalle grandi ingiustizie che si consumano dentro le galere brasiliane. E’ del 1992 il massacro del carcere di Carandiru. A seguito di una sommossa carceraria, la polizia militare dello Stato di San Paolo entra nel carcere ed ammazza 111 detenuti, spesso anche chi si vuole arrendere o si rifugia nelle celle. Il successivo processo contro i responsabili si risolve in una bolla di sapone, e nel 2002, come a voler cancellare tutto, la prigione viene demolita.

Alcuni dei detenuti di Carandiru, quelli più pericolosi, vengono trasferiti, dopo i fatti del 1992, nel carcere di Taubaté, chiamato “Piranhao”, ad un’ora da San Paolo. Un carcere di massima sicurezza, pensato per i detenuti più incalliti e la criminalità peggiore, un carcere terribile, dove i detenuti  rimangono dentro le loro celle per 23 ore al giorno, senza televisione, radio o computer, e grandi limitazioni rispetto alle visite dall’esterno. Ed è lì, in quell’inferno, che si forma il PCC, con l’intento iniziale di “vendicare” i detenuti uccisi durante i fatti di Carandiru. Il suo intento “ufficiale” è più politico che criminale, nella misura in cui pretende di voler “combattere l’oppressione nel sistema carcerario paulista”. Il gruppo si dota di uno Statuto, in cui si afferma, al punto 16, di voler “rivoluzionare il Paese dall’interno delle prigioni”, in una sorta di guerra civile di tipo carcerario. Il motto del gruppo è “paz, justica e liberdade”, in una sorta di scimmiottamento del zapatismo, ed utilizza il simbolo cinese dello ying e yang, in un bizzarra contaminazione, ben poco rivoluzionaria, con il confucianesimo. Ed in effetti, apparentemente in linea con i suoi intenti pseudo-rivoluzionari, il PCC si rende responsabile di numerose ribellioni violente dentro le carceri pauliste, spesso coordinate centralmente da uno dei leader dell’organizzazione tramite cellulare. Come nel caso del 2001, quando Idemir Carlos Ambrosio, detto “Sombra”, dalla sua cella dentro il Piranhao coordina via cellulare una ribellione simultanea in 29 case penitenziarie dello Stato di San Paolo, che terminerà con sedici detenuti uccisi.

Così come le grandi ondate di omicidi di membri della polizia militare paulista sono apparentemente giustificate dalla vendetta per i fatti di Carandiru: nel 2006, in particolare, una ondata di attacchi a membri della polizia militare, a civili (in particolare, vengono incendiati autobus di linea) ed a caserme dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco, accompagnati da ribellioni carcerarie, attribuiti al PCC, producono quasi 300 morti. Nel 2012, si produce una analoga ondata di violenze, anche questa diretta soprattutto verso poliziotti militari ed esponenti del sistema giudiziario di San Paolo.

Uno dei leader del Pcc, Marcos Camacho, detto “Marcola” o “Playboy”, un rapinatore di banche con pretese intellettuali, in una intervista del 2007 a O Globo, espone strampalate idee politiche e rivoluzionarie. Si autodefinisce “il principio della coscienza sociale di voialtri borghesi”, parla di una nuova classe sociale rivoluzionaria: “non ci sono più proletari o infelici o sfruttati. C’è una terza forza che cresce lì fuori, coltivata nel fango, educandosi nell’analfabetismo più assoluto, diplomandosi nelle carceri, come un mostro Alien nascosto negli angoli della città…i miei soldati sono una mutazione della specie sociale”. Questa nuova forza, una sorta di sottoproletariato criminale che alligna nelle carceri, sarebbe il frutto della “post-miseria”, ovvero di un misto di povertà, società dell’informazione e tecnologia.

Ma non ci si illuda. Tutto questo non ha niente a che vedere con la politica, con la rivoluzione, con la giustizia e con la miseria delle favelas. Il PCC non è altro che una organizzazione criminale, con alcune caratteristiche mafiose. Come le mafie, infatti, si insedia laddove non esistono lo Stato e la legge, e si propone di creare un anti-Stato, uno Stato alternativo: nelle carceri brasiliane in condizioni disumane, dove persino la speranza muore, il PCC utilizza una retorica dell’ingiustizia e della “vendetta” contro la polizia per attrarre nuove reclute e per generare quella legittimazione che gli serve per condurre in tranquillità le sue operazioni criminose. Pertanto, se si vuole ricercare una qualche base “sociale” del fenomeno, essa è simile a quella delle mafie: laddove vi sono comunità abbandonate dallo Stato e mantenute in condizioni di deprivazione o ingiustizia, o sotto leggi particolarmente disumane, queste comunità tendono ad autorappresentarsi come esterne, o aliene, all’organizzazione statuale, e quindi sono facili prede di chi cerca di presentare loro un anti-Stato più giusto, o più a loro misura. poiché ogni Stato si autolegittima sulla scorta di una etica fondante, la retorica para-rivoluzionaria del PCC ne costituisce la base di propaganda.

 L’ondata di omicidi di poliziotti e giudici del 2006 e del 2012, così come le ribellioni carcerarie “pilotate”, corrispondono a fasi in cui la giustizia cerca di condurre operazioni mirate a disarticolare l’organizzazione. Dietro alla sconclusionata retorica della vendetta contro gli sbirri assassini, si nasconde più semplicemente il tentativo di intimidire e influenzare gli inquirenti ed i magistrati. Oppure, esattamente come nel caso degli attacchi mafiosi in Italia del 1993, per indurre il legislatore ad abolire il regime carcerario di rigore, chiamato regime disciplinare differenziato (l’equivalente brasiliano del 14-bis italiano). Per questo motivo, sembra che Marcola abbia ordinato l’omicidio del giudice Antonio Machado Dias.

Il PCC vive, infatti, di attività criminali: si finanzia con lo spaccio di cannabis (chiamata maconha in Brasile) e cocaina, con le estorsioni a carcerati o a civili e con rapine a banche e portavalori. E’ presente nel 90% delle carceri pauliste, con 6.000 affiliati dietro le sbarre ed altri 1.600 esterni, ed un rete che si dirama in quasi tutto il Paese, con le gang rivali che, via via, vengono sconfitte, sottomesse e ridotte a “filiali” locali del gruppo. Vi sono anche segnali di internazionalizzazione del gruppo in Paraguay e Bolivia, lungo le rotte che riforniscono di cocaina il Brasile. sono attestati anche rapporti con la ‘Ndrangheta[2]. Sotto il comando di “Geleiao” e “Cesinha”, il PCC si accorda inizialmente con un altro gruppo criminale brasiliano, il Comando Vermelho, attivo a rio de Janeiro, salvo poi accaparrarsi il mercato della droga carioca, iniziando una sanguinosa guerra con il Comando Vermelho stesso, sconfitto  ridotto a gruppo “vassallo”. Lo stesso massacro di Manaus, citato ad inizio articolo, è il frutto di una guerra per il controllo dello spaccio di stupefacente contr un altro gruppo criminale, la Familia Do Norte, molto forte negli Stati amazzonici settentrionali, dove il PCC cerca di entrare.

La struttura  del gruppo è verticale: al suo apice, vi è Marcola, insieme ad un certo “Cabeicao”. Le diverse unità che operano nelle carceri o nelle città brasiliane sono legate al vertice da vincoli di fedeltà, unità ed omertà, presenti nel già citato Statuto, esattamente come qualsiasi organizzazione criminale o paramafiosa. Esattamente come una organizzazione mafiosa, i nuovi arruolati devono seguire un percorso di affiliazione complesso, in cui il nuovo adepto deve essere presentato da un membro anziano già attivo, ed essere sottoposto ad una cerimonia di “battesimo”, avendo tre altri membri come padrini. Qualcosa che ricorda lontanamente le cerimonie di affiliazione della ‘Ndrangheta. Ogni componente del PCC deve versare alla cassa comune una somma di denaro mensilmente, differenziata fra membri carcerati e membri liberi. Una consuetudine diffusa in gruppi criminali di tutte le latitudini, nei quali si creano vincoli di solidarietà e mutua assistenza fra componenti in libertà e componenti in prigionia.

In conclusione, non si cerchino spiegazioni politiche laddove ci si trova di fronte a classici fenomeni criminali organizzati. Piuttosto, ci si preoccupi dell’espansione del gruppo criminale oggetto del presente articolo, oramai uscita fuori dai confini originari di San Paolo e delle sue carceri, per assumere un ruolo di player globale nel traffico della cocaina.



[1] E’ del 2015 la scoperta che nel carcere di Pernambuco si uccidevano e mangiavano i detenuti più deboli. Il sistema ha una popolazione di circa 230.000 persone superiore rispetto alla capienza massima. Le condizioni carcerarie sono tali che è consuetudine, da parte delle guardie carcerarie, consegnare ai capi delle bande più importanti le chiavi delle celle, lasciando che siano loro, spesso con l’ausilio di vere e proprie milizie armate, ad amministrare la discipina.
[2] In particolare, nel 2014 si scopre che, tramite un intermediario soprannominato “Dido, il PCC rifornisce di coca la ‘Ndrangheta, per la vendita sul mercato italiano ed europeo.