martedì 25 dicembre 2018

Quali spazi di manovra ha ancora la sinistra? Per un entrismo di sinistra



E' oramai troppo tardi per pensare ad uno spazio sociale e politico nel quale ricostruire una sinistra autonoma, non socio-liberale come il Pd né radical-salottiera e di fatto culturalmente subordinata ai poteri globalisti, come il pulviscolo ex LeU ed ex PaP in cerca di sopravvivenza. Alla base di questo governo populista si è formato un blocco sociale, non diverso da quello formatosi in altri periodi storici di crisi e transizione del Paese, formato da piccola borghesia che vive di mercato interno più che di export, ceti medi ed operai o legati a questo mondo di piccole e medie imprese con mercato di riferimento domestico oppure genericamente impoveriti dalla crisi, sottoproletariato urbano.
Tale blocco sociale è molto solido perché è tenuto insieme da collanti potentissimi: la richiesta di assistenzialismo e di protezione si traduce in istanze di difesa del mercato interno e dei redditi, fino al giusto timore che l'immigrazione massiccia di poveri si traduca in esercito industriale di riserva, con pressioni al ribasso su lavoro e salario, oltre che esclusione dallo Stato sociale residualmente sopravvissuto dopo i tanti anni di austerity.
Poiché in politica la sovrastruttura è fondamentale, e quindi le istanze sociali devono tradursi in un immaginario simbolico, tali istanze si traducono in modo perfetto attraverso il recupero di suggestioni sovraniste e securitarie, che hanno una presa fortissima nell'immaginario collettivo. La sinistra, oltre che non avere più credibilità, non ha più un immaginario da offrire: perché o adotta quello dei populisti, alleandovisi (ovviamente in una posizione subordinata) oppure lo contrasta, rimanendo ancorata a quell'europeismo e immigrazionismo oramai (a giusto titolo) ritenuti la radice dei guai del Paese. La sinistra ha perso il treno.
Solo la destra popolare, in questa fase storica, poteva costringere la Trojka a negoziare da pari a pari un accordo di bilancio, ricostruendo, tramite un compromesso, una dignità politica nazionale ed evitando disfatte complete alla Tsipras, perché la destra, storicamente, ha una cultura della Patria e della Nazione nel suo Dna. La sinistra non poteva farlo, o perché esplicitamente traditrice del Paese e venduta a forze economiche e finanziarie transnazionali, o perché sovranista per modo di dire, ed incapace di uscire dall'asfittico recinto di un radicalismo internazionalista e libertario di facciata e bon ton. Il tempo per uscire da questo recinto mortale e costruire un qualche rapporto dialettico con i populismi, partendo da una posizione autonoma, è scaduto, gli eventi hanno superato ogni spazio di manovra residuo. Il superamento dello scoglio della legge di bilancio, con un compromesso di spesa in deficit al rialzo rispetto alle prescrizioni del Six Pack e tutti gli obiettivi fondanti il patto sottostante il blocco sociale (reddito di cittadinanza, quota 100, iniziale introduzione della flat tax, contrazione del sistema di accoglienza degli immigrati, maggiore securitarismo) nominalmente salvi, fa sì che oramai i populisti si sentano forti per aver acquisito autonomia e riconoscimento politico nella società italiana. Il prevedibile avanzamento che si verificherà a maggio, con le elezioni europee, chiuderà definitivamente ogni discorso.
Per carità, non è che le acque di questo governo siano tranquille, tutt'altro: il M5S, squassato da enormi divisioni interne e tributario di voti alla Lega, avrà bisogno, prima o poi, di chiudere l'esperienza di governo per tornare all'opposizione e recuperare lo spirito giacobino degli inizi, ricompattandosi. Salvini avrà bisogno della prova elettorale per affermare la sua egemonia sull'area di centrodestra e domare gli ultimi rigurgiti di orgoglio di un Berlusconi in declino. E' molto probabile che, dopo il voto di maggio, questo governo vada verso la dissoluzione programmata, imponendo a Mattarella le elezioni anticipate per mancanza di una maggioranza con la quale fare un governo tecnico (non credo che Fico abbia la leadership ed i numeri per promuovere una fronda pro-governo tecnico all'interno dei 5 Stelle). Alla fine, dopo l'approvazione della legge di bilancio e dei relativi provvedimenti attuativi, i due partner di governo hanno ben poco da fare ancora insieme, rispetto al contratto sottoscritto a maggio.
Ma, se anche questo governo sparirà, il blocco sociale che si è compattato attraverso l'esperienza dell'esecutivo gialloverde non si scioglierà. Ciò in ragione proprio degli interessi e dei simboli fondanti tale blocco che ho accennato in precedenza, che manterranno solido il patto fra i ceti sociali che compongono tale blocco. La questione sarà semplicemente quella di chiedersi chi raccoglierà la rappresentanza politico-parlamentare del blocco sociale in questione. Da questo punto di vista, la Lega ha una maggiore solidità organizzativa ed una migliore compattezza interna, tale da essere il candidato migliore ad assorbire gran parte di detto blocco sociale. Il M5S, in tale scenario, sarebbe destinato ad un ridimensionamento, tenendo elettoralmente perlopiù negli strati sociali più disagiati delle regioni del Mezzogiorno, dove la Lega ha, ed avrà per molti anni, difficoltà di penetrazione, e in segmenti di ceto medio subalterno sensibili alla retorica della lotta alla corruzione. E' anche possibile che tale M5S ridimensionato, lentamente, si sposti verso il Pd e la sinistra, condannandosi ad una opposizione senza fine. Ma ovviamente continuando a trattenere in corpo voti potenzialmente di sinistra.
I prossimi anni saranno appannaggio di una versione italiana dell'orbanismo, credo molto meno aggressiva di quest'ultimo rispetto alle libertà costituzionali (l'Italia ha una tradizione democratica ovviamente più consolidata rispetto all'Ungheria, ed i contrappesi sono maggiori) con una opposizione che continuerà ad essere ancorata ai principi del legalismo, dell'europeismo e del migrazionismo e, di conseguenza, di un liberismo moderato in politica economica e sociale. Una opposizione che, come negli anni di egemonia berlusconiana, si terrà insieme non con proposte programmatiche in grado di attrarre i ceti deboli, ma con la demonizzazione della figura dell'avversario, dando rappresentanza all'area garantita e benestante del Paese, alla finanza globale ed ai lavoratori del settore export oriented e/o eterodiretto della manifattura, essenzialmente oramai costituito dalle multinazionali estere che in questi anni hanno fatto shopping del patrimonio industriale italiano.
La sinistra, in questo quadro, non ha più lo spazio sociale per riorganizzarsi in un'area politica autonoma dotata di numeri significativi. Le rimane una sola possibilità per cercare di influire sugli eventi, posto che le istanze di solidarietà, uguaglianza e pacifismo rimangono comunque vive dentro la società: entrare, in forma organizzata e correntizia, dentro la Lega, con l'intento di costituirne l'ala sinistra, con una proposta programmatica più spostata sulle esigenze specifiche del segmento proletario e sottoproletario del blocco sociale della Lega, in una funzione che si proponga di esaltarle rispetto alla linea politica complessiva di questo orbanismo all'italiana in via di consolidamento. Invece, per quanto detto sopra, pensare di entrare nell'area populista con una forza politica socialista autonoma e dialettica, e con una logica coalizionale, è oramai impossibile e velleitario. La stessa Lega non avrebbe interesse a coltivare una simile coalizione. 
Viceversa, l'ingresso dentro la Lega potrebbe avvenire pian pianino, alla spicciolata, sia pur dentro una logica organizzata e con obiettivi precisi, andando, lentamente, a prendersi pezzi dell'organizzazione e costituendo, progressivamente ed in modo cauto, presidi organizzativi e comunicativi dentro il partito, dando ruolo anche a dirigenti, come Bagnai, un tempo vicini alla sinistra. Qualcosa di simile al vecchio entrismo. 
Non c'è niente di degradante o di umiliante nel cercare di influenzare dall'interno e da sinistra una linea politica che, in altri tempi, avrebbe potuto essere considerata avversaria. I tempi cambiano, i riferimenti sociali si spostano lungo linee di faglia nuove (dove, accanto alla linea capitale/lavoro, si impone anche, in parallelo, quella globale/nazionale).
Se si riconosce realisticamente che una linea politica diverrà dominante per i prossimi anni, ed i rapporti di forza sono quelli che sono, chi onestamente si riconosce nelle istanze del socialismo dovrebbe chiedersi se sia più onesto chiudersi identitariamente dentro il proprio piccolo mondo antico in via di sparizione, dove non parla più a nessuno, oppure tapparsi il naso e cercare di torcere, per quanto possibile, la linea egemone verso i bisogni di classe dei più fragili.



domenica 16 dicembre 2018

Le anime di Afd e le differenze con la Lega





Nato come partito anti-euro dal profilo piuttosto elitario e tecnocratico, perché fondato da alcuni professori universitari, Afd si è progressivamente spostato verso un profilo più tipico di un populismo di destra, anche se manca in una certa misura l’ingrediente fondamentale del populismo classico, ovvero la presenza di un leader carismatico. La Weidel è piuttosto algida e comunque condivide la leadership mediatica con Alexander Gauland.
La coppia riflette bene la differenziazione interna di radicamento sociale di un movimento interclassista: la Weidel, economista con un passato di consulente in istituzioni internazionali, è espressione della piccola e media borghesia del Sud, della Baviera, ostile all’euro non per desiderio di politiche economiche più progressiste una volta recuperata la sovranità monetaria (a costoro il modello ordoliberista interno va benissimo), ma per l’innato terrore di dover “pagare” il conto dei Paesi mediterranei a più alto debito di una borghesia dall’animo profondamente calvinista (in tedesco, i termini “peccato” e “debito” sono rappresentati dalla stessa parola, “schuld”). Lesbica, con figli adottivi di colore, ha il profilo idoneo per piacere a strati di classe media e di piccola borghesia non lontani dal taroccato progressismo dei diritti civili che destre economiche e sinistre neoliberiste hanno promosso in questi anni. Essa è incaricata di curare quel 12% di voti ottenuti nei Lander meridionali, Baviera e Baden-Wurttemberg, provenienti in larga misura da elettorato un tempo centrista, oggi in fuga dalla Cdu/Csu.
Gauland rappresenta, invece, l’anima popolare, il voto sottoproletario dell’Est, che ha pagato il costo del modello mercantilistico dell’Ovest, fornendo l’esercito industriale di riserva utile a moderare le dinamiche salariali ed inflazionistiche. Lo rappresenta sia fisicamente, con il suo aspetto da lottatore, certamente molto meno elegante della Weidel, e lo rappresenta con il suo eloquio, che a volte sembra indulgere verso uno dei grandi tabù irrisolti della Germania contemporanea: l’incapacità di conciliare il giusto riconoscimento alla Wehrmacht intesa come Esercito nazionale che combatté per il suo Paese e l’altrettanto giusta riprovazione per il nazismo. E’ l’ispiratore, insieme a Hocke, una delle figure più interessanti ed intelligenti di Afd, del 22,5% di voti raccolti nella ex DDR alle ultime elezioni politiche.
Queste due anime si manifestano nel dualismo programmatico: da un lato, istanze neoliberiste come la privatizzazione dei servizi e delle aziende pubbliche convivono con dichiarazioni esplicite di rivedere verso l’alto le pensioni minime dei tedeschi più disagiati. La volontà di ridurre la spesa sociale contrasta con programmi mirati alla difesa ed al rialzo del reddito minimo e di incentivazione finanziaria alle famiglie numerose a medio-basso reddito.
Il punto di congiunzione fra questo interclassismo è costituito, in primis, dal rifiuto per l’immigrazione selvaggia, vissuta (in modo sacrosanto) dai poveri dell’Est come concorrenza nell’accesso al magro Stato sociale residuo nella Germania democristiana, e dalla borghesia dell’Ovest come problema di sicurezza, e da tutti come timore (giustissimo) di perdita di identità culturale nazionale. In secundis, da una lotta all’euro, che lascia aperto il tema su come sarà redistribuito il beneficio di una eventuale fuoriuscita, per un Paese, come la Germania, che dall’euro ha tratto vantaggi indiscutibili, scaricando sugli altri i suoi eccessi di surplus commerciale e utilizzando la politica monetaria comune e l’austerità del Six Pack per esorcizzare le tendenze inflazionistiche potenzialmente connesse a politiche economiche espansive, che avrebbero messo in discussione il suo modello competitivo, basato su bassi costi ed elevata produttività dei fattori. Ma che ora inizia a temere che l’impossibilità dei Paesi euromediterranei a rientrare dal loro debito si traduca in una potenziale bolla finanziaria e/o nella necessità di assumersi una indesiderata condivisione del rischio sovrano di questi Paesi. Infine, la tenuta di questo blocco sociale è garantita da una buona dose di retorica anti-casta: avversione al parlamentarismo e ai corpi intermedi e privilegio per la partecipazione diretta tramite l’ampliamento dello spazio di azione dei referendum, proposte di interventi anti-lobbismo e di riduzione delle pensioni pubbliche dei parlamentari, la volontà di introdurre un limite al numero di mandati parlamentari, sono tutti nella direzione di una antipolitica vendicativa per una politica professionale vista come inetta, corrotta e parassitaria, non dissimile da quella italiana, le cui istanze sono state raccolte dai 5 Stelle. 

 Helmut Kohl colpito da uova nella DDR nel 1991, dopo il fallimento del sogno della riunificazione

Le differenze di composizione sociale e di proposta politica si riflettono, peraltro, anche in differenze nelle relazioni con i partner populisti di altri Paesi europei, Italia in primis. L’anima neoliberista incarnata dalla Weidel vive con irritazione le aperture di Salvini ai 5 Stelle, soprattutto in materia di reddito di cittadinanza. D’altro canto, Hocke, che fa parte dell’anima popolare, elogia Salvini al punto da considerarlo un esempio da imitare.
Le differenze fra Afd e Lega, peraltro, sono molto grandi: non solo per la presenza di una leadership bicefala, e di forti leadership regionali, come quella di Hocke, che contrasta con la posizione di grande forza che Salvini riveste nel suo partito (tanto che l’omologo weidelliano della Lega, Giorgetti, è subordinato al segretario) o peri l maggior accento antipolitico di Afd, che somiglia più alle posizioni pentastellate che a quelle leghiste, ma anche in termini di posizioni economiche fondamentali. Mentre Afd rimane saldamente anti-euro, Salvini intende lavorare dentro l’euro per modificarne in senso espansivo le politiche. Ciò riflette ovviamente le posizioni e gli interessi diversi di Germania ed Italia: la prima preoccupata che un giocattolo sinora molto vantaggioso per essa si trasformi in una trappola, la seconda consapevole di essere troppo debole per uscire.
D’altro canto, il blocco sociale aggregato, comprendente segmenti di piccola borghesia concentrata sul mercato interno, proletariato di PMI non internazionalizzate, ceti medi impoveriti e sottoproletariato urbano, è del tutto analogo nei due Pesi, riflettendo posizioni comuni in termini di immigrazione, difesa dell’identità nazionale, sicurezza. Saranno interessanti, in prospettiva, e non solo per Afd ma anche per la Lega, due aspetti:
a    A)   Come riusciranno a comporre una necessaria alleanza in sede di Parlamento Europeo e, auspicabilmente, se addirittura i populismi fossero maggioritari, in termini di Commissione Europea. L’alleanza è necessaria ma è resa complicata da interessi geopolitici divergenti, a meno che l’Italia non accetti di aprirsi ad investimenti tedeschi per assumere, almeno in parte e per alcuni settori produttivi specifici, il ruolo di subfornitore specializzato della manifattura germanica;
b   B)   Come, sia dentro la Lega che dentro Afd, le due anime – piccolo borghese e proletaria e sottoproletaria – evolveranno, e quale composizione riusciranno a trovare in futuro, atteso che siamo ad un punto di svolta dell’Europa, probabilmente in direzione maggiormente espansiva. Il problema, se questo punto di svolta si dovesse concretizzare, sarà quindi quello di capire quale sarà la distribuzione sociale dei benefici del turning point fra le varie classi sociali rappresentate da tali movimenti.


mercoledì 12 dicembre 2018

Saldi di legge di bilancio: fra amministrazione e simbolo il saldo netto è positivo






Confesso che, per la stanchezza di un lunghissimo giorno di lavoro, avevo scelto di scrivere quest’articolo domattina, ma la sensazione che, con il compromesso raggiunto a Bruxelles, sia successo qualcosa di storico, è stata troppo forte per chi, come me, sebbene operando a lungo dalla parte sbagliata della barricata (ovvero nell’inutile e moribonda sinistra), per tanti anni ha lottato e sognato che qualcosa si incrinasse nella rigida austerità europea.
Allora, il risultato politico ed amministrativo è che, da un rapporto disavanzo/PIL del 2,4% fissato nella Nota di Aggiornamento al DEF, con tanto di improvvide e troppo anticipate balconate pentastellate, l’obiettivo della legge di bilancio va al 2% (2,04%, ci tiene a dire Conte, illudendosi di giocare sulla scarsa confidenza con l’aritmetica di molti italiani per quello 0,04 in più).
Ora, io ho sempre sostenuto che in politica ci sono due livelli, entrambi ugualmente importanti: c’è il livello dell’amministrazione concreta, perché la politica detta la via da seguire all’amministrazione di un Paese, e c’è il livello dei simboli e delle suggestioni di prospettiva. E questo livello è fondamentale. E’ sul piano dei simboli che la storia cambia radicalmente. Non è promettendo un miglioramento della circolazione attorno alla Bastiglia che si fece la Rivoluzione francese. Non è con promesse di miglioramenti del budget dello Stato che i bolscevichi fecero la Rivoluzione di ottobre, ma su grandi simboli, sul cui sfondo si muoveva, appena percepibile, una suggestione di un mondo migliore, un sogno se vogliamo. Ma i sogni fanno muovere milioni di persone e cambiano la storia. L’epopea dell’operaio sovietico, più fantasticata che reale in un Paese ancora agricolo, l’idea di uguaglianza sostanziale nascosta dietro la parola “cittadino”, in una Francia divisa in caste impenetrabili, hanno fornito l’energia per cambiare il mondo.
Io credo che anche il risultato, aridamente economico-contabile, del compromesso raggiunto sul saldo della manovra per il 2019, debba essere letto sotto i due profili: quello amministrativo concreto, e quello simbolico. Sotto il primo profilo, è inutile dire che l’esito finale è catastrofico. Conte può menarcela per settimane con la cazzata delle “risorse recuperate”, ma in realtà non c’è nessuna risorsa recuperabile: né dalla spending review, con Amministrazioni pubbliche ridotte a non poter comprare nemmeno la carta per le stampanti, né dalle privatizzazioni di beni immobiliari pubblici in degrado, che nessuno vuole, né da una seria e ragionevolmente fondata previsione di rimodulazione delle platee di beneficiari del reddito di cittadinanza o della quota 100.
La verità nuda e cruda è che, fra crescita minore delle previsioni, riduzione di 4 decimali del rapporto disavanzo/PIL e maggiori oneri per il servizio del debito dovuti al rialzo dei tassi, occorrerà tirare fuori dai 10 ai 12 miliardi di maggiori entrate o minori spese. Una cifra simile fa sballare qualsiasi previsione finanziaria per i programmi-cardine della compagine gialloverde, che siano il reddito di cittadinanza (che verrà avviato molto in là nel corso dell’anno, per ridurne l’impatto contabile sul 2019, e con una platea ridotta) o quota 100 (per la quale il gioco delle “finestre” per l’accesso alla pensione consentirà di ritardare la percezione del beneficio e quindi genererà risparmi per quest’anno).
Ma c’è un ma. Un ma grosso come una casa. Ed è il contenuto simbolico, per certi versi “educativo”, che tale compromesso consente di avere: per la prima volta dal 2014 il rapporto fra indebitamento netto e PIL risale, ma non, come nel 2014, per motivi “forzati” ed esogeni, ovvero a causa della recessione, ma per una precisa scelta di politica di bilancio. Una scelta dichiaratamente espansiva per la quale occorre risalire a 27-28 anni fa, a prima del 1992, alla Prima Repubblica. Una scelta che spazza via gli “obiettivi” concordati con il Governo Gentiloni, per cui al 2019 il rapporto disavanzo/PIL sarebbe dovuto scendere addirittura all’1,2%, dall’1,8% del 2018, raggiungendo un saldo primario mostruoso, pari al 2,4% del PIL, che avrebbe semplicemente smantellato tutti i servizi pubblici e ciò che resta del welfare.
La Commissione, facendo passare quest’inversione di tendenza, e quando, prevedibilmente, concederà un regalone ben più grande alla Francia, per salvare il suo pupazzo Macron dalla furia popolare, ha implicitamente ammesso che la strada sin qui percorsa, quella dell’austerità, è sbagliata o comunque non può più essere riproposta “tel quel”. Si tratta di un grosso segnale di debolezza e di cedimento, che si allargherà quando, con le elezioni europee di maggio, arriverà dai popoli europei un grosso segnale di stanchezza e di voglia di cambiamento.
Si tratta, a ben vedere, dell’unico risultato concreto possibile, stante l’enorme debolezza politica e diplomatica dell’Italia, dopo vent’anni di Governi di traditori del Paese. E’ l’unico margine di manovra che la scelleratezza del Pd e della pseudo-sinistra di governo hanno lasciato ai gialloverdi. E’ il massimo possibile, e io personalmente un’asticella attorno al 2% l’avevo prevista e scritta sui social da settimane, se non da mesi. E peraltro, alcuni benefici del maggiore disavanzo rispetto al PIL, a cominciare dall’esaurirsi della spremitura del sistema pubblico e dei servizi di pubblico interesse, e forse dal rilancio di qualche investimento pubblico, inizieremo a vederli già nel 2019.
Un economista keynesiano, nel 2012, scriveva che per distruggere l’austerità occorre vincere la battaglia delle idee. La battaglia delle idee si vince mostrando alle masse lo scalpo sanguinante delle idee passate e sconfitte, per l’appunto il simbolo, la testa del nobile ghigliottinata che cade nella cesta, il proprietario terriero espropriato, una legge di bilancio (seppur moderatamente) espansiva, dopo anni di strette. Con il risultato conseguito oggi, non abbiamo lo scalpo, ma stiamo iniziando a tagliare i capelli alla Trojka. La vita è così, è fatta di compromessi e piccoli passi in avanti, non si può sperare di uscire con Belen Rodriguez se non si riesce ad uscire nemmeno con la figlia del panettiere sotto casa.
P.S. So benissimo che adesso pioveranno i dileggi dell’area berluscon-piddina sulle “promesse tradite dei populisti”. E’ comprensibile, loro sono i funzionari della Trojka, sono pagati per demolire il Paese fabbricando fake news. Quello che invece non sarà accettabile sarà la prevedibilissima presa di distanze della sinistra c.d. “sovranista” e “radicale”, vuoi per sciocche illusioni su impossibili “Italexit”, vuoi, nel caso di Fassina, per altrettanto sciocche illusioni di “incursione da sinistra” sull’elettorato populista. Ai sovranisti senza se e senza ma non dico niente, si devono disintossicare, ci sono i SERT. A Fassina, in nome del tempo sprecato in cui sono stato dei suoi, vorrei dire che dileggiare chi si è battuto come un leone per raddrizzare la curva verso il baratro del Paese, parlando a vanvera di “fallimenti”, non solo non porterà voti (quand’anche qualche ingenuo elettore gialloverde abboccasse alla retorica del fallimento, perché dovrebbe poi mettersi con chi non ha nemmeno la cifra elettorale per andare in Parlamento, come SI, che oggi come oggi veleggia attorno al 2%?) ma anche perché non è onorevole, non è da uomini e non è da lottatori sociali. Gli uomini guardano in faccia la distanza fra le proprie ambizioni e le proprie realizzazioni, e quelle altrui. E sanno farsene una ragione. Casomai a quel punto aiutano a migliorare gli esiti, perché così facendo rispondono ai loro sogni, anziché rispondere a pochi cialtroni che vivacchiano nei resti di un edificio in polvere.

lunedì 19 novembre 2018

Il blocco gialloverde verso una divaricazione?



Riferirò di una mia sensazione. Il blocco gialloverde si sta per disgregare. Una volta condivisi ed attuati i pochi punti che tengono insieme la piattaforma dei leghisti e dei pentastellati, ovvero il controllo delle frontiere e il contrasto all'austerità, emergono inevitabilmente le grandi differenze di visione e linea. D'altro canto, il M5s sta pagando la sua partecipazione al governo con una continua emorragia di voti e crescenti divaricazioni interne, che rischiano di sfasciarsi. Il richiamo alle armi di Di Battista non è casuale: atteso che Fico, per l'incarico istituzionale rivestito, non può spingersi più di tanto nella guerra al governo, e che di Maio è ovviamente legato a questo governo, perché con la sua fine finirà anche il suo ciclo di leader, Di Battista è l'unico che abbia le mani libere per avviare la guerra vera.

E peraltro un ritorno all'opposizione è l'unica strada che i 5 Stelle abbiano per mantenere l'unità interna, che le scelte di governo compromettono, stanti le loro grandi divisioni di linea, tipiche di un movimento socialmente così trasversale.

Salvini lo sa, e sta spingendo sull'acceleratore proprio perché dopo dicembre, quando la legge di bilancio sarà stata incassata, lo scenario cambierà (e non fatevi illusioni: la legge di bilancio passerà con un compromesso onorevole, qualcosa sarà data per tranquillizzare i mercati, di fatto già il programma straordinario di dismissioni di immobili pubblici e la clausola di salvaguarda per evitare aumenti del deficit/PIL in presenza di crescita inferiore alle previsioni, inseriti nell'ultima versione del ddl di bilancio, sono concessioni fatte e scritte nella legge).

D'altra parte, dopo il decreto-sicurezza e la legge di bilancio, non vedo che si stanno varando progetti di ampio respiro, tali da giustificare la prosecuzione del governo dopo dicembre, e Salvini sa che rimanere al governo per fare mera amministrazione significa logorarsi lentamente. Il suo problema è quello di capitalizzare, nell’hic et nunc, il grande consenso di cui gode adesso, ma che con il protrarsi dell’azioen di governo potrebbe scemare.

Con il Rosatellum - le simulazioni sono state ampiamente fatte - basta un 39-40% ben distribuito territorialmente per avere una maggioranza parlamentare. Se si va al voto a breve, Salvini può puntare sul 30%, che, insieme al 7-8% di Berlusconi ed al 4-5% dei Fratelli d'Italia, gli può consentire di avere il 41-42%, cioè una maggioranza di centrodestra a trazione salviniana, senza l'alleato scomodo pentastellato, e con Berlusconi che si dovrà acconciare ad un ruolo secondario, in cambio di qualcosa (una tutela dei suoi beni e delle sue aziende, magari in prospettiva la promessa di candidarlo al Quirinale).

Un centrodestra salviniano sarebbe, peraltro, molto diverso da quello berlusconiano cui abbiamo assistito per vent’anni. Avrebbe un progetto vagamente orbaniano, ovvero quello di una destra popolare antiliberista e nazionale. Già vedo i sinistrati arricciare il naso. Arrendetevi all’evidenza. Il Sol dell’Avvenire è tramontato e ci vorranno, ben che vada e se emerge un gruppo politicamente ed intellettualmente preparato immediatamente (cosa che non si vede all’orizzonte) almeno dieci anni per riaverlo. Probabilmente molti di più. Una destra orbaniana, in grado di riportare al centro del ragionamento politico il concetto di frontiera e di etnia, di controllare l’immigrazione più selvaggia, di contrastare il liberismo più sfrenato con politiche di difesa del patrimonio produttivo pubblico, della famiglia e della nazione è quanto di meglio si possa avere al momento. Il resto sono fole e sogni, e non vale la pena di lottare per dei sogni vaghi, che il mattino distrugge.